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STORIA
> [Francesco Locatelli Lanzi], Lettere moscovite, 1736
(*)
Il conte di Liteggio, Francesco Moisè Locatelli Lanzi (1687-1770)
era un avventuriero diventato famoso per l’opera Lettres moscovites
(Lettere moscovite), uscita anonima nel 1736 a Parigi, ricca di riferimenti
al governo russo, all’ambiente, alla vita quotidiana.
Discendente di un’antica famiglia nobiliare bergamasca, a diciott’anni
scappò di casa coi gioielli della madre e si arruolò
come volontario nell’esercito francese, distinguendosi nella guerra
di successione spagnola. Poi, a Parigi, si innamorò di una
ricca vedova che, dopo averlo colmato di doni, lo abbandonò.
Coperto di debiti, Locatelli scappò dalla Francia e, dopo peripezie
e colpi di testa, arrivò in Russia dove fu arrestato. Tornato
libero, scrisse le Lettres moscovites non tanto con gli intenti
altruistici che annota lui stesso nella postfazione, ma per sfruttare
appieno la propria esperienza e la sua “vocazione” antitedesca e antirussa.
Si recò, spesso sotto falso nome, in Germania, in Spagna e
infine a Costantinopoli dove svolse l’incarico di spiare un principe
Rákóczi che mirava all’indipendenza dell’Ungheria dall’Austria.
Ma, morto il mandante, Locatelli non esitò a servire quel principe
e... altri. Abile e intraprendente faccendiere, di buona cultura (come
dimostrano le citazioni in latino nelle Lettres), piacevole
intrattenitore e instancabile viaggiatore, la vita di Locatelli è
stata raccontata da un suo conterraneo, Giovanni Battista Gallizioli
(1751-1788), nell’opera (agiografica) Memorie per servire alla
vita del Conte Francesco Locatelli Lanzi, scritta forse sulla
base di fonti originali.
Le
Lettres moscovites, che narrano la prigionia subita da Locatelli
dall’ottobre 1733 al novembre 1734, furono pubblicate, come detto,
in forma anonima, suscitando una notevole (e auspicata) risonanza.
La politica di Anna Ivanovna (o Ioannovna) Romanova (1693-1740, salita
al trono nel 1730) era fortemente influenzata dalla cultura tedesca-prussiana,
da cui proveniva, e quasi tutti i posti di poteri erano in mano agli
stranieri. Tra i consiglieri della zarina vi era anche il principe
moldavo Antioch Kantemir (1709-1744) che si trovava a Parigi al tempo
della pubblicazione delle Lettres, delle quali (o, meglio,
della loro pericolosità) informò subito il conte Andrej
Ostermann, primo collaboratore di Pietro il Grande e poi Primo ministro
e direttore della politica estera della zarina. Ostermann giudicò
l’opera un vile pamphlet in cui Locatelli «con la più
estrema sfrontatezza ed ardire se la prende con la corte, i ministri
e tutto il popolo russo» e ne proibì la traduzione in
inglese, forse per non compromettere l’immigrazione di manodopera
qualificata. In seguito, viste infruttuose le ricerche di Locatelli
per fargli ritirare l’opera e punirlo, il governo russo ne ordinò
la confutazione a Francoforte nel 1738 in forma anonima (ma presumibilmente
redatta da Antioch Kantemir) che accompagnava la traduzione tedesca
delle Lettres dandovi un titolo eloquente: Le cosiddette
Lettere Moscovite, ovvero le calunnie e le mille avventurose
bugie sparate contro la gloriosa nazione russa da un italiano venuto
dall’altro mondo. Tradotto dal francese e corredato da un esauriente
commentario, spedito all’autore delle lettere e ai suoi complici con
pensieri di ringraziamento da un tedesco.
Di questa edizione tedesca, Ugo Persi, professore all’Università
di Bergamo, ha scritto: «Alla luce della situazione politica
durante il regno di Anna Ioannovna, non fa meraviglia che un tedesco
difenda in modo così plateale e acrimonioso la Russia e i russi,
Acrimoniosamente ma anche, nelle migliori tradizioni, da pedante rifinito.
Non una frase del Locatelli viene trascurata per confutare, anche
piccinamente, quanto detto in precedenza o in seguito: il tutto cosparso
di contumelie non raramente grevi. Alla fine del volume il Commentatore
fornisce persino un Registro Soggettario in cui vengono riportate
le frasi, con relativo numero di pagina, in cui un dato soggetto compare.
Ci si chiede cosa avesse spinto i promotori della traduzione ad affrontare
una tale fatica per tradurre, assai fedelmente del resto, commentare
e confutare le lettere del Locatelli; non che le Lettres
non siano un documento importante, s’intende, ma l’edizione tedesca,
con tutta la sua mole (700 pagine circa), il suo apparato di note
e commenti, che è pari, se non addirittura superiore al testo
originale, la sua virulenza nel difendere i meriti russi e nel denigrare
il bergamasco, potrebbero esser degni di miglior causa. Ma tant’è;
evidentemente gli ambienti di corte erano consci della loro anomalia,
e non per nulla il Commentatore tedesco, alle osservazioni del Locatelli
a proposito degli stranieri alla corte russa, li difende sempre a
spada tratta come persone oneste che non desiderano che il bene della
Russia. Il vero merito del Commentatore sta comunque nelle notizie
storiche e geografiche che ci ha fornito e che hanno chiarito molti
punti oscuri del testo».
Sulla prigionia di Locatelli non si ha motivo di avere dubbi, né
sulla narrazione in generale, di cui molti punti furono poi confermati
da Francesco Algarotti
nel suo Viaggi di Russia, seppure essa risulti spesso forzata
e scoordinata e non certo a causa della lingua francese usata da Locatelli,
la quale risulta stentata in alcuni punti e ricercata in altri. A
nostro parere, rimangono però non completamente chiari i motivi
della prigionia, che l’autore indica nell’anonimato scelto per attraversare
la Russia e quindi nel possesso di un passaporto con un falso nome,
cosa che fece credere alle autorità russe che fosse una spia.
È questo un motivo plausibile, ma non ci sembra possibile che
sia l’unico. Non giustifica del tutto, per esempio, i due tentativi
di avvelenamento subiti (tentativi? il secondo fu poi molto blando),
il trasferimento da Kazan’ a Pietroburgo, un trattamento a tratti
per nulla rigoroso e così via. Non è nostro compito
approfondire, ma ipotizziamo che il passaporto irregolare sia stato
l’ennesima goccia, forse la più significativa. Dalla biografia
di Gallizioli emerge, infatti, che Locatelli univa le buone qualità
della piacevolezza e del coraggio con l’irruenza, l’irrequietezza
e la spavalderia, così da mostrarsi impiccione, facile ai colpi
di testa e, non ultimo, strafottente, come spesso le Lettres
rivelano.
Nota:
*. Tutte le note e la traduzione dal francese sono a cura dell’associazione
culturale Larici, 2009. Al posto dell’accento caratteristico russo,
detto pipa, sulle lettere c, s e z (minuscole e maiuscole)
si è usato il carattere in grassetto.
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