STORIA E MITOLOGIA > Vincenzo Cartari, Le imagini con la spositione dei Dei degli antichi, 1556 (1)

 

Poco si conosce di Vincenzo Cartari (o Vincentius Chartarius). Nato forse nel 1531 a Reggio Emilia, nel 1551 pubblicò a Venezia i Fasti di Ovidio tradotti dalla lingua volgare (1551), Il Flavio, intorno ai Fasti volgari (1555) e nel 1556 il trattato Le imagini dei Dei degli Antichi (1556). Quest’ultima opera, intitolata in latino Imagines Deorum, qui ab Antiquis colebantur, è dedicata a Luigi d’Este (1538-1586), all’epoca non ancora cardinale, e Cartari stesso cita nell’introduzione il legame tra la sua famiglia e gli Estensi. A Ferrara, quindi, Cartari dovette risiedere almeno fino al 1561, come specificato in una missiva dello studioso di lingue antiche e poeta Bartolomeo Ricci da Lugo (1490-1569). In seguito si sa che partecipò a una missione in Francia per conto di Paolo IV, papa dal 1555 al 1559, che nel 1562 pubblicò a Venezia il Compendio dell’historia di monsignor Paolo Giovio di Como fatto per M. Vincenzo Cartari e che nel 1571 era ancora a Venezia «per arricchire e abbellire» Le imagini dei Dei degli Antichi di nuove incisioni.
Infatti, quest’opera aveva avuto un gran successo all’epoca – dal 1556 al 1615 ci furono quindici traduzioni – per il carattere manualistico con cui affrontava la mitografia, citando, direttamente o indirettamente, innumerevoli fonti storiche (Filostrato, Pausania, Omero, Virgilio, Ovidio ecc.) per «giovare non poco alli dipintori e agli scultori, dando loro argomento di mille belle inventioni da poter adornare le loro statue e le dipinte tavole». Tuttavia, l’influenza che ebbe sugli artisti suoi contemporanei non fu sempre felice: «La seconda edizione, del 1571, risulta accresciuta e soprattutto arricchita di tavole incise da Bolognino Zaltieri, ma sorprende constatare come l’illustratore che pure doveva conoscere Pirro Ligorio e dunque l’ambiente di antiquari attivi a Roma presso gli estensi, non si sia dato la pena di controllare le fonti iconografiche classiche preferendo ricostruire le descrizioni del testo alla lettera o attingere agli stessi repertori usati dall’autore: le Inscriptiones sacrosanctae vetustatis di Appiano, gli Emblemata di Alciati, gli Hieroglyphica di Pierio Valeriano, la Theologia Mythologica di Georg Pictor e i compendi di medaglie di Agustin, Sebastiano Erizzo e Guillame Du Choul. Ne risultarono immagini composite, prive di coerenza formale, a volte mostruose e inquietanti, e i cui effetti negativi sulla pittura della seconda metà del XVI secolo risultano evidenti soprattutto in artisti minori che non seppero reinterpretarle» (C. Volpi). Tra gli artisti “maggiori” che attinsero all’opera di Cartari furono: Bernardo Buontalenti, il Bronzino, Paolo Veronese, il Tintoretto, Taddeo e Federico Zuccari, Annibale Carracci e altri. Dopo il 1571 nulla si sa di Cartari.
Qui si propone il primo capitolo del libro
Le imagini dei Dei degli Antichi comparso nella I edizione (1556), in cui si citano ampiamente le fonti.

 

Poche sono state quelle genti, o forse anchora che niuna fu mai, infino dal principio del mondo, le quali non habbiano havuta qualche religione, perché pare che l’animo humano seco la porti quando si viene a nascondere nel corpo mortale. Onde egli è differente poi dalle bestie, le quali non hanno alcuna cognitione della providenza Divina, e perciò né l’ammirano né la riveriscono. Adunque gli huomini solamente alzando gli occhi al Cielo e considerando l’universo pensarono che qualchuno vi fosse eterno et infinito che ne havesse cura, e con infinita providenza disponesse tutte le cose e le governasse, e fu questi chiamato Dio, quasi datore di tutti i beni, eterno, infinito, et invisibile. Ma non però si attenne ognuno sempre a questa verità, imperoché la dapochezza humana cominciò a dilettarsi di sé medesima, in modo che più oltre non guardando che vedesse con gli occhi del corpo a molti porse occasione di fare credere al volgo che fosse Dio nelle Statoe e nei simulacri di legno, di terra, di pietra e di altre materie, et alle volte anchora nelle imagini dipinte. Da che si potrebbe dire che fosse nata la moltitudine dei Dei degli antichi, perché non solamente le nationi, ma ciascheduna Città anchora se ne faceva a modo suo, secondo che dalla potenza Divina cercava di ottenere alcuna cosa, o che la già ottenuta voleva mostrare. E venne questo inganno poi crescendo, in modo che quelli etiandio come Dei furono adorati, li quali erano creduti di havere apportato utile alla vita humana o col ritrovamento di nuove arti, o col giovare in qualche altro modo al mondo. Et a questi cotali furono poste le Statoe, dimostratrici delle cose da loro trovate e fatte mentre che erano tra mortali. Ma non per questo fu che appresso di molti non restasse pur ancho certa buona opinione di Dio come che fosse un solo et invisibile, e perciò non havesse figura alcuna, la quale chi cerca, come dice Plinio, troppo consente alla dapochezza sua. Onde i Giudei, quali tra gli antichi seguitarono la vera religione, adorarono un solo Dio, e quello risguardavano non nelle Statoe o nelle imagini con gli occhi del corpo, ma nella divinità sua col lume della mente, quanto però l’humana natura lo comporta. E come riferisce Cornelio Tacito, riputarono empii tutti quelli li quali fingevano la imagine di Dio e la formavano in diverse materie alla somiglianza de’ corpi humani, e perciò nelle loro Città e meno nei tempii non havevano Statoe o simulacro alcuno. Il che fecero degli altri anchora, benché come essi non conoscessero poi un Dio solo, ma credessero esserne molti. Onde si legge di Licurgo ch’ei non voleva che per gli Dei fossero fatte imagini né Statoe, come che né agli huomini né ad alcuno animale si potessero assomigliare. Scrive Lattantio che furono già da principio adorati gli elementi da quelli di Egitto, senza farne alcuna imagine. Et i Romani parimente adorarono già da prima più di centosettanta anni i loro Dei senza haverne simulacro alcuno. Come i Persi, gli Scithi, e quelli della Libia fecero pur anco, che non hebbero Statoe né altari né tempii, ma consecravano le selve et i boschi, e quivi adoravano. Et il medesimo anchora facevano quelli di Massilia nella Gallia Narbonense, che adoravano i loro Dei nei consecrati boschi senza haverne simulacro alcuno, se non che pure talhora facevano riverenza agli alti tronchi, non altrimente che se in quelli havessero creduto esser i Dei. Onde Lucano scrivendo di costoro così dice:
Adorano i tagliati tronchi, quali
Non hanno forma alcuna, e sono questi
Le Statoe dei lor Dei fatte senza arte.
(2)
Leggesi anchora appresso di Cornelio Tacito, ove scrive della Germania, che non solamente non hebbero i Germani Statoe dei Dei, ma né ancho tempii, perché pensarono che fosse male chiudere quelli tra le mura nel breve spatio di un tempio, e che alla grandezza loro non si confacesse tirarli alla picciola forma del corpo humano. Come fecero i Greci poi et i Romani, e prima di loro forse quelli di Egitto, che formarono le Statoe dei Dei alla similitudine degli humani corpi. Né fu però fatto forse perché credessero quelli antichi che i celesti Dei havessero il capo, le mani et i piedi come hanno gli huomini, ma per mostrare, come dice Varrone, che gli animi dei mortali, quali sono qui nelle membra terrene, sono simili agli animi divini che stanno su nei cieli; ma perché gli animi sono cosa che non si può vedere, fanno che ciò si veggia nei corpi. E perché questi nelle Statoe che rappresentano i Dei sono simili alli nostri, volevano quelli antichi intendere che le anime nostre siano parimente simili a quelle dei Dei. Porphirio dice, come riferisce Eusebio, che furono fatti i simulacri dei Dei alla similitudine degli huomini perché Dio è tutto mente e ragione, della quale sono pur ancho gli huomini partecipi. Rende Lattantio un’altra ragione delle Statoe, dicendo che furono fatte prima per memoria dei Re morti, quali vivendo havevano così ben governato i loro popoli che morendo poi lasciarono di sé mirabile desiderio a quelli, li quali se ne fecero Statoe per rinovare spesso la memoria di coloro che più non potevano vedere in altro modo. Onde Eusebio nella Historia Ecclesiastica scrive parimente che fu usanza de’ Gentili fare honore con le Statoe alle più degne persone conservando così lungo tempo la memoria loro, e perché vedessero i posteri quanto erano amati et in che rispetto erano havuti quelli li quali operavano virtuosamente. Et il medesimo Lattantio vuole che Prometheo fosse il primo che di terra facesse simulacro di huomo, e così che l’arte del fare le Statoe cominciasse da lui nel tempo di Giove, quando fu cominciato anchora a fare i tempii e furono introdotte nuove religioni. Da che venne poi che all’huomo imitatore della opera divina fu dato quello che è di Dio, perché dissero che Prometheo fece il primo huomo. La quale cosa può bene stare anchora quando noi per lui intendiamo, come intese Platone, la providenza superna, dalla quale non solamente gli huomini poi, ma tutte l’altre cose del mondo anchora furono prima create. E perciò la adoravano gli antichi come Dea, la quale a guisa di ottima madre di famiglia governasse l’universo, havendo pur ancho cura di ciascheduna sua parte; et era la sua imagine di donna già vecchia in habito di grave matrona. Leggesi appresso di Plinio che in Rhodo furono delle Statoe più di tremilla, né punto manche in Athene et in Delfo et in altri luochi della Grecia, perché non solamente ai Dei erano poste le Statoe, ma agli huomini anchora, come dissi, quali per qualche opera degna meritassero di essere honorati in questa guisa. Nella qual cosa non furono i Romani meno frequenti dei Greci, anzi questi ne hebbero tante delle Statoe che fu detto esser in Roma un altro popolo di pietra. E ne facevano quelli antichi le conserve, né delle Statoe solamente, ma delle pitture anchora, raccogliendone quante ne potevano havere fatte da Pittori e da Scultori eccellenti, e ne adornavano le case, non solo alla Città ma fuori anchor alla villa. Il che fu giudicato già havere troppo del de-licioso, e non convenirsi alla severa vita de’ Romani. Onde Marco Agrippa ne fece una bella oratione, volendo persuadere che si mettessero in publico tutte le Statoe e tavole che stavano per ornamento delle private case. E sarebbe, dice Plinio, stato meglio assai che mandarle come in bando alle ville. Varrone scrive che molti andavano ai poderi di Lucullo solamente per vedere le belle pitture e sculture ch’ei vi haveva, alle quali facevano i luoghi aposta, come ne scrive Vitruvio, dicendo che hanno da essere grandi e spatiosi. Et osservarono questo gli antichi nelle Statoe, che le facevano in modo che potevano ad ogni loro piacere levarne via le teste e mettervene delle altre. Onde parlando Svetonio della vanagloria di Caligula, dice che parendo a costui di essere andato sopra la grandezza di tutti gli altri Principi e Re cominciò ad usurparsi i divini honori, e comandò che a tutti i simulacri dei Dei, quali e per religione e per arte erano riguardevoli, come quelli di Giove Olimpio et altri, fossero levate le teste e vi si mettesse la sua. E scrive medesimamente Lampridio che Commodo Imperadore levò il capo dal colosso ch’era di Nerone e vi pose il suo. Erano poi le Statoe dei Principi poste in publico havute in rispetto tale che era sicuro ognuno che fuggiva a quelle, né poteva essere tratto indi a forza. Che non fu però di giovamento alcuno al figliuolo di Marco Antonio, perché Augusto, come appresso di Svetonio si vede, lo fece trare dalla Statoa di Giulio Cesare alla quale egli era fuggito per sua salvezza, poi che et i prieghi et ogni altra via che havesse tentata per lo suo scampo era riuscita vana, e commandò che fosse ucciso. Facevano oltre di ciò le Statoe dei Principi vestite talhora e talhora nude, e ne fecero anchora di tutte dorate, come si legge appresso di Tito Livio, il quale mette che Acilio Glabrione fosse il primo che in Italia facesse Statoa dorata, e questa da lui fu posta in honore del padre Glabrione. Alessandro Afrodiseo scrive che anticamente gli scultori facevano spesso i Dei et i Re nudi per honore e laude di quelli, come che in tal modo volessero mostrare che la possanza loro ad ognuno era aperta e manifesta, e che erano o dovevano essere di animo sincero e nudo, non machiato da vitii né coperto da inganni. E Plinio dice che fu questa usanza de’ Greci fare le Statoe nude, perché solevano i Romani mettere loro indosso le corazze almeno, conciosia che non facessero già da principio Statoe, se non a chi per qualche fatto illustre meritasse che di lui fosse tenuta memoria. Non lascierò di dire questo anchora prima ch’io venga alle particolari imagini, che alle pompe dei giuochi solenni portavano in volta gli antichi non solamente i simulacri dei Dei, ma le Statoe anchora degli Imperadori, dei valorosi capitani e di altri huomini illustri, e delle donne anco talhora. Onde Mario, perché era huomo di famiglia ignobile, appresso di Salustio dice che non ha imagini da mostrare de’ suoi maggiori, ma che bene può far vedere in quella vece gli honorati premii riportati dalle vinte guerre. Venendo dunque homai alle Statoe et alle imagini dei Dei, le quali furono tante ch’io non ne saprei trovare il numero, e fatte in tanti diversi modi che troppo sarebbe difficile dire di tutte, dirò di quelle solo che appresso degli autori sono più frequenti. E se fatto havessero tutti gli altri come già fecero quelli di Egitto, forse che non molta fatica sarebbe dire di tutte. Imperoché scrive Platone che in Egitto erano poste tra le cose sacre tutte le imagini che si potevano scolpire o dipingere, né oltre a quelle più se ne poteva fare di nuove né fingersene a modo alcuno, come negli altri luoghi fu fatto. Sì che al tempo di Platone quivi non si di pingeva né si scolpiva cosa alcuna di più, né in altro modo che fosse stata scolpita o dipinta già erano diecemilla anni per l’adietro. In Grecia furono i Dei fatti in diversi modi secondo che diversi erano i costumi dei popoli, mostrando in essi ciascheduna natione quello di che più si dilettava. Onde, perché a’ Lacedemonii piacque il guerreggiare, fecero buona parte de’ loro Dei armati, et i Phenici, perché erano per lo più dati al guadagno et alle mercatantie, sì che pensavano essere beato chi era ben ricco de’ denari, mettevano in mano a quasi tutti i loro Dei borse da denari. E così in diverse maniere furono formati i Dei dagli antichi, mostrando pur ancho oltre a questo che ho detto nelle Statoe di quelli le diverse loro nature, le varie potenze e gli effetti che essi pensavano che da quelli venissero. Per la quale cosa Eusebio riferendo le parole di Porphirio scrive che gli antichi per far conoscere la diversità dei Dei ne fecero alcuni maschi et alcuni femine, altri vergini et altri insieme aggiunti di matrimonio, e diversamente anchora perciò vestirono le Statoe loro come nelle imagini di ciascheduno si potrà vedere. Delle quali comincierò a dire poi ch’io havrò posto di che materia prima si facessero, percioché il medesimo Eusebio scrive, tolendolo pur ancho da Porphirio, che essendo Dio una luce purissima, la quale non può comprendere alcuno de’ nostri sensi, lo facevano di materia lucida e risplendente come è il finissimo marmo et il cristallo, e d’oro lo facevano anchora per mostrare l’eterno e divin fuoco ove egli habita, e la sua natura monda da ogni ruggine degli affetti mortali; e che molti facendolo di pietra negra volevano dare ad intendere la sua invisibilità. E Plutarco di questo scrive così. Antichissima cosa è il fare simulacri, e gli fecero gli antichi di legno perché parve loro che la pietra fosse cosa troppo dura per doverne fare i Dei, e pensavano che l’oro e l’argento fosse quasi fece della terra sterile et infeconda, perché ove sono le minere di questi metalli di rado aviene che altro vi nasca; e chiamavano gli antichi quella terra inferma et infelice, la quale non produceva herbe, fiori e frutti, perché essi, nei petti dei quali non haveva forza l’avaritia anchora, più non cercavano di quello onde potessero nodrirsi e vivere. Platone parimente pare volere che solo di legno si facessero le Statoe dei Dei, perché così scrive. Essendo la terra habitatione consecrata alli Dei, non si dee di questa fare le loro imagini, né di oro né di argento, perché queste sono cose per le quali è havuta non poca invidia a chi le possiede. Hora che mi viene a mente, voglio mettere quello che niente fuori di questo proposito mette Lattantio, et è che le ricche Statoe dei Dei mostravano l’avaritia degli huomini, quali sotto coperta di religione si pigliavano piacere di havere oro, avorio, gemme et altre cose preciose, facendo di queste le sacre imagini, le quali havevano care più per la materia di che erano che per quelli che rappresentavano. Ma ritorniamo a Platone, il quale seguita così. L’avorio è cosa che haveva l’anima prima e l’ha posta giù poi, e perciò non è buono da farne le Statoe dei Dei, né il ferro a ciò è buono né gli altri metalli duri, perché si adoprano nelle guerre e sono istromenti delle uccisioni. Resta dunque secondo Platone anchora solamente il legno da fare le sacre imagini, e di questo le fecero sempre, mentre che alla semplice povertà furono amici gli antichi. Onde Tibullo parlando a’ Dei domestici chiamati Lari dice parole che questo suonano in nostra lingua:
Né vergogna vi prenda se ben sete
Fatti di secco tronco, perché tali
Foste pur anco nei felici tempi
De’ poveri nostri avi, quando furo
La fede, la pietade, e la giustitia
Meglio osservate assai c’hoggi non sono,
E fur con grata povertà adorati
Nelle povere case i Dei di legno.
(3)
E Propertio fa dire in questo modo a Vertunno della sua Statoa:
Fatto senz’arte fui d’un secco tronco,
E come poverello Dio di legno
Innanzi al tempo del bon Numa stetti
Nella Città ch’a me fu sempre grata. (4)
Plinio scrive che benché il fare le Statoe fosse in Italia cosa molto antica, non furono però dati ai Dei nei loro tempii simulacri di altro che di legno o di pietra prima che fosse da’ Romani soggiugata l’Asia, dalla quale passarono in Italia le preciose Statoe, sì che furono poscia fatte di quello che più piacque a ciascheduno. Ma perché gli eterni Dei furono creduti essere accompagnati dalla eternità sempre, ho pensato che sia bene dipingere questa prima ch’io dica di quelli; benché il Boccaccio ove racconta la progenie dei Dei dica che la diedero gli antichi per compagna a Demogorgone solamente, quale ei mette che fosse il primo di tutti i Dei e che habitasse nel mezzo della terra, tutto pallido e circondato di scurissima nebbia, coperto di certa humidità lanuginosa, come apunto sono quelle cose che stanno in luoco humido. Né altra dipintura o Statoa voglio fare di costui, perché non so che alcuno degli antichi ne habbia scritto. Ritorno dunque alla Eternità, la quale chi ella sia dimostra assai bene col nome solamente, che vuole proprio dire cosa che in sé contiene tutte le età e tutti i secoli, sì che spatio alcuno di tempo non la può misurare; benché si possa dire a certo modo ch’ella sia parimente tempo, ma che non ha mai fine. E perciò Trismegisto, i Pithagorici e Platone dissero che il tempo era la imagine della Eternità, perché questo in sé stesso si rivolve, né pare che se ne veggia mai il fine. Onde Claudiano, che largamente la descrive nelle Laudi di Stilicone, fa che un Serpente circonda l’antro ove ella sta, in modo che facendo di sé un circolo si caccia la coda in bocca, che viene a mostrare l’effetto del tempo il quale in sé stesso si va girando sempre; havendone tolto l’essempio forse da quelli di Egitto, li quali innanzi l’uso delle lettere mostravano l’anno parimente col Serpente che si mordeva la coda, perché sono i tempi insieme giunti in modo che il fine del passato è quasi principio di quello che ha da venire. Ricordomi di havere già visto in una medaglia di Faustina diva la Eternità fatta in questa forma. Sta una donna vestita in piè con una palla rotonda nella destra mano, et ha sopra il capo un largo velo disteso che la cuopre dall’un homero all’altro. Questa imagine a chi ben la considera non parrà forse molto dissimile da quello che hora porrò della Eternità scritto già da Claudiano, che mi pare haverla benissimo dipinta; e Dio voglia che dalla sua pittura io ne sappia fare ritratto tale che, se bene non sarà bello come quella, almeno sia conosciuto per tolto da quella. Perché il disegno et i profili saranno pur i medesimi benché siano i colori poi diversi, perché egli scrive Latino et io Volgare. Questo dunque è il ritratto della Eternità tolto da Claudiano:

In parte sì da noi lunge, e secreta
Ch’alcun mortal vestigio non v’appare,
Ov’all’humana mente il gir si vieta,
Né vi ponno anco i Dei forse arrivare,
Una spelonca giace d’anni lieta,
Madre d’infiniti anni, e d’età pare,
La qual con modo, ch’unqua non vien meno,
Manda, e richiama i tempi all’ampio seno.

Questa col flessuoso corpo cinge
Un Serpe pien di verdeggianti squame,
Qual ciò che trova avidamente stringe
Come che divorar ei tutto brame,
E la coda si caccia in gola, e finge
Di mangiarsela con avida fame.
Vassene in giro, e con l’usate tempre
Onde partì, cheto ritorna sempre.

Alla porta con faccia riverenda,
E d’anni piena sta l’alma Natura,
Come custode che fedele attenda
Chi vien e va con diligente cura.
D’intorno volan l’anime, e che penda
Ciascuna par con debita figura
Dalle membra, ch’a lei son date in sorte,
E stan con lei fin a che piace a Morte.

Nell’antro poi, nella spelonca immensa
Un vecchio, c’ha di bianca neve asperso
Il mento ‘l crine, sta, scrive e dispensa
Le ferme leggi date all’universo.
E mentre ch’a disporre il tutto pensa
Con l’animo al bel ordine converso
Certi numeri parte tra le Stelle,
Onde n’appaion poi sì vaghe, e belle.

Con ordine immutabile prescrive
A ciascuna quando habbia a gir o stare,
Da che quanto tra noi e more e vive,
Ha vita, e morte, poi torna a guardare
E riveder come al suo corso arrive
Marte, qual, bench’avezzo caminare
Per via incerta, va pur a certo fine,
Che così voglion le leggi divine.

Come con certo passo giri intorno
Giove portando giovamento al mondo,
Come la Luna si nasconde il giorno,
E tosto muti il bel lume fecondo,
Come partendo sia tardo al ritorno
Saturno horrido, mesto, et infecondo,
Quanto Venere bella, e dopo lei
Errando vada il messaggier dei Dei.

E quando Febo all’antro si avicina
Subito ad incontrarlo la potente
Natura viene, e agli alti rai s’inchina
Il bianco vecchio humile, e riverente.
Allhora da sé s’apre la divina
Spelonca, allhor si veggono patente
L’adamantine porte, e a poco a poco
Tutti i secreti appaion di quel loco.

Quivi i secoli sono di diversi
Metalli fatti, e posti nei lor seggi,
Quel di rame, di fer questo, onde aspersi
Spesso i mortai son di sanguigni freggi.
Riluce uno d’argento, per cur fersi
Gli altri duo vili, ma non che pareggi
Però il quarto di finissimo oro,
Fatto già con mirabile lavoro.
(5)

La descrittione di questo Antro o spelonca che la vogliamo dire ci mostra, come la espone il Boccaccio, che la Eternità va sopra a tutti i tempi, e perciò ella è di lunge, et incognita non solamente a’ mortali, ma quasi anchora a’ Dei celesti, cioè a quelle beate anime che stanno alla presenza del sommo Dio, il quale solo sa tutte le cose. E dal gran seno manda la spelonca i tempi e questi richiama pur ancho al medesimo, perché in lei hanno havuto principio già, e del continuo l’hanno e l’haveranno sempre, rivolgendosi tuttavia in sé stessi, come dissi pur mò del Serpente che circonda la spelonca. E fassi questo tacitamente, perché non ce ne avedendo noi il tempo passa come di nascosto. Alla porta, ove siede la Natura, vanno molte anime volando intorno, perché molte ne scendono del continuo ne’ mortali corpi; e per darci ad intendere che ciò che entra nel grembo della Eternità vi entra per lo mezzo dell’alma Natura, e per ciò ella sta quivi alla porta. Il vecchio che parte le Stelle per numero forse è Dio, non perché ei sia vecchio, che in lui non si può dire che sia termino alcuno di età, ma perché sogliono così parlare i mortali, che chiamano quelli etiandio che non ponno morire di molta età; il quale dando ordine al movimento delle Stelle distingue i tempi. Altro non dice poi il Boccaccio dei secoli che sono quivi, come che sia cosa facile da intendere; et io parimente non ne dico più per venire homai alle promesse imagini, cominciando da Saturno, perché questo tolsero gli antichi pel tempo, e del tempo habbiamo pur ancho detto qualche cosa ragionando della Eternità. La quale non ardisco già di desiderare a questa mia fatica, ma ben prego chi lo può fare che voglia almeno per qualche tempo darle vita con il suo favore.

 

Note:
1. In Le imagini dei Dei degli Antichi, nelle quali si contengono gl’Idoli, Riti, ceremonie, & altre cose appartenenti alla Religione de gli Antichi, raccolte dal sig. Vincenzo Cartari, F. Marcolini, Venezia 1556, cap. I. Le scansioni del testo completo in latino e delle immagini sono in http://www.uni-mannheim.de/mateo/camenaref/cartari.html
2. Marco Anneo Lucano, Bellum Civile (o Pharsalia) III, 412-413. (N.d.C.)
3. Albio Tibullo, Elegie I, 10, 17-20. (N.d.C.)
4. Sesto Aurelio Properzio, Elegie IV, 2, 59-60. (N.d.C.)
5. Claudio Claudiano, De Consulatu Stilichonis II, 424-452. (N.d.C.)

 

 

 

 

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