STORIA E MITOLOGIA > Giovanni Paolo Lomazzo, Della forma di alcuni Dei immaginati dagli antichi, 1584

 

Il milanese Giovanni Paolo Lomazzo (1538-1592; nella foto un autoritratto giovanile), pittore manierista e trattatista, esordì giovanissimo come pittore di arte sacra e di ritratti. Tra le opere maggiori e più interessanti è il ciclo dipinto nel 1573 nella cappella Foppa della chiesa di San Marco a Milano, che fu anche l’ultima realizzazione, poiché una malattia agli occhi lo rese cieco. Si dedicò allora alla stesura di numerosi scritti, in parte già abbozzati prima della malattia, primo fra tutti il Trattato dell’arte de la pittura di Gio. Paolo Lomazzo milanese pittore. Diuiso in sette libri. Ne’ quali si contiene tutta la theorica, & la prattica d’essa pittura (Milano 1584). Nel settimo e ultimo libro si sofferma sulla «virtù e necessità dell’istoria, o forma che vogliam dire della pittura», ovvero sul modo e il motivo di rappresentare figure o cose, in quanto «di certo impossibile cosa è che alcuno possa esprimere col pennello, parlando della più soda parte che sia nella pittura per manco oscurità invenzione alcuna, se non sa la forma esteriore di ciò che ha ritrovato. E di qui ne avviene, che errandosi per non sapere il principio, molti come ho detto pratici sono restati al fine della opera loro in vergogna; perciocchè è meno apprezzato nella pittura dai savj quello che si vede, che quello che sotto si gli nasconde come splendore velato da belli colori, in quella guisa che nei poemi i versi sono letti da noi con diletto, più per i concetti e per la sostanza nascosta, che per quella armoniosa legatura di parole che esteriormente si sente all'orecchio». Di conseguenza, «se bene non anderò raccogliendo così minutamente tutto ciò che io ho potuto di questa facoltà intendere e per studio e per pratica, nondimeno non tralascierò alcuna delle forme principali di qualunque cosa che si possa dipingere, cominciando da Iddio, e arrivando come per diritta catena sino a Lucifero, citando i nomi degli autori onde saranno cavate; acciocchè vi si possano anco più diffusamente leggere di quello che io alcuna volta riferirò». Tra Iddio e Lucifero, vi sono santi e malfattori, dèi e filosofi, ossa e armi... E i riferimenti a pittori, scultori, poeti latini e greci dell’antichità ai suoi giorni – sono davvero tanti.
Il capitolo XXIX, qui riportato, elenca alcuni fra gli antichi dèi egizi, fenici, greci e romani con i tratti distintivi di ognuno, così da comunicare ruolo e significato all’interno della composizione pittorica. Per i versi poetici citati va sottolineato che non sempre corrispondono alle versioni oggi in uso, non solo per la diversa traduzione o trascrizione, ma anche per il diverso ordine dei versi che sembra ricordarci la cecità di Lomazzo.

Capitolo XXIX – Della forma di alcuni Dei immaginati dagli antichi. (*)
Affine che non si possa desiderare cosa alcuna, che a compita cognizione di quest’arte appartenga, ho voluto soggiungere in questo loco della forma di alcuni Dei, che gli antichi per sè stessi s’immaginarono che fossero, o ragionevolmente essere dovesse. E prima formarono la Providenza, siccome madre che avesse cura dell’universo, donna vecchia in abito di grave matrona, con le braccia alquanto aperte. Finsero Demogorgone siccome padre di tutti i pensieri umani e bassi, pallido, e circondato d’oscurissima nebbia, e coperto di certa umidità lanuginosa, e che abitasse nel mezzo della terra. L’Eternità che in sè contiene tutte le età, ritta in piedi, in forma di donna, vestita di verde, con una palla nella destra, e un largo velo disteso sopra il capo, che la copriva dall’uno all’altro omero, benchè Claudiano in altro modo la forma, come si può vedere anco nella traduzione che di lui ha fatto il Cartari; e da questa ne formavano un’altra vestita di verde perchè non invecchia mai. Dipinsero il Caos quasi come una massa senza forma e sembianza, come dice Esiodo, con la Discordia prima figliuola di Demogorgone a cavallo dietro alle cose confuse; e perciò fu dai filosofi riputata conservatrice del mondo. La Fraude, che da Apelle appresso la Calunnia fu dipinta in forma di donna, da Dante è figurata in forma di mostro con la faccia d’uomo dabbene e giusto, dove dice:
E quella sozza immagine di Froda
Sen’ venne, ed arrivò la testa e ‘l busto;
Ma in su la riva non trasse la coda.
La faccia sua era faccia d’uom giusto,
Tanto benigna avea di fuor la pelle;
E d’un serpente tutto l’altro fusto.
Duo branche avea pilose infin l’ascelle;
Lo dosso, e ‘l petto, ed ambedue le coste
Dipinte avea di nodi e di rotelle.
Con pia color sommesse e soprapposte.
Non fér ma’ in drappo tartari, nè turchi,
Nè fur mai tele per Aragne imposte.
Il giovane Apolline rappresentavano vestito di turchino, con una palla in mano, ed un vaso pieno di carboni con molte faville intorno sparse. Pitone dipingevano tutto giallo, con una massa affocata in mano. La Pertinacia tutta nera con brache di ellera abbarbicata. L’Ignoranza con un dado di piombo in testa. La Querela coperta con un drappo taneto, e con una passera solitaria, che nell’acconciatura della sua testa aveva fatto il nido. L’Idra e la Sfinge figliuole di Tartaro, formavano tutte nude e spogliate, con una ghirlanda di panno in testa, e con la bocca aperta. La Licenza vestita di panni di varj colori, dove era involta una gazza. Il Pensiero vecchio in viso, vestito di nero, con una stravagante acconciatura di nocciole in testa, scuoprendo sotto le vestimenta, che talora sventolando s’aprivano, il petto e tutta la persona da mille acutissime spine graffiata e trafitta. Il Dio Momo, Dio, secondo loro, del biasimo e della maldicenza, figuravano in forma di un vecchio curvo e loquace. Il fanciullo Tagete figliuolo di Genio tutto risplendente; e perchè fu primo inventore dell’arte dell’aruspicio, con un agnello sospeso al collo che dimostrava buona parte degl’intestini. Il gigante Anteo ornato di vesti barbare, con un dardo nella destra, con cui pareva che della sua fierezza volesse dare in quel giorno manifesti segni. Il Giorno fu formato un risplendente e lieto giovane, tutto di bianchi drappi adornato, ed incoronato. La Fatica dipingevano vestita di pelle d’asino, con la testa e con le gambe coperte parimenti della medesima pelle. Il Giuramento in guisa di vecchio sacerdote tutto spaventato. L’Anno in forma d’un serpente che si mordeva la coda, appresso gli egizj; od appresso i romani, essendone autore Numa Pompilio, in forma di un Giano con due faccie, e con le dita delle mani acconcie in modo che mostravano di essere tanti quanti sono i giorni nell’anno. E le Preghiere, femmine, e zoppe, con faccia mesta ed occhi storti. I fenicj, per il Mondo fecero un serpente che in sè stesso rivolgendosi si mordeva la coda. Le quattro Stagioni dell’anno sono brevemente descritte da Ovidio in que’ versi:
Coronata di fior la Primavera,
La nuda Està cinta di spiche il crine,
L’Autunno tinto i pie d’uve spremute,
E l’Inverno agghiacciato, orrido, e tristo.
Orfeo in altro modo rappresenta l’Està in forma di matrona con ghirlanda di spiche in capo, ed un mazzetto di papavero in mano in segno di fertilità, sopra un carro tirato da due draghi; e con ciascuna di loro si suol dipingere il Dio, che dagli antichi gli è stato attribuito, cioè alla Primavera, Venere; all’Estate, Cerere; all’ Autunno, Bacco; ed al Verno, Vulcano ovvero Eolo coi Venti. E con la Primavera si accompagna anco Flora moglie di Zeffìro, coronata di fiori, con una veste intorno tutta dipinta a fiori di colori diversi.
La Gioventù, di cui fu Dea Ebe, si fece bellissima giovine, con una veste di diversi colori, e con una ghirlanda di fiori in capo: ed in tal modo soleva dipingersi anco Bacco, se crediamo a Tibullo. Per il Buono-Evento si faceva un uomo in abito di povero, con una tazza nella destra, ovvero uno specchio, e nella sinistra una spica, come ne intagliò già una bellissima statua Prassitele, che fu posta in Campidoglio. Per il Padre-della-sanità fu fatto un uomo con barba lunga, con una veste intorno in foggia di camicia, e con un’altra vesticciola di sopra succinta, che teneva nella sinistra alcuni frutti involti nel lembo della veste, e nella destra due galli con un serpente appresso, massime in Epidauro: ma i filiasi gli ponevano in mano una verga annodata da un serpente, e lo dimandavano Esculapio. Per la Salute formavano una donna assisa in alto seggio con una tazza in mano appresso un altare, sopra il quale era un serpe in sè ravvolto che alzava il capo. Per il primo rosseggiare del sole in oriente, finse Omero l’Aurora, con chiome bionde e dorate, sopra un seggio dorato, con la veste del medesimo colore. Altri gli posero in mano un’accesa facella, sopra un carro tirato dal cavallo Pegaso, con le ali; ed altri gli diedero due cavalli lucidi, mostrandola che al suo apparire tutta colorita spargesse per l’aria fiori, e rose gialle e vermiglie. Appresso gli egizj, per il Mondo si figurava un uomo coi piedi insieme ritorti ed annodati, e con una veste intorno che tutto lo copriva fatta di colori diversi, il quale sosteneva col capo una palla dorata. I medesimi solevano rappresentare l’Universo con due circoli l’uno sopra l’altro, attraversati con un serpente che aveva il capo di sparviero. Quelli che ministrano la giustizia facevano i tebani senza mani, e la Giustizia maschio e femmina. La Fortezza maschio, e la Temperanza femmina. Il Matrimonio figuravano col collo nel giogo, e con i piedi nei ceppi. Il Dio delle nozze chiamato Imeneo facevano giovane, coronato di fiori e di verde persa, con una facella nella destra mano, e nell’altra quel velo rosso o giallo con che coprivano la faccia delle spose, e due socchi gialli ai piedi, siccome lo descrive Catullo, dicendo:
Di vaghi fiori adorna
Di verde persa i crini
Vago Imeneo, e col bel velo in mano
A noi lieto ritorna,
Fa ch’a noi s’avvicini
Il tuo felice nume, perchè in vano
S’egli ci sta lontano
L’uom cerca di esser lieto
Di nuova prole e bella.
Vien dunque a noi con quella
Beata face, ond’è contento e queto
L’animo umano: or viene
Col piè, che a noi apporta dolce bene.
E Seneca di lui parlando, dice:
Tu che la notte con felice auspicio
Scacci, portando nella destra mano
La lieta e santa face, or vieni a noi
Tutto languido, ed ebbro; ma pria cingi
Di be’ fiori e di rose ambe le tempie.
Claudiano ancora in un suo Epitalamio lo descrive in questo modo:
Dagli occhi un soavissimo splendore
Esce, che a rimirarlo altrui contenta,
E i caldi rai del sole, e quel rossore,
Che ogni animo pudico tocca e tenta,
Spargon di bel purpureo colore
Le bianche gote alle qua’ s’appresenta
La lanugine prima accompagnata
Da bella chioma crespa ed indorata.
Pomona Dea dei frutti e fiori vestivano di veste dipinta a frutti e fiori, con una corona in capo tessuta parimenti di fiori e frutti, e massime di pomi. Vertunno, il quale fu finto amante suo, perciocchè pigliava diverse forme, secondo le varie stagioni dell’anno, ed era tenuto che porgesse l’occasione agli uomini di far qualunque cosa secondo il tempo, da Properzio è descritto con una corona in capo d’uve e di spiche, e nel resto in varie forme, secondo le occasioni che ci porge; onde lo induce a dire «io sarò uomo se la toga mi sarà data, e giovane se sarò in veste femminile, e mietitore se averò la falce e la fronte ornata di fieno»; onde vediamo che può ricevere tutte le forme, siccome egli canta in molti versi. La Ricchezza fu figurata nella maniera che Aristofane dipinge Pluto, cieca, zoppa, e che appena si muove: e da altri fu dipinta con acuta vista, pronta, e gagliarda in andare. La Pace in Atene fu fatta in forma di bella donna, che teneva in mano un fanciullo zoppo, ed un ramo di olivo: ed altri, come Tibullo, gli diedero una spica in mano, ed il seno colmo di frutti, dov’egli dice:
Viene alma Pace con la spica in mano,
E di bei frutti colma il bianco seno.
Alcuni anco la coronavano talora di lauro con ghirlande di rose, siccome a quella che prima aggiunse i buoi sotto il giogo; d’onde ne nacquero il grano, e tutto quello che dalla terra si raccoglie. La Concordia, oltre le altre forme che le furono date, fu figurata donna bellissima, che con la destra mano teneva una tazza, e nell’altra teneva il corno della copia, come si legge in Seneca:
Ed a colei che può del fero Marte
Stringer le sanguinose man, porgendo
Tregua e riposo alle nojose guerre,
E seco porta il corno della copia,
Faccisi sacrifìcio
Fu ancora fatta con uno scettro in mano, dal quale parevano nascere alcuni frutti; ed alle volte con le mani insieme aggiunte, in abito di vaga e bella matrona. La Speranza fecesi giovane, bella, con alcune spiche nella destra, e mirante con gli occhi alzati una luce che discende dal cielo. La Fede coperta d’un velo bianco, con due mani insieme giunte, ed un cane appresso, ovvero con due fìgurette che si davano la mano l’una l’altra. La Palestra, o vogliam dire il giuoco della lotta, era formata in modo che non si poteva giudicare se era fanciulla o fanciullo, tanto facevasi vaga con bionde chiome alquanto lunghe, col petto rilevato, e le braccia colorite, con un ramo di olivo in seno: e così la dipinse Filostrato, chiamandola figliuola di Mercurio. La Notte fu formata come donna di color fosco, con due grandi ali alle spalle nere, e spiegate in atto di volare, con una veste intorno dipinta a stelle, sopra un carro da quattro ruote tirato da destrieri neri, siccome leggiamo in Tibullo in que’ versi:
Datevi pur piacer, ch’ormai la Notte
I suoi destrieri ha giunto insieme, e viene
Correndo a noi dalle Cimmerie grotte.
E le Stelle di vaga luce piene
Seguono il carro della madre, quali
In cielo in bel drappel raccolte tiene.
Ed il Sonno spiegando le nere ali
Va lor dietro, e vi van l’incerti Sogni
Con piè non fermi, e passi disuguali.
Ed in altro modo fu dormendo scolpita in marmo ignuda maggior del naturale, insieme con l’Aurora, da Michelangelo, insieme con altre figure nella sacristia ducale di Fiorenza. La Sapienza, così di guerra come di pace, si faceva di faccia quasi virile, ed assai serena nell’aspetto, con occhi di color celeste, armata, secondo Omero, con un’asta lunga in mano, con uno scudo di cristallo al braccio, ed un elmo in testa coronato alle volte di olivo; secondo Apulejo, col cimiero d’una serpe, e le chiome alquanto lunghe, collo Spavento appresso, ed il Timore. E questa già fu fatta sotto nome di Minerva in Atene da Fidia, d’oro e di avorio, di altezza di ventisei cubiti, la forma della quale chiaramente si esprime nella naturale istoria da Plinio Secondo.
Della Dea della guerra detta Bellona, così ne parla Silio Italico:
Scuote l’accesa face, e ‘l biondo crine
Sparso di molto sangue, e va scorrendo
La gran Bellona per le armate squadre.
Altri la fecero simile e nell’abito e nell’armi a Minerva, ma più fiera, con lo scudo di ferro, e le armi più terse e minacciose, aggiungendogli Marte per auriga. Per il Terrore che spaventa e sforza gli uomini a ciò che si vuole, si dipingeva un uomo terribile col capo di leone; e cotale fu quello che era intagliato nello scudo di Agamennone. Ma i corintii ne dedicarono uno alli figliuoli di Medea con abito e con faccia di femmina, in atto spaventevole ed orribile. La Verità fu fatta donna bella e grande, onestamente ornata, tutta lucida e risplendente, con gli occhi chiari come due stelle. L’Opinione fu fatta donna non bella nè brutta, ma tutta audace e presta a tutto ciò che si gli rappresenta. La Virtù era una antica, ed una moderna: l’antica si adorava davanti al tempio dell’Onore, ed aveva l’ale, e sedeva come matrona sopra un sasso quadro, appoggiata ad una colonna col manco braccio, col destro un serpe: la moderna si dipingeva donna magra, mesta, addolorata, vestita con certi pochi stracci intorno, e battuta dalla Fortuna. La Volontà fu fatta giovane bella, tutta lasciva e vaga per gli artificiosi ornamenti che d’intorno aveva. L’Onore si rappresentava fanciullo, vestito di panno purpureo, con ghirlanda di lauro in capo, cui dava mano il Dio Cupido per menarlo alla Virtù, secondo l’Alciati. La Dea dei piaceri, appellata Voluttà, si rappresentava in forma di donna pallida in faccia, che in sembiante di regina sedeva in un alto seggio, e teneva sotto i piedi le Virtù. La Dea del silenzio, detta Angerona, si faceva, come dice Solino, colla bocca legata e suggellata. Il Silenzio chiamalo Arpocrate dai greci, e Sigalione dagli egizj, era figurato in forma di giovane che teneva il dito in bocca; ed anco si faceva senza faccia con un cappelletto in capo, ed intorno una pelle di lupo coperta d’occhi e di orecchie. II Furore era dipinto terribile nel viso, in atto di fremere, e si poneva a sedere sopra corazze, elmi, scudi, spade, ed altre armi, con le mani legate alle spalle con catene: ed in tale forma lo pose Virgilio nel tempio di Giano. Aristide descrive la Discordia col capo alto, con le labbra livide e smorte, con gli occhi biechi, guasti, e colmi di lagrime che di continuo rigano le gote pallide, che mai non tiene a sè le mani, ma sempre è pronta a muoverle, con le gambe e co’ piedi sottili e torti, e con un coltello cacciato nel petto. Virgilio di lei parlando, dice:
Annoda e stringe alla Discordia pazza
Il crin vipereo sanguinosa benda.
Pausania dice, che ella era una donna di faccia bruttissima, e tale fu rappresentata da Callifone samio nel tempio di Diana Efesia. La Calunnia che dipinse Apelle, secondo che ci racconta Luciano, era uno che stava sedendo a guisa di giudice, con le orecchie lunghe simili a quelle dell’asino, cui due donne, una per lato, mostravano di dir non so che pian piano: era una di queste l’Ignoranza, l’altra la Sospizione, e porgeva la mano alla Calunnia, che veniva a lui in forma di donna bella ed ornata, ma che nell’aspetto mostrava di essere tutta piena d’ira e di sdegno; ed aveva nella sinistra mano una facella accesa, e con la destra si tirava dietro per i capelli un giovane nudo, quale miserabilmente si doleva alzando le giunte mani al cielo. Andava innanzi a costei il Livore, cioè l’Invidia, che era un uomo vecchio magro e pallido, come che sia stato lungamente infermo; e dietro le venivano due donne, le quali parevano lusingarla, facendo festa della bellezza sua, ed adornandola tuttavia il più che potevano, e dimandavasi l’una Fraude, ed il nomo dell’altra era Insidia. Dietro a queste seguitava poi un’altra donna chiamata Penitenza, con certi pochi panni intorno tutti rotti e squarciati, che largamente piangendo si affliggeva oltra modo; e pareva volersene morire dalla vergogna, perchè vedeva venire la Verità. E qualunque vuole vederne una simile formata, vegga la stampa del moderno Federico Zuccaro, con grandissima arguzia e diligenza espressa. La Vittoria si faceva in forma di bella vergine con le ali, che con l’una mano porgeva una corona di lauro, e nell’altra teneva un ramo di palma. Per la Ebrietà facevasi un vecchio calvo e tutto raso, grasso e nudo, cinto di ghirlande di uva e di viti, con duo cornette che dalle tempie gli spuntavano. Altri lo fecero ancora giovane, tutto giocondo e nudo come Bacco.
Il Dio dei conviti si dipingeva giovane tutto bello in piedi che pareva dormire, con la guancia che gli cadeva sul petto, e la sinistra mano che gli cadeva sopra un’asta, alla quale stava appoggiata, ed una facella ardente nella destra, che ricadendo pareva che volesse ardergli una gamba, ed una ghirlanda di fiori in capo con molti altri fiori sparsi sotto i piedi. Priapo Dio degli orti, fu fatto per Dio della generazione in forma di uomo, con barba e chioma rabbuffata tutto ignudo, con una falce torta nella destra, e col membro dritto a guisa di fanciullo. I custodi dei luoghi, come i Dei Penati, si formavano in guisa di giovani, con abito ed ornamento militare, assisi con un pilo in mano. La Buona-Fortuna che dà i beni e le felicità, era rappresentata in abito di matrona col corno della dovizia in mano, e secondo Pausania, il quale afferma che tra le figure antiche non si trova la più principale di quella statua che fece Bupalo architetto e scultore agli smirnei, in forma di donna che sul capo aveva un polo, e con l’una delle mani teneva il corno della copia, con che si veniva a mostrare qual fosse l’uffizio della Fortuna, che è dare e tôrre le ricchezze rappresentate per lo corno di dovizia, le quali così si aggirano del continuo, come si aggira il cielo intorno ai due poli. E Lattanzio scrive, che ella teneva il corno della copia, e si gli poneva accanto un timone di nave. Nei marmi antichi si vede che sta a sedere come donna onestamente vestita in abito di matrona, mesta in vista e sconsolata, alla quale è davanti una giovane bella e vaga nell’aspetto, che le dà la destra mano, e di dietro è una fanciulla che sta con una mano appoggiata alla sede della matrona, la quale mostra la Passata-Fortuna, e perciò sta mesta. La giovane che le dà la mano è la Fortuna-Presente, e la fanciulla che è di dietro è quella che viene. Gli antichi ancora la fecero pelata dopo la nuca, con lunghissimi capelli, e velocissima al correre, come la scolpì Callistrato; altri la fecero senza piedi; altri di vetro; ed altri con due corna di copia rivoltati tra loro intorno al caducèo di Mercurio, con due ali di sopra al cappello in cima, per farci noto come la Buona-Fortuna non viene mai a noi se non col mezzo della Sapienza e Dottrina. La Mala-Fortuna, che dà le disavventure e travagli, si fa giovine spensierata, con le chiome sparse al vento, sopra una palla rotonda in atto di non sapere dove girsi, con un timone in mano. Ma altri gli ponevano una vela sopra una ruota fra le onde del mare; ed altri la involgevano in un panno sottile, nel quale aveva raccolto tutti gli ornamenti del mondo; ed altri la finsero cieca, pazza, incostante, volubile, e con le ali; siccome fu dipinta da Apelle, al quale essendo da un certo detto perchè non l’aveva fatta sedere, rispose, perchè ella non sapeva sedere. Nemesi che mostrava a ciascuno ciò che avesse a fare, fu fatta con le ali, con un timone accanto, ed una ruota sotto i piedi, che teneva un freno nell’una mano, e nell’altra un legno con che si misura, chiamato volgarmente braccio. La Giustizia era bella giovane, terribile nell’aspetto, nè superba nè umile, con occhi d’acuta vista, tutta ignuda, assisa sopra un sasso quadro, che con l’una mano teneva una bilancia, e con l’altra una spada ignuda; sebbene altri le posero ancora quel fascio di verghe legate con la scure, che portavano i littori avanti ai consoli romani. Fidia scolpì l’Occasione ignuda, coi piedi sopra una ruota, e con i capelli lunghi tutti raccolti sopra la fronte sì che la nuca restava scoperta, e le ali ai piedi come Mercurio, con una donna vestita di panni logori che dirottamente piangeva, chiamata la Penitenza. I greci chiamarono l’Occasione per tempo opportuno, e così chiamossi Cero, il quale si formava giovane nella sua più fiorita età, bello e vago, coi capelli al vento sparsi, e le mani e le braccia in atto di dar di piglio. Il Favore si formava giovane, con le ali, ma cieco, e con i piedi sopra una ruota. La Felicità rappresentarono i romani in guisa di donna sopra un bel seggio, col caducèo nella destra, ed un gran corno di dovizia nella sinistra. Per la oblivione dell’amor portatoci fecero il Dio d’amore, che spargeva acqua del fiume Lete sopra le bragie ardenti; e per l’amor diverso fecero puttini ignudi con l’ali, dei quali alcuni avevano in mano saette, altri lacci, ed altri facelle. Le Ore che stanno alla porta del cielo con Giano, e levano le briglie ai destrieri del Sole, stando ivi ad onorar Giove e le Parche, per lasciar di dire in che modo le abbiano descritte i poeti, dice Filostrato, che elle scese in terra vanno rivolgendo l’Anno, il quale è in forma di certa cosa rotonda, con le mani; dal quale rivolgimento viene che la terra produce poi di anno in anno tutto quello che nasce, e sono bionde vestite di veli sottilissimi, e camminano sopra le aride spiche tanto leggiermente, che non ne rompono o torcono pur una. Sono di aspetto soave e giocondo, cantano dolcissimamente, e nel rivolgere quell’orbe, palla, o circolo che sia, pare che porgano mirabile diletto ai riguardanti; e vanno come saltando quasi sempre, levando spesso in alto le belle braccia. Hanno i biondi crini sparsi alle spalle, le guancie colorite, come chi dal corso già si sente riscaldato, e gli occhi lucenti, ed al moversi presti. E perchè queste sono tenute una stessa cosa con le Grazie, dico, che elle da alcuni si facevano quattro per le quattro stagioni dell’anno, perchè tante erano le ore, coronandole con ghirlande, l’una di fiori, l’altra di spiche, la terza di uve e pampani, l’ultima di olivo; e finsero che Apollo le avesse nella man destra, perchè dal Sole viene le avversità delle stagioni. Altri antichi hanno voluto che le Grazie fossero due, ed altri tre, nel qual parere concorrono quasi tutti, e massima Esiodo, il quale fa che le tre Grazie siano compagne di Venere, siccome sue figliuole e di Bacco, e le nomina Eufrosine, Aglaja, e Talia, significando per la prima allegrezza e giocondità, per la seconda maestà e venustà, e per la terza piacevolezza. Queste furono da prima rappresentate vestite, e dopo nude verginelle liete e ridenti, con le mani insieme aggiunte, per mostrare che dove nasce il servizio, colà conviene che torni. Imperocchè si finge che una di loro faccia il servizio, l’altra lo riceve, e la terza ne rende il cambio. E tali furono già vedute grandi più del naturale nel portico di Atene scolpite di mano dell’uno dei due Socrati, o dello scultore e pittore, o dello scultore. Basta, che queste non cedeano per bellezza ad alcun’altra che in quel luogo fosse posta; ed ancora si vedono in Roma di marmo antico. Si veggono anco dipinte in Roma di mano di Raffaello insieme con altri Dei, della qual pittura ne vengono fuori in istampa i disegni con le sette Virtù tagliate da Marcantonio, che tutti sono eccellentemente fatti; e del Rosso ne vengono fuori da circa a venti Dei diligentemente formati. Di molte altre forme potrei recare quivi le descrizioni, come di Scia, così chiamata dal seminare; di Segesta; di Pandora, e del suo vaso; della Dea Carna; di Libitina Dea dei morti; del Crepuscolo scolpito da Michelangelo in Fiorenza col Giorno e la Natura, e di molte altre cose che si possono in gran parte studiare per gli autori citati nella genealogia dei Dei degli antichi, e nella sposizione dell’immagine loro che v’ha fatto Vincenzo Cartari, le quali io per brevità lascierò per esser troppo lunga faccenda, potendo con gli esempj allegati il pittore studioso facilmente da sè stesso ritrovarle, pur vedendo ed immaginando le figure antiche già scolpite, così in Roma descritta dal Mauro, come negli altri luoghi. E perciò lascierò anco di riferire la forma dei dodici Mesi, quattro dei quali fanno per le Stagioni, ed i loro istromenti ed abiti, i quali si veggono tuttavia in istampa disegnati da fiamminghi ed italiani. Ed avendoli a colorare, ci ha da servire la composizione dei colori, i quali si sono narrati nel capitolo delle pietre preziose, e nell’ultimo della teorica dei colori.

 

Nota:
*. In Trattato dell’arte de la pittura di Gio. Paolo Lomazzo milanese pittore. Diuiso in sette libri. Ne’ quali si contiene tutta la theorica, & la prattica d’essa pittura, Milano 1584, cap. XXIX.

 

 

 

 

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