STORIA E MITOLOGIA > Oriol Ribas, Miti e realtà del neopaganesimo russo contemporaneo, 2006 (1)

 

Oggi, ovunque in Europa, alcune associazioni tentano di ravvivare le tradizioni pagane. In questo ampio panorama, il caso russo è uno dei più particolari che si presentino, sia, inizialmente, a causa della vastità del Paese, sia, in seguito, per la repressione che ha colpito, nell’era sovietica, tutti i movimenti di riaffermazione nazionale o di identità. In ogni caso, il neopaganesimo, come tutti gli altri raggruppamenti che possono essere inclusi nella categoria del “nazionalismo”, come i neomonarchici zaristi, i nazionalisti bolscevichi o i diversi sostenitori di un nazionalismo forte, conosce indubbiamente una crescita considerevole in questo Paese immenso più che in altre regioni del continente, a esclusione del culto dell’antica religione scandinava in Islanda, dov’è mescolata ad alcuni elementi di origine moderna, come nella corrente “Ásatrú” (2), o la “riemersione” del paganesimo baltico in Lituania, per iniziativa del movimento “Romuva” (3).
Il viaggiatore curioso, che circola per le vie di Mosca e visita le librerie del centro, le botteghe di libri d’occasione o i punti di vendita delle riviste patriottiche, constaterà la pletora di pubblicazioni che fanno riferimento alle tradizioni pagane dell’antica “Rus’” (nome medioevale e scandinavo della Russia). Alcune di queste pubblicazioni riproducono e commentano i lavori di accademici o storici seri e istituzionali, altri riflettono la fantasia fertile e molto personale dei loro autori.
Di conseguenza, troviamo gruppi che celebrano rituali solstiziali nelle numerose foreste che coprono il territorio russo, come i seguaci di “Rodnovery” (“Fedeltà degli antenati”), ed erigono steli onorarie con l’effigie degli antichi dèi slavi.
Occorre tenere conto di un fatto: a differenza delle altre tradizioni europee come l’antico paganesimo greco-romano, o delle tradizioni celtiche o germaniche, noi sappiamo, alla fin fine, poche cose sul passato della Russia precristiana. Si sanno i nomi degli dèi, si conoscono anche alcuni rituali matrimoniali e funerari, ma mancano gli elementi fondamentali che si trovano in altre mitologie (come le saghe scandinave e le cosmogonie e leggende dell’antica Grecia) e che permetterebbero di comprendere con esattezza la “Weltanschauung” (4) degli Slavi dell’antichità. Ragione per la quale gli odierni neopagani russi si vedono costretti a riferirsi a miti relativamente moderni per legittimare le loro pratiche.
Il nostro articolo ha l’obiettivo di analizzare due miti di riferimento, i più importanti, allo scopo di vedere qual è la loro influenza negli ambienti pagani della Russia attuale. Il primo di questi miti si riferisce alla scoperta, alla fine degli anni Ottanta del XX secolo, delle rovine di Arkaim, un’antica città di piccole dimensioni, situata nella regione dei monti Urali. Il secondo mito si trova nel famoso Libro di Veles, che pretende di raccontare la storia del popolo russo dalla preistoria fino alla conversione al cristianesimo.

Arkaim: la Città del Sole
Nel 1987, un gruppo di archeologi dell’università russa di Chelyabinsk è andato a recuperare dei reperti sparpagliati, trovati precedentemente in un sito all’interno di una valle di cui era prevista l’inondazione dopo la costruzione di una diga a sud di monti Urali. La sorpresa degli archeologi fu grande quando, durante il loro lavoro, scoprirono i resti di una piccola città di forma circolare, con caratteristiche sconosciute fino ad allora, almeno in quella zona. Gli esami compiuti per stabilire la datazione rivelarono che essa risaliva al XVII-XX secolo prima dell’era cristiana. Gli archeologi russi hanno poi calcolato che la popolazione di quella piccola città doveva aggirarsi sui 2500 abitanti, una vera metropoli per l’epoca.

Il sito archeologico di Arkaim

La scoperta fece l’effetto di una bomba, non soltanto negli ambienti legati all’archeologia, ma anche nei cenacoli patriottici della Russia che stava vivendo gli ultimi anni del regime sovietico. Immediatamente, gli specialisti proclamarono Arkaim la culla del profeta persiano Zarathustra (5), cosa di fatto possibile, nonostante le distanze, se si tiene conto che i costruttori di questa piccola città erano effettivamente dei proto-indo-iraniani che erano stanziati a sud degli Urali prima di andare, con armi e bagagli, verso sud. Altre ipotesi hanno condotto gli archeologi a pensare che la località fosse un osservatorio astronomico simile a Stonehenge, ma di più vaste dimensioni.
In conclusione, le autorità hanno deciso di non costruire la diga e la scoperta fu annunciata urbi et orbi (6) in tutti i Paesi. Più tardi, gli archeologi hanno scoperto ancora altre vestigia di piccole città circolari in quella regione e hanno battezzato il complesso con il nome di “Cultura di Sintashta-Arkaim”, appartenente alla protostoria indo-iraniana. La scoperta non interessò soltanto gli specialisti delle scienze archeologiche ma anche, ovviamente, tutto il piccolo universo dei patrioti, che dopo la lunga parentesi sovietica, usciva dalla clandestinità e trovava così, per giustificare la sua visione del mondo, un’argomentazione pertinente, una prova tangibile. Una scoperta, con tali caratteristiche, non sfuggì affatto a tutti coloro che, a margine del recupero generale dell’ortodossia e del passato imperiale, cercavano riferimenti “nazionalizzabili” sui quali sostenersi.
Si è dunque proclamato che Arkaim fosse stata la capitale di un impero “ariano” esteso dalle pianure dell’Ucraina fino al centro della Siberia, che la popolazione di quest’impero fosse slava, e, infine, che negli antichi testi sacri, come l’Avesta persiano (7) o il controverso Libro di Veles, fosse citata l’esistenza di un centro come Arkaim. Da un lato, possiamo dire che è molto esagerato dichiarare “slava” una popolazione così antica e in un luogo così distante, ma, da un’altra parte, è assolutamente certo che elementi indo-ariani hanno svolto un ruolo importante nei territori del sud della Russia nel corso della protostoria. La presenza di popoli come gli Sciti, i Sàrmati e gli Osséti (o Álani, che oggi abitano il Caucaso) lo dimostra. Un’altra argomentazione pertinente è che tanto le lingue slave che quelle indo-iraniana appartengono al gruppo detto “satem” delle lingue indo-europee; le corrispondenze lessicali sono anche molto numerose, molto più che tra le altre lingue indo-europee.
Attualmente, Arkaim è una delle zone archeologiche meglio conservate in Russia, anche se ogni anno centinaia di turisti e di curiosi visitano il luogo, mentre gli archeologi continuano a scavare nei dintorni alla ricerca di nuovi indizi. Il 16 maggio 2005, il presidente russo Vladimir Putin ha visitato la località e si è interessato al suo buon stato di conservazione: l’interesse che dimostrano le autorità russe a questa località è importante affinché le vestigia rimangano ben conservate.

Il Libro di Veles
A differenza della località di Arkaim, il secondo elemento mitico del neopaganesimo russo contemporaneo, il Libro di Veles, suscita decisamente controversie, generate in seguito alle discussioni negli ambienti patriottici russi. Pochi universitari ritengono credibile il contenuto del Libro di Veles (“Velesova kniga” in russo) e molti dubitano della sua autenticità. Tuttavia, molto numerosi sono gli storici dilettanti e i ricercatori indipendenti che propagano l’idea della sua autenticità.
La storia della scoperta e della diffusione del Libro di Veles è sbalorditiva e rocambolesca. Tutto comincia nel 1919. Durante la guerra civile russa, un ufficiale dell’Armata Bianca, Izenbeck, scopre in un maniero abbandonato una serie di tavolette di legno sulle quali appaiono delle iscrizioni sconosciute. Nel 1924, esiliato a Bruxelles, Izenbeck affida le tavolette a Yurij Miroljubov, un altro russo bianco in esilio nella capitale belga. Miroljubov è paleografo e bizantinista di professione, fotografa le tavolette e ne trascrive il contenuto. Il testo è scritto, dice, in antico slavone, una variante dell’alfabeto cirillico, influenzata dalle rune scandinave (8).

Particolari del Libro di Veles
Il dio Veles (www.nhat-nam.ru)

Il testo comincia con un’invocazione al dio slavo Veles (9) e racconta la storia del popolo russo dal 20.000 circa a.C. fino alla conversione della Russia al cristianesimo, nel X secolo della nostra era. Si deduce che il testo è stato scritto da sacerdoti pagani tra il V e il IX secolo d.C. Ecco il riassunto della storia narrata: molti millenni fa, i più lontani antenati del popolo russo vivevano in un paese sulle rive del ghiacciato Oceano Artico (si noti la somiglianza con altri miti dell’antichità, come quello degli Iperborei, di Thule o del Veda indù (10)). A causa delle glaciazioni, furono obbligati a migrare verso le più calde zone meridionali. In occasione di quest’emigrazione, si sono divisi in clan e hanno combattuto contro altri popoli. Gli “Oriyani” o “Ariani”, nel Libro di Veles, sono messi in relazione con gli Slavi, perché questi, secondo il testo, procedono direttamente dalla stirpe ariana, al contrario di altri popoli come gli indo-iraniani, i germani, ecc. Questi Ariani (11) sarebbero andati verso la Cina, la Persia, poi la Mesopotamia, l’Egitto e il bacino mediterraneo, dove fondarono la città di Troia prima di affrontare i Greci. Più tardi, si fermarono definitivamente nella pianura russa e condussero una vita pacifica sotto il vincastro benevolo (12) dei loro dèi e dei loro monarchi, scontrandosi soltanto con gli invasori, come i Goti e le legioni romane dell’imperatore Traiano. Notiamo che il testo ci presenta i Romani e i Greci come barbari e assegna ai Russi un alto livello etico e un grado elevato di spiritualità. Il resto del documento evoca i re successivi di questa Russia mitica, come Bravlin (13) o Bus Belojar (14), che regnarono fino al nostro Alto Medioevo, cioè fino al momento in cui gli Scandinavi e i missionari bizantini misero fine a quella civilizzazione e crearono le condizioni della nascita della Russia tal quale la conosciamo ancora oggi.
Ritorniamo alla nostra epoca. Le tavolette di legno originali del Libro di Veles scomparvero durante la Seconda guerra mondiale: si parla di una confisca da parte dell’Ahnenerbe tedesca (15), interessata a possedere ogni specie di antichi documenti, si parla anche di un incendio che le avrebbe distrutte. Restano dunque le fotografie e le trascrizioni di Miroljubov (16). A partire dal 1957, alcuni membri dell’Accademia sovietica hanno iniziato a ricevere lettere di esiliati russi che parlavano del Libro di Veles e delle trascrizioni di Miroljubov. Furono anche inviate loro delle copie delle fotografie delle tavolette. La reazione degli accademici sovietici fu unanime: era, secondo loro, un falso, realizzato certamente verso la metà del XIX secolo.
Ciononostante, in un buon numero di ambienti come in alcuni cenacoli più nazionalistici delle Gioventù comuniste o anche del Partito comunista, il testo acquisì una certa popolarità. Le autorità non cessarono tuttavia di vigilare affinché il nazionalismo non riapparisse in alcun modo. Con la caduta dell’Unione sovietica nel 1991, più nulla impedì ai fanatici del Libro di Veles di rilanciare la pubblicazione del testo, accompagnata dai loro commenti e opinioni. Gli ambienti neopagani diventarono ipso facto (17) i recettori più avidi di tale letteratura esegetica. Fra gli esegeti più conosciuti, citiamo Aleksandr Asov che affermò, su riviste di storia e in programmi televisivi, l’autenticità del testo, che così si rivestì di un carattere eminentemente sacro.
Il nostro punto di vista è il seguente: il Libro di Veles contiene molte contraddizioni. In primo luogo, i primi frammenti daterebbero del V secolo della nostra era, in un’epoca in cui i popoli slavi non conoscevano alcun tipo di scrittura; in secondo luogo, nessun testo dell’antichità menziona gli attacchi degli “Oriyani” proto-russi; infine, il nostro scetticismo nasce dal fatto che il testo è scritto in una lingua magniloquente, che ricorda stranamente l’Antico Testamento.
Tuttavia, indipendentemente dal giudizio che si possa esprimere sul Libro di Veles e sulle peripezie della sua scoperta e del suo sfruttamento, non si può evitare il fatto che i miti, le leggende e le narrazioni sono di un’importanza capitale per gli uomini, soprattutto gli uomini d’oggi, perché occorre farli sognare mentre sono presi nel ritmo convulso della vita moderna, che distrugge e annienta le identità. Mostrare loro un passato dove tutto era possibile è dunque una buona cosa.

Bibliografia
V. Demin, Severnaya prarodina Rusi, Veche, Moskva 2005
I. Strogoff, Revolyutsia seychas!, Amphora, Moskva 2002
A. Asov, Slavyanskie Bogi I rozhdenie Rusi, Veche, Moskva 1999
W. Laqueur, La Centuria Negra, Anaya & Mario Muchnik, Madrid 1995

 

Note:
1. Oriol Ribas, Despertar pagano en Rusia: mitos y realidades – Mythes et réalités du néo-paganisme russe contemporain, in “Tierra y Pueblo – Terre & Peuple”, Bruxelles – Valencia, n. 13, ottobre 2006. Traduzione e note (N.d.T.): © associazione culturale Larici, 2007.
2. La corrente Ásatrú (parola norrena che significa “Fedeltà agli Asi”, la principale famiglia divina del pantheon nordico) costituisce una tradizione pagana principalmente nei Paesi di lingua tedesca. (N.d.T.)
3. Il termine Romuva – nome dato a una religione pagana politeista che sostiene la sacralità della natura e la venerazione degli antenati – deriva dall’antica lingua prussiana e significa “tempio” o “santuario”. La Romuva fu la religione di Stato del Granducato di Lituania fino al 1387, quando il Paese fu cristianizzato. La Romuva si può praticare liberamente in Lituania dal 1995, cioè dalla defintiiva indipendenza lituana, ottenuta sopo la caduta del regime sovietico che aveva sempre ostacolato la Romuva e perseguito i suoi adepti. (N.d.T.)
4. Il termine Weltanschauung (Visione del mondo) indica, nella filosofia e nella critica letteraria, la concezione del mondo propria di un individuo, di un popolo, di un’epoca storica, estesa anche a considerare la dimensione sovrapersonale di un determinato punto di vista. Di ciò fece uso il Terzo Reich, che fece risalire la propria visione del mondo e quanto messo in opera a un archetipo radicato nella storia e nella mitologia tedesca, cosicché la singola persona, una volta indottrinata, riusciva a staccarsi dalle personali visioni etiche e ad aderire pienamente agli ideali nazisti. (N.d.T.)
5. Zoroastro o Zarathustra (nome che significa “l’uomo dai vecchi cammelli”) visse nel VI-V secolo a.C. nella città di Battria, dove divenne sacerdote degli dèi, come il padre. A vent’anni cominciò una lunga peregrinazione in solitudine, durante la quale gli apparve un angelo ed ebbe la visione della lotta cosmica tra le forze del bene e del male, tra Dio e Satana, della resurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale e della continuazione dell’esistenza dopo la morte, nel paradiso o nell’inferno. Tornato a Battria cominciò a predicare ma l’indifferenza della gente lo portò nel regno di Corasmia, dove il re Vistaspa si convertì alla nuova religione monoteista di Zarathustra. Tuttavia i sacerdoti locali non accettarono la nuova dottrina e coalizzatisi con i principi vicini mossero guerra a Zarathustra, che soccombette e morì martire intorno al 553 a.C. Secondo la leggenda, la dottrina di Zarathustra fu scritta, ancora ai tempi del maestro e in un dialetto simile al sanscrito, con inchiostro d’oro su dodicimila pelli di bue e venne poi conservata nella biblioteca reale di Persepoli. Nessun originale ci è pervenuto, soltanto dei brani delle copie redatte circa seicento anni dopo da sacerdoti, sulla base di altri esemplari dell’Avesta. (N.d.T.)
6. In latino nel testo. (N.d.T.)
7. L’Avesta è il testo sacro della religione Zoroastriana. (N.d.T.)
8. Le rune, o caratteri runici, erano i segni dell’alfabeto degli antichi Scandinavi. (N.d.T.)
9. Non si hanno notizie precise sul dio russo Veles. Nelle antiche fonti, risulta il dio degli armenti e del bestiame, ma era più probabilmente un dio legato alla poesia e al vaticinio, alla magia e forse al mondo dei morti. (N.d.T.)
10. Gli Iperborei costituivano il mitico popolo vivente nell’estremo nord del mondo abitato e protetto dal dio Apollo. Thule (termine usato dai Romani per definire tutte le terre al di là del mondo conosciuto) è il luogo mitico citato dall'esploratore greco Pitea (Pytheas), nel IV secolo a.C., nei cui resoconti di viaggio si parla di una terra di fuoco e ghiaccio nella quale non tramonta mai il sole, situata a circa sei giorni di navigazione dall'odierno Regno Unito. Attualmente si suppone sia Trondheim, in Norvegia. Il mito – talvolta identificato con quello degli Iperborei – fu ripreso all’inizio del XX secolo per indicare il luogo d’origine della razza ariana e la sua superiorità. I Veda (“conoscenza” in sanscrito) costituiscono il più antico testo sacro a noi pervenuto e sono alla base della religione induista. Essi hanno lo scopo di vitalizzare e spiritualizzare ogni fase della vita e dell'attività dell'uomo per arrivare alla suprema conoscenza di Dio, o Brahman. (N.d.T.)
11. Sembra che il nome di Ariani (o Arii o Arya) se lo fossero scelto loro stessi, poiché il significato “i nobili” rendeva evidente il distacco che volevano porre fra loro e i popoli sottomessi. (N.d.T.)
12. Il vincastro è il bastone di vimine (vinco) o di ulivo usata dai pastori per guidare il gregge, tastare il terreno, difendersi, appendervi un sacco… Per analogia, sono chiamati “vincastro” il bastone delle più svariate forme in mano agli dèi e il pastorale del vescovo. (N.d.T.)
13. Il principe Bravlin era un grande feudatario della Rus’ che devastò la Crimea nell’VIII secolo, ma restò paralizzato quando profanò la tomba di santo Stefano a Surozh, guarendo soltanto dopo la restituituzione del maltolto e la sua conversione al cristianesimo. Il personaggio è molto probabilmente inventato perché Bravlin e la sua campagna in Crimea sono citati unicamente nella versione russa della Vita di Santo Stefano di Sugdaea (Surozh), scritta probabilmente nel XV-XVI secolo, ma pubblicata per la prima volta nel XIX secolo. Alcuni storici, tuttavia, ritengono che Bravlin sia effettivamente esistito, ma con altro nome. (N.d.T.)
14. Il principe Bus Belojar è il personaggio di una leggenda che collega la nascita della Rus’ alla tribù dei Rossoliani sàrmati. È citato, con le sue strepitose battaglie contro Unni, Romani e Goti (che lo uccisero) nel Canto della schiera di Igor, un poema epico considerato scritto alla fine del XII secolo, ma ritenuto dalla maggioranza degli storici un falso tardo-settecentesco, scritto per creare una cultura nazionale russa in grado di competere con quelle dell’Europa occidentale. (N.d.T.)
15. L'Ahnenerbe Forschungs und Lehrgemeinschaft (Società di ricerca ed insegnamento dell’eredità ancestrale) fu costituita a Berlino nel 1935 da Heinrich Himmler, capo delle SS del Reich, per svolgere ricerche riguardanti la storia antropologica e culturale della razza germanica, ricerche che si ampliarono a comprendere l’esoterismo e la magia nera. L’Ahnenerbe costituì una delle sezioni delle SS. (N.d.T.)
16. Secondo il racconto di Miroljubov, tutte le tavolette erano di dimensioni simili (38x22 cm circa), dello spessore di mezzo centimetro, e avevano un foro per far passare una stringa di cuoio che probabilmente le teneva insieme. Il testo era inciso con un punteruolo (o, secondo un’altra versione di Miroljubov, impresso a fuoco), e ricoperto con vernice o olio. Il testo proseguiva in linea accostando le tavolette (come nella scrittura indù devanagari), tra le quali era cucito un “rinforzo” del libro. Si conosce la trascrizione di una sola tavoletta. (N.d.T.)
17. In latino nel testo. (N.d.T.)

 

 

 

 

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