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STORIA > Giovan Battista Ramusio > Due viaggi in Tartaria per alcuni frati dell’ordine minore e di San Dominico, mandati da papa Innocenzio IIII nella detta provincia per ambasciatori l’anno 1247.

 

A metà del XIII secolo papa Innocenzo IV inviò quattro ambasciate al Gran Khan nel tentativo – alquanto ingenuo – di convertire i Tatari al cristianesimo o, quantomeno, averli alleati contro i musulmani. Il motivo era evidente: l’espansionismo dei Mongoli destava molta preoccupazione, poiché nel 1241-1242 avevano invaso l’Europa occidentale, espugnando città importanti, come Cracovia e Breslavia (Polonia), Spalato (Serbia) e Cattaro (Dalmazia).
fare clic per ingrandireLa prima spedizione fu affidata al frate francescano Giovanni da Pian del Carpine (italianizzazione di Iohannes de Plano Carpini, 1182-1250) che partì da Lione in Francia nel 1245 (
cliccare sulla foto per ingrandirla), attraversò Germania e Polonia e arrivò, passando da Kiev, fino all’accampamento imperiale di Sira Ordu presso Karakorum nell’agosto 1246, in tempo per assistere all’elezione del Gran Khan Guyuk, al quale fu consegnata la missiva del pontefice. Nonostante il risultato nullo (il Gran Khan si dichiarò imperatore di tutti i credenti e scrisse: «Voi abitanti dell'Occidente credete di essere i soli ad essere nella fede e disprezzate gli altri; ma in che modo sapete a chi Dio si degnerà di conferire la sua grazia?»), il papa insistette nell’inviare altre ambascerie ai Tatari. Quasi contemporaneamente a fra Giovanni, partì il frate domenicano Nicolò Ascelino da Cremona, che da Acri raggiunse il campo dell’Orda d’Oro passando dall’Armenia e dalla Georgia sul finire del 1247.
La cronaca qui riportata fu ripresa da Giovan Battista Ramusio dall’opera enciclopedica
Speculum maius (Lo specchio maggiore) del frate domenicano francese Vincent de Beauvais (1190?-1264), il quale, nella parte storica, aveva raccolto e messo assieme i resoconti di Giovanni da Pian del Carpine (Historia Mongolorum) e del frate Simon de Saint Quentin (Historia Tartarorum) che aveva accompagnato fra Ascelino.

 

Alli lettori

Correndo gli anni del Signore 1247, papa Innocenzio IIII, volendo retraer le genti barbare dalla tanta crudeltà che usavano verso gli uomini e massime cristiani, ancor che in ogni luogo si publicasse la cruciata, mandò ancor ambasciatori nelle parti orientali frati minori e predicatori, li quali, preso cammino per terra per la Polonia e Rossia, vennero in Tartaria, scrivendo diligentemente il loro viaggio e notando ciò che con proprii occhi avevano veduto e da molti cristiani che abitano nel paese fermamente inteso.

1. Del sito e qualità del paese de’ Tartari

Truovasi nelle parti orientali una provincia detta Mongal, overo Tartaria. Questa è situata da quella parte che l’oriente si congiunge con l’aquilone; e di qui è il paese di certi popoli che si dimandano Leitai e anche Solanghi. Da mezogiorno è la sede de li Saracini, fra l’oriente e mezogiorno abitano gli Humi, e da l’occidente li Naimani; dall’aquilone circonda il mare Oceano. In alcuni luoghi è montosa e in alcuni ha molte pianure, ma tutta quasi in ogni canto è piena d’arena. Non è fruttuosa nella centesima parte, percioché non può far frutto se non è irrigata da fiumi, che ivi rarissimi si truovano, onde né villaggi né città alcuna vi è edificata, salvo una che si dimanda Carcurim e si dice sufficientemente esser buona. Noi certo non abbiamo veduto quella, ma siamo stati vicino a meza dieta quando a Syraorda, che è la maggior corte de l’imperatore, dimorassimo. Avenga che questo paese sia molto sterile, nientedimeno è molto condecente a nutrir bestiami. Sono certi luoghi che hanno alquanti boschetti, e fuor di questi legname alcuno non si ritruova; per tanto cosí l’imperator come li principi e altri s’acconciano a sedere in terra, cuocono le loro vivande con sterco di buoi e cavalli. L’aere è mirabilmente inordinato: a meza estate tuoni, lampi e saette, donde molti allora periscono, e cadono le nevi alte per li campi. Sono eziandio in questo paese sí freddi e crudeli venti che alle fiate non si può appena cavalcare, onde quando fossimo a orda, che cosí chiamano le stanze dell’imperadore e principe, per il gran vento giacevamo gettati in terra, e per la gran polvere che ‘l vento inalzava nulla vedevamo. Mai nell’inverno piove, ma spesso nella estate, e cosí poco che appena la polvere e radice d’erbe si possono inaquare. Qui ancora cade molte volte grande tempesta, e questo noi vedemmo quando l’imperator, dopo la elezione, si doveva poner nella sedia regale, nel qual tempo cadde tanta tempesta che 160 uomini nella corte furono percossi. Vi è ancora ne la estate un gran caldo, e di subito freddo grandissimo.

 

 

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