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| STORIA > Giovan Battista Ramusio > Due viaggi in Tartaria per alcuni frati dell’ordine minore e di San Dominico, mandati da papa Innocenzio IIII nella detta provincia per ambasciatori l’anno 1247.
A
metà del XIII secolo papa Innocenzo IV inviò quattro
ambasciate al Gran Khan nel tentativo – alquanto ingenuo – di convertire
i Tatari al cristianesimo o, quantomeno, averli alleati contro i musulmani.
Il motivo era evidente: l’espansionismo dei Mongoli destava molta
preoccupazione, poiché nel 1241-1242 avevano invaso l’Europa
occidentale, espugnando città importanti, come Cracovia e Breslavia
(Polonia), Spalato (Serbia) e Cattaro (Dalmazia).
Alli lettori Correndo gli anni del Signore 1247, papa Innocenzio IIII, volendo retraer le genti barbare dalla tanta crudeltà che usavano verso gli uomini e massime cristiani, ancor che in ogni luogo si publicasse la cruciata, mandò ancor ambasciatori nelle parti orientali frati minori e predicatori, li quali, preso cammino per terra per la Polonia e Rossia, vennero in Tartaria, scrivendo diligentemente il loro viaggio e notando ciò che con proprii occhi avevano veduto e da molti cristiani che abitano nel paese fermamente inteso. 1. Del sito e qualità del paese de’ Tartari Truovasi nelle parti orientali una provincia detta Mongal, overo Tartaria. Questa è situata da quella parte che l’oriente si congiunge con l’aquilone; e di qui è il paese di certi popoli che si dimandano Leitai e anche Solanghi. Da mezogiorno è la sede de li Saracini, fra l’oriente e mezogiorno abitano gli Humi, e da l’occidente li Naimani; dall’aquilone circonda il mare Oceano. In alcuni luoghi è montosa e in alcuni ha molte pianure, ma tutta quasi in ogni canto è piena d’arena. Non è fruttuosa nella centesima parte, percioché non può far frutto se non è irrigata da fiumi, che ivi rarissimi si truovano, onde né villaggi né città alcuna vi è edificata, salvo una che si dimanda Carcurim e si dice sufficientemente esser buona. Noi certo non abbiamo veduto quella, ma siamo stati vicino a meza dieta quando a Syraorda, che è la maggior corte de l’imperatore, dimorassimo. Avenga che questo paese sia molto sterile, nientedimeno è molto condecente a nutrir bestiami. Sono certi luoghi che hanno alquanti boschetti, e fuor di questi legname alcuno non si ritruova; per tanto cosí l’imperator come li principi e altri s’acconciano a sedere in terra, cuocono le loro vivande con sterco di buoi e cavalli. L’aere è mirabilmente inordinato: a meza estate tuoni, lampi e saette, donde molti allora periscono, e cadono le nevi alte per li campi. Sono eziandio in questo paese sí freddi e crudeli venti che alle fiate non si può appena cavalcare, onde quando fossimo a orda, che cosí chiamano le stanze dell’imperadore e principe, per il gran vento giacevamo gettati in terra, e per la gran polvere che ‘l vento inalzava nulla vedevamo. Mai nell’inverno piove, ma spesso nella estate, e cosí poco che appena la polvere e radice d’erbe si possono inaquare. Qui ancora cade molte volte grande tempesta, e questo noi vedemmo quando l’imperator, dopo la elezione, si doveva poner nella sedia regale, nel qual tempo cadde tanta tempesta che 160 uomini nella corte furono percossi. Vi è ancora ne la estate un gran caldo, e di subito freddo grandissimo.
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