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STORIA > Giovan Battista Ramusio > Viaggio del beato Odorico da Udine, dell’ordine de’ frati minori; delle usanze, costumi e nature di diverse nazioni e genti del mondo; e del martirio di quattro frati dell’ordine predetto, qual patirono tra gl’infedeli, 1330

 

fare clic per ingrandireIl frate francescano Odorico Mattiussi o Mattiuzzi (Villanova di Pordenone 1265 - Udine 1331) è ricordato per il fervore con cui andò in missione in Asia Minore tra i Tatari, in India e in Cina, meritandosi il titolo di “apostolo dei Cinesi”. Odorico da Pordenone (così lo si chiama oggi) fu proclamato beato da papa Benedetto XIV il 2 luglio 1755. Il suo viaggio avvenne nel 1318: si imbarcò a Venezia per Costantinopoli, attraversò il Mar Nero e, per via di terra, raggiunse il Golfo Persico. S’imbarcò di nuovo e arrivò in India (dove a Tana, presso Bombay, ritrovò i resti di quattro frati francescani massacrati nel 1321), in Indonesia e, infine, in Cina. Sbarcato a Canton, raggiunse Khanbaliq, la capitale dell’immenso impero, dove arrivò nel 1325, dopo sette anni di viaggio. A Khanbaliq (Pechino) rimase per tre anni, dedicandosi a una delle comunità cristiane fondate dal francescano Giovanni da Montecorvino alla fine del Duecento, poi, passando per il Tibet, ritornò in Italia, dove giunse nel 1330. Nello stesso anno, a Padova, dettò la relazione del suo viaggio al confratello Guglielmo da Solagna, che la volse in latino.

 

Quantunque molti scrittori, quali hanno scritto del sito de la terra, abbino ancora detto delle usanze, costumi e natura di diversi popoli, nazioni e genti di esse, nondimeno, avendo io deliberato passar di là dal mar verso le parti orientali, acciò facessi alcun frutto nella salute dell’anime, mi è parso cosa lecita dire molte cose degne di grande ammirazione, come quello ch’avendole viste e intese possa fedelmente scriverne.
Dico dunque che, passando il mar Maggior, me ne andai in Trabisonda, anticamente chiamata Ponto Euxino. Questa terra è molto ben situata ed è porto e quasi scala di Persiani, di Medi e di tutti quelli che sono di là dal mare. Qui vidi cosa che molto mi piacque: eravi un uomo qual menava seco piú di quattromilla pernici, ed esso camminava a piedi per terra, e quelle lo seguivano volando per l’aere; e se ne andavano ad un certo castello chiamato Zanga, lontano da Trabisonda tre giornate. Queste pernici erano di tal sorte che, volendo il dito uomo riposarsi, tutte, a guisa de polli, intorno di lui s’acconciavano; e cosí le conduceva in Trabisonda, sino al palazzo dell’imperatore, ove egli eleggeva quante ad esso piacevano, e l’altre da novo menava al loco di dove prima l’aveva tolte. Sopra la porta di questa città è posto il corpo di s. Atanasio, quello dico qual compose il simbolo qual comincia: “Quicunque vult salvus esse etc.”.
Ora, da quivi partendomi, me ne andai nell’Armenia maggiore, ad una città domandata Acron, città certamente buona; e per il tempo passato fu molto ricca e abondevole di carne, pane e di molte altre vettovaglie, eccetto che di frutti; e oggidí in quello stato di abondanzia e suo esser sarebbe, quando da gente tartaresche e moresche non fusse stata destrutta. Questa dicono esser la piú alta terra che al presente sia nel sito del mondo. Ha ancora buone acque, imperoché le vene dalle quale esse acque sorgono e nascono hanno origine e capo dal fiume Eufrate, distante dalla detta città una giornata; e da quello le acque per ditte vene pianamente trascorrono insino ad essa. Questa ancora ci diede mezo per andar in Tauris città.
Di qua partendomi, andai in un certo monte chiamato Sollisaculo, nella contrata del quale è il monte Gordico, dove Noè insieme con l’arca dopo la cessazione del diluvio si posò; lo quale, quando dalla compagnia con la quale io era fosse stato aspettato, con desiderio arei asceso. Nondimeno volendo, non ostante questo, salirvi, le genti della predetta contrada che ivi erano dicevano mai in alcun tempo alcuno aver possuto né poter salirvi, dicendo questo parere che non da altro procedesse, eccetto dal voler dell’altissimo e grande Iddio, al qual credemo, come se dice, che non piaccia che niuno vi salisca.
E da questa contrada e preditti monti partendomi, me n’andai in Tauris, anticamente chiamata Susi, città grande e regale e in bel sito posta, qual fu sotto il dominio di Assuero re: dove si dice esser l’Arbor secca in una mosceta, che vuol dire una chiesa di saraceni.
Questa città è la miglior per traffico di mercanzia che altra città qualsivoglia al mondo, essendo che non si trovano oggi cose, sí per il vitto dell’uomo come per altro uso, e sorte di mercanzia delle quali non sia copiosamente abondevole, e talmente che è quasi incredibile a credersi della tanta copia delle cose che ivi si trovano. Molti mercanti, sí convicini come di varii e diversi paesi, e quasi d’ogni parte del mondo, concorrono in la predetta per causa di mercanzia e uso de’ lor mercimonii. Di questa intendeno coloro che dicono che ‘l suo re ha piú intrata e rendita da essa sola che il re di Francia di tutto il suo regno. Non troppo lungi di quivi è un monte di sale, qual dà grande copia di sale a essa città, del quale ciascuno quanto gli fa di bisogno può senza pagarlo torre. In questa città ancora vi è un gran numero di cristiani di ciascuno paese e nazione, alli quali essi mori sono signori e dominano. Vi sono molte altre cose quali io, per fuggir la longhezza, lasso di scriverle. Da questa città partendomi, camminando per dieci giorni arrivai in una città domandata Soldania, dove il re de’ Persiani nel tempo de l’estate dimora, e di là, venuto lo inverno, si parte ad invernare in una certa contrada di sopra il mar Bacud. Questa città è grande e ha in sé molte buone acque, e in essa si portano molte e grande mercanzie per vendersi.

 

 

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