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STORIA > Oriol Ribas, Miti e realtà del neopaganesimo russo contemporaneo

 

Il Libro di Veles

A differenza della località di Arkaim, il secondo elemento mitico del neopaganesimo russo contemporaneo, il Libro di Veles, suscita decisamente controversie, generate in seguito alle discussioni negli ambienti patriottici russi. Pochi universitari ritengono credibile il contenuto del Libro di Veles (“Velesova kniga” in russo) e molti dubitano della sua autenticità. Tuttavia, molto numerosi sono gli storici dilettanti e i ricercatori indipendenti che propagano l’idea della sua autenticità.

fare clic per ingrandireLa storia della scoperta e della diffusione del Libro di Veles è sbalorditiva e rocambolesca. Tutto comincia nel 1919. Durante la guerra civile russa, un ufficiale dell’Armata Bianca, Izenbeck, scopre in un maniero abbandonato una serie di tavolette di legno sulle quali appaiono delle iscrizioni sconosciute. Nel 1924, esiliato a Bruxelles, Izenbeck affida le tavolette a Yurij Miroljubov, un altro russo bianco in esilio nella capitale belga. Miroljubov è paleografo e bizantinista di professione, fotografa le tavolette e ne trascrive il contenuto. Il testo è scritto, dice, in antico slavone, una variante dell’alfabeto cirillico, influenzata dalle rune scandinave. (8)

fare clic per ingrandireIl testo comincia con un’invocazione al dio slavo Veles (9) e racconta la storia del popolo russo dal 20.000 circa a.C. fino alla conversione della Russia al cristianesimo, nel X secolo della nostra era. Si deduce che il testo è stato scritto da sacerdoti pagani tra il V e il IX secolo d.C. Ecco il riassunto della storia narrata: molti millenni fa, i più lontani antenati del popolo russo vivevano in un paese sulle rive del ghiacciato Oceano Artico (si noti la somiglianza con altri miti dell’antichità, come quello degli Iperborei, di Thule o del Veda indù. (10)) A causa delle glaciazioni, furono obbligati a migrare verso le più calde zone meridionali. In occasione di quest’emigrazione, si sono divisi in clan e hanno combattuto contro altri popoli. Gli “Oriyani” o “Ariani”, nel Libro di Veles, sono messi in relazione con gli Slavi, perché questi, secondo il testo, procedono direttamente dalla stirpe ariana, al contrario di altri popoli come gli indo-iraniani, i germani, ecc. Questi Ariani (11) sarebbero andati verso la Cina, la Persia, poi la Mesopotamia, l’Egitto e il bacino mediterraneo, dove fondarono la città di Troia prima di affrontare i Greci. Più tardi, si fermarono definitivamente nella pianura russa e condussero una vita pacifica sotto il vincastro benevolo (12) dei loro dèi e dei loro monarchi, scontrandosi soltanto con gli invasori, come i Goti e le legioni romane dell’imperatore Traiano. Notiamo che il testo ci presenta i Romani e i Greci come barbari e assegna ai Russi un alto livello etico e un grado elevato di spiritualità. Il resto del documento evoca i re successivi di questa Russia mitica, come Bravlin (13) o Bus Belojar, (14) che regnarono fino al nostro Alto Medioevo, cioè fino al momento in cui gli Scandinavi e i missionari bizantini misero fine a quella civilizzazione e crearono le condizioni della nascita della Russia tal quale la conosciamo ancora oggi.

Ritorniamo alla nostra epoca. Le tavolette di legno originali del Libro di Veles scomparvero durante la Seconda guerra mondiale: si parla di una confisca da parte dell’Ahnenerbe tedesca, (15) interessata a possedere ogni specie di antichi documenti, si parla anche di un incendio che le avrebbe distrutte. Restano dunque le fotografie e le trascrizioni di Miroljubov. (16) A partire dal 1957, alcuni membri dell’Accademia sovietica hanno iniziato a ricevere lettere di esiliati russi che parlavano del Libro di Veles e delle trascrizioni di Miroljubov. Furono anche inviate loro delle copie delle fotografie delle tavolette. La reazione degli accademici sovietici fu unanime: era, secondo loro, un falso, realizzato certamente verso la metà del XIX secolo.

Ciononostante, in un buon numero di ambienti come in alcuni cenacoli più nazionalistici delle Gioventù comuniste o anche del Partito comunista, il testo acquisì una certa popolarità. Le autorità non cessarono tuttavia di vigilare affinché il nazionalismo non riapparisse in alcun modo. Con la caduta dell’Unione sovietica nel 1991, più nulla impedì ai fanatici del Libro di Veles di rilanciare la pubblicazione del testo, accompagnata dai loro commenti e opinioni. Gli ambienti neopagani diventarono ipso facto (17) i recettori più avidi di tale letteratura esegetica. Fra gli esegeti più conosciuti, citiamo Aleksandr Asov che affermò, su riviste di storia e in programmi televisivi, l’autenticità del testo, che così si rivestì di un carattere eminentemente sacro.

Il nostro punto di vista è il seguente: il Libro di Veles contiene molte contraddizioni. In primo luogo, i primi frammenti daterebbero del V secolo della nostra era, in un’epoca in cui i popoli slavi non conoscevano alcun tipo di scrittura; in secondo luogo, nessun testo dell’antichità menziona gli attacchi degli “Oriyani” proto-russi; infine, il nostro scetticismo nasce dal fatto che il testo è scritto in una lingua magniloquente, che ricorda stranamente l’Antico Testamento.

Tuttavia, indipendentemente dal giudizio che si possa esprimere sul Libro di Veles e sulle peripezie della sua scoperta e del suo sfruttamento, non si può evitare il fatto che i miti, le leggende e le narrazioni sono di un’importanza capitale per gli uomini, soprattutto gli uomini d’oggi, perché occorre farli sognare mentre sono presi nel ritmo convulso della vita moderna, che distrugge e annienta le identità. Mostrare loro un passato dove tutto era possibile è dunque una buona cosa.


Bibliografia
V. Demin, Severnaya prarodina Rusi, Veche, Moskva 2005
I. Strogoff, Revolyutsia seychas!, Amphora, Moskva 2002
A. Asov, Slavyanskie Bogi I rozhdenie Rusi, Veche, Moskva 1999
W. Laqueur, La Centuria Negra, Anaya & Mario Muchnik, Madrid 1995


 

Note:
8. Le rune, o caratteri runici, erano i segni dell’alfabeto degli antichi Scandinavi. (N.d.T.)

9. Non si hanno notizie precise sul dio russo Veles. Nelle antiche fonti, risulta il dio degli armenti e del bestiame, ma era più probabilmente un dio legato alla poesia e al vaticinio, alla magia e forse al mondo dei morti. (N.d.T.)

10. Gli Iperborei costituivano il mitico popolo vivente nell’estremo nord del mondo abitato e protetto dal dio Apollo. Thule (termine usato dai Romani per definire tutte le terre al di là del mondo conosciuto) è il luogo mitico citato dall'esploratore greco Pitea (Pytheas), nel IV secolo a.C., nei cui resoconti di viaggio si parla di una terra di fuoco e ghiaccio nella quale non tramonta mai il sole, situata a circa sei giorni di navigazione dall'odierno Regno Unito. Attualmente si suppone sia Trondheim, in Norvegia. Il mito – talvolta identificato con quello degli Iperborei – fu ripreso all’inizio del XX secolo per indicare il luogo d’origine della razza ariana e la sua superiorità. I Veda (“conoscenza” in sanscrito) costituiscono il più antico testo sacro a noi pervenuto e sono alla base della religione induista. Essi hanno lo scopo di vitalizzare e spiritualizzare ogni fase della vita e dell'attività dell'uomo per arrivare alla suprema conoscenza di Dio, o Brahman. (N.d.T.)

11. Sembra che il nome di Ariani (o Arii o Arya) se lo fossero scelto loro stessi, poiché il significato “i nobili” rendeva evidente il distacco che volevano porre fra loro e i popoli sottomessi. (N.d.T.)

12. Il vincastro è il bastone di vimine (vinco) o di ulivo usata dai pastori per guidare il gregge, tastare il terreno, difendersi, appendervi un sacco... Per analogia, sono chiamati “vincastro” il bastone delle più svariate forme in mano agli dèi e il pastorale del vescovo. (N.d.T.)

13. Il principe Bravlin era un grande feudatario della Rus’ che devastò la Crimea nell’VIII secolo, ma restò paralizzato quando profanò la tomba di santo Stefano a Surozh, guarendo soltanto dopo la restituituzione del maltolto e la sua conversione al cristianesimo. Il personaggio è molto probabilmente inventato perché Bravlin e la sua campagna in Crimea sono citati unicamente nella versione russa della Vita di Santo Stefano di Sugdaea (Surozh), scritta probabilmente nel XV-XVI secolo, ma pubblicata per la prima volta nel XIX secolo. Alcuni storici, tuttavia, ritengono che Bravlin sia effettivamente esistito, ma con altro nome. (N.d.T.)

14. Il principe Bus Belojar è il personaggio di una leggenda che collega la nascita della Rus’ alla tribù dei Rossoliani sàrmati. È citato, con le sue strepitose battaglie contro Unni, Romani e Goti (che lo uccisero) nel Canto della schiera di Igor, un poema epico considerato scritto alla fine del XII secolo, ma ritenuto dalla maggioranza degli storici un falso tardo-settecentesco, scritto per creare una cultura nazionale russa in grado di competere con quelle dell’Europa occidentale. (N.d.T.)

15. L'Ahnenerbe Forschungs und Lehrgemeinschaft (Società di ricerca ed insegnamento dell’eredità ancestrale) fu costituita a Berlino nel 1935 da Heinrich Himmler, capo delle SS del Reich, per svolgere ricerche riguardanti la storia antropologica e culturale della razza germanica, ricerche che si ampliarono a comprendere l’esoterismo e la magia nera. L’Ahnenerbe costituì una delle sezioni delle SS. (N.d.T.)

16. Secondo il racconto di Miroljubov, tutte le tavolette erano di dimensioni simili (38x22 cm circa), dello spessore di mezzo centimetro, e avevano un foro per far passare una stringa di cuoio che probabilmente le teneva insieme. Il testo era inciso con un punteruolo (o, secondo un’altra versione di Miroljubov, impresso a fuoco), e ricoperto con vernice o olio. Il testo proseguiva in linea accostando le tavolette (come nella scrittura indù devanagari), tra le quali era cucito un “rinforzo” del libro. Si conosce la trascrizione di una sola tavoletta. (N.d.T.)

17. In latino nel testo. (N.d.T.)

 

 

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