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STORIA > Salvatore Rotta, Russia 1739: il filosofo sedentario e il filosofo viaggiatore (1)


Professore di Storia moderna prima nell’università di Pisa (1969-1980) e poi in quella di Genova (1980-1999), Salvatore Rotta (1926-2001) è stato considerato uno dei maestri della storiografia italiana sul Settecento e uomo di eccezionale cultura e dai metodi di ricerca inusuali. Infatti, ha sempre posto in primo piano non il “sistema”, ma la creatività e l’intelligenza dei singoli nello studiare, innovare e operare, in modo originale, per il meglio della propria società della prorpia cultura. Anche in ambito didattico «dove prevaleva un interesse per la storia economico-sociale, le istituzioni e l’amministrazione, - ha ricordato Rolando Minuti, prima studente e poi collaboratore di Rotta - Salvatore Rotta proponeva una storia di confine tra letteratura, filosofia, politica, in cui la “storia delle idee” acquisiva un ruolo centrale, ben distinto tuttavia da una tradizionale “storia delle dottrine” in quanto profondamente ancorato alle esperienze vissute degli uomini, ai loro progetti, alle loro contraddizioni, ed ai processi collettivi che questi erano stati in grado di promuovere».
Il saggio
Russia 1739… lo dimostra: lo studio puntuale delle opere degli italiani Paolo Mattia Doria e Francesco Algarotti è accompagnata dall’analisi del periodo e dei personaggi, con le loro debolezze e le loro ambizioni. È però un testo che non si conclude nella disciplina storiografica (come le quasi 170 note fanno pensare), perché scritto in forma godibilissima anche per chi non ha competenze specifiche.

 

Il filosofo sedentario è Paolo Mattia Doria. Nato a Genova il 24 febbraio 1667, era figlio di Giacomo e di Maria Cecilia Spinola, donna di gran casato e piena dei pregiudizi del suo stato (1). Costretto nel 1690 a portarsi a Napoli per recuperare certi suoi crediti, tanto gli piacque l’atmosfera intellettuale del Regno che non se ne mosse più per tutto il tempo che visse (morì nel 1746). Non accettò neppure il pressante invito, fattogli nel 1730, dal generale sassone Johann Mathias von Schulenburg (1661-1747) a visitare Corfù che costui, passato al servizio di Venezia dopo aver militato in tutti gli eserciti d’Europa, aveva abilmente difeso contro i Turchi nel 1716: per il Doria l’azione più brillante di questo sperimentatissimo uomo di guerra (2).

Amicissimo del Vico, nel 1709 aveva pubblicato quel suo trattato della Vita civile, che, a parere del più accurato radiografo dell’opera del Montesquieu, Robert Shackleton, sarebbe una delle fonti dell’Esprit des lois (3). In ogni caso, anticipa senza dubbio alcune delle tesi fondamentali dell’opera francese, apparsa – si sa – nel 1748. Il Doria fu scrittore copioso di filosofia politica e, ahimè, di matematica. I testi che ci interessano sono quattro, due editi, due inediti: Il capitano filosofo, (4) ponderoso trattato di teoria militare uscito nel 1739; le Lettere, e ragionamenti varj, apparso nel 1741, dove si legge un esame critico dell’Histoire de Charles XII del Voltaire pubblicata dieci anni avanti; due opere lasciate inedite dall’autore tra i tanti suoi manoscritti, tratte in luce di recente, tra il 1981 e il 1982, e in modo non proprio impeccabile, da un gruppo di studiosi dell’Università di Lecce: il Politico alla moda del 1739 (che già aveva ricevuto miglior cura nelle mani di Vittorio Conti) e Il commercio mercantile del 1742: una delle sue ultime opere (5). Che il Doria fosse osservatore politico acuto si può dimostrare, per esempio, con un passo del Politico alla moda sulla Prussia. Re ne era ancora Federico Guglielmo I, il creatore maniacale del potentissimo esercito prussiano: “Pare che egli aspiri – commenta il Doria – ad ingrandire il suo stato [...] con l’acquisto della Slesia, quando si divideranno li stati ereditarj dell’Imperatore” (6). Federico Guglielmo, alieno d’altra parte a sciupare con una guerra quella sua perfettissima macchina, premorì a Carlo l’anno successivo. E l’invasione della Slesia, fosse questa o no nei piani dei defunto re, fu a ogni modo il primo atto del nuovo: Federico II.

I due saggi nutriti che ho pubblicato su questo autore mi consentono di essere breve. Bestia nera dell’ultimo Doria, dell’autore cioè del Commercio mercantile (non a caso proprio in quest’opera egli si fece propugnatore della disobbedienza civile (7)) era la politica “mercantile” del suo tempo, espressione che in lui non connota un sistema di scambi, ma un modo perverso di concepire i rapporti politici: quelli tra governanti e governati, quelli tra stato e stato, quello degli ordini all’interno degli stati, quelli infine tra uomo e uomo. Proprio quel gran mercanteggiare, quel disporre della vita dei popoli senza minimamente consultarli, quel passarseli di mano in mano era ciò che più faceva ardere di sdegno il Doria. Quei prìncipi bassamente calcolatori, che non coltivavano altro disegno politico che quello di arricchire il loro erario privato, non erano forse più simili a mercanti – e a mercanti indegni, perché mancatori di fede – che a guide e mantenitori di quegli organismi delicati, sempre pronti a esplodere a causa delle tensioni interne e della naturale turbolenza degli uomini che sono le società politiche? Caso esemplare di questa “mercantilizzazione” della politica: la Russia. La sua situazione internazionale era, prima dell’avvento di Pietro, del tutto marginale. Paese vastissimo sembrava che fosse “utilissimo più che niun altro regno del mondo dei commercio” e capace “d’inondare l’Europa”. Ma era purtroppo spopolato (“a cagione che è stato governato da i loro czari con tirannia, era poco men che tutto spopolato” tranne “quelli paesi che sono vicini al fiume Volga”). Non era stato perciò temibile da parte dell’Europa: “un’inondazione de’ soli moscoviti” era allora impensabile. Il clima rigidissimo non favoriva d’altra parte il commercio con i forestieri; e meno ancora lo favoriva il bassissimo livello culturale delle popolazioni: “Li popoli [...] sono stati incolti sino alla venuta di Pietro Alexiovitz nelle virtù militari e nelle civili, e sono stati trattati dai loro czari ad uso di bestie, onde poi essi stessi hanno vissuto più come bestie che come uomini, hanno avuto pessimi costumi ed inurbani, nelle conversazioni altro non facevano che ubbriacarsi e poi si cadevano a terra”. Le donne non facevano eccezione. Sul piano militare erano stati vulnerabilissimi. Nelle molte guerre combattute con i Polacchi “sono sempre stati battuti sin’a tanto che li Polacchi hanno dato il sacco a Mosca”; e pochissima perizia e scarsa disciplina avevano dimostrato nei frequenti conflitti col Turco. Di questa incapacità militare è prova il fatto che Carlo XII, nel 1700, poté battere a Narva con soli ottomila svedesi un esercito russo dieci volte superiore. Né migliore era la situazione religiosa. Greci scismatici, erano “osservantissimi” dei riti e delle “penitenze esteriori” e obbedientissimi dello zar e del loro patriarca; ma i loro costumi erano pessimi. Le tre quaresime all’anno che facevano e tutte le messe che sentivano non li facevano migliori: “in mezzo alla loro ignoranza ed alla loro barbarie sono maliziosissimi, infedeli nel commercio e cattivi uomini”. La loro non era religione, ma “superstizione”; e c’era da augurarsi che tanta ipocrisia non finisse per attecchire tra i cattolici romani.


 

Note:
*. S. Rotta, Russia 1739: il filosofo sedentario e il filosofo viaggiatore, in M.L. Dodero e M.C. Bragone (a cura di), Settecento russo e italiano, MG Print-on-Demand, Bergamo 2002 (atti del convegno “Una finestra sull’Italia tra Italia e Russia, nel Settecento”, tenutosi all’Università di Genova nel 1999), pp. 33-71. Il testo è reperibile anche all’indirizzo http://www.eliohs.unifi.it/testi/900/rotta/rotta_russia_1739.html.

1. Luogo e data di nascita, nonché rapporti e legami familiari sono stati ricostruiti da me su carte d’archivio: S. Rotta, Idee di riforma nella Genova settecentesca, in “Il movimento operaio e socialista in Liguria”, VII, 1961, p. 225 n.; S. Rotta, Paolo Mattia Doria, in Dal Muratori al Cesarotti, V, Politici ed economisti nel primo Settecento, Milano-Napoli, Ricciardi, 1978, pp. 835-968 (d’ora in avanti: D); S. Rotta, Paolo Mattia Doria rivisitato, in Paolo Mattia Doria fra rinnovamento e tradizione, Atti del convegno di studi (Lecce, 4-6 novembre 1982), Galatina, Congedo, 1985, pp. 389-431. La comunicazione era stata pubblicata la prima volta su “Studi settecenteschi”, III-IV, 1982-1983, pp. 45-88 (d’ora in avanti: DR).

2. Nel 1726 lo stesso Schulenburg così riassumeva, a uso dell’allievo de Folard, la sua carriera: “je me suis trouvé pendant plus de quarante ans, pour ainsi dire, aux quatre coins de l’Europe, de sorte que j’ai fait la guerre avec et contre les nations les plus connues sur notre globe” (J. Ch. De Folard, Commentaire sur Polybe, III, Paris, 1728, p. 164). Sui suoi rapporti con il Doria e su quest’ultimo teorico della guerra cfr. DR, 84-87; cfr. anche Rotta, Paolo Mattia Doria rivisitato, in Paolo Mattia Doria fra rinnovamento, cit., pp. 427-430).

3. R. Shackleton, Montesquieu et Doria, in “Revue de littérature comparée”, LVII (1955), pp. 173-183.

4. P.M. Doria, Il Capitano Filosofo, a cura di M. Proto, Macerata, Lacaita, 2003 [N.d.C.].

5. I dodici volumi di manoscritti del Doria, conservati presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, sotto stati pubblicati presso l’editore Congedo (Manoscritti napoletani di Paolo Mattia Doria, a cura di G. Belgioioso, M. Marangio, A. Spedicati, P. De Fabrizio, I-V, Galatina, Congedo, 1979-1982). Il politico alla moda si legge nel volume V, a cura di M. Marangio, pp. 25-131; Il commercio mercantile nel volume IV, a cura di F. De Fabrizio, pp. 277-410. Il politico alla moda era stato già pubblicato da Vittorio Conti in appendice al suo saggio Paolo Mattia Doria dalla Repubblica dei togati alla Repubblica dei notabili, Firenze, Olschki, 1978, pp. 129-259.

6. Doria, Il politico alla moda, in Conti, Paolo Mattia Doria, cit., p. 203.

7. D, 962-968.

 

 

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