STORIA E MITOLOGIA > Vittorio Alfieri, Vita, 1770-1804 (1)

 

Tra le opere in prosa più significative del grande poeta tragico Vittorio Alfieri (1749-1803) è la Vita di Vittorio Alfieri scritta da esso, autobiografia iniziata a Parigi nel 1790 e rielaborata dal 1798 fino alla morte. In essa si illustra il viaggio compiuto dal 1767 al 1772 attraverso l’Italia e l’Europa, in cui era «sempre incalzato dalla smania di andare», obbediente ai capricci della sua natura tormentata e inquieta. Rispetto alle descrizioni oggettive, proprie dei viaggiatori medioevali, nella Vita prevale il lato interiore e soggettivo, caratteristico delle opere del tardo Illuminismo. Alfieri, infatti, si rappresenta come il protagonista di una vicenda eroica, in cui lotta strenuamente, come un antico cavaliere, contro un destino e una società ostili, per affermare se stesso.
Nel viaggio – il terzo della sua vita e il secondo attraverso l’Europa – Alfieri visitò Milano, Venezia, Vienna, Dresda, Berlino, dove fu presentato «al gran re Federico», Amburgo, la Danimarca, dove trascorse l’inverno, e poi la Svezia, la Finlandia, Pietroburgo in Russia. Sono proprio queste ultime tappe a essere qui riportate: dall’amata Svezia all’odiata Russia, da cui fuggì disgustato.

 

CAPITOLO OTTAVO. Secondo Viaggio, per la Germania, la Danimarca e la Svezia.
[…] Verso il fin di Marzo [1770] partii per la Svezia; e benché io trovassi il passo del Sund affatto libero dai ghiacci, indi la Scania libera dalla neve; tosto ch’ebbi oltrepassato la città di Norkoping, ritrovai di bel nuovo un ferocissimo inverno, e tante braccia di neve, e tutti i laghi rappresi, a segno che non potendo più proseguire colle ruote, fui costretto di smontare il legno e adattarlo come ivi s’usa sopra due slitte; e così arrivai a Stockolm. La novità di quello spettacolo, e la greggia maestosa natura di quelle immense selve, laghi, e dirupi, moltissimo mi trasportavano; e benché non avessi mai letto l’Ossian (2), molte di quelle sue immagini mi si destavano ruvidamente scolpite, e quali le ritrovai poi descritte allorché più anni dopo le lessi studiando i ben architettati versi del celebre Cesarotti.
La Svezia locale, ed anche i suoi abitatori d’ogni classe, mi andavano molto a genio; o sia perché io mi diletto molto più degli estremi, o altro sia ch’io non saprei dire; ma fatto si è, che s’io mi eleggessi di vivere nel Settentrione, preferirei quella estrema parte a tutte l’altre a me cognite. La forma del governo della Svezia, rimestata ed equilibrata in un certo tal qual modo che pure una semi-libertà vi trasparisce, mi destò qualche curiosità di conoscerla a fondo. Ma incapace poi di ogni seria e continuata applicazione, non la studiai che alla grossa. Ne intesi pure abbastanza per formare nel mio capino un’idea: che stante la povertà delle quattro Classi votanti, e l’estrema corruzione della Classe dei Nobili e di quella dei Cittadini, donde nasceano le venali influenze dei due corruttori paganti, la Russia e la Francia, non vi potea allignare nè concordia fra gli Ordini, nè efficacità di determinazioni, né giusta e durevole libertà. Continuai il divertimento della slitta con furore, per quelle cupe selvone, e su quei lagoni crostati, fino oltre ai venti di Aprile; ed allora in soli quattro giorni con una rapidità incredibile seguiva il dimojare d’ogni qualunque gelo, attesa la lunga permanenza del Sole su l’orizzonte, e l’efficacia dei venti marittimi; e allo sparir delle nevi accatastate forse in dieci strati l’una su l’altra, compariva la fresca verdura; spettacolo veramente bizzarro, e che mi sarebbe riuscito poetico se avessi saputo far versi.

CAPITOLO NONO. Proseguimento di viaggi. Russia, Prussia di bel nuovo, Spa, Olanda e Inghilterra.
Io sempre incalzato dalla smania dell’andare, benché mi trovassi assai bene in Stockolm, volli partirne verso il mezzo Maggio per la Finlandia alla volta di Pietroborgo. Nel fin d’Aprile aveva fatto un giretto sino ad Upsala, famosa università, e cammin facendo aveva visitate alcune cave del ferro, dove vidi varie cose curiosissime; ma avendole poco osservate, e molto meno notate, fu come se non le avessi mai vedute. Giunto a Grisselhamna, porticello della Svezia su la spiaggia orientale, posto a rimpetto dell’entrata del golfo di Botnia (3), trovai da capo l’inverno, dietro cui pareva ch’io avessi appostato di correre. Era gelato gran parte di mare, e il tragitto dal continente nella prima isoletta (che per cinque isolette si varca quest’entratura del sudetto golfo) attesa l’immobilità totale dell’acque, riusciva per allora impossibile ad ogni specie di barca. Mi convenne dunque aspettare in quel tristo luogo tre giorni, finché spirando altri venti cominciò quella densissima crostona a screpolarsi qua e là, e far crich, come dice il Poeta nostro (4), quindi a poco a poco a disgiungersi in tavoloni galleggianti, che alcuna viuzza pure dischiudevano a chi si fosse arrischiato d’intromettervi una barcuccia. Ed in fatti il giorno dopo approdò a Grisselhamna un pescatore venente in un battelletto da quella prima isola a cui doveva approdar io, la prima; e disseci il pescatore che si passerebbe, ma con qualche stento. Io subito volli tentare, benchè avendo una barca assai più spaziosa di quella peschereccia, poichè in essa vi trasportava la carrozza, l’ostacolo veniva ad essere maggiore; ma però era assai minore il pericolo, poichè ai colpi di quei massi nuotanti di ghiaccio dovea più robustamente far fronte un legno grosso che non un piccolo. E così per l’appunto accadde. Quelle tante galleggianti isolette rendevano stranissimo l’aspetto di quell’orrido mare che parea piuttosto una terra scompaginata e disciolta, che non un volume di acque; ma il vento essendo, la Dio mercè, tenuissimo, le percosse di quei tavoloni nella mia barca riuscivano piuttosto carezze che urti; tuttavia la loro gran copia e mobilità spesso li facea da parti opposte incontrarsi davanti alla mia prora, e combaciandosi, tosto ne impedivano il solco; e subito altri ed altri vi concorreano, ed ammontandosi facean cenno di rimandarmi nel continente. Rimedio efficace ed unico, veniva allora ad essere l’ascia; castigatrice d’ogni insolente. Più d’una volta i marinai miei, ed anche io stesso scendemmo dalla barca sovra quei massi, e con delle scuri si andavano partendo, e staccando dalle pareti del legno, tanto che desser luogo ai remi e alla prora; poi risaltati noi dentro coll’impulso della risorta nave, si andavano cacciando dalla via quegli insistenti accompagnatori; e in tal modo si navigò il tragitto primo di sette miglia Svezzesi (5) in dieci e più ore. La novità di un tal viaggio mi divertì moltissimo; ma forse troppo fastidiosamente sminuzzandolo io nel raccontarlo, non avrò egualmente divertito il lettore. La descrizione di cosa insolita per gl’Italiani, mi vi ha indotto. Fatto in tal guisa il primo tragitto, gli altri sei passi molto più brevi, ed oltre ciò oramai fatti più liberi dai ghiacci, riuscirono assai più facili. Nella sua salvatica ruvidezza quello è un dei paesi d’Europa che mi siano andati più a genio, e destate più idee fantastiche, malinconiche, ed anche grandiose, per un certo vasto indefinibile silenzio che regna in quell’atmosfera, ove ti parrebbe quasi esser fuor del globo.
Sbarcato per l’ultima volta in Abo, capitale della Finlandia Svezzese, continuai per ottime strade e con velocissimi cavalli il mio viaggio sino a Pietroborgo, dove giunsi verso gli ultimi di Maggio; e non saprei dire se di giorno vi giungessi o di notte; perchè sendo in quella stagione annullate quasi le tenebre della notte in quel clima tanto boreale, e ritrovandomi assai stanco del non aver per più notti riposato se non se disagiatamente in carrozza, mi si era talmente confuso il capo, ed entrata una tal noja del veder sempre quella trista luce, ch’io non sapea più nè qual dì della settimana, nè qual ora del giorno, nè in qual parte del mondo mi fossi in quel punto; tanto più che i costumi, abiti, e barbe dei Moscoviti mi rappresentavano assai più Tartari che non Europei.
Io aveva letta la storia di Pietro il Grande nel Voltaire (6); mi era trovato nell’Accademia di Torino con vari moscoviti, ed avea udito magnificare assai quella nascente nazione. Onde, queste cose tutte, ingrandite poi anche dalla mia fantasia che sempre mi andava accattando nuovi disinganni, mi tenevano al mio arrivo in Pietroborgo in una certa straordinaria palpitazione dell’aspettativa. Ma, oimè, che appena io posi il piede in quell’asiatico accampamento di allineate trabacche, ricordatomi allora di Roma, di Genova, di Venezia, e di Firenze mi posi a ridere. E da quant’altro poi ho visto in quel paese, ho sempre più ricevuto la conferma di quella prima impressione; e ne ho riportato la preziosa notizia ch’egli non meritava d’esser visto. E tanto mi vi andò a contragenio ogni cosa (fuorché le barbe e i cavalli), che in quasi sei settimane ch’io stetti fra quei barbari mascherati da Europei, ch’io non vi volli conoscere chicchessia, neppure rivedervi due o tre giovani dei primi del paese, con cui era stato in Accademia a Torino, e neppure mi volli far presentare a quella famosa Autocratrice Caterina Seconda; ed infine neppure vidi materialmente il viso di codesta regnante, che tanto ha stancata a’ giorni nostri la Fama. Esaminatomi poi dopo, per ritrovare il vero perchè di una così inutilmente selvaggia condotta, mi son ben convinto in me stesso che ciò fu una mera intolleranza di inflessibil carattere, ed un odio purissimo della tirannide in astratto, appiccicato poi sopra una persona giustamente tacciata del più orrendo delitto, la mandataria e proditoria uccisione dell’inerme marito. E mi ricordava benissimo di aver udito narrare, che tra i molti pretesti addotti dai difensori di un tal delitto, si adduceva anche questo: che Caterina Seconda nel subentrare all’impero, voleva, oltre i tanti altri danni fatti dal marito allo Stato, risarcire anche in parte i diritti dell’umanità lesa sì crudelmente dalla schiavitù universale e totale del popolo in Russia, col dare una giusta costituzione. Ora, trovandoli io in una servitù così intera dopo cinque o sei anni di regno di codesta Clitennestra filosofessa; e vedendo la maledetta genía soldatesca sedersi sul trono di Pietroborgo più forse ancora che su quel di Berlino; questa fu senza dubbio la ragione che mi fe’ pur tanto dispregiare quei popoli, e sì furiosamente abborrirne gli scellerati reggitori. Spiaciutami dunque ogni Moscoviteria, non volli altrimenti portarmi a Mosca, come avea disegnato di fare, e mi sapea mill’anni di rientrare in Europa. Partii nel finir di Giugno, alla volta di Riga per Narva, e Rewel (7); nei di cui piani arenosi ignudi ed orribili scontai largamente i diletti che mi aveano dati le epiche selve immense della Svezia scoscesa. Proseguii per Konisberga e Danzica; questa città, fin allora libera e ricca, in quell’anno per l’appunto cominciava ad essere straziata dal mal vicino Despota Prussiano, che già vi avea intrusi a viva forza i suoi vili sgherri. Onde io bestemmiando e Russi e Prussi, e quanti altri sotto mentita faccia di uomini si lasciano più che bruti malmenare in tal guisa dai loro tiranni; e sforzatamente seminando il mio nome, età, qualità, e carattere, ed intenzioni (che tutte queste cose in ogni villaggiuzzo ti son domandate da un sergente all’entrare, al trapassare, allo stare, e all’uscire), mi ritrovai finalmente esser giunto una seconda volta in Berlino, dopo circa un mese di viaggio, il più spiacevole, tedioso e oppressivo di quanti mai se ne possano fare; inclusive lo scendere all’orco, che più bujo e sgradito ed inospito non può esser mai. Passando per Zorendorff, visitai il campo di battaglia tra’ Russi e Prussiani (8), dove tante migliaia dell’uno e dell’altro armento rimasero liberate dal loro giogo lasciandovi l’ossa. Le fosse sepolcrali vastissime, vi erano manifestamente accennate dalla folta e verdissima bellezza del grano, il quale nel rimanente terreno arido per se stesso ed ingrato vi era cresciuto e misero e rado. Dovei fare allora una trista, ma pur troppo certa riflessione; che gli schiavi son veramente nati a far concio. […]

 

Note:
1. V. Alfieri, Epoca Terza. Giovinezza. Abbraccia circa dieci anni di viaggi, e dissolutezze, in Vita di Vittorio Alfieri da Asti scritta da esso, prima edizione integrale, Londra 1804 (postuma), pp. 166-175.
2. Il riferimento è l’opera Canti di Ossian dello scrittore scozzese James Macpherson, pubblicata anonimamente nel 1760 e tradotta in italiano dallo scrittore Melchiorre Cesarotti nel 1782. Ossian era un leggendario cantore celtico.
3. Grisslehamn, a nord di Stoccolma, si affaccia sulla parte finale del finlandese golfo di Botnia, a circa 500 km da Helsinki (Abo, in svedese).
4. Dante Alighieri, Divina Commedia. Inferno, XXXII, 30.
5. Il miglio svedese corrispondeva all’epoca di Alfieri a 10688,54 metri.
6. Voltaire, Histoire de l’empire de Russie sous Pierre le Grand, 1759-1763.
7. Tallinn.
8. Battaglia di Zorndorf. 25 agosto 1758.

 

 

 

 

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