STORIA E MITOLOGIA > Louise Bryant, Donne soldato, 1919 (1)

 

Superficiale, femminista, arrampicatrice sociale, bohemienne radicale, marxista, anarchica, coraggiosa, disinibita… sono alcuni degli appellativi dati alla giornalista americana Anna Louisa Mohan, più nota come Louise Bryant (1885?-1936; Bryant era in cognome del patrigno che l’adottò), che nel 1917 a Pietrogrado fu testimone della Rivoluzione d’Ottobre.
Fu certamente una donna vivace e la sua storia è stata oggetto di vari romanzi e di un film (
Reds), che, in modo più o meno approfondito, hanno reso il quadro delle sue situazioni familiare e sentimentale e degli anni in cui l’America scopriva una generazione molto politicizzata. Laureata in Lettere e storia nel 1909, fu illustratrice e attiva suffragetta prima di concentrarsi sul giornalismo. Nel 1914 conobbe John (Jack) Reed, già allora molto noto, e non esitò ad abbandonare il marito Paul Trullinger e a seguire a New York il giornalista con cui condivideva le idee marxiste, la curiosità e l’assenza di regole borghesi. Nel 1917 partì assieme a lui per Pietrogrado per documentare la Rivoluzione d’Ottobre: furono mesi intensi che Louise Bryant descrisse in articoli pubblicati nel 1918 e raccolti l’anno dopo nel libro intitolato Six Red Months in Russia (anche se vi stette quattro mesi e non sei). Il suo è un libro diverso da quelli di John Reed, di Albert Rhys Williams e di Bessie Beatty (che dopo un soggiorno di otto mesi, pubblicò The Red Heart of Russia, 1919) che condivisero con lei l’entusiasmo per la svolta rivoluzionaria e la voglia di partecipare a tutto e di raccontarlo, Bryant scelse un taglio più affine alla sua personalità: «il punto di vista della donna», ma Dorothy Gallagher scrisse nel 1996 sul The New York Times: «Il suo libro ha il fascino della studentessa ingenua e l’interesse intrinseco del documento, ma non è un serio lavoro di riferimento». Non era l’unica a pensarlo, il fatto è che Bryant, libera e disinibita, mentiva facilmente se voleva ottenere qualcosa e da femminista convinta poneva l’uguaglianza totale tra i sessi come il primo, fondamentale obiettivo di ogni riforma politica radicale o rivoluzionaria, opponendosi a ogni pur piccola riforma di tutela alle donne perché considerata una sottolineatura della differenza tra uomo e donna. «Quindi, – ha scritto Mary Dearborn nel 2002, – il suo scrivere “dal punto di vista di una donna” non dice assolutamente nulla. Anche se il suo libro include i ritratti dell’educatrice Aleksandra Kollontaj e della rivoluzionaria Marija Spirodnova, modelli penetranti e significativi di spirito intellettuale, Bryant era più interessata a dipingere il quadro di una società in cui la parità dei sessi stava diventando una realtà». In sostanza, si è criticato a Louise Bryant di aver raccolto una gran quantità di materiali e documenti storici, ma di averli trasmessi secondo la sua personalissima visione: se John Reed registrava, lei interpretava; se lui guardava ai grandi uomini e alla storia che stavano riscrivendo, lei era più interessata a descrivere la vita del popolo per ricavarne modelli. Tuttavia, al di là di questi giudizi a posteriori, i suoi articoli e, poi, il libro ebbero un notevole successo di pubblico e, soprattutto, tra gli storici e i politici dell’epoca, affamati di notizie della neonata Urss, perché in trentuno capitoli raccontò non solo la rivoluzione corredandola di interviste ai protagonisti ma anche il suo contorno, come la libertà di parola nel nuovo regime, le condizioni dei bambini, il declino della Chiesa e, tra gli altri, il Battaglione della Morte, il cui capitolo si traduce qui in italiano per la prima volta.
Dopo la morte di Reed, Bryant ottenne il permesso da Lenin di viaggiare nelle regioni meridionali, che stavano soffrendo la carestia, fino ai confini di Iran e Afghanistan, intervistando e prendendo appunti. Finito ciò continuò in Europa a intervistare personaggi famosi, tra cui Mussolini.
Nel 1923 pubblicò una seconda raccolta di articoli,
Mirrors of Moscow, contenente una serie di ritratti di personaggi importanti della scena sovietica e non, da Lenin a Trockij, dal metropolita Tichon al leader turco Enver Pasha e altri.
Dopo tre matrimoni (l’ultimo con William Bullit, primo ambasciatore americano in Russia), una figlia e numerosi amanti, Louise Bryant si ammalò della sindrome di Dercum, i cui forti dolori leniva con droghe e alcol. Iniziò una biografia di Reed e dei suoi amici del Partito Comunista, ma non la portò a termine: la malattia le fece perdere la custodia della figlia, il possesso di tutti i documenti lasciati da Reed e la devastò fisicamente. Morì di emorragia cerebrale nel 1936, vicino a Parigi, lasciando su di sé giudizi contrastanti e poca simpatia, come dimostrano le parole dell’anarchica russo-americana Emma Goldman che la conobbe bene a Pietrogrado: «Louise non è mai stata una comunista, lei dormiva solo con un comunista».

 

Battaglione della Morte (dal libro di Bessie Beatty)

Nessun altro aspetto della Grande Guerra ha mai catturato la fantasia del pubblico come il Battaglione della Morte, composto da donne russe. Ho sentito tanto parlare di loro prima di lasciare l’America che è stata una delle prime cose che ho indagato quando sono arrivata in Russia. In sei mesi le ho viste passare attraverso un curioso sviluppo che le ha divise in due aspri campi ostili. La loro leader, Marija Leont’evna Bockarëva (2), è stata duramente picchiata e ha dovuto essere portata in ospedale. Ferita, senza capire, ha dichiarato: «Non voglio essere associata alle donne! Non mi fido di loro!» Se fosse stata una pensatrice e una combattente, avrebbe saputo che il sesso aveva poco a che fare con la materia. La lotta di classe ha permeato tutto e ha scagliato i reggimenti delle donne nel vortice di tutto il resto.
Vicino all’Istituto Smol’nij c’era una stazione di reclutamento ed è stato qui che ho fatto le mie prime amicizie tra le donne soldato.
Una ragazzetta tarchiata e bassa, con i capelli neri e corti, teneva goffamente una grande arma con una lunga baionetta. Mi guardò bellicosa.
«Stoj! Cosa vuoi?» mi chiese. Ritenni che lei dovesse essere la guardia e le spiegai la mia missione.
Era in mezzo a una dozzina di ragazze sedute su sgabelli nell’atrio. Erano addobbate negli abiti più strani; una aveva delle scarpette da ballo e un’aria frivola; un’altra delle scarpe francesi con i tacchi alti, e un’altra ancora indossava delle scarpe con bottoni marroni e calze verdi. L’unica nota comune erano i capelli corti e i pantaloni da uomo.
Sembravano il coro di un’opera comica durante le varie fasi del trucco. Tutte cominciarono a parlarmi a una voce, com’è usanza russa.
«Chi sei?»
«Sei inglese o americana?»
«Aderirai al reggimento?»
Una ragazza molto intelligente e bella di nome Vera, che quel giorno era la responsabile, uscì e mi invitò nel suo ufficio. Dopo quell’incontro tornai spesso da lei a pranzare. Leggeva e parlava cinque lingue. L’unica cosa che di lei non mi piaceva è che amava talmente salutare che continuò a farlo per tutto il tempo, e come lei era l’ufficiale superiore, che poteva benissimo non salutare altri tranne me. Questo lo trovai molto buffo dopo il mio arrivo dalla Francia, dove i corrispondenti di guerra non sono affatto trattati come comandanti in capo.
Vera mi spiegò la varietà di scarpe. Mi disse che avevano ordinato degli stivali, ma non avevano mai ricevuto risposta. C’era una buona ragione, che scoprii dopo: non c’era cuoio. Le uniche donne soldato che non ottennero mai stivali o cappotti o qualsiasi altra cosa di cui avevano bisogno furono le prime reclute del Battaglione della Morte. Tutte le altre stavano «solo aspettando» come ognuno fa in Russia.
Fu il Battaglione della Morte che prese parte all’ultima offensiva russa. In battaglia erano duecentocinquanta; sei sono state uccise e trenta ferite. Quella fu la loro ultima e unica battaglia, fatta eccezione per le ragazze che furono portate al Palazzo d’Inverno il giorno in cui cadde (3). E si arresero di fronte a uno solo ferito.
Ho raccolto questi dati con molta attenzione e li ho confrontati con quelli raccolti da persone affidabili. Ne ho avuto un gran dolore, perché non potevo crederci quando li vidi. Ero stata portata a credere che il movimento fosse molto più grande. In tutta la Russia meno di tremila furono raggruppate nelle stazioni di reclutamento. È interessante notare che molte altre fecero parte della Guardia dell’Armata Rossa.

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Note:
1. L. Bryant, Six Red Months in Russia, New York 1918, cap. XXI. Traduzione dall’inglese e note: © associazione culturale Larici, 2012.
2. Sull’originale Leona Botchkarova. Dopo l’abdicazione dello zar e la costituzione del Governo provvisorio formato da mescevichi e socialisti di destra, il Primo ministro Kerenskij affidò a Bockarëva/Bochkareva (1889-1820) l’incarico di creare il “Battaglione russo femminile della morte”, destinato a incitare le prime linee contro i Tedeschi. Nell’ottobre 1917 il Battaglione si divise: chi era con Bockarëva seguì i menscevichi e i cosacchi, le altre i bolscevichi. (N.d.T.)
3. Dopo la battaglia che si svolse a Smorgon’ (ora in Belarus’), il Battaglione della Morte fu congedato a causa dell’ostilità delle truppe. Una parte fu posta a difesa del Palazzo d’Inverno, allora sede del governo provvisorio comandato da Kerenskij. Il 25 ottobre (7 novembre) 1917, quando vi fu l’assalto dal bolscevichi, le prime ad arrendersi furono proprio le donne soldato. (N.d.T.)

 

 

 

 

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