STORIA E MITOLOGIA > Octave Mirbeau, Sotto lo knut!, 1895 (1)

 

Octave Mirbeau (1848-1917) fu giornalista, critico d’arte e scrittore di romanzi e drammi teatrali tradotti in trenta lingue: fu il «prototipo dell’autore impegnato, libertario ed individualista, il grande demistificatore degli uomini e delle istituzioni che alienano, che opprimono e che uccidono» (P. Michel). Quanto alla Russia, dove fu molto letto e rappresentato, Mirbeau ebbe un ruolo decisivo nella diffusione in Francia delle opere letterarie di Tolstoj – che lo lodò per il romanzo L’Abbé Jules –, Dostoevskij, Gogol’, Turgenev e nel sostegno al popolo russo contro il regime zarista. Infatti, denunciò spesso l’autocrazia zarista, riconoscendone un barbaro dispotismo, basato sul terrore e la repressione, che lasciava morire un popolo che «Non ha che una libertà: soffrire; che un diritto: tacere» (cfr. L’anima russa) e deportava in Siberia senza processo e senza motivo (cfr. Sotto lo knut!).
Scrisse nel 1901: «Noi dobbiamo incoraggiare e sostenere con tutti i mezzi, l’ammirevole sforzo di affrancamento che tentano gli studenti russi, in seno a quell’abominevole impero del silenzio, del soffocamento e dello knut. Tutto ciò che pensiamo in Europa è con loro, speriamo con loro, combattiamo con loro, viviamo con loro. Lasciamo dunque Delcassé, ministro repubblicano, che baci gli stivali allo zar e si abbandoni, con i suoi ministri, a vane e umilianti diplomazie... Un alto grido di libertà si è finalmente levato da questa terra oppressa, dove l’intelligenza, la dignità, il genio dell’uomo sono repressi, puniti come crimini e seppelliti nelle carceri siberiane. Ecco il punto... Le deportazioni e i massacri non impediranno che il grido di salvezza venga lanciato, arrivi infine al popolo e sia seguito da atti decisivi. La violenza chiama la violenza. Più la repressione sarà crudele e sanguinaria, più selvaggia ed eroica sarà la resistenza. Quanto a me spero che malgrado le fruste dei poliziotti e la lancia dei cosacchi, l’autocrazia russa – onta e terrore – sarà ben presto sparita, spazzata via da una tempesta rivoluzionaria, come non ne è ancora soffiata una simile sull’Europa assolutista e barbara. Si dice che la distruzione dell’impero degli zar sia preservata dalle enormi distanze, dalle impenetrabili solitudini che avvolgono gli individui... Non c’è distanza per l’idea... una volta partita, essa cammina e non si ferma più...» (in “L’Aurore”, 6 maggio 1901).

 

La “Société nouvelle”, l’eccellente e interessante rivista franco-belga, ha iniziato, nel suo ultimo numero, la pubblicazione di alcune pagine del libro Siberia di George Kennan (2). Eccone la storia.
Circa dieci anni fa, “The Century Magazine” inviò George Kennan in Russia e in Siberia, per studiare il sistema delle carceri, la vita dei prigionieri e degli esiliati politici, di coloro che con un eufemismo governativo vengono «trasferiti per via amministrativa».
Il viaggio, identico a quello dei convogli penitenziari, fu lungo e molto penoso (3) e avrebbe piegato qualunque uomo con minor coraggio e ingegno di Kennan. Esso ci viene ora restituito con documenti terribilmente istruttivi, che, quando apparvero sulla stampa americana, suscitarono, più che stupore, orrore.
Nonostante l’estrema gravità dei fatti denunciati all’indignazione del mondo, non una sola delle affermazioni di George Kennan fu smentita e nemmeno contestata. Tutte le atrocità, tutte le barbare violenze contro la persona umana, commesse nelle tristi e inaccessibili solitudini dell’Impero del Nord, avrebbero forse potuto far venire qualche sospetto sulla storia, tanto esse superavano i limiti della crudeltà repressiva e della follia autoritaria, se non fossero state rivelate da Kennan, conosciuto per la scrupolosa dirittura mentale e l’inattaccabile veracità. A coloro che, malgrado tutto, potrebbero essere tentati di metterle in dubbio o di accusare Kennan di esagerazione, è bene dire che egli non avrebbe saputo inserire, nell’inchiesta e nelle storie, la benché minima passione rivoluzionaria, perché le sue idee erano del più moderato liberalismo. È dunque tale manifesta imparzialità che dà valore morale e forza di protesta all’opera dello scrittore americano.
Le osservazioni di George Kennan, in questi cupi paesi di lutti e sofferenze, alle cui frontiere, sopra pali neri, potrebbero inchiodare l’iscrizione dantesca (4), risalgono a una decina d’anni fa o giù di lì. Forse, si potrebbe obiettare che, da allora, i costumi politici in Russia si sono ammorbiditi e che sono decisamente migliori di quelli del Dahomey (5). Non lo è. Negli ultimi giorni di vita, l’imperatore defunto (6) rese ancora più restrittivo e feroce il suo dispotismo, più assoluta la sua autocrazia. Vivendo nella continua paura di un attentato nichilista, credeva di preservarsi e scoraggiare la morte, blindando la sua sacra persona in uno spesso materasso, un impenetrabile materasso di cadaveri. La morte è venuta lo stesso, guidata da un terrorista spietato: la malattia, contro la quale non possono nulla le leggi sanguinarie, le proscrizioni, le mine e le forche.
Quanto al giovane che ora gli succede, non solamente non sembra disposto a cambiare qualcosa negli errori di suo padre, ma, al contrario, pare voglia continuarli e, se necessario, aggiungerne altri d’imperio. È quindi un dovere di umanità e di simpatia verso un Paese infelice, «dove, da lungo tempo, agonizza tutto ciò che è nobile, intelligente e generoso», quello di dare al libro di Kennan la massima vibrante pubblicità.

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Il «trasferimento per via amministrativa» significa questo: una persona viene arrestata senza alcuna delle formalità e “garanzie” giudiziarie che, nei Paesi civili, precedono e seguono l’esecuzione di tali rigori; la si arresta, sovente in seguito a una segnalazione anonima, e la si manda in Siberia per cinque o dieci anni, secondo i casi. Il più delle volte, quella persona non sa perché è stata arrestata e non ha alcun mezzo per saperlo, né alcuna possibilità di difendersi contro ciò che molto spesso si poggia soltanto su una falsa accusa o un semplice errore di identità. Dal momento in cui il poliziotto le mette la mano sulla spalla, essa viene, irrimediabilmente, per questo solo gesto, separata dal mondo. Tutte le comunicazioni, anche morali, con la famiglia, gli amici, i garanti, coloro che potrebbero difenderlo, gli sono spietatamente negate. Il ministro dell’Interno, al quale spetta l’adempimento delle misure «amministrative» ignora, di solito, il loro motivo e non se ne cura, non ha il tempo di conoscerlo, preso com’è da tanti altre analoghe pratiche, perciò preferisce affidarsi alla vaghezza di una denuncia e allo zelo imbecille di un agente subalterno.
Nel linguaggio della giustizia russa, il «trasferimento per via amministrativa» non è considerato una pena. E non serve all’onore e al prestigio nazionale, no. Lo si qualifica sobriamente come una «azione amministrativa», oppure una «misura di salvaguardia sociale». Ma, sapendo quali terribili torture sono comminate per una pena che non è una pena, potremo poi immaginare quali possano essere quelle per una pena considerata una pena a pieno titolo.
I convogli dei prigionieri e degli esiliati partono quattro o cinque volte l’anno. Si dirigono, col treno o in barca, a Tomsk. Da lì, si irradiano, in direzione del luogo di residenza loro assegnato, i detenuti ordinari a piedi e gli esuli politici in telega (7), lungo strade appena tracciate o malridotte, sotto il sole cocente oppure nel freddo mortale, e così lentamente che non possono avanzare più di 95 km alla settimana, perciò ci sono viaggi che durano anche sedici mesi, in quanto vi sono luoghi di residenza distanti dalla città anche diecimila chilometri.
È difficile immaginare le sofferenze di quel lungo calvario. Non è raro che i detenuti muoiano per strada per il caldo, il freddo, le privazioni, la spossatezza, le malattie contagiose buscate nelle tappe in indicibili baracche brulicanti di germi di tutte le infezioni asiatiche. Alcuni diventano pazzi, pur essendo partiti con una mente solida. Altri, con ultimo coraggio, si suicidano. Kennan assistette all’arrivo, in una residenza, di un convoglio di prigionieri. Un ufficiale fece l’appello. Alcuni nomi mancavano.
– Morto! – dicevano i compagni di sventura.
Alla chiama di Viktor Sidorskij, nessuno rispose.
– Perché non rispondi? – chiese l’ufficiale a uno dei prigionieri. – Non sei tu Viktor Sidorskij?
– No, non sono Viktor Sidorskij... Il mio nome è Vladimir Sidorskij... C’è un errore... Non sono io... Io non ho fatto niente...
– Non importa! – disse l’ufficiale con calma.
E, sul foglio, sostituì subito il nome di Viktor con Vladimir.
Un altro si lamentava: era un giovane imberbe e delicato.
– Perché mi hanno preso?... Nessuno me l’ha voluto dire.
Il suo vicino gli chiese:
– Hai una mucca pezzata?
– Mio padre ha molte vacche – rispose il giovane. – Forse, nel numero, ce n’è qualcuna pezzata.
– È sufficiente! – concluse il vicino – Mettiti in testa che fra noi esistono più di mille criminali la cui colpa è quella di avere il padre o qualche familiare che possiede delle mucche pezzate... o non pezzate, il motivo non si sa.
La maggior parte degli esuli erano, secondo Kennan, uomini di istruzione superiore e di alta cultura intellettuale. Egli fu colpito dal fatto che le loro idee politiche non avevano alcunché di sovversivo: li animava un liberalismo per nulla pericoloso; alcuni addirittura protestavano vivamente contro le tesi violente. In altri Paesi avrebbero certamente ricoperto con onore importanti funzioni statali.
Kennan riporta i loro nomi, le loro origini, le loro occupazioni, le loro speranze, il loro spirito e ce li fa conoscere e amare.
Dopo alcuni mesi in quella natura ingrata e sterile, su quel suolo desolato e morto, privati di tutto ciò che può rendere meno amaro l’esilio, essi non tardano a deperire. Alcuni preferiscono strapparsi subito dall’agonia dolorosa e lenta di quell’esistenza che è già la morte, altri si spengono di consunzione e languore. Quando arriva il termine del loro rilascio, già da tempo dormono nel piccolo cimitero del villaggio, a duemila leghe da ciò che essi avevano amato.

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Vorrei poter riportare tutte le tragiche storie di cui sanguina e piange il libro di George Kennan. Mi limito a estrarne una sola in quella serie sinistra: non scelta in particolare, ma presa a caso, perché tutte hanno un carattere di indicibile e spaventoso orrore.
«Nel 1879, un giovane medico, molto capace, il dottor Belloj, viveva a Ivangorod, nella provincia di Chernigov. Quantunque liberale, non apparteneva al partito degli agitatori e dei rivoluzionari, e non si occupava affatto di politica. Un giorno due signore lo vanno a trovare con alcune lettere di raccomandazione. Da San Pietroburgo, dove avevano studiato medicina, erano state mandate nella Russia centrale, perché sospettate politicamente. Volendo continuare gli studi, le donne pregarono il giovane medico di far loro da insegnante e di permettere l’accesso alla sua biblioteca, ed egli acconsentì trovandole intelligenti e gentili.
«Le visite frequenti delle due donne nella casa del dottore destarono i sospetti della polizia, che fece un’indagine e scoperse che una non aveva il passaporto. Il 10 maggio 1879, le due donne e il medico furono arrestati e mandati in Siberia “per via amministrativa”.
«Belloj fu relegato nelle regioni artiche, nel villaggio di Verchojansk, in Jacuzia, dove i sopravvissuti della spedizione del Jeannette lo videro nel 1882 (8).
«La giovane e bella moglie doveva partorire e quindi le fu impossibile accompagnare il marito in esilio. Dopo la nascita del bambino, i genitori della donna si incaricarono del piccolo, ed ella iniziò un viaggio di diecimila chilometri per ritrovare suo marito. Non possedendo i soldi necessari per quella costosa spedizione, fu quindi costretta a chiedere al ministro dell’Interno di potersi accodarsi a un trasporto di esuli e ciò che le fu concesso.
«Per settimane, per mesi, la speranza e l’amore le dettero il coraggio sovrumano di sopportare, senza lamenti, i sobbalzi della telega, la polvere, il caldo e la pioggia, il cibo scarso e scadente, i duri letti da campo, l’aria impestata dei ricoveri di tappa, ma alla fine le mancarono le forze. Sotto il peso del dolore e delle privazioni, costantemente preoccupata per il marito e il bambino che aveva dovuto lasciare, il suo corpo e la sua mente si fiaccarono. Ma rimase ancora in piedi, nonostante mostrasse alcuni segni di disturbo mentale. Vicino a Irkutsk, si riprese, parlava continuamente del suo caro marito, che sperava di rivedere presto. Tuttavia ella era stata ingannata: credeva che il marito si trovasse nel villaggio di Vercholensk, non molto lontano da Irkutsk, mentre egli era a Verchojansk, 4500 km più lontano. Questo fu l’ultimo colpo. Quando apprese che un lungo, interminabile cammino attraverso steppe e foreste si spiegava davanti a lei, che avrebbe dovuto viaggiare da sola per molti mesi su slitte trainate da cani e renne, la sua follia esplose, irrimediabile, e poche settimane dopo, ella morì all’ospedale di Irkutsk senza aver visto il marito per il quale aveva, per amore, sofferto così tanto!»
E io non posso impedirmi di pensare a quell’altro viaggio, interrotto dalla bomba di Bor, dove l’imperatore Alessandro (9), seguito da settecento cuochi, vagoni frigoriferi e da allegre stufe, amava, la sera, nelle steppe dove nulla cresce, sulle rive dei fiumi, mangiare in piatti d’oro, sotto tende ricamate con l’aquila imperiale, pesche e uva di Francia che gli arrivavano con corrieri speciali.

 

Note:
1. O. Mirbeau, Sous le Knout!, in “Le Journal”, 3 marzo 1895. Traduzione dal francese e note: © associazione culturale Larici, 2008.
2. In tutto l’articolo Kennan viene erroneamente indicato “Keunan”. George Kennan (1845-1924) era un esploratore americano. Nel 1864, compì un primo viaggio, durato due anni, in Siberia e lungo lo Stretto di Bering per conto della Russian American Telegraph Company, cui seguirono altri viaggi nella Russia europea e nella regione del Caucaso. Poiché Kennan aveva sostenuto pubblicamente il governo zarista condividendone le politiche, nel maggio 1885 poté andare, con l’approvazione dello zar, in Siberia dove ebbe modo di conoscere i dissidenti esiliati e le condizioni in cui vivevano. Tornato negli Stati Uniti, pubblicò le sue relazioni prima, dal 1887, sul periodico “The Century Magazine” e poi, nel 1891, nel libro Siberia and the Exile System, illustrato dal pittore e fotografo George Albert Frost (1843-1907) che lo aveva accompagnato nel viaggio. Il libro fu subito tradotto in molte lingue (nella foto la copertina dell’edizione russa del 1906 dell’artista Ivan Bilibin), ma provocò la reazione del governo russo: nel 1891 Kennan tornò a San Pietroburgo e fu incarcerato per un mese e poi espulso come «politicamente inaffidabile». Dedicò i successivi vent’anni a promuovere la causa della rivoluzione russa contro l’autocrazia russa, attraverso scritti e migliaia di conferenze. (N.d.T.)
3. Partito da San Pietroburgo il 31 maggio 1885, Kennan percorse più di ottomila chilometri (treno, carrozza, cavallo, slitte) traversando Nizhny Novgorod, Kazan’, Perm’, Ekaterinburg, Tjumen’, Omsk, Semipalatinsk (oggi Semej), poi a sud fino ai monti Altai e quindi verso nord a Barnaul, Tomsk, Krasnojarsk, Irkutsk e oltre, fino alle miniere del Nord. (N.d.T.)
4. «Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate», nel III Canto dell’Inferno. (N.d.T.)
5. Nel 1894 il Dahomey (Africa occidentale) era diventato una colonia francese. (N.d.T.)
6. Alessandro III, morto il I novembre 1894. Gli successe il figlio, ventiseienne, Nicola II. (N.d.T.)
7. Carro trainato da cavalli (N.d.T.)
8. L’8 luglio 1879, il vascello Jeannette lasciò la baia di San Francisco, in California, per tentare di raggiungere il Polo Nord e recuperare i superstiti del Vega, perso tra i ghiacci nello Stretto di Bering. Il Jeannette non riuscì nell’impresa e soltanto pochi membri dell’equipaggio riuscirono ad arrivare presso il delta del fiume Lena dove furono soccorsi dagli jacuzi. (N.d.T.)
9. Alessandro III sfuggì a un attentato nel 1887 mentre rientrava in treno dal Caucaso. (N.d.T.)

 

 

 

 

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