STORIA E MITOLOGIA > Giovan Battista RamusioDi messer Iosafa Barbaro, gentiluomo veneziano, il viaggio della Tana e nella Persia, 1487

 

Giosafat o Josaphat Barbaro (1413-1494) apparteneva a una delle più importanti famiglie patrizie di Venezia. Già commerciante in Crimea e in Caucaso e console di Azov, nel 1462 combatté in Albania insieme all’eroe nazionale Gjergj Kastrioti Skenderbeu (o Giorgio Castriota Scanderberg; 1403-1468). Nel 1472 Barbaro organizzò la difesa di Cipro contro i Turchi e nel settembre dello stesso anno fu nominato, dal Senato della Serenissima, ambasciatore in Persia, dove visse presso la corte di Huzun Hassan, a Tabriz, fino al 1478. Quando morì il sultano, Barbaro ritornò in patria e scrisse la sua relazione che completò alla fine del 1487. La prima parte della narrazione comprende l’esplorazione dei territori attraversati dai fiumi Don (l’antico Tanais), Danubio e Volga e la storia dei Tatari e di altre popolazioni orientali. Nella seconda parte si racconta il viaggio verso la Persia. Alla relazione pubblicata da Giovan Battista Ramusio è aggiunta una lettera scritta da Barbaro nel 1491 per illustrare la pianta erbacea “baltracan”, la cui identificazione non è certa: si suppone sia l’Heracleum sphondylium (o panace, o spondilio), che nell’Europa orientale si usa ancora per preparare insalate (germogli), birra (foglie fermentate) e liquori (semi in alcol).

 

Esordio
La terra (secondo quello che con evidentissime dimostrazioni provano li geometri) in comparazione del firmamento è tanto picciola quanto un punto fatto nel mezo della circonferenzia d’un circolo; della quale, per esser una buona parte, secondo l’opinione d’alcuni, over coperta da acque over intemperata per troppo freddo o caldo, quella parte che s’abita è ancora molto minore. Nondimeno tanta è la picciolezza degli uomini, che pochi si truovano che n’abbiano veduto qualche buona particella, e niuno (se non m’inganno) è, il quale l’abbia veduta tutta. E quelli che n’hanno veduto pur qualche particella al tempo nostro, per la maggior parte sono mercanti, overo uomini dati alla marinarezza, ne’ quali due esercizii, dal principio suo per insino al dí presente, tanto i miei padri e signori veneziani sono stati eccellenti, che credo con verità poter dire che in questa cosa soprastiano agli altri. Imperoché, dopo che l’imperio romano non signoreggia per tutto come una volta fece, e che la diversità de’ linguaggi, costumi e religioni hanno come a dir passato e rinchiuso questo mondo inferiore, grandissima parte di questa poca la qual è abitabile saria incognita, se la mercanzia e marinarezza per quanto è stato il poter de’ Veneziani non l’avesse aperta. Tra li quali, s’alcuno è al dí d’oggi che s’abbia affaticato di vederne qualche parte, credo poter dir con verità d’esser io uno di quelli, conciosiaché quasi tutt’il tempo della gioventú mia e buona parte della vecchiezza abbia consumata in luoghi lontani, in genti barbare, fra uomini alieni in tutto dalla civiltà e costumi nostri, tra li quali ho provato e veduto molte cose che, per non esser usitate di qua, a quelli che l’udiranno, i quali, per modo di dire, non furono mai fuori di Venezia, forse parranno bugie. E questa è stata principalmente la cagione per la quale non m’ho mai troppo curato né di scriver quello che ho veduto, né eziandio di parlarne molto.
Ma, essendo al presente astretto da preghiere di chi mi può comandare, e avendo inteso che molto piú cose di queste, che paiono incredibili, si truovano scritte in Plinio, in Solino, in Pomponio Mella, in Strabone, in Erodoto, e in altri moderni, com’è Marco Polo, Nicolò Conte, nostri Veneziani, e in altri novissimi, com’è Pietro Quirini, Alvise da Mosto e Ambrosio Contarini, non ho potuto far di meno che ancora io non scriva quello che ho veduto, prima ad onor del Signor Iddio, il quale m’ha scampato da infiniti pericoli; poi a contento di colui che m’ha astretto, e a utile in qualche parte di quelli che verranno dopo noi, specialmente se averanno d’andar peregrinando dove io sono stato; a consolazione di chi si diletterà di legger cose nuove, ed eziandio per giovamento della nostra terra, se per l’avvenire avrà di bisogno di mandar qualche uno in quei paesi. Onde io dividerò il parlar mio in due parti: nella prima narrerò il viaggio mio della Tana, nella seconda quello di Persia, non mettendo però né nell’uno né nell’altro a una gran giunta le fatiche, li pericoli e i disagi i quali mi sono occorsi.

1. Del fiume Erdil, altramente detto la Volga; i confini della Tartaria; de’ fiumi Elice e Danubio; d’Alania provincia, e perché sia cosí detta; costume de’ Tartari circa le lor sepolture; del monte Contebbe; di Derbent città. Come l’auttore, intendendo che nel monte predetto era nascosto un tesoro, andò con alcuni mercanti e gran numero d’uomini a cavar in detto monte, e le cose maravigliose che vi trovarono
Del 1436 cominciai andar al viaggio della Tana, dove a parte a parte sono stato per spazio d’anni 16, e ho circondato quelle parti, cosí per mare come per terra, con diligenza e quasi curiosità. La pianura di Tartaria, a uno che fusse in mezo di quella, ha dalla parte di levante il fiume d’Erdil, altramente detto la Volga; dalla parte di ponente e maestro la Polonia; dalla parte di tramontana la Rossia; dalla parte d’ostro, la qual guarda verso il mar Maggiore, l’Alania, Cumania, Gazaria: i quali luoghi tutti confinano sul mar delle Zabache, ch’è la palude Meotide, e conseguentemente è posta tra li sopradetti confini. E acciò che io sia meglio inteso, io anderò discorrendo in parte del mar Maggiore per riviera, e in parte infra terra, fin ad un fiume domandato Elice, il qual è appresso Capha circa 40 miglia; passato il qual fiume si va verso Moncastro, dove si truova il Danubio, fiume nominatissimo: e di qui avanti non dirò cosa alcuna, per esser luoghi assai piú domestici.
La Alania è derivata da’ popoli detti Alani, li quali nella lor lingua si chiamano As: questi erano cristiani, e furon scacciati e distrutti da’ Tartari. La regione è per monti, rive e piani, dove si truovano molti monticelli fatti a mano, li quali sono in segno di sepolture, e ciascun di loro ha un sasso in cima grande con certo buso, nel quale mettono una croce d’un pezzo fatta d’un altro sasso. E di questi monticelli ce ne sono innumerabili, in uno de’ quali intendevamo esser ascoso grande tesoro, conciosiaché, nel tempo che messer Pietro Lando era consolo alla Tana, venne uno dal Cairo, nominato Gulbedin, e disse come, essendo al Cairo, avea inteso da una femina tartara che in uno di questi monticelli, chiamato Contebbe, era stato nascosto per questi Alani un gran tesoro; la qual femina eziandio gli aveva dati certi segnali, cosí del monte come del terreno. Questo Gulbedin si mise a cavare in questo monticello, facendo alcuni pozzi ora in un luogo e ora in un altro, e cosí perseverò per anni due e poi morí: onde fu concluso che per impotenzia esso non avesse potuto trovar quel tesoro.
Per la qual cosa del 1437, trovandoci la notte di s. Caterina nella Tana sette di noi mercanti in casa di Bartolomeo Rosso, cittadin di Venezia: cioè Francesco Cornaro (che fu fratello di Iacomo Cornaro dal Banco), Caterin Contarini (il quale dopo usò in Constantinopoli), Giovanni Barbarigo fu d’Andrea di Candia, Giovanni da Valle (il qual morí patron d’una fusta nel lago di Garda, ma prima, insieme con alcuni altri Veneziani, nel 1428 andò in Derbent, città sopra il mar Caspio, e fece una fusta, con consentimento di quel signore, e invitato da lui depredò di quei navilii i quali venivano da Strava, che fu quasi cosa mirabile, la qual lascierò per adesso), Moisè Bon d’Alessandro dalla Giudecca, Bartolomeo Rosso e io, con santa Caterina, la qual metto per l’ottava nelle nostre stipulazioni e patti; trovandoci dico nella Tana noi sette mercanti, in casa di detto Bartolomeo Rosso, nella notte di s. Caterina, tre de’ quali erano stati avanti di noi in quelle parti, e ragionando insieme di questo tesoro, finalmente ci accordammo e facemmo una scrittura (la qual fu di mano di Caterin Contarini, la copia della quale per insino al presente ho appresso di me) d’andar a cavare in questo monte. E trovammo 120 uomini da menare con noi a questo esercizio, a ciascuno de’ quali davamo tre ducati il mese per il meno.
E circa 8 giorni dopo noi sette, insieme con li 120 condotti, partimmo dalla Tana con la robba, vittuarie e instromenti, i quali portammo su quei zenà che s’usano in Rossia; e andammo sul ghiaccio per la fiumara della Tana, e il dí seguente giugnemmo lí, perch’è sul fiume, ed è circa sessanta miglia lontano dalla terra della Tana. Questo monticello è alto da cinquanta passa e di sopra è piano, nel quale ha un altro monticello simile ad una berretta tonda con una piega a torno, sí che due uomini sariano andati un appresso l’altro su per quel margine: e questo secondo monticello era alto 12 passa, e di sotto era di forma circolare come se fusse stato fatto a compasso, e occupava in diametro 8 passa. Principiammo a tagliare e cavare sul piano di questo monticello maggiore, il qual è principio del monticello minore, con intenzione d’entrar dentro da basso fino in cima, e di fare una strada larga e d’andar di longo. Nel principio del romper il terreno, quell’era sí duro e agghiacciato che né con zappe né con manare lo potevano rompere; pur, entrati che fussimo un poco sotto, trovammo il terreno tenero, e fu lavorato per quel giorno assai bene. La mattina seguente, ritornando a l’opera, trovammo il terreno agghiacciato e piú duro che prima, in modo che ne fu forza per allora abbandonar l’impresa e ritornar alla Tana, con proposito però e ferma deliberazione di ritornarvi a tempo nuovo.
Circa l’uscita di marzo ritornammo con barche e navilii, con uomini da 150, e demmo principio a cavare: e in 22 giorni facemmo una tagliata di circa passi 60, larga passi 8 e alta da passa 10. Udirete qui gran maraviglia, e cose per modo di dire incredibili. Trovammo quello n’era stato predetto che trovaremmo, per il che ne facevamo piú certi di quello che n’era stato detto, in modo che, per la speranza di ritrovare questo tesoro, noi, i quali pagavamo, portavamo meglio la zivera di quel che facevano gli altri, e io era il maestro di far le zivere. La maraviglia grande ch’avessimo fu che prima di sopra il terreno era negro per l’erbe, dopo erano li carboni per tutto: e questo è possibile, conciosiach’avendo appresso boschi di salci, potevano far fuoco su tutt’il monte. Dopo v’era cenere per una spanna, e questo ancora è possibile, conciosiach’avendo vicino il canneto e potendo far fuoco di canne, potevano aver cenere. Dopo v’erano scorze di miglio per un’altra spanna, e (perché a questo si potria dire che mangiavano paniccio fatto di miglio, e aveano serbati li scorzi da mettere in quel luogo) vorrei sapere quanto miglio bisognava ch’avessero a voler compire tanta larghezza quanta era quella del monticello di scorzi di miglio, alta una spanna. Dopo v’erano squame di pesci, cioè di raine e altri simili, per un’altra spanna, e (perché si potria dire che in quel fiume si truovano raine e pesci assai, delle squame de’ quali si poteva coprire il monte) io lascio considerare a quelli che leggeranno quanto questa cosa sia o possibile o verisimile: certo è ch’è vera. Onde considero che colui il qual fece fare questa sepoltura, che si chiamava Indiabu, volendo far queste tante cerimonie, le quali forse s’usavano a quei tempi, bisognò che si pensasse molto avanti, e che facesse ricogliere e riponere tutte queste cose.
Avendo fatta questa tagliata e non trovando il tesoro, deliberammo di fare due fosse intra il monticello massiccio, le quali fussero 4 passa per largo e per alto: e facendo questo trovammo un terreno bianco e duro in tanto che facemmo scalini in esso, su per i quali portavamo le zivere. Andando sotto circa cinque passa, trovammo in quel basso alcuni vasi di pietra, in alcuni de’ quali era cenere e in alcuni carboni; alcuni erano vacui, e alcuni pieni d’ossi di pesce de la schena. Trovammo etiam da 5 o 6 paternostri grandi come naranzi, i quali erano di terra cotta invetriata, simili a quelli che si fanno nella Marca, i quali si mettono alle tratte. Trovammo ancora un mezo manico d’un ramino d’argento picciolino, ch’avea di sopra a modo d’una testa di biscia. Venuta la settimana santa, cominciò a soffiare un vento da levante, con tanta furia che levava il terreno e le zoppe ch’erano state cavate e quelle pietre, e gittavale nel volto delli operarii, con effusione di sangue: per la qual cosa noi deliberammo di levarci e di non far piú altra esperienza, e questo fu il lunedí di Pasqua.
Il luogo per avanti si chiamava le cave di Gulbedin, e, dopo che noi cavammo, è stato chiamato per sino a questo giorno la cava de’ Franchi, imperoch’è tanto grande il lavoro che facemmo in pochi giorni, che si potria credere che non fusse stato fatto in quel poco tempo da manco d’un migliaio d’uomini. Non avemmo altra certezza di quel tesoro, ma (per quanto intendemmo) se tesoro era lí, la cagione che ‘l fece metter lí sotto fu perché il detto Indiabu, signore di questi Alani, intese che l’imperatore de’ Tartari gli veniva incontra, e, deliberando di sepelirlo, acciò che niuno se n’accorgesse, finse di far la sua sepoltura secondo il loro costume, e secretamente fece mettere in quel luogo prima quello che a lui pareva, e poi fece fare quel monticello.

2. La fede de’ macomettani, onde avesse l’origine: come i Tartari furono astretti alla fede macomettana. Come Naurus, capitano d’Ulumahemet imperator de’ Tartari, venuto in divisione andò contra esso imperatore. Il modo di mandar avanti le scolte, e costume di presentar li signori
La fede di Macometto principiò ne’ Tartari ordinariamente, mo sono anni circa 110: vero è che per avanti pur alcuni di loro erano macomettani, ma ognuno era in libertà di tener quella fede che gli piaceva, onde alcuni adoravano statue di legno e di pezze, e queste portavano sopra li carri. Il stringer della fede macomettana fu nel tempo di Hedighi, capitano della gente dell’imperator tartaro chiamato Sidahameth Can: questo Hedighi fu padre di Naurus, del quale ne parlaremo al presente. Signoreggiava nelle campagne della Tartaria del 1438 un imperatore nominato Ulumahemet Can, cioè gran Macometto imperatore, e aveva signoreggiato piú anni. Trovandosi costui nelle campagne che sono verso la Rossia col suo lordo, cioè popolo, aveva per capitano questo Naurus, il quale fu figliuolo di Hedighi, dal quale fu astretta la Tartaria alla fede macomettana. Accadé certa divisione tra esso Naurus e il suo imperatore, onde si partí dall’imperatore con le genti che lo volsero seguitare e andò verso il fiume d’Erdil, dov’era uno Chezimahameth, ch’è dir Macometto picciolo, il qual era di sangue di questi imperatori. E, communicato cosí il consiglio come le forze, deliberarono ambidue d’andar contra questo Ulumahemet, e fecero la via appresso Citrachan e vennero per le campagne di Tumen; e venendo intorno appresso la Circassia, aviossi alla via del fiume della Tana e al colfo del mare delle Zabache, il quale insieme col fiume della Tana era agghiacciato. E, per esser popolo assai e animali innumerabili, fu bisogno ch’andassero larghi, acciò che quelli ch’andavano avanti non mangiassero lo strame e altri rinfrescamenti di quelli che venivano dietro. Onde un capo di queste genti e animali toccò un luogo chiamato Palastra, e l’altro capo toccò il fiume della Tana nel luogo chiamato Bosagaz, che viene a dire legno berrettin: la distanzia da uno di questi luoghi all’altro è di miglia 120, e tra questa distanzia camminava detto popolo, quantunque tutto non fusse atto al cammino.
Quattro mesi avanti che venissero verso la Tana noi l’intendemmo, ma un mese avanti che venisse questo signore cominciarono a venir verso la Tana alcune scolte, le quali erano di giovani tre o quattro a cavallo, con un cavallo a mano per uno: quelli di loro che venivano nella Tana erano chiamati avanti il consolo, e gli erano fatte carezze e offerte. Domandati dove andavano e quello ch’andavano facendo, dicevano ch’erano giovani ch’andavano a solazzo: altro non se gli poteva trar di bocca, e stavano al piú una o due ore e poi andavano via. E ogni giorno era questo medesimo, salvo che sempre n’era qualcuno piú per numero. Ma, come il signore fu approssimato alla Tana per cinque o sei giornate, cominciorno a venire da 25 in 50, con le sue arme ben in ordine, e avvicinandosi ancor piú, a centinaia. Venne poi il signore, e alloggiò appresso alla Tana per un trar d’arco, dentro una moschea antica. Incontinente il consolo deliberò di mandargli presenti, e mandò una novenna a lui, una alla madre e una a Naurus, capitano dell’esercito. Novenna si chiama un presente di nove cose diverse, come saria a dir panno di seta, scarlatto e altre cose insino al numero di nove: e cosí è costume di presentare a’ signori di quel luogo. Volse ch’io fussi quello ch’andasse co’ presenti, e gli fu portato pane, vino di mele, bosa (ch’è cervosa) e altre cose per insino a nove. Entrati nella moschea, trovammo il signore disteso su un tapeto, appoggiato a Naurus capitano: egli era da 22 e Naurus da 25 anni. Presentati che gli ebbe, gli raccomandai la terra insieme col popolo, il quale dissi ch’era in sua libertà. Risposemi con umanissime parole. Dopo, guardando verso di noi, incominciò a ridere e a sbatter le mani l’una nell’altra, e dire: “Guarda che terra è questa, dove tre uomini non hanno piú di tre occhi”. E questo era vero, conciosiaché Buran Taiapietra, nostro turcimano, aveva un occhio solo; un Giovanne greco, bastoniero del consolo, uno solo; e colui che portava il vino di mele similmente un solo. Tolta licenza da lui, tornammo alla terra.

3. Il modo che tengono le scolte nel vivere; della grand’abbondanza delle vettovaglie che conducono in campo; in qual maniera cammina l’esercito de’ Tartari. Degli uccelli chiamati gallinaccie
Se fusse in questo luogo alcuno al quale paresse manco che ragionevole che dette scolte andassero a quattro, a dieci, a venti e trenta per quelle pianure, stando lontani da’ suoi popoli le belle dieci, sedici e venti giornate, e domandasse di che possono vivere, io gli rispondo che ciascuno di questi, il qual si parte dal suo popolo, porta un utricello di pelle di capretto pieno di farina di miglio macinata e impastata con un poco di mele, e hanno qualche scodella di legno; e qualche volta pigliano qualche salvaticina, ch’assai ne sono per quelle campagne ed essi le sanno ben pigliare, massimamente con gli archi: tolgono di questa farina, e con un poco d’acqua fanno certa pozione, e con quella si passano. E quando a qualche uno ho domandato quel che mangiano in campagna, all’incontro essi mi rispondono: “E che si muore per non mangiare?”, quasi che dica: “Abbia pur tanto che si passi la vita leggiermente, non mi curo d’altro”. Scorrono con erbe e radici e con quel che possono, pur che non gli manchi il sale: se non hanno sale la bocca se gli vessica e marcisce, in tanto che da quel male alcuni se ne muoiono; viengli eziandio flusso di ventre.
Ma ritorniamo là dove lasciammo il parlar nostro. Partito che fu questo signore, incominciò a venire il popolo con gli animali: e furono prima mandre di cavalli, a sessanta, cento, dugento e piú per mandra; poi furono mandre di cameli e buoi; e dietro a queste, mandre d’animali minuti. E durò questa cosa da giorni sei, che tutt’il giorno, quanto potevamo guardare con gli occhi, da ogni canto la campagna era piena di gente e d’animali ch’andavano e venivano: e questa era solamente nelle teste, onde si può considerar quanto maggior sia stato il numero di mezo. Noi stavamo su le mura (conciosiaché tenevamo serrate le porte), e la sera eravamo stanchi di guardare, imperoché, per la moltitudine di questi popoli e bestiame, il diametro della pianura che occupavano era al modo d’una paganea di miglia 120. Questa parola è greca, la qual io già, essendo nella Morea in caccia con un signorotto, ch’avea menato seco cento villani, primamente intesi. Ciascuno di loro aveva una mazza in mano, e stavano lontani l’uno dall’altro da dieci passa, e andavano dando di questa mazza in terra e gridando per far saltar fuori le salvaticine; e li cacciatori, chi a cavallo e chi a piedi, con uccelli e cani, si mettevano alle poste dove a lor pareva, e quando era il tempo gettavano i loro uccelli o lasciavano i cani: e l’andare a questo modo chiamavano una paganea. In questa maniera, com’ho detto, camminava questo infinito popolo de’ Tartari. E fra gli altri animali che questo popolo cosí andando cacciava, erano pernici e alcuni altri uccelli che noi chiamiamo gallinaccie, i quali hanno la coda corta a modo di gallina, e stanno con la testa dritta come galli, e sono grandi quasi come pavoni, i quali simigliano eziandio nel colore, non intendendo della coda: onde (per esser la Tana fra monticelli di terreno e fosse assai, per spazio di dieci miglia intorno, dove già fu la Tana antica) maggior numero del consueto si venne ascondere fra detti monticelli e valli non frequentate. Una cosa è, che atorno le mura della Tana e dentro a’ fossi erano tante pernici e gallinaccie che pareva che tutti detti luoghi fossero cortivi di qualche buoni massari. Li putti della terra ne pigliavano qualcuna e davanle due per un aspro, che vien l’una otto baggattini nostri.

4. In che modo un frate di San Francesco pigliava grandissima quantità di gallinaccie. Del gran numero di gente ch’era nell’esercito de’ Tartari. Della maniera de’ carri e delle case di quelle genti, e come si fabrichino
Ritrovandosi a quel tempo nella Tana un frate Therino dell’ordine di S. Francesco, con un rizaglio, facendo di due cerchi piccioli un grande, e ficcando un palo alquanto storto in terra fuor delle mura, ne pigliava dieci e venti al tratto: e vendendole trovò tanti denari che di quelli comprò un garzon circasso, al quale pose nome Pernice e fecelo frate. La notte ancora nella terra si lasciavano le finestre aperte con qualche lume dentro, e alcuna volta ne venivano per sino in casa. Di cervi e altre salvaticine si può considerare quanto era il numero, ma queste non venivano appresso alla Tana.
Dalla pianura ch’occupava questa gente si potria far una descrizione del numero di grosso quanti ch’erano: che, a un luogo detto Bosagaz, dov’era una mia peschiera, dopo andato giú il ghiaccio andando con una barca (il qual luogo era lontano dalla Tana circa 40 miglia), ritrovai li pescatori, li quali dissero aver pescato l’invernata e aver salate di molte morone e caviari, e ch’alcuni di questo popolo erano stati lí e avevano tolto tutti li pesci, salati e non salati (de’ quali alcuni erano che tra noi non si mangiano), per insino alle teste, e tutti li caviari e tutto il sale, il qual è grosso come quello da Gieviza, in modo che per maraviglia non s’aveva potuto ritrovare un grano di sale; delle botti etiam aveano tolte le doghe, forse per acconciar li suoi carri; oltre di questo tre macinette ch’erano lí da macinar sale, ch’aveano un ferretto in mezo, ruppero per torre quel poco di ferro. Quello che fu fatto a me fu fatto da per tutto ad ognuno, in tanto che a Giovanni da Valle (il qual ancora aveva una peschiera, e intendendo la venuta di questo signore aveva fatto fare una gran fossa, e messo da circa trenta carratelli di caviaro in essa, e l’avea coperta di terreno, sopra il quale poi, aciò che non se n’avvedessero, aveva fatto arder legne) trovarono le scosagne e non gli lasciarono cosa alcuna. In questo popolo sono innumerabili carri da due rote, piú alte delle nostre, li quali sono affelciati di stuore di canne, e parte coperti con feltre, parte con panni, quando sono di persone da conto. Alcuni de’ quali carri hanno le sue case suso, le quali essi fanno in questo modo: pigliano un cerchio di legno, il diametro del quale sia un passo e mezo, e sopra questo drizzan altri semicirculi, i quali nel mezo s’intersecano; tra questi poi mettono le loro stuore di canna, le quali cuoprono o di feltro o di panni, secondo la lor condizione. E quando vogliono alloggiare, mettono queste case giú de’ carri e in esse albergano.

5. Come un Edelmulgh, cognato del signore, avuta licenza entrò nella città e alloggiò in casa di messer Iosafa Barbaro, e, fatta amicizia tra loro, esso messer Iosafa andò con lui al signore, e quello che gl’intravenne fra via. Il modo ch’osserva quella gente quando va al signore per aver udienza
Due giorni dopo, partito questo signore, vennero a me alcuni di quei della Tana e mi dissero ch’io andassi alle mura, dov’era un Tartaro il quale mi volea parlare: andai, e mi fu detto da colui come lí da presso si ritrovava un Edelmulgh, cognato del signore, il quale volentieri (piacendo cosí a me) entraria nella terra e si faria mio conaco, cioè ospite. Domandai licenza al consolo, e ottenuta che l’ebbi andai alla porta e tolsilo dentro con tre de’ suoi, imperoché ancora si tenevano chiuse le porte. Lo menai a casa e fecigli onore assai, specialmente di vino, che molto gli piaceva: e in poche parole stette due giorni con me. Costui, volendo partire, mi disse volere ch’io andassi con lui, e ch’era fatto mio fratello, e che là dov’egli era io potevo ben andar sicuro; disse pur qualcosa a’ mercanti, de’ quali niuno era che non si maravigliasse. Deliberai d’andar con lui, e tolsi due Tartari con me di quelli della terra a piedi, e io montai a cavallo. Uscimmo della terra a tre ore di giorno: egli era imbriaco marcissimo, imperoch’avea bevuto tanto che gettava sangue pel naso, e quando io gli diceva che non bevesse tanto faceva certi gesti da simia, dicendo: “Lasciami bere, dove ne troverò io piú?” Dismontati adunque su nel ghiaccio per passare il fiume Tanais, io mi sforzava d’andar dov’era la neve, ma esso, il qual era vinto dal vino, andando dove il cavallo lo menava capitò in luogo senza neve, dove il cavallo non poteva stare in piedi, imperoché i lor cavalli non hanno ferri, onde cascò; ed esso gli dava con la scoriata (perché non portano sproni), e il cavallo ora levava e ora cascava: e durò questa cosa forse per un terzo d’ora. Finalmente, passato il fiume, andammo all’altro ramo, e passammo ancor quello con gran fatica, per quell’istessa ragione. Ed essendo lui stanco, si pose a certo popolo che già s’era messo ad alloggiare, e lí albergammo per quella notte, forniti d’ogni disagio, come si può pensare.
La mattina seguente cominciammo a cavalcare, ma non con quella gagliardezza ch’avevamo fatto il giorno avanti. E passato ch’avemmo un altro ramo di questo fiume, camminando sempre alla via ch’andava il popolo, il quale era per tutto come formiche, cavalcato ch’avemmo ancora due giornate, ci approssimassimo al luogo dov’era il signore: e quivi gli fu fatto da ognuno molto onore e datogli di quel che v’era, come carne, paniccio e latte e altre cose simili, in modo che non ci mancava cosa alcuna. Il giorno seguente, desiderando di vedere come cavalcava questo popolo e che ordine teneva nelle sue cose, viddi tante e tanto mirabil cose che reputo che, volendo scrivere di passo in passo quello ch’io potria, farei un gran volume. Giugnemmo dov’era l’alloggiamento di questo signore, il quale trovai sotto un padiglione, e d’ogn’intorno genti innumerabili, delle quali quelli che volevano audienzia erano inginocchioni, tutti separati l’uno dall’altro, e mettevano l’arme sue lontane dal signore un tratto di pietra: a qualcuno de’ quali il signore parlava, e domandando quel ch’esso voleva, tuttavia gli faceva atto con la mano che si levasse; levavasi e veniva piú avanti, lontano però da lui per otto passa, e di nuovo s’inginocchiava e domandava quello che a lui piaceva. E cosí si faceva per insino che si dava audienzia.

6. In che modo si faccia ragione nel campo. Gli uomini da fatti come s’espongano a’ pericoli. Come quarantacinque Tartari andarono ad assalir cento cavalli de’ Circassi, ch’erano nascosi in un bosco per far correrie, e molti di quelli ammazzarono e gran parte ne presero
La ragione si fa per tutt’il campo alla sproveduta, e fassi a questo modo. Quando un ha da fare con un altro di qualche differenza, altercandosi con esso di parole, non però al modo che fanno questi di qua ma con poca ingiuria, si levano ambidui, e, se piú fussero, tutti; e vanno a una via dove meglio gli pare, e al primo che truovano il quale sia di qualche condizione dicono: “Signore, fanne ragione, perché siamo differenti”; ed egli subito si ferma e ode quello che dicono, e poi delibera quello gli pare senz’altra scrittura, e di quello che ha deliberato niuno parla. Concorrono a queste cose molte persone, alle quali, fatta la deliberazione, esso dice: “Voi sarete testimonii”. Di simili giudicii tutt’il campo continuamente è pieno. E se qualche differenza gli occorresse in via, osservano quest’istesso, togliendo per giudice quello che scontrano, facendolo giudicare.
Viddi un giorno, essendo in questo lordo, una scodella di legno roversciata in terra, e andai là, e levandola trovai che sotto v’era paniccio cotto. Mi voltai verso un Tartaro e gli domandai: “Che cosa è questa?” Mi rispose esser messa per hibuthperes, cioè per gli idolatri. Domandai: “E come, sonvi idolatri in questo popolo?” Rispose: “O, o, ne sono assai, ma sono occulti”.
Principierò dal numero del popolo, e dirò d’aviso, imperoché numerarli non era possibile, esplicando nondimeno manco di quello ch’io stimo. Credo e fermamente tengo che fussero anime trecentomila in tutt’il lordo, quando è congiunto in un pezzo: questo dico perché parte del lordo avea Ulumahemeth, com’abbiamo detto di sopra. Gli uomini da fatti sono valentissimi e animosissimi, in tanto ch’alcun di loro per eccellenzia è chiamato talubagater, che vuol dire matto valente: il qual nome gli accresce tra ‘l vulgo come appresso di noi savio over il bello, onde si dice Pietro tale il savio e Paulo tale il bello. Hanno questi tali una preminenzia, che tutte le cose che fanno, ancora che in qualche parte siano fuori di ragione, si dicono esser fatte bene, che, derivando da prodezza, a tutti par che facciano il suo mestiero. E di questi molti ve ne sono (se sono in fatti d’arme) che non stimano la vita, non temono pericolo, si cacciano avanti e s’espongono ad ogni rischio senza ragione alcuna, di modo che li timidi pigliano animo e diventano valentissimi. A me par questo lor cognome esserli molto proprio, perché non veggio che possa esser alcuno valent’uomo se non è pazzo. Non è, per la fede vostra, pazzia, ch’uno voglia combattere contra quattro? Non è pazzia ch’uno con un coltello sia disposto di combattere contra piú, i quali abbiano spade?
Dirò a questo proposito quello ch’una volta m’intravenne, essendo alla Tana. Stando io un giorno in piazza, vennero alcuni Tartari nella terra e dissero che in un boschetto lontano circa tre miglia erano ascosti da cento cavalli di Circassi, i quali aveano deliberato di fare una correria per insino alla terra, secondo il lor costume. Io sedeva a caso nella bottega d’un maestro di freccie, nella quale era anche un Tartaro mercante, ch’era venuto lí con semenzina. Costui, inteso ch’ebbe questo, si levò e disse: “Perché non andiamo noi a pigliarli? Quanti cavalli sono?” Gli risposi: “Cento”. “Or ben, - diss’egli, - noi siamo cinque, voi quanti cavalli sarete?” Risposi: “Quaranta”. Ed egli: “I Circassi non sono uomini ma femine; andiamo a pigliarli”. Udito che io ebbi questo, andai a ritrovar Francesco da Valle, e gli dissi quello che costui m’aveva detto, tuttavia ridendo. Mi domandò se mi bastava l’animo d’andare; gli risposi di sí: onde ci mettemmo a cavallo, e per acqua ordinammo ch’alcuni nostri uomini venissero, e sul mezogiorno assaltammo questi Circassi, li quali stavano all’ombra, alcuni de’ quali dormivano. Volse la mala ventura che, un poco avanti che noi giugnessimo lí, il trombetta nostro sonò, per la qual cosa molti ebbero tempo di scampare; nondimeno, fra morti e presi, n’avemmo circa quaranta. Ma il bello fu, al proposito de’ matti valenti, che questo Tartaro, il quale voleva che gli andassimo a pigliare, non rimase alla preda, ma solo si mise a correr dietro a quelli che fuggivano. E gridandogli noi: “Ma he, torna, ma he, torna”, ritornò circa un’ora dopo; e giunto si lamentava e diceva: “Ohimè, che non n’ho potuto pigliare alcuno”, dolendosi molto forte. Considerate che pazzia era quella di costui, che se quattro di loro se gli fussero rivoltati l’averiano sminuzato; e di piú, riprendendolo noi, se ne faceva beffe. Le scolte delle quali ho fatto menzione di sopra, che vennero avanti il campo alla Tana, cosí andavano avanti questo campo in otto parti diverse, per saper quello che da ogni lato gli avesse potuto nuocere, lontan molte giornate, secondo il bisogno del campo.

7. Delle uccellagioni e cacciagioni de’ Tartari; della gran moltitudine d’animali ch’appresso di loro si truovano, massime cavalli, buoi, cameli da due gobbe e altri
Alloggiato ch’è il signore, subito mettono giú li bazzari e lasciano le strade larghe: s’è di verno, tanti sono i piedi degli animali che fanno grandissimo fango; s’egli è di state, fanno grandissima polvere. Fanno di subito (messo ch’hanno giú li bazzari) li lor fornelli, e arrostono e lessano la carne, e fanno i lor sapori di latte, di buttiro e di cacio. Hanno sempre qualche salvaticine, e massimamente cervi. Sono in quell’esercito artegiani di drappi, fabri, maestri d’arme e d’altre cose e mestieri che gli bisogna. E s’alcuno mi dicesse: “Come, vanno costoro come zingani?”, rispondo di no, conciosiach’eccetto il non esser circondati di mura tali alloggiamenti paiono grossissime e bellissime città. Ritrovandomi, a questo proposito, un giorno alla Tana, sopra la porta della quale era una torre assai bella, ed essendo appresso di me un Tartaro mercante il quale guardava la torre, gli domandai: “Ti pare una bella cosa questa?” Ed egli, guardandomi e sorridendo, disse: “Poh, ch’ha paura fa torre”. E in questo mi pare che dicano il vero.
Ma perché ho detto de’ mercanti, tornando al fatto nostro di quest’esercito, dico che sempre in esso si ritrovano mercanti che vi portano robbe per diverse vie, e ancora di quelli che passano pel lordo con intenzione d’andare in altro luogo. Questi Tartari sono buoni strozzieri, hanno girifalchi assai, uccellano a camelioni (che da noi non s’usano), vanno a cervi e ad altri animali grossi. Portano li detti girifalchi in una mano, sul pugno, e nell’altra hanno una crozzola, e quando sono stanchi mettono la crozzola sotto la mano, imperoché sono due tanto piú grossi che non è un’aquila. Alle volte passa qualche stormo d’oche sopra quest’esercito, e quelli del campo tirano alcune freccie grosse un dito, storte e senza penne, le quali, come sono andate in aria tant’alto quanto la forza del braccio ha potuto, si voltano e vanno in traverso, scavezzando dove giungono e collo e gambe e ali. Tal volta pare che di queste oche ne sia pieno l’aere, le quali, per il gridar del popolo, si storniscono e cascano giú.
Dirò (poi che siamo in parlar d’uccelli) una cosa, la quale mi par notabile. Cavalcando per questo lordo, sopra una riva d’un fiumicello ritrovai uno, il quale mostrava esser uomo di conto, che stava a parlare co’ suoi famigli. Costui mi chiamò e fecemi dismontare avanti di sé, domandandomi quello ch’io andava facendo. E rispondendogli io al bisogno, mi voltai e viddi appresso di lui quattro over cinque di quell’erbe che noi chiamiamo garzi, sopra le quali eran alcuni cardellini. E comandò a uno de’ famigli che ne pigliasse uno, il quale tolse due sete di cavallo e fece un laccio e lo messe sui garzi, e ne prese uno e portollo al suo signore. Disse egli: “Va’ cuocilo”, e il famiglio presto lo pelò, e fece un spedo di legno, e arrostitolo glielo portò davanti. Costui lo tolse in mano, e guardandomi disse: “Non sono in luogo ch’io ti possa far onore e cortesia qual tu meriti, ma faremo carità di quello ch’io ho e di quello m’ha dato il nostro Signore Iddio”. E ruppe questo cardellino in tre parti, delle quali una ne diede a me, una mangiò esso, e l’altra, ch’era molto poca, la diede a colui il quale l’avea preso.
Che diremo noi della grande e innumerabile moltitudine d’animali i quali sono in questo lordo? Sarò io creduto? Sia però quel che si voglia, ch’ho deliberato di dirla. E, principiando da’ cavalli, dico che sono alcuni del popolo, mercanti di cavalli, i quali gli cavano dal lordo e gli menan in diversi luoghi: e una caravana, la qual venne in Persia prima ch’io mi partissi di lí, già ne condusse 4000. E non vi maravigliate, perché, se voleste in un giorno in questo lordo comprar mille over duemila cavalli, gli trovareste, perché sono in mandre come le pecore. E andando nella mandra si dice al venditore che si vuol cento cavalli di questi, ed esso ha una mazza con un laccio in capo, ed è tant’atto a quest’esercizio che, tanto tosto che colui che compra gli ha detto: “Pigliami questo, pigliami quello”, gli ha messo il laccio in capo e l’ha tirato fuori degli altri e messo in disparte: e in questo modo ne piglia quanti e quali egli vuole. M’è avvenuto scontrare in viaggio de’ mercanti, i quali menano questi cavalli in tanto numero che cuoprono le campagne, e par cosa mirabile. Il paese non produce cavalli troppo da conto: sono piccioli, hanno la pancia grande, non mangiano biada, e quando che gli conducono in Persia la maggior laude che gli possano dare è che mangiano biada, imperoché, se non ne mangiano, non possono portar la fatica al bisogno. La seconda sorte d’animali ch’hanno sono buoi bellissimi e grandi, in tanto numero che satisfanno eziandio alle beccarie d’Italia: e vengono alla via di Polonia, e di lí per la Valacchia in Transilvania, e poi in Alemagna, dalla qual s’indrizzano in Italia. Portano in quel paese li buoi soma e basti, quando se n’ha di bisogno. La terza sorte d’animali ch’hanno sono cameli da due gobbe per uno, grandi e pelosi, i quali si conducono in Persia e si vendono ducati 25 l’uno, imperoché quelli di levante hanno una gobba sola e sono piccioli, e si vendono ducati dieci l’uno. La quarta sorte d’animali sono castroni grossissimi e alti in gambe, con un pelo longo, i quali hanno code che pesano 12 libre l’una: e tal n’ho veduto che si strascina una ruota dietro tenendo la coda sopra, quando per piacere qualcuno gliela liga. De’ grassi di queste code condiscono tutte le lor vivande e l’usano in luogo di butiro, ma non s’agghiaccia in bocca.

8. Il modo ch’usa l’esercito de’ Tartari circa il seminar le biade, e della fertilità di quei terreni. Come Chezimahumeth, discacciato Ulumahemeth, si fece imperator di quel popolo. In che mirabil modo l’esercito passa il fiume della Tana
Non so chi sapesse dir quello che di presente dirò, salvo chi l’avesse veduto, imperoché potresti domandare: tanto popolo di che vive? Se cammina ogni giorno, dov’è la biada che mangiano? Dove la truovano? E io che l’ho veduto rispondo che fanno in questo modo. Circa la luna di febraio fanno far gride per tutt’il lordo che ciascuno che vuol seminare si metta in ordine delle cose che gli fa di bisogno, conciosiach’alla luna di marzo s’abbia da seminar nel tal luogo, e che a tal dí della tal luna si metteranno a cammino. Fatto questo, quelli ch’hanno voglia di seminare o far seminare s’apparecchiano e accordansi insieme, e caricano le semenze su carri, e menano gli animali che gli fanno bisogno, insieme con le moglie e figliuoli o parte d’essi, e vanno al luogo deputato, ch’è per la maggior parte due giornate lontano dal luogo dove nel tempo della grida si ritrova il lordo, e quivi arano, seminano, e stanno per fino ch’hanno fornito di far quello che vogliono; poi se ne ritornano nel lordo. L’imperatore col lordo fa come suol far la madre quando manda li figliuoli a spasso, la qual sempre tien loro gli occhi addosso, imperoché va circondando questi seminati, ora in qua e ora in là, non s’allontanando da essi piú di quattro giornate, per insino che le biade sono mature. Quando sono mature non va col lordo lí, ma solamente vanno quelli ch’hanno seminato e quelli che vogliono comprare i frumenti, con barri, buoi e cameli e quello di ch’hanno bisogno, come eziandio fanno alle lor ville. I terreni sono fertili: rendono di frumento cinquanta per uno, il quale è grande com’il Padovano; di miglio cento per uno, e alle volte hanno tanta ricolta che la lasciano in campagna.
Dirò in questo luogo a proposito questo: si ritrovò un figliuolo d’Ulumahemet, il quale, avendo signoreggiato alquanti anni e dubitando d’un suo fratel cugino, il qual era di là dal fiume d’Erdil, per non si privar di parte del popolo, la qual averia convenuto stare su le seminagioni con suo espresso pericolo, undici anni continui non volse che si seminasse, e in quel tempo tutti vissero di carne e di latte e d’altre cose, quantunque nel bazzaro fusse qualche poco di farina e di paniccio, ma cari. E domandando io loro come facevano, se ne ridevano, dicendo ch’aveano carne. E nondimeno fu discacciato da quel suo cugino, perciò che il detto Ulumahemeth, sentendo esser arrivato Chezimahumeth ne’ suoi confini, non gli parendo di poter resistere, lasciò il lordo e fuggí co’ figliuoli e altri suoi; e Chezimahumet si fece imperatore di tutto quel popolo, e ritornò verso il fiume della Tana nel mese di giugno, e passò circa due giornate sopra di quella, con tutt’il numero del popolo, di carri, d’animali ch’egli aveva. Cosa mirabile da credere, ma piú mirabile da vedere, imperoché tutti passano senza strepito alcuno, con tanta sicurtà quanta s’andassero per terra. Il modo che servano in questo passare è che quei ch’hanno il potere mandano de’ loro avanti, e fanno far zattere di legnami secchi, de’ quali appresso li fiumi ne sono boschi assai; fanno eziandio far fasci di canne e di pavera, e mettono detti fasci sotto le zattere e sotto li carri: e a questo modo passano, tirando li cavalli che nuotano dette zattere e carri, i quali cavalli sono aiutati da alcuni uomini nudi.
Io circa un mese dopo, navigando pel fiume verso certe peschiere, mi scontrai in tante zattere e fascine che venivano a seconda (le quali erano state lasciate da costoro) ch’appena potevamo passare, e viddi oltre di questo per le rive di quei luoghi tant’altre zattere e fascine che mi facevano stupire. Giunti che fussimo alle peschiere, trovammo che in quei luoghi avevano fatto peggio che a quelli de’ quali ho scritto di sopra.

9. Come Edelmug, cognato dell’imperatore, menò un suo figliuolo a messer Iosafa e dettegli quello in figliuolo. Come esso messer Iosafa liberò in Venezia due Tartari ch’erano schiavi, uno de’ quali per longhissimo tempo avanti aveva anco liberato dal fuoco, ritrovandosi allora nella Tana.
In quel tempo (per non mi dimenticar degli amici) Edelmug, cognato dell’imperatore, ritornato per passar il fiume (com’abbiamo detto di sopra), venne alla Tana e menommi un suo figliuolo, e subito m’abbracciò e disse: “Io t’ho portato questo figliuolo, e voglio che sia tuo”. E incontinente trasse di dosso a detto figliuolo uno subbo ch’egli avea e messelo indosso a me, e mi portò a donar otto teste di nazion rossiana, dicendomi: “Questa è la parte della preda ch’io ho avuta in Rossia”. Stette due giorni meco, ed ebbe da me all’incontro presenti convenienti.
Sono alcuni i quali, partendosi da altri con opinion di non ritornar mai piú in quelle parti, facilmente si dimenticano delle amicizie, dicendo che mai piú non si vederanno insieme, e di qui viene che molte fiate non usano li modi che doveriano usare; i quali certamente, per quell’esperienza ch’io ho, non fanno bene, conciosiaché si soglia dire che monte con monte non si ritrova, ma sí ben uomo con uomo. Accadettemi, nel mio ritornar di Persia insieme con l’ambasciator d’Assambei, voler passare per Tartaria e per Polonia per venire a Venezia, quantunque poi io non facessi questo cammino. Allora avevamo in compagnia nostra molti Tartari mercanti. Domandai quel che fusse di questo Edelmulg: e mi fu detto ch’era morto e ch’avea lasciato un figliuolo, il qual si nominava Hagmeth, e dettemi contrasegni dell’effigie, in modo che, sí pel nome come per l’effigie, conobbi esser quello che il padre m’avea dato per figliuolo. E, come diceano quei Tartari, costui era grande appresso l’imperatore, sí che, se passavamo oltre, senza dubbio capitavamo nelle sue mani: e rendomi certo che da lui avrei avuta ottima compagnia, perché io l’avea fatta al padre e a lui. E chi avria mai stimato che trentacinque anni dopo, in tanta distanzia di paesi, si fussero ritrovati un Tartaro e un Veneziano?
Aggiugnerò questa cosa (quantunque non fusse in quel tempo), perché fa a proposito di quello ch’io ho detto. Del 1455, essendo in un magazino di mercanti da vino in Rialto e scorrendo per quello, viddi dietro alcune botti da un capo due uomini in ferri, i quali alla ciera conobbi ch’erano tartari. Io domandai loro chi fussero: mi risposero essere stati schiavi di Catelani, ed esser fuggiti con una barchetta, e che in mare erano stati presi da quel mercante. Allora io subitamente andai a’ signori di notte e feci querela di questa cosa, onde presto presto mandarono alcuni officiali, i quali gli condussero all’ufficio e in presenza del detto mercante gli liberarono, e condennarono il mercante. Tolsi li detti Tartari e menaimeli a casa, e domandati chi fussero e di che paese, uno di loro mi disse ch’era della Tana e ch’era stato famiglio di Cozadahuth, il quale io conobbi già, perché era commarchier dell’imperatore, il qual faceva scuoter da lui il dazio delle robbe che si conducevano alla Tana. Guardandolo nella faccia mi parve raffigurarlo, perciò ch’era stato assai volte in casa mia. Domandai che nome esso avea: dissemi Chebechzi, che in nostra lingua vuol dire semoliero o burattatore. Lo guardai e dissigli: “Mi conosci tu?” Ed egli: “No”. Ma, tantosto che mentovai la Tana e Iusuph (che cosí mi chiamavano là in quelle parti), si gittò a’ miei piedi e volsemeli baciare, dicendo: “Tu m’hai due volte scampato la vita: questa n’è una, imperoch’essendo schiavo io mi teneva per morto; l’altra, quando si bruciò la Tana, che facesti quel buso nelle mura pel quale uscirono fuori tante persone, nel cui numero fu mio padrone e io”. Ed è vero, perché, quando fu il detto fuoco alla Tana, io feci un buso nelle mura all’incontro di certo terreno vacuo, dove si vedeano molte brigate insieme, pel quale furono tratte fuori da 40 persone, e fra essi fu costui e Cozadahuth. Tennili ambidui in casa circa due mesi, e al partir delle navi della Tana io gl’inviai a casa loro. Sí che niuno mai debbe, partendosi da altri con opinione di non ritornar mai piú in quelle parti, dimenticarsi delle amicizie come che se mai piú non s’avessero da vedere insieme: possono accadere mille cose ch’averanno a rivedersi, e forse quello che piú può avrà ad aver bisogno di colui che manco puote.
Ritornando alle cose della Tana, scorrerò per ponente e maestro, andando alla riva del mare delle Zabache all’uscir fuori a man manca, e poi qualche parte sul mar Maggiore, per insin alla provincia nominata Mengrelia, prima detta Colcho, poi Lazia Mengrelia.

10. Della regione Cremuch e del signore di quella; del vivere e costume di quelle genti. Di diversi altri paesi. Della provincia Mengrelia; del signor di quella, e della natura di quel paese e degli uomini. Tetari: che cosa significa. Dell’isola di Capha
Partendomi adunque dalla Tana, circa la riva del detto mare fra terra tre giornate si truova una regione chiamata Cremuch, il signor della quale ha nome Biberdi, che vuol dire Diodato. Costui fu figliuolo di Chertibei, che significa vero signore. Ha molti casali sotto di sé, i quali fanno al bisogno duemila cavalli; vi sono campagne belle, boschi molti e buoni e fiumi assai. Li principali di questa regione vivono d’andar rubbando per le campagne, e specialmente le caravane che passano da luogo a luogo. Hanno buoni cavalli. Essi sono valenti uomini della persona e d’astuto ingegno, e somigliano nel volto agl’Italiani. Biade in quella regione sono assai, e similmente carne e mele, ma non v’è del vino. Dietro a questi sono paesi di diverse lingue, non però molto lontani l’uno dall’altro, cioè le Chippiche, Tatacosia, Sobai, Cheverthei, As, cioè Alani, de’ quali abbiamo parlato di sopra: e questi vanno scorrendo per insino alla Mengrelia, per spazio di 12 giornate. Questa Mengrelia confina con Caitacchi, che sono circa il monte Caspio, e parte con la Zorzania e col mar Maggiore, e con quella montagna che passa nella Circassia; e da un lato ha un fiume chiamato Phaso, che la circonda e viene nel mar Maggiore. Il signor di questa provincia ha nome Bendian: ha due castelli sul detto mare, uno chiamato Vathi e l’altro Sevastopoli, e oltre d’essi altri piú castellucci e brichi. Il paese è tutto sassoso e sterile: non ha biade d’altra sorte che paniccio; il sale li vien condotto da Capha. Fanno qualche poche tele e molto cattive, che son alcune di canapo e altre d’ortica.
È gente bestiale: il segno di ciò è ch’essendo a Vathi, dove, partito da Constantinopoli con una palandiera di Turchi per andar alla Tana, capitai insieme con un Anzolin Squarciafico genovese, era una giovane, la quale stava in piedi sopra una porta, alla quale questo Genovese disse: “Surina, patroni cocon?”, che vuol dire: “Madonna, è il padrone in casa?” (intendendo per questo il marito); essa rispose: “Archilimisi”, che vuol dire: “Ei verrà”. Ed egli la pigliò nelle labbra e, mostrandola a me, diceva: “Guarda bei denti ch’ha costei”, e mi mostrava anche il seno e le toccava le mammelle; ed ella non si turbava né si moveva punto. Entrammo poi in casa e ci mettemmo a sedere, e questo Anzolino, mostrando d’aver pulici nelle mutande, le fece d’atto ch’andasse a cercare: ed ella se ne venne con grande amorevolezza, e cercò intorno intorno con somma fede e castità. In questo mezo venne il marito, e costui cacciò mano alla borsa e disse: “Patroni, tetari sicha?”, che vuol dire: “Padrone, hai tu denari?”. E, facendo egli atto di non n’aver addosso, gli diede alcuni aspri, de’ quali esso dovesse comprare qualche rinfrescamento: e cosí andò. Dopo stati un pezzo, andammo per la terra a solazzo, e questo Genovese faceva in ogni luogo quello che li piaceva, secondo li costumi di quel paese, senza che niuno gli dicesse peggio di suo nome: onde si vede che son ben gente bestiale. Per questa ragione i Genovesi che praticano in quel paese hanno fra loro un costume di dire: “Tu sei mengrello”, quando vogliono dire a qualcun: “Tu sei pazzo”. Ma poi che io ho detto che tetari significa denari, non voglio lasciar di dire che propriamente tetari vuol dir bianco, e per questo colore intendendo i denari d’argento, i quali sono bianchi. I Greci ancora chiamano aspri, che vuol dir bianco; i Turchi akcia, che vuol dir bianco; Zagatai tengh, che vuol dir bianco. E a Venezia altre volte si facevano, e si fanno ancora al presente, denari che si chiamano bianchi; in Spagna ancora sono monete ch’hanno nome bianche. Sí che noi vedemo che diverse nazioni s’accordano a chiamar una istessa cosa con un nome che ciascuna le pone nel suo proprio linguaggio: nondimeno tutte riguardano la medesima ragione e significato.
Ritornando da capo alla Tana, passo il fiume dov’era l’Alania, com’ho detto di sopra, e vo discorrendo pel mare delle Zabacche a man destra, andando in fuori per insino all’isola di Capha, dove si truova uno stretto di terreno chiamato Zuchala, che congiugne l’isola con terra ferma, come fa quello della Morea, detto d’Esimilla. Quivi si truovano saline grandissime, le quali si congelano da lor posta. Scorrendo la detta isola, prima sul mar delle Zabacche è la Cumania, gente nominata da’ Cumani; poi il capo dell’isola dov’è Capha era Gazaria: e per insino a questo giorno il pico col quale si misura, cioè il braccio, alla Tana e per tutte quelle parti è chiamato il pico di Gazaria.

11. Del signore detto Ulubi, e i luoghi da lui signoreggiati. Della perdita di Capha, e in qual modo pervenne nelle mani di Mengligeri, poi d’Ottomano, e con che arte di nuovo in detto Mengligeri. Il modo ch’osservano in trarre al pallio. Della presa e liberazione di Mardassa Can
La campagna di quest’isola di Capha è signoreggiata per Tartari, i quali hanno un signore chiamato Ulubi, che fu figliuolo d’Azicharei. È buon numero di popolo, e fariano a un bisogno da tre in quattromila cavalli. Hanno due luoghi murati, ma non forti, uno detto Solgathi, il qual essi chiamano Chirmia, che vuol dire fortezza, e l’altro Cherchiarde, che nel lor idioma significa quaranta luoghi. In quest’isola è prima, alla bocca del mar delle Zabacche, un luogo detto Cherz, il quale da noi si chiama Bosforo Cimerio; dopo è Capha, Soldadia, Grusui, Cimbalo, Sarsona e Calamita, tutte al presente signoreggiate dal Turco: delle quali non dirò altro, per esser luoghi assai noti. Solo voglio narrare la perdita di Capha, secondo ch’io ho inteso da un Antonio da Guasco genovese, il quale si ritrovò presente e fuggí per mare in Zorzania, e di lí se ne venne in Persia nel tempo ch’io mi vi ritrovava, acciò che s’intenda in che modo questo luogo è capitato nelle mani de’ Turchi.
Ritrovavasi in quel tempo esser signore di quel luogo, cioè nella campagna, un Tartaro nominato Eminachbi, il quale avea ogn’anno da quelli di Capha certo tributo, cosa in quei luoghi consueta. Accadettero fra lui e questi di Capha certe differenze, per le quali il consolo di Capha, che in quel tempo era genovese, deliberò di mandare all’imperator tartaro e di chiamare uno del sangue di questo Eminachbi, col favore del quale voleva cacciare Eminachbi di signoria. Avendo adunque mandato un suo navilio alla Tana insieme con un ambasciatore, questo ambasciatore andò nel lordo dove era l’imperatore de’ Tartari, e ritrovato ch’ebbe uno del sangue di questo Eminachbi, nominato Mengligeri, con promissione lo condusse a Capha per la via della Tana. Eminachbi, intendendo questo, ricercò di pacificarsi con quelli di Capha, con patto che mandassero indietro il detto Mengligeri. E non volendo quelli di Capha simil patto, Eminachbi, dubitando del fatto suo, mandò un ambasciatore all’Ottomano, promettendogli, se mandava la sua armata lí, la qual oppugnasse da mare, ch’egli oppugneria da terra e gli daria Capha, la quale volea che fusse sua. L’Ottomano, il qual era desideroso d’aver tale stato, mandò l’armata e in breve ebbe la terra, nella quale fu preso Mengligeri, e mandato dall’Ottomano stette in prigione molti anni.
Non molto dopo Eminachbi, per la mala compagnia ch’avea da’ Turchi, cominciò a esser malcontento d’aver data la terra all’Ottomano, e non lasciava entrar nella terra alcuna sorte di vettovaglie: onde cominciò a esser gran penuria di biade e di carne, in modo che la terra era poco meno ch’assediata. Fugli ricordato che, se mandava Mengligeri a Capha, tenendolo dentro della terra con qualche guardia cortese, la terra averia abbondanza, perciò che Mengligeri era molto amato dal popolo di fuori. L’Ottomano, giudicando che ‘l ricordo fusse buono, lo mandò: e, tanto tosto che si seppe ch’era giunto, venne nella terra grande abbondanza, perché era amato ancora da quelli di dentro. Essendo tenuto costui in guardia cortese, sí che poteva andare per tutto dentro della terra, un giorno fu tratto un pallio con l’arco. Il modo di trar al pallio in quel luogo è questo: attaccano a un legno messo in traverso sopra due legni drizzati in piedi, a sembianza d’una forca, con qualche spago sottile, una tazza d’argento; e quelli ch’hanno a trar per avere il pallio hanno le lor freccie col ferro di mezaluna tagliente, e corrono a cavallo con l’arco per sotto questa forca, e quando ch’hanno passato un pezzo in là, correndo tuttavia il cavallo alla dritta, si voltano indietro e traggono allo spago, e quello che getta giú la tazza ha vinto il pallio.
Mengligeri adunque, tolta questa occasione del trar del pallio, fece che cento cavalli de’ Tartari, co’ quali esso avea intelligenza, s’ascondessero in certa vallicella ch’era fuori della terra poco lontano, e, fingendo volere anch’egli trar al pallio, prese il corso e fuggí dentro de’ suoi. Incontintente che questa cosa fu intesa, la maggior parte dell’isola lo seguitò, e con essi bene in punto se n’andò a Solgathi, terra lontana da Capha sei miglia, e la prese. Crescendo poi il popolo a sua ubbidienza, andò a Cherchiarde e quella similmente prese: e ammazzato Eminachbi si fece signore di quei luoghi. L’anno seguente deliberò d’andar verso di Citracan, luogo lontano da Capha 16 giornate, signoreggiato da un Mordassa Can, il quale in quel tempo era col lordo sopra del fiume Erdil. E fece giornata con lui e preselo e tolse il popolo, buona parte del quale mandò all’isola di Capha; ed egli rimase a invernar sopra il detto fiume. Ritrovavasi in quel tempo esser alloggiato qualche giornata lontano un altro signor tartaro, il quale, inteso che costui invernava in quel luogo, essendo il fiume agghiacciato, deliberò d’assaltarlo all’improvista e lo ruppe, e ricuperò Mordassa, il qual era tenuto prigione. Mengligeri, essendo rotto, ritornò a Capha mal in ordine. Nella primavera seguente Mordassa col suo lordo venne a trovarlo fino a Capha, e fece alcune correrie e danni dentro dell’isola: ma, non potendo aver le terre a sua ubbidienza, tornò indietro.
Nondimeno mi fu detto ch’egli di nuovo faceva esercito, con intenzione di ritornare all’isola e discacciare Mengligeri: e questo è vero in sé, ma cagione d’una bugia, imperoché coloro che non intendono donde procedano le guerre ch’hanno tra loro questi signori, e non sanno che differenza sia tra il gran Can e Mordassa Can, intendendo che Mordassa Can fa nuovo esercito con intenzion di ritornar all’isola, si danno ad intendere e dicono che il gran Can viene per la via di Capha a posta dell’Ottomano, con proposito d’andar per la via di Moncastro nella Valachia e Ungaria e dove vorrà l’Ottomano: la qual cosa è falsa, quantunque s’abbia per lettere da Constantinopoli.

12. Della Gotia e Alania; della favella de’ Goti; de’ popoli gotalani, e onde sta derivato questo nome. Della terra detta Citracan; della grandezza de’ talponi che nascono in quei boschi. D’una terra detta Risan, e della fertilità di quel paese. Di Colona città. Del fiume Mosco e Mosco città, e del sito e abbondanzia di quella
Dritto dell’isola di Capha d’intorno, ch’è sul mar Maggiore, si truova la Gotia e poi l’Alania, la qual va per l’isola verso Moncastro, com’abbiamo detto di sopra. Goti parlano in todesco: so questo perché, avendo un famiglio todesco con me, parlavano insieme e intendevansi assai ragionevolmente, cosí come s’intenderia un Furlano con un Fiorentino. Da questa vicinità de’ Goti con Alani credo che sia derivato il nome di Gotalani. Alani erano prima in quel luogo: sopravennero Goti e conquistorno quei paesi, e fecero una mistura del nome loro col nome degli Alani, e si chiamarono Gotalani, sí come quelle genti erano mescolate con queste. Tutti questi fanno alla greca, e similmente i Circassi. E perché abbiamo fatto menzione di Tumen e di Citracan, non volendo pretermettere né anche di questi luoghi le cose che sono degne di memoria, dicemo che da Tumen andando per greco e levante sette giornate lontano si truova il fiume Erdir, sopra il qual fiume è Citracano, la quale al presente è una terricciola quasi distrutta: pel passato fu grande e di gran fama, imperoché, prima che fusse distrutta dal Tamberlano, le spezie e le sete che al presente vanno in Soria andavano in Citracan, e da quel luogo alla Tana, dove si mandava solamente da Venezia sei e sette galee grosse per il levar di dette spezie e sete. E in quel tempo né Veneziani né altra nazione citramarina facea mercanzia in Soria.
L’Erdil è fiume grossissimo e larghissimo, il qual mette capo nel mar di Bachú, lontano da Citracan circa miglia 25: e cosí esso fiume come il mare hanno pesci innumerabili, ma in esso mar si truovan schenali e morone assai, il qual fa anche sale assai. Per il fiume a contrario d’acqua si può navigare infino appresso il Moscho, terra di Rossia, a tre giornate: e ogn’anno quelli del Moscho vanno con lor navilii in Citracan a torre il sale, e vi è la via facile, perché il Moscho fiume va in quello che è nominato Occa, che discende nel fiume Erdil. Trovansi in questo fiume isole assai e boschi, delle quali isole ve n’è alcuna che volge trenta miglia. I boschi fanno talponi, che d’un pezzo cavato ne fanno barche che portano otto e dieci cavalli e altrettanti uomini. Passando questo fiume e andando per ponente maestro alla via del Moscho, presso però delle rive, quindici giornate continue, si truovan popoli di Tartaria innumerabili. Ma scorrendo verso maestro s’arriva a’ confini della Rossia, dove si truova una terricciola chiamata Risan, la quale è d’un cognato di Giovanni duca di Rossia. Tutti sono cristiani e fanno alla greca; il paese è fertile di biade, carne e melle e altre buone cose; fassi eziandio bossa, che vuol dir cervosa; truovansi boschi e casali assai. Andando un poco piú oltre si truova una città chiamata Colona. E l’una e l’altra di queste due sono fortificate di legname, del quale medesimamente sono fatte tutte le case, imperoché in quei luoghi non si truova gran fatto pietre.
Tre giornate lontano si ritruova il detto Moscho, fiume notabile, sopra il quale è una città nominata Moscho, dove abita il detto Giovanni duca di Rossia. Il fiume passa per mezo la terra e ha alcuni ponti; il castello è sopra certa collina, e d’ogn’intorno è circondato da boschi. La fertilità delle biade e della carne che è in questo luogo si può comprender da questo, che non vendono carne a peso, ma ne danno tanta ad occhio, che certo se ne ha quattro libre al marchetto. Le galline s’hanno settanta al ducato; l’oche tre marchetti l’una. È tanto gran freddo che eziandio lí il fiume s’agghiaccia. Il verno sono portati porci, buoi e altri animali scorticati e messi in piedi, duri come sassi, in tanto numero che chi ne volesse 200 al giorno li potria comprare: tagliar non si possono perché sono duri come marmi, se non si portano in stufa. Frutti, da qualche pochi pomi e noci e nocelle salvatiche in fuora, non si truovano.
Quando vogliono andare da luogo a luogo, specialmente s’il camino è per esser lungo, camminano il verno, perché tutto è agghiacciato, e hanno buon camminar, salvo che da freddo. Portan allora sopra li sani (i quali satisfanno a loro come a noi li carri, e dal canto di qua si chiamano travoli over vasi) quello che vogliono, con grandissima facilità. La state, per esser fanghi grandissimi e moscioni assaissimi, i quali procedono dalli boschi molti e grandi che vi sono, la maggior parte dei quali è inabitabile, non ardiscono andar troppo lontano.
Non hanno vino, ma alcuni fanno vino di mele, alcuni di cervosa di miglio, nell’uno e l’altro dei quali mettono fiori di bruscandoli, i quali danno un stuffo che stornisce e imbriaca come il vino. Non è da preterire con silenzio la provisione che fece il detto duca, vedendo essi essere grandissimi imbriachi e per imbriachezza restar di lavorare e di far molte altre cose che gli sariano state utili: fece un bando che non si potesse far né cervosa né vin di mele, né usar fiori di bruscandoli in alcuna cosa, e con questo modo gli ha fatti mettere al ben vivere.

13. D’una terra chiamata Cassan. De’ Moxii popoli, e della religion e viver loro. Di Novogradia città. Di Trochi e Lonin castelli. D’una terra detta Varsonich. Di Mersaga e Brandinburg città. Del re di Zorzania; della fertilità, costumi e abiti di quel paese. D’una terra detta Zifilis
Possono ora esser 25 anni, pagavano i Rossiani per il passato tributo all’imperator tartaro; di presente hanno soggiogata una terra chiamata Cassan, che in nostra lingua vuol dire caldiera, la quale è sul fiume Erdil, andando verso il mar di Bachú a man sinistra, lontana dal Mosco cinque giornate. Questa terra è mercantesca, della quale si tragge la maggior parte delle pellettarie che vanno al Mosco, in Polonia, in Prusia e in Fiandra: le qual pellettarie però vengono da parte di tramontana e greco, dalle regioni di Zagatai e di Moxia, i quali paesi di tramontana sono posseduti da’ Tartari, che per il piú sono idolatri, cosí come ancora sono i Moxii.
Ho qualche pratica delle cose de’ Moxii, e per tanto dirò della lor fede e condizione quello che io intendo. Certo tempo dell’anno sogliono torre un cavallo, il quale essi mettono nella campagna, a cui ligano tutti quattro i piedi a quattro pali, e similmente la testa a un palo, fitti in terra. Fatto questo viene uno col suo arco e freccie, e mettesi lontano in intervallo conveniente, e tirargli alla via del cuore tanto che lo ammazza; poi lo scortica e fanno della pelle un utre; della carne fanno tra loro certe cerimonie e poi la mangiano. Poi empiono questa pelle tutta di paglia, e la cuciono sí fattamente che pare intiera, e per ciascuna delle gambe mettono un legno dritto, accioché possa stare in piedi come vivo. Finalmente vanno ad un arbore grande e gli tagliano quei rami che a lor pare, e di sopra fanno un solaro, sul quale mettono questo cavallo in piedi: e cosí lo adorano, offerendogli zebelini, armelini, dossi, vari, volpi e altre pellettarie, le quali appiccano a quest’arbore sí come noi offeriamo candele, in modo che questi arbori sono pieni di simili pellettarie. Buona parte del popolo vive di carne, e per lo piú di carne salvatica, e di pesci che prendono in quei fiumi che sono nel loro paese.
Abbiamo detto dei Moxii; dei Tartari non abbiamo altro da dire se non che quelli di loro che sono idolatri adorano statue, le quali portano sopra dei lor carri: quantunque si trovano alcuni, i quali hanno per costume di adorar quello animale ogni giorno che uscendo di casa primamente scontrano. Il duca ha soggiogata anche Novogradia, che vuol dire in nostra lingua nove castelli, la quale è terra grandissima, lontana dal Mosco alla via di maestro giornate otto. Governavasi prima a popolo, ed erano uomini senza alcuna ragione; avevano tra loro molti eretici. Al presente scorre via cosí piano piano nella fede catolica, conciosiaché alcuni credano, alcuni no; ma vivono con ragione e ci si fa giustizia.
Partendo dal Moscho verso Polonia vi sono giornate 22 insino all’entrar nella Polonia. Il primo luogo che si truova è un castello chiamato Trochi, al quale non si può andare, partendo da Moscho, se non per boschi e per colline, imperoché è quasi luogo deserto. Vero è che caminando a luoghi a luoghi, ove sono stati alloggiamenti per avanti, si truova esservi stato fatto fuoco, e ivi li viandanti possono riposare e far fuoco se vogliono. Alcune fiate, ma molto poche, si truova fuor di mano qualche villetta. Partendo da Trochi si truovano similmente boschi e colline, ma insieme eziandio alcuni casali, e lontano da Trochi nove giornate si truova un castello chiamato Lonin. Si entra poi nel paese di Lituania, dove si vede una terra chiamata Varsonich, la quale è d’alcuni signori, sottoposti però a Cazmir, re di Polonia. Il paese è abbondante e ha castelli e casali assai, ma non da gran conto. Da Trochi in Polonia sono giornate sette, ed è buono e bel paese. Trovasi poi Mersaga, assai buona città, e ivi finisce la Polonia: dei castelli e terre della quale, per non ne aver io notizia, non dirò altro se non che il re con li figliuoli e tutta la casa sua è cristianissimo, e che il suo figliuol maggiore di presente è re di Boemia. Usciti della Polonia, a quattro giornate troviamo Frankfort, città del marchese di Brandinburg, ed entriamo nell’Alemagna, della qual non dirò altro, per esser luogo domestico e inteso da molti.
Resta ora che diciamo qualche cosa della Zorzania, la quale è all’incontro dei luoghi sopra detti e confina con la Mengrelia. Il re di questa provincia si chiama Pancrazio: ha bel paese, e fertile di pane, di vino, di carne, di biade e d’altri frutti assai. Fassi gran parte di vini sugli arbori, come in Trabisonda. Gli uomini sono belli e grandi, ma hanno sozzissimi abiti e costumi vilissimi. Vanno tosi e rasi il capo, salvo che intorno lassano un poco di capelli, a similitudine di questi nostri abbati, che hanno buona entrata; portano mustacchi, ai quali si lasciano crescer li peli sotto la barba, a lunghezza di una quarta d’un braccio. In capo portano una berrettuzza di diversi colori, in cima della quale è una cresta; in dosso portano giubbe assai lunghe, ma strette e fesse di dietro infino alle natiche, imperoché altramente non potriano montare a cavallo: nella qual cosa non li biasimo, perché vedo che ancora i Francesi l’usano. In piedi e gambe portano stivali, i quali hanno la suola fatta in modo che, quando stanno in piedi, la punta e il calcagno toccano in terra, ma in mezo sono tanto alti da terra che si potria cacciare il pugno per sotto la pianta senza farsi male: e di qui viene che, quando caminano a piedi, caminano con fatica; gli biasmaria in questa parte, se non fusse che io so che ancora li Persiani l’usano.
Circa il mangiare, secondo che io ho veduto a casa di uno delli principali, servano questo modo: hanno certe tavole quadre circa mezo braccio, con un orlo cavato intorno; in mezo di queste mettono una quantità di paniccio cotto senza sale e senza altro grasso, e questo scusa in luogo di minestra; in un’altra simil tavola mettono carne di cinghiaro brustolata, e tanto poco arrostita che, quando la tagliavano, sanguinava: essi mangiavano di buona voglia, io non ne poteva gustare, e però me ne andava fingendo di mangiar con quel paniccio; del vino ne era abbondanzia, e andava intorno alla polita; altra sorte di vivande non avemmo. Vi sono in questa provincia montagne grandi e boschi assai. Ha una terra chiamata Tiflis, d’avanti la quale passa il fiume Tygris, la quale è buona terra, ma male abitata; ha eziandio un castello nominato Gori; confina con il mar Maggiore.
E questo è quanto io ho a narrare circa il viaggio mio della Tana e di quei paesi, insieme con le cose degne di memoria di quelle parti. Seguita che (tolto un altro principio) prenda la seconda parte, e metta le cose appartenenti al viaggio mio di Persia.

Il fine del viaggio alla Tana.

 

 

 

 

 

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