STORIA E MITOLOGIA > Giovan Battista RamusioLettera d’Alberto Campense intorno le cose di Moscovia, al beatissimo padre Clemente VII, pontefice massimo, 1524 ca.

 

Il vero nome di Alberto Campense era Albert Pighius (o Pigghe; Kampen, Olanda, 1490? - Utrecht 1542), che fu teologo, filosofo, matematico e astronomo. All’Università di Lovanio ebbe per docente Adriaan Florenszoon Boeyens, futuro papa Adriano VI, e Pighius lo seguì in Spagna e poi a Roma, dove rimase, in qualità di ambasciatore, anche sotto i pontificati di Clemente VII e Paolo III (di cui Albert era stato professore di matematica). Scrisse molto e nelle opere di teologia difese l’autorità della Chiesa contro i Riformisti, ma non mancò di condividere alcune affermazioni dei Luterani. Intorno al 1524 scrisse una lettera a papa Clemente VII edita a Venezia col titolo Nova Moscovae, poi tradotta dal latino e pubblicata nel 1543 e così ripresa da Giovan Battista Ramusio. Nella lettera, Albert Pighius, il cui padre e i fratelli erano stati in Moscovia, raccomanda al papa questo popolo numeroso, ben pronto all’unione con la Chiesa romana senza spargimento di sangue e senza spese, e gli descrive la storia, la geografia e le usanze slave.

 

Se quel Pastor evangelico, o pontefice veramente massimo, del quale voi sete vicario in terra cercò la smarrita pecorella delle cento con tanta diligenza, e trovatala con tanta allegrezza, anzi con grandissima festa di tutto ‘l cielo riportò alla sua greggia sopra le proprie spalle, chi non sa quanta cura e sollecitudine debbe avere il sommo pastor della Chiesa, quando non una delle cento, ma molte centenaia d’anime ch’erano smarrite desiderano di ridursi alla greggia di Cristo? Onde non posso a bastanza maravigliarmi di quel che si pensassero i predecessori della Santità Vostra, i quali quella popolosissima nazione de’ Moscoviti, in pochissime cose da noi differente e che tutta è dannata per esser ella separata dall’unione della Chiesa, hanno insino al dí d’oggi spregiata piú tosto che per via alcuna cercato di ridurla alla unità della Chiesa, massimamente potendosi, come appresso si dimostrerà, con poca fatica ridurre. Fu mosso da questo pensiero il religiosissimo padre Adriano VI, antecessore della Santità Vostra, il quale quasi con gli sproni a’ fianchi in tutt’i modi a me possibili io sollecitai, mettendogli innanzi tutte le cose le quali mi parevano che dessero non picciola speranza di potersi tal cosa mandare ad effetto. Ma, per la subita sua morte, come molte altre cose le quali egli apparecchiava di fare, cosí questa impresa tanto pia, tanto necessaria e cosí gloriosa lasciò alla Vostra Beatitudine, la quale, tra le molte e difficilissime cose che ora d’ogni canto la premono, debbe riputar che le sia per divina volontà stata offerta, e per questo meritamente pigliarla come un certo refrigerio nel quale ella possa respirare, e anche come occasione di eseguir con poca fatica una bellissima e illustrissima impresa e di acquistarsi un gloriosissimo nome.
Percioché qual memoria potrà mai essere piú gloriosa, qual piú durabile, qual piú grata a tutt’i secoli futuri, che l’essere al tempo di Clemente VII pontefice massimo, anzi per la sua vigilanza e pastoral sollecitudine, tutt’i Moscoviti ritornati all’unione ecclesiastica, gli ultimi popoli della Scizia quasi da un altro mondo venuti all’ubbidienza della Chiesa romana? Intanto i luterani scoppino di dolore e confondansi, come pazzi infuriati correndo contra l’onore e auttorità della detta Chiesa. Ma se noi guardiamo all’utilità, quanta per questa cosa ce ne sia messa innanzi, chi non la vede piú chiara che ‘l sole? E se drittamente vorremo considerare, noi vi trovaremo utilità piú certa e gloria piú vera e piú cristiana che se noi con l’armi vincessimo tutt’i Turchi, tutta l’Asia e tutta l’Africa, percioché tal vittoria bisognarebbe che fusse con gran prezzo comprata, cioè col sangue di molti cristiani, e acquistata necessariamente con grave danno e morte di molti. E benché felicissimamente ci succedessero tutte le cose, e ancora che noi vincessimo, piú anime forse si perderebbono che non se n’acquisteriano alla fede di Cristo, imperoché i Turchi, benché fussero vinti e soggiogati, con tutto ciò rimarrebbono nella lor infedeltà, e di molte centinaia di migliaia appena ci saria speranza che uno o due si convertissero a Cristo. Ma per questa unione de’ Moscoviti molte centinaia di migliaia d’anime, senza ferro e senza sangue, con poca spesa e senza molta fatica alla greggia di Cristo si ridurrebbono. Lascio molte cose che sono di grandissima importanza in darci aiuto contra la rabbia turchesca, delle quali piú opportunamente parleremo di sotto.
Mi pareva adunque di dover far cosa utile e grata alla Santità Vostra se, ragionando prima del dominio de’ Moscoviti, quasi da tutti i cosmografi e istoriografi nostri non conosciuto, della grandezza dell’imperio loro e verso che termini del mondo sia posto, e dei costumi di quella gente, io brevemente scrivessi alcune cose, le quai già per curiosità di aver cognizione del mondo intesi d’alcuni mercatanti de’ nostri, anzi da mio padre e fratelli, quali appresso i Moscoviti gran tempo hanno vivuto e son pratichi della lor lingua, della loro scrittura, dei lor costumi e paesi: ed esaminandole con la regola della cosmografia le riducessi insieme; e oltra di ciò io toccassi brevemente quelle ragioni per le quali apparisse speranza non vana di poter far questa cosí gran cosa facilissimamente, aggiugnendo alcune cosette le quali non mi son parse inutili circa il modo di mandarle ad esecuzione. La qual mia operetta la Santità Vostra stimerà con quell’animo col quale colui di cui ella esercita in terra il potente vicariato stimò quei due danari della povera donna, che si legge nell’Evangelio. E molto spero che, col mezo della Santità Vostra, Cristo ridurrà molti popoli al suo gregge; ma accioché il proemio non sia piú longo della istoria, ora comincieremo la cosa.

1. Del sito della Moscovia, della grandezza del suo imperio, di Tamerlano imperador de’ Tartari, e delle nazioni che sono intorno alla Moscovia
Il paese de’ Moscoviti, fra greco, levante e tramontana per grande spazio scostandosi da noi, è molto lungo e largo: si stende da ponente a levante piú di seicento miglia tedesche, overo tremila italiane, percioché, camminando da Novogardia verso levante alla città di Moscovia, si fanno cinquecento miglia italiane overo cento tedesche, di maniera che da’ Laponi, che sono sopra Novogardia, infino alla medesima Moscovia, è molto maggior distanza. Della qual Moscovia insino a Volochda si numerano altre cento miglia italiane; da Volochda a Usezuga similmente sono cento miglia italiane; da Usezuga a Viathca altretante; da Viatcha a’ Perusrani son trenta miglia tedesche; da costoro ai Vahulzrani è altretanto. Sono vicini a costoro molte nazioni de le Sciti verso greco levante nella Sarmazia asiatica, le quali rendono ubbidienza ai Moscoviti. Da ostro andando verso tramontana non è men largo, percioché, cominciando dai Rossi e dai Lituani, si stende per lungo spazio insino all’oceano scitico e settentrionale. È serrato verso ponente dalla Livonia, dal mar Baltico e da’ Laponi; verso levante non è dentro dei termini della nostra Europa, ma per grande spazio di là dal Tanai, il quale è termino comune dell’Asia e dell’Europa, anzi di là dal Rha, grandissimo fiume della Sarmazia asiatica, insino agli Sciti iperborei nel fin dell’Asia, che è fra greco e greco levante: e tra questi popoli gli Iubri, li Corelli, li Perusrani, li Vahulzrani, li Baschirdi e i Czeremissi non sono molti anni che da Ivan, duca de’ Moscoviti, predecessore del presente nominato Basilio, furono sottoposti all’imperio de’ Moscoviti. Partendosi dalli sopradetti e venendo a basso verso ‘l levante equinoziale, e molto di là dal fiume Rha nell’asiatica Sarmazia, appresso a’ Susdali, popoli moscovitici, ha per confinanti gli Nogai overo li Tartari occidentali, che sono piú settentrionali di tutti gli altri Tartari. Scendendo poi piú basso a scirocco levante verso il medesimo fiume Rha comanda a una orda de’ Tartari nel ducato di Cazan, lontano dalla città di Moscovia ventisette giornate, la quale al presente dal luogo si chiama la orda cazanea.
Dopo questi, cosí dal mezodí fra il fiume Rha e il Tanai come verso sciroco levante, tutti gli altri Tartari abitano campagne grandissime, che arrivano insino al mar Maggiore e al mar Caspio. E già trecento anni non erano conosciuti dai nostri passati, imperoché circa il milleducento e dieci vennero di sotto i monti dell’India settentrionale e occuparon il paese che è di sopra della palude Meotide e del Tanai, avendo scacciati li primi abitatori dei Geti, overo Goti, e quasi annullatigli. I quali, benché al presente siano divisi in cinque orde, overo in cinque moltitudini a guisa di cinque imperii, nondimeno la principale e quella che ha prodotte tutte l’altre e mandate fuori come colonie è la orda dei Zagathai overo Savolensi, l’imperador de’ quali, nominato Themircuthlu, nelle nostre istorie è chiamato Tamerlano; di ricordo ancora de’ nostri tempi, a guisa d’un folgore con dodici centinaia di migliaia d’uomini (come dicono le nostre istorie) saccheggiando e rovinando trascorse tutta l’Asia e passò in Egitto, e isforzò Baiazete, quarto imperadore de’ Turchi, il quale avea già presa la Macedonia, la Tessaglia, la Focide, la Beozia e l’Attica, e d’un canto gl’Illirici e dall’altro i Bulgari con continove correrie avea debilitati, e con sí grave e lungo assedio travagliato Costantinopoli, capo dell’imperio de’ cristiani, che l’imperador di Costantinopoli fu costretto, lasciando la sua città, a fuggire in Francia e in Italia a dimandare aiuto.
Questo Tamerlano, dico, al suo venire sforzò Baiazete a lasciar l’assedio di Costantinopoli, ed essendoglisi esso fatto incontra con un esercito grandissimo lo ruppe, lo vinse, lo pigliò vivo e legò con catene d’oro, e per alquanto tempo lo menò legato dovunque andava. Il padre di questo Tamerlano fu colui che li nostri istorici chiamano Bathi (essi nella lor lingua lo chiamano Zanca), il quale, al tempo d’Innocenzio quarto, entrando nella nostra Europa sopra la palude Meotide con un esercito innumerabile, primamente prese la Rossia, e in quella distrusse una città ricchissima nominata Chiovia, dapoi li Poloni, gli Slezii e i Moravi, e appresso ruppe li Ungheri, gli vinse e con una grandissima strage gli rovinò, e messe una grandissima paura a tutta la cristianità. Insino al dí d’oggi tutti li Tartari son idolatri, e costui fu ‘l primo che, persuaso da’ saracini, diventò macomettano: e nella legge macomettana insino al presente tutti li Tartari durano pertinacissimamente, i quai tutti oggidí forse gli aressimo cristiani, se Cristo avesse cosí fedeli sacerdoti e vescovi come ha il perfido Macometto. Dalla stirpe anche non ignobile di questi Tartari vien lo imperio de’ Turchi, il quale da Ottomano, soldato non molto nobile tra i Tartari, partendosi da’ suoi, essendo con gran felicità fondato e poi accresciuto da’ successori, è pervenuto in ducento anni a tal grandezza che a tutto il mondo mette spavento.
Ma de’ Tartari abbiamo detto qui pur assai cose, e a dirle mi ha tirato la vicinità de’ Moscoviti, a’ quali sono vicini i Tartari, parte verso levante e scirocco levante e parte verso ostro. Partendoci da’ Tartari e andando verso ponente al mar Prutenico, primamente i Rossi, dapoi i Lituani e i Samogeti serrano il dominio de’ Moscoviti, e il restante dal lato di mezodí i Tartari; e insino al detto mar Prutenico contiene circa mille miglia italiane, percioché da Chiovia, che già fu città principale de’ Rossi, insino a Vilna, città principale de’ Lituani, si fanno cinquecento miglia italiane; da Vilna insino a’ liti vicini del mar Prutenico circa trecentocinquanta; quel che manca a questo computo e alle mille miglia avanza abbondantemente sopra Chiovia verso levante. Cosí li Rossi come i Lituani e i Samogeti rendono ubbidienza al re di Polonia, insino dal tempo di Iagellone, che fu primo granduca di Lituani, il quale, essendosi battezzato e fatto re di Polonia, e mutatosi il nome, nominandosi Vladislao, convertí alla fede di Cristo i suoi Lituani e i Samogeti, di ricordo anco della età de’ nostri passati, cioè avanti quasi centotrentasette anni. Benché e quel Iwan overo Giovanni principe di Moscoviti, del quale abbiamo fatto menzione di sopra, e Basilio che regna al presente, tanto sotto questo re di Polonia detto Gismondo quanto sotto gli altri suoi predecessori Alessandro e Casimiro, la miglior parte del dominio lituano (cioè quella ch’è fra il fiume Boristene, la palude Meotide e il Tanai, che già propriamente s’apparteneva allo stato de’ Rossi) nella quale è Chiovia, principal città già ricchissima e magnificentissima, posta appresso ‘l fiume Boristene, e dapoi anche la rabbia e crudeltà de’ Tartari l’abbiano guasta e distrutta del tutto. E avenga che i re di Polonia ancora la posseggano, nondimeno per la vicinità de’ sopradetti e per le continove correrie è desolata e quasi del tutto abbandonata. Percioché quella Rossia ch’ora è sotto ‘l dominio del re di Polonia, e la metropoli e la città leopolina, e tutta la parte di Polonia verso levante che, cominciando sotto i monti della Sarmazia, si stende tra greco levante e tramontana, con grandissima pertinacia seguitano nelle cose sacre il costume greco e lo schisma de’ patriarchi costantinopolitani, e a loro rendono onore e ubbidienza. Per la qual cosa errano molto coloro che stimano e chiamano i Moscoviti Russi overo Ruteni, benché osservino i medesimi riti e usino quasi la medema lingua. Ma sia detto a bastanza delle nazioni che confinano d’ogni lato con la Moscovia; ora andiamone avicinando a quelle che sono sotto ‘l dominio de’ Moscoviti.

2. De’ principati e ducati che sono sotto la Moscovia
L’imperio de’ Moscoviti molto lungamente e largamente si stende, e contiene in sé assaissimi e grandissimi principati e ducati, de’ quali i piú nobili son questi; ma, per proceder con qualche ordine, bisogna cominciar da quei che son piú conosciuti da noi, cioè dai piú vicini ai Poloni e ai Lituani. Dopo la Lituania, andando verso tramontana, il primo è il ducato di Plescovia, che in longhezza si stende circa trecentotrenta miglia italiane, ed è quasi la terza parte piú lungo che largo, la cui metropoli è Plescov overo Plescovia, città grande e potente posta sopra ‘l fiume Zvina, la quale Basilio, che al presente è signore, pochi anni adietro prese con tutto il dominio che le è d’intorno, con piú di trenta castella delle piú fornite e piú forti ch’egli abbia nella Lituania e quasi in tutto ‘l resto della Moscovia, e la ridusse sotto ‘l suo dominio e condusse li Plescoviti, antichissimi abitatori di quella terra, in Moscovia, e vi mandò nuovi abitatori de’ suoi Moscoviti. Ella era già del dominio della Lituania e della Polonia, ed è posta sopra la Livonia, ch’è verso levante; e verso levante, appresso la Plescovia, è posto il ducato smolenchino, alquanto maggior di quel di Plescovia; la principal città del quale, detta Smolencho, posta sopra ‘l fiume Boristene, il sopradetto Basilio a questi anni la tolse al re di Polonia e ai Lituani, e l’aggiunse all’imperio della Moscovia. Al ducato di Smolencho, verso tramontana e greco levante, è vicino il ducato di Mosaisco, il quale è di lunghezza intorno a trecentocinquanta miglia italiane e altretanto è di larghezza, il qual ducato Giovanni, antecessor di questo Basilio, tolse per forza d’arme ad Alessandro, predecessor di questo Gismondo re di Polonia.
Al ducato di Mosaisco verso ponente maestro è il ducato di Novogardia, nel quale è quella nobilissima e ricchissima città, quasi sopra tutte quante ne sono nelle parti settentrionali, nominata Novogrod overo Novogardia, lontana dal mar Baltico circa ducento e due miglia, di grandezza maggior di Roma: ma gli edificii per la maggior parte sono di legname. Vi sono tanti monasterii di religiosi magnificamente fabricati e dotati, tante chiese di santi con bellissimo e magnifico ornamento edificate, che di san Nicolò solo, il quale appresso quelle gente è in somma venerazione, si dice esservi tante chiese quanti giorni ha l’anno. Questa nobilissima città, con tutto il suo dominio, ch’era sotto i Lituani, fu presa per forza dal sopradetto duca Giovanni al tempo di Casimiro, innanzi questo Gismondo terzo principe di Lituani, e l’aggiunse al suo imperio l’anno della nostra salute 1479, e portonne via grandissimi tesori, di sorte che coloro i quali a quel tempo erano in quei paesi dicono per cosa vera essere stati portati di Novogardia a Moscovia piú di 307 carri carichi d’oro e d’argento e d’altre cose preziosissime. Con questi quattro grandissimi principati quaranta anni fa è stato accresciuto l’imperio de’ Moscoviti.

3. Li principati proprii di Moscovia
Ma lo stato ch’è proprio della Moscovia, nel quale il duca fa scelta di quanti soldati gli piace, e dove ancora senza scelta son molti cavalieri scritti al mestier della guerra, sempre apparecchiati al comandamento del principe, i quali son nobili secondo il costume di quella gente e da loro sono chiamati boiari, è anche partito in assaissimi e grandissimi principati, essendo di lunghezza, come ho detto adietro, piú di seicento miglia tedesche. Il primo fra questi è Moscovia, ducato posto verso greco levante, ed è del dominio di Novogrod; del cui ducato, e anche di tutto l’imperio de’ Moscoviti, è metropoli Moscovia, città grande: ma gli edificii sono fatti di legname, eccetto il castello, il quale è nel mezo di quella a guisa di una terra non picciola, fornito di fortissime mura e di torri. In questo ducato sono trentamila boiari, overo nobili, che esercitano il mestier della guerra a cavallo, apparecchiati in ogni occasione al comandamento del principe, il quale, ogni volta che vuol far la scelta de’ soldati, senza difficultà alcuna cava sessanta o settantamila fanti a piè, armati e valorosi.
Al ducato di Moscovia verso levante è vicino il ducato di Rezan, nel qual sono i nobilissimi fonti del fiume Tanai, che in quella parte divide l’Asia dall’Europa. Questo ducato ha quindicimila boiari, ma, facendosi la scelta de’ soldati, senza alcuna difficultà fa piú di due o tre volte tanto numero di valorosi fanti a piè. Oltra di questo, verso tramontana e greco levante, è posto presso al ducato di Moscovia il principato di Twerda, per grandezza di stato molto maggiore, la cui metropoli è Twerda, posta appresso alla Volga over Rha, fiume grandissimo: è grandissima città, e molto maggior della Moscovia e piú magnifica. Questo principato ha quarantamila cavalieri boiari, e facendosi scelta della plebe ha quanto numero di soldati vuole, e senza difficultà alcuna due o tre volte tanto. Sono molti altri ducati e principati nel dominio della Moscovia, come il ducato di Iaroslavia, il ducato di Szuherzonia, di Szachovenia, di Rubenia, di Chelmschi, di Zubezwoschi, di Climischi, ciascuno de’ quali è grande almeno cento miglia italiane o centocinquanta, e ha un numero determinato de cavalieri nobili, e degli altri, facendosi la scelta secondo il comandamento del principe, un numero sufficiente per la fanteria: ma li sopradetti sono piú popolosi e li principali.
Oltra li sopradetti, molto di là dal fiume Rha verso levante, è il ducato de’ Susdali, e alcuni altri, pur di nazione e giurisdizione moscovitica: ma questi sono quasi distrutti per le continue correrie de’ Nahavei e d’altri Tartari, i quali, essendo piú degli altri Tartari verso tramontana, abitano vicini ai Susdali verso levante. Ubidisce anche all’imperio de’ Moscoviti una orda de Tartari, la quale sotto un castel detto Cazan del dominio di Moscovia appresso ‘l fiume Rha, circa ventisette giornate lontano da Moscovia verso greco levante, fa la sua vita nelle campagne, e la chiamano orda cazanea: questa ha trentamila cavalli apparecchiati al comandamento del duca di Moscovia; nondimeno ella vive secondo ‘l costume degli altri Tartari, cioè nella perfida legge macomettana.
Da Moscovia verso greco levante, passando per Usezuga e Viathca, camminando circa cinquecento miglia tedesche, vi stanno li Perusrani e li Vahulzrani, popoli della Scizia, li quali quel Giovanni duca di Moscovia, predecessore di questo Basilio ch’al presente regna, pochi anni adietro sottopose al suo dominio, e constrinsegli a battezzarsi e a confessar Cristo, avendo dato loro un certo vescovo greco overo vladico che gli amaestrasse; il quale dicono che quei barbari dopo la partita del principe scorticarono vivo, e con varii tormenti crudelissimamente uccisero. Onde il principe, essendovi poi tornato, castigò li capi della sedizione e dette loro un vescovo, sotto ‘l governo del quale ora vivono, nuovamente venuti alla fede. Dopo questi li Iuhri, i Coreli, i Baschirdi e li Czeremissi, popoli della Scizia, ch’abitano i liti dell’oceano settentrionale, vivendo sotto l’imperio de’ Moscoviti, sono insin ora idolatri.

4. De’ fiumi del paese e della natura di quello
Tutto ‘l paese della Moscovia è molto piano e pien di boschi, irrigato in ogni parte da molti e grandissimi fiumi pieni di pesci, e fra molti altri vi nascono tre nobili e celebratissimi fiumi. Cioè il fiume Boristene, il quale essi nella lor lingua chiamano Dnieper: nasce egli sopra ‘l ducato di Smolencho, sotto un nobil castello detto Versura, il quale il presente duca di Moscovia, nominato Basilio, l’ha tolto nuovamente a Gismondo re di Polonia; da quel castello scorre il detto fiume verso mezogiorno, passando prima appresso la città di Smolenco, dapoi a Chiovia, già principal città de’ Rossi; all’ultimo, poi che ha trascorso, cominciando dal suo fonte, circa trecento miglia tedesche, poco lontano dalla penisola Taurica, appresso il cui stretto egli passa, non piú che dieci miglia tedesche, entra nel mar Maggiore. Nasce non molto longi dal suo fonte un altro grande e nominato fiume, il quale essi chiamano Dwina, che corre a dritto verso ponente sí come quello va verso mezodí: passa per mezo il ducato di Plescovia, passando sotto le mura della metropoli del detto ducato, e finalmente sotto la città di Riga della Livonia entra nel mar Baltico. Il Tanai ha il suo fonte nel ducato di Rezan, del dominio di Moscovia città principale, dalla quale è discosto sette giornate, e ascendendo di sopra dal principio del fiume Boristene verso tramontana circa settecento miglia italiane, corre un pezzo verso mezogiorno e poi verso scirocco; poscia, tornando alquanto verso ponente per le fertilissime campagne de’ Tartari, finalmente con tre bocche entra nelle paludi Meotidi, le quali par ch’egli faccia con le sue acque: e nella lor lingua lo chiamano Don, che tanto è come dir Santo, percioché, sí com’esso è abbondantissimo e pieno di pesci, cosí fa tutta la terra ch’egli bagna abbondantissima e fertilissima. Ma quel gran fiume dell’asiatica Sarmazia, il quale essi lo chiamano Wolga, è maggior piú del terzo dei fiumi della nostra Europa. Ha li fonti suoi piú verso tramontana e verso ponente che li fonti del Tanai: egli nasce d’un grandissimo lago, il quale essi chiamano il lago Bianco, che d’indi corre per un grande spazio verso greco levante, e passa a Twerda, città grande e principale del ducato twerdenio, della giurisdizione di Moscovia. Indi, da mezogiorno piegandosi a scirocco levante, con lungo corso arriva a Cazan, castello del dominio di Moscovia, dal quale quasi con simil corso spargendosi per i larghissimi campi de’ Tartari e dividendosi in molti rami, in ispazio di venti giornate entra nel mar Caspio.
Tutti questi fiumi nascono in luoghi piani, paludosi e pieni di boschi, e non da quei favolosi monti Rifei e Iperborei i quali la Grecia bugiarda ne gli ha partoriti, non la natura, che non gli ha visti mai in luogo alcuno, percioché nel dominio di Moscovia non si truova pure un monticello, se non nei liti dell’oceano settentrionale e scitico: nella qual parte abitano li Iuhri, li Coreli, li Baschirdi e li Czeremissi. Per la qual cosa non posso a bastanza maravigliarmi de’ nostri geografi, che sono tanto sfacciati che senz’alcuna vergogna narrano cose incredibili dei monti Rifei e Iperborei, dai quali vogliono che naschino i sopradetti fiumi. Né anche troveremo esser piú vero quasi tutto quello che i piú riputati di loro hanno detto dell’una e dell’altra Sarmazia e di tutta quella region settentrionale, se le loro descrizioni fussero poste in comparazione co’ viaggi che hanno fatto gli uomini de’ nostri tempi, la qual cosa io mi sono sforzato di fare.

5. Della selva Ercinia, degli arbori ch’ella produce, della gran copia del mele, e della natura di quegli uomini
La selva Ercinia, sparsa per tutti quei paesi, in assaissimi luoghi fa boschi spessissimi, e per tutto dà del legname abbondantissimamente per uso dell’uomo e gran commodità agli abitatori. Appresso di loro molto piú grande e piú selvaggia ch’appresso di noi, ella è abbondante di pini d’incredibile altezza, de’ quali uno saria a bastanza per far l’arboro a una delle grandissime nostre navi da carico. Produce querce e roveri molto piú belli di tutti li nostri e piú atti a far ogni lavoro di legname, i quali, segati e pianati, rappresentano una certa vaga grazia e varietà di colore, a guisa del nostro ciambellotto. Di questi, fra l’altre mercanzie, li nostri mercanti ne portano gran copia, i quali appresso di noi si comprano cari, ancora ch’abbiamo grande abbondanza dei nostri legnami. Ivi si raccoglie gran copia di mele, facendone l’api per tutto negli arbori senz’alcuno studio umano. Ivi si veggono grandissimi sciami d’api volar per li boschi e combattere insieme e scacciarsi l’un l’altro dai lor luoghi, di modo che i villani, i quali appresso le lor ville serbano l’api proprie e come ereditarie, difficilmente le difendono dalle forestiere: onde quasi tutto quello che di cera e dell’una e dell’altra pece, cioè dura e liquida, e di ragia di pino si consuma in tutta la nostra Europa, e anche tutte le pelli preziose, sono di lí per la via della Livonia portate dalli nostri mercanti. Appresso le rive del Don e della Volga, cioè del Rha, e del Tanai nasce il reupontico e il calamo aromatico in grandissima quantità.
Tutto questo paese, benché sia grande e oltra modo pieno d’abitatori, nondimeno è dalle guardie di maniera serrato d’ogni banda che non solamente niuno de’ servitori o de’ schiavi, ma né anche alcuno de’ paesani e che sia libero può uscire o entrare senza lettera del principe, dandogli questa commodità la moltitudine de’ boschi e delle selve e le molte paludi, le quali fanno che non vi si può entrare se non per certe strade comuni: ma l’entrate d’esse sono diligentissimamente custodite dalle guardie del principe, per le quali coloro che si schifano di passare o vanno per qualche altra strada s’incontrano spesse volte in paludi inestricabili. È paese molto ricco di danari, e questo piú per l’industria de’ principi che per le proprie minere, benché ancor di quelle non ne manchino, conciosiaché, per le mercanzie le quali a loro niente costano e appresso gli altri son tenute in gran pregio, assaissimi danari son portati loro alla giornata quasi da tutta la nostra Europa. Nondimeno non è lecito ad alcuno cavar fuora del paese moneta d’oro né d’argento, ma né anche il principe ne manda punto fuori, per occasion delle guerre ch’egli fa di continovo, come quello che mette spavento a tutti li vicini d’intorno intorno, movendo guerra per allargare i confini del suo imperio: e, quel ch’è maggior cosa, mai non si serve de’ soldati forestieri, ma de’ proprii e sudditi solamente, a’ quali tutti come a servi comanda, e ha libera podestà della vita e della morte e della robba loro, e niuno ha ardimento in alcuna cosa d’aprir la bocca contra il comandamento del principe; e anche gli va mutando secondo che gli pare d’un luogo in un altro, conducendovi poi nuovi abitatori, overo mutandoli l’un l’altro come a lui piace. Gli uomini sono grandi e gagliardi nelle fatiche e avezzi a sopportare ogni molestia e gravezza dell’aria, e a quelli che sono piú inchinati all’imbriacarsi il principe sotto gravissime pene vieta la cervosa e l’acqua melata e ogn’altra bevanda che possa imbriacare, se non in certe principal solennità dell’anno: e in questa cosa, benché a loro sia molto difficile, e in ogni altra ubidiscono pazientemente.

6. De’ costumi e religione de’ Moscoviti
Tutti questi popoli quasi innumerabili soggetti all’imperio moscovitico, fuor che li Tartari di Cazan, i quali con gli altri Tartari seguitano il lor Macometto, e alcuni popoli della Scizia che son idolatri, credono un Dio, adorano un sol Cristo, e par che non manchi loro cosa alcuna, se non che vivono fuori della unione ecclesiastica: imperoché, fuor che in poche cose nelle quali discordano da noi, e quelle di poca importanza alla salute, e tali che secondo il comandamento dell’apostolo a coloro che non sono ancora ben fermi nella fede sarebbono d’esser comportate, non sono d’essere astretti con dispute, ma permettere ch’abondino nel lor senso; nell’altre cose par che vivino meglio di noi secondo l’Evangelio di Cristo.
E veramente appresso di loro è grande e abominevole sceleratezza l’ingannarsi l’un l’altro, il commetter gli adulterii e gli stupri, e le publiche meretrici di raro si veggono fra loro; li vizii contra natura sono a essi del tutto incogniti; gli spergiuri e le bestemmie non si odono appresso di loro; ma portano a Iddio e ai santi sí grande onore e riverenza che, dovunque trovano la imagine del crocifisso, riverentemente si distendono in terra. Si comunicano spesso e quasi ogni volta che si ragunano in chiesa; lo fanno secondo l’usanza loro, cioè col pane levato e sotto l’una e l’altra specie. Appresso loro non è moltitudine di messe o spesso uso di quelle, ma un sacerdote che ha il carico di celebrare, dopo l’aver egli presa la communione, porta intorno a tutto ‘l popolo che è nella chiesa un vaso secondo il lor costume pieno di pane e di vino consacrato, del quale ciascuno piglia una fetta di pane bagnato nel vino e si comunica con le proprie mani. Nelle lor chiese non si vede cosa alcuna disonesta né indegna, ma tutti distesi con la faccia verso la terra overo inginocchioni adorano divotamente, di maniera che spesse volte ho udito mio padre e molti altri uomini da bene i quali hanno abitato con loro alquanti giorni, che stimano loro assai piú giusti di noi, se fusse tolto lo scandolo dello scisma, il quale con poca fatica si saria potuto levar via dai vostri predecessori; e che molto piú facilmente si possa far dalla Santità Vostra ora comincio a dimostrarlo.

7. Il modo col quale facilmente si possano ridurre i Moscoviti all’union della Chiesa romana
Se questa cosa fusse da esser trattata con la moltitudine de’ popoli, senza dubbio ella saria per aver maggior fatica e difficultà, percioché non saria cosí facil cosa il persuader loro che lasciassero o mutassero le religiose usanze dei lor antichi padri; nondimeno, ancora che cosí fusse, non saria da esser sprezzata da un vigilante pastore, anzi con maggiore studio e diligenza bisogneria affaticarsi, che tante milioni d’anime, che sí poco son lontane dalla via della salute, si riducessero al gregge di Cristo. Ma essendo ora tutta la cosa posta nel principe solo, e tale che di sua volontà spessissime volte ha mostrato desiderar quest’unione, quale scusa averanno i nostri pastori se, disprezzando la salute di tanti, non solamente non sollecitino o ricerchino quel principe, ma, venendo esso a noi spontaneamente con infinito numero di popoli, di libera sua volontà chiedendo d’esser ricevuto insieme con noi nella unione del gregge ecclesiastico, non lo ricevano, anzi lo rifiutano e lo scaccino per colpa e avarizia loro? Mi vergogno e mi rincresce dire, e non lo dico senza dolore, quel che avenne altre volte: ma la cosa sí è nota che non si può celare, e sí grave che non può essere scusata né dissimulata. Gli aversarii nostri la sanno, e ogni giorno con nostra vergogna con parole superbe gridano contra noi e contra i difensori di questa sedia.
Già circa 50 o 55 anni, quando mio padre era in quei paesi, il che spesso e con dolore gli udi’ raccontare, colui che allora era principe de’ Moscoviti (non so se fusse il sopradetto Giovanni overo il suo predecessore) aveva mandato li suoi ambasciadori da quell’ultima parte del mondo a questa sedia apostolica, per ottenere quest’unione; ma colui che allora sedeva sopra la catedra di san Pietro, cercando piú tosto le cose proprie che quelle di Giesú Cristo, domandava loro un grandissimo tributo ogni anno, per segno e ricognizione, come diceva, d’ubbidienza, e non so che per le decime e annate. Gli ambasciadori essendosene ritornati adietro, con non poco scandalo de’ vicini popoli cristiani, persuasero al lor principe che insieme co’ suoi dovesse perseverare nello scisma, mostrando la lor fede esser migliore di questa nostra romana. Tra questo mezo tempo io non so se sia avenuto alcuna cosa simile, avenga che li nostri aversarii gridino esser accaduto il medesimo non molti anni sono.
Or con quanto poca fatica anco a questo tempo possano esser richiamati al gregge di Cristo (il che s’appartiene assai piú alla Santità Vostra), e quanto anco a questo tempo facilmente possono esser ridotti, da questo si vede esser chiaramente manifesto: che il presente principe di Moscovia Basilio non pur non aborrisce quest’unione, ma si è veduto che spontaneamente esso l’ha con ogni diligenza ricercata, percioché, quando per il mondo si sparse la fama del concilio laterano, fatto publicar per tutto della felice memoria di papa Iulio II, costui, col mezo di Giovanni re di Dacia, col quale aveva strettissima amicizia, domandava che s’ottenesse da papa Iulio che mediante gli ambasciadori ch’esso averia mandati gli fusse lecito esser come presente al detto concilio. La qual cosa Enea arcivescovo nidrosiense, uomo di somma bontà, allora cancelliere di quel re, e che ‘l verno passato morí nel palazzo apostolico, confermò a Adriano VI, predecessore di Vostra Santità, e anche a me e a molti altri che ora si ritrovano in Roma. Ma la morte di Iulio che seguitò poco dopo, e anco la morte di Giovanni re di Dacia, le quali avennero quasi in un medesimo tempo, impedirono che le dette cose non furono mandate ad effetto. Similmente, al tempo della felice memoria di Leone X pontefice massimo, questo istesso Basilio con grandissima instanzia ricercava avere il titolo di re da Massimiliano imperadore, per la quale occasione anche allora saria venuto a unirsi con la Chiesa romana, se per astuzia e opera del re di Polonia la cosa non fusse stata disturbata. Il che al predecessore di Vostra Santità e a me e a molti altri fu confermato dal reverendo monsignor Girolamo Balbo, vescovo gurgense, che novamente in nome dell’illustrissimo Ferdinando archiduca d’Austria è venuto a questa sedia apostolica ambasciadore, il quale a queste cose si ritrovò presente.
Ma che bisogna piú lontano andar cercando ragioni di questa cosa? Perciò che quest’anno istesso il medesimo Basilio quanto sia affezionato alle cose nostre e quanto desideri di unirsi con esso noi evidentemente l’ha dimostrato, primamente facendo triegua per 5 anni col re di Polonia, antico suo nimico, mentre per la discordia de’ nostri principi le cose cristiane pareva che andassero a pericolo di cadere in man de’ Turchi, che in vero, se egli avesse voluto usar tal occasione contra di noi, ci poteva mettere in gran rovina; e dapoi mandando al medesimo un’ambascieria con 600 cavalli e 200 carrette. Per la qual non dimandava altro se non mediante esso, come principe vicino e da lui conosciuto, persuadere a tutti gli altri principi cristiani che, col suo istesso esempio acquietati fra loro gli odii particolari e le discordie, finalmente pensassero alla publica salute della republica cristiana, e uniti gli animi e l’armi facessero l’impresa contra il comun nimico del nome di Cristo, offerendo a noi se stesso con tutti li suoi per compagno in cotal guerra: sí come il reverendo messer Tomaso Negro, vescovo di Scardona, allora appresso ‘l re di Polonia nunzio apostolico, il quale fu presente a la detta ambascieria, ne scrisse a papa Adriano sesto predecessore di Vostra Santità, e ora essendo qui in Roma potrà esser buon testimonio di cotal cosa.
Possiamo adunque noi ricercare alcun altro maggiore argumento dell’animo veramente cristiano e fraterno d’un tanto principe verso noi? Il quale, avenga che da noi sia tenuto scismatico e come pagano, e molte volte sia stato combattuto dalle nostre armi, nondimeno, per la salute nostra e della Chiesa cristiana, si è portato piú da principe cristiano che i nostri, i quali si gloriano dei titoli di cristiani, di catolici e di difensori della fede: percioché il pietoso padre Adriano, predecessore di Vostra Santità, non poté mai impetrare da’ sopradetti principi, infinite volte pregandogli, supplicandogli, scongiurandogli e ammonendogli paternamente, che in questa publica miseria cessassero da queste guerre piú che civili, nelle quali, non avendo rispetto alcuno al sangue cristiano, che lo spargono come acqua, né alcuno ai miseri sudditi, i quali mandano del tutto in rovina, e senza mettersi inanzi alcun timor d’Iddio, anzi quasi non avessero Iddio alcuno al quale siano per render conto, per i loro odii particolari e affetti, per lo sfrenato desiderio di signoreggiare, tra loro crudelmente combattono. Né con auttorità apostolica né con severità poté mai da loro ottenere che donassero a Cristo redentor nostro le ingiurie l’un dell’altro, overamente almeno le differissero in altro tempo, overo concedessero la triegua almeno per tre anni al bisogno dello stato cristiano, il quale quasi con le lor discordie avevano mandato in rovina. E questo principe scismatico non solamente la triegua di tre anni ma di 5, anzi una vittoria quasi certa de’ suoi nimici ha spontaneamente conceduto alla republica cristiana, la quale altrimenti di certo pericolava, facendo egli ora la triegua con quel nimico, il quale a niun tempo mai piú commodo averia potuto distruggere.
Quei nostri cristianissimi, catolici e difensori della fede, sono di maniera occupati a distruggersi l’un l’altro e a spargere il sangue cristiano che nulla gli muove la presa di Rodi, alla quale con poca fatica averiano potuto dar soccorso; nulla gli muove che Belgrado sia stato espugnato; nulla gli muove che ‘l Turco già ne stia sopra la testa: e questo scismatico ha tanta cura della salute nostra che mandò chi ci destasse come oppressi da sonnifero letargo, e ci confortasse che noi volessimo qualche volta ricordarci della propria salute, e finalmente provedere alle cose nostre, che manifestamente vanno in rovina. Oltra di ciò un tanto principe s’offerisce con tutti i suoi a nostra difesa, il quale dovevamo temer come nimico mortalissimo; e i nostri principi cristiani di maniera nulla pensano a dar sostegno alcuno alla republica cristiana, la quale essi medesimi non pur hanno tradita, ma distrutta, percioché li lor proprii stati manifestamente rovinano, che ancora non restano di tuttavia piú distruggerla. Siché, se noi considereremo piú tosto la cosa che i vani titoli, egli parrà che sia principe veramente cristiano, e i nostri co’ loro gloriosissimi titoli saranno conosciuti esser piú che pagani e scismatici.
Oltra di ciò, che accade raccontare un’altra ambascieria del medesimo Basilio? La qual quest’anno, del mese d’aprile prossimamente passato, quasi da un altro mondo dopo otto mesi finalmente arrivò in Ispagna all’imperadore Carlo quinto, per mezo della quale lo ricercava d’amicizia, offerendogli all’incontro tutte quelle cose che si fussero potute desiderare da un amicissimo e potentissimo principe; anzi (il che allora da molti ci fu scritto dalla corte dell’imperadore) lo confortava a far l’impresa contra ‘l Turco, per quella offerendo gran quantità di danari e di soldati. Per queste cose mi par che si veda assai apertamente che non sia leggiera speranza poter indurre, e con poca fatica, questo Basilio principe de’ Moscoviti, e mediante lui tutti quei popoli, all’union catolica insieme con noi: e mi parrebbe cosa empia a non tentar di farlo, mandandogli ambasciadori atti a simil negozio, ancora che non aspettassimo altro che la salute di tante anime. Ma ora non solamente mi parrebbe cosa empia, ma una pazzia quasi estrema, in questo gran bisogno della cristianità, l’aiuto d’un tanto principe (il quale, se non fussimo pigri e negligenti, in tutti li modi era da esser ricercato da noi), ora di sua volontà offertoci, disprezzarlo, farsene beffe, anzi volgerlo contra noi. Il che faremo senza dubio se niuno ritorna a lui in nome del sommo pontefice, de’ principi cristiani e di tutta la cristianità, ringraziandolo e facendogli testimonianza che la sua tanto liberale offerta ci è stata gratissima, accettandola e ricercandola, e oltra di ciò in nome nostro gli offerisca tutte quelle cose che gli siano grate e che da noi si possano offerire.
Né sono da esser ascoltati coloro che si pensano l’aiuto de’ Moscoviti esser poco utile e opportuno alla impresa contra ‘l Turco, per esser dal Turco essi troppo lontani, ma il danaro solo, del quale egli è abbondantissimo, potere aiutar la parte nostra: percioché il ducato di Smolenco, il quale è del stato di Moscovia, per la via dei Rossi, popoli a quello vicini e quasi amici e che vivono secondo le medesime usanze, soprastà alla Vallacchia, alla Bulgaria, dipoi alla Tracia e per tanto a Costantinopoli istesso, ed è assai commodo quel paese per condur esercito: volendolo menar quanto grande potesse, egli solo daria molto da fare al Turco.
Anzi, ho per certo che lo stato del Turco in niuna altra parte sia piú debole, né da altro luogo piú commodo e piú opportuno possa essere assalito che da quella parte della Valacchia e della Bulgaria, dove i popoli sono ancora tutti cristiani, ma vivono sotto l’imperio e tributo del Turco: il quale essendo già molto tempo venuto loro a noia, senza dubio lo lascieriano da parte e si congiongeriano co’ nostri soldati, se in alcun luogo apparisse qualche vendicatore della lor libertà. Dai quali popoli insino a Costantinopoli a tutti è aperta l’entrata libera; ma i luoghi del stato del Turco, che si estendono insino alle nostre parti cosí in mare come in terra, sono molto ben forti, onde, sí come da niuna parte piú commodamente il Turco può esser assalito da noi che dalla parte della Valacchia e della Bulgaria dal duca di Moscovia, cosí non è da pensare che questa impresa gli sia troppo lontana, avendo egli quasi nell’ultimo Oriente per luoghi molto piú aspri condotti i suoi eserciti vincitori, e domati molti popoli della Scizia e alcuni anco costretti a confessar Cristo.

8. Le ragioni per le quali il sommo pontefice si debbe muovere a ricever li Moscoviti
Adunque, clementissimo padre santo, benché siano piú cose e di grandissima importanza le quali in questi gravissimi disturbi il mondo, anzi Cristo istesso, ricerca da Vostra Santità, nondimeno parmi che si debba aver cura di questo negozio della Moscovia piú che di tutte l’altre cose, come quello che è di grande importanza; anzi si doveria far con tanto maggior diligenza quanto è di maggior momento per tutte le sopradette cose, e promette piú certa speranza di poter esser condotto a fine con poca spesa e fatica e con niun pericolo, ma con certissimo commodo e da non esser dispregiato. Io so che di fuori è combattuta quella torre di David, al governo e guardia della quale Cristo vi ha messo. Io veggio li già gran tempo stanchi e miseri cristiani, alla testa de’ quali soprastà il crudel nimico del nome di Cristo, over che già con grave e vituperosa servitú tiene oppressi, guardare in voi, che siete lor pastore, e da voi aspettare e chiedere aiuto. Io conosco quanto acerbamente li principi cristiani siano tra loro discordi, i quali bisogna richiamare alla concordia cristiana, prima che noi possiamo fare cosa alcuna utile di dentro né gloriosa di fuori. Sento poi quanto s’incrudelisca nelle nostre interiora quello spaventoso e piú che infernal veleno, dico la peste e la perfidia luterana, per la cui contagione periscono tante migliaia d’anime eretiche e scismatiche.
E veramente qualsivoglia di queste cose apporta grandissimo travaglio, e non solamente ricercano fatica, industria e provedimento, ma anco gravissime spese. Nondimeno, benché noi per ciò facessimo ogni cosa, appena appare alcuna speranza certa che siamo per far profitto alcuno; ma nella cosa de’ Moscoviti, la qual ora cerchiamo di persuadere, se vorremo per se stessa giudicarla, non conosco perché la salute di tante migliaia d’anime non debba muovere grandemente la Santità Vostra, accioché, se elle periscano per vostra negligenza, non possono esser da Iddio ragionevolmente dalle man vostre riaddimandate. Di quanta importanza anco a tutte le sudette cose sia l’unirsi con esso noi un sí gran principe, sí ricco, sí possente, e per la vicinità sí atto ad assalir la Turchia, chi non lo vede? Specialmente se considera quanto certa potrebbe esser la nostra ruina e confusione delle nostre cose, quando egli opportunissimamente volesse adoperar le sue forze contra di noi. A pacificare insieme li principi cristiani non conosco che si possa trovar cosa piú potente che rinfacciar loro l’esempio di questo principe scismatico, e non dubito che si vergogneranno dei titoli i quali vergognosissimamente s’attribuiscono, quando intenderanno che sono ammoniti da un principe scismatico a ricordarsi d’esser cristiani, e ch’anco il medesimo con gli effetti insegna loro quali doveriano essere. De’ luterani finalmente qual piú gloriosa, qual piú facil vittoria potremmo noi avere che far ch’essi vegghino quest’apostolica sedia, la qual per tutto ‘l mondo si sforzano d’infamare, ritenere ancora la sua dignità non solamente appresso li suoi, ma anche nuovi popoli unitamente esser venuti quasi da un altro mondo supplichevoli alla sua ubbidienza?
Tutte queste cose v’è speranza, e non punto vana, che noi le possiamo conseguire senza pericolo alcuno, con picciola fatica e con poca spesa, percioché altro non fa bisogno se non che la Santità Vostra voglia e comandi che vada in Moscovia qualcuno che sia atto a simil negozio; e ciò facciasi piú tosto che si può, conciosiaché molte cose occorrano che desiderano prestezza. La via è pericolosa e lunghissima, specialmente avendosi, per le ragioni che diremo, da schifare il passar per la Polonia, avendosi da camminar da un capo all’altro dell’Alemagna, da passar per la Prusia e per la Livonia, d’aspettare spesse volte nel viaggio la compagnia, e menarla anco spesso per il pericolo degli assassini, dei quali sono quei paesi grandemente molestati; di maniera che chiunque vi fusse mandato, ancora che andasse con ogni diligenza, appena in 5 mesi potria giugner alla corte di quel principe, imperoché li suoi ambasciadori, mandati da lui a Carlo V imperadore, per quel medesimo viaggio, appena dopo 8 mesi finalmente arrivarono in Ispagna. In questo mezo li nostri nimici non dormiranno, e molte cose potrebbon occorrere che mutarian l’animo di quel principe, massime parendogli insieme con la sua tanto liberale offerta essere sprezzato e ischernito da’ principi cristiani: la qual cosa come può esser che non gli paia, se dopo l’aver esso mandati due ambasciadori, uno a Carlo imperadore, l’altro a Gismondo re di Polonia, e col suo mezo a tutti li principi cristiani, niun da noi ne sia a lui rimandato? L’imperadore è ancor giovane, e al presente è tanto occupato in abbattere e rovinare il re di Francia che non può attendere a pensare a quelle cose che s’appartengono al ben comune della cristianità. Dal re di Polonia, benché altrimenti egli sia prudente e cristiano principe, nondimeno in questo negozio di Moscoviti non si ha da sperarne cosa alcuna buona, il che poco di sotto faremo piú manifesto. Siché, se la Santità Vostra non farà provedimento, il principe di Moscovia sarà da tutti i nostri principi dispregiato, ma non sarà spregiato da’ nostri nimici, percioché non è dubbio alcuno che ‘l Turco tenterà ogni cosa per tirar dalla sua parte o in compagnia della guerra contra di noi un sí gran principe, massime comprendendo ch’egli sia di poco buon animo verso di noi, per esser stato da noi tante volte come pagano o come scismatico publicamente oppugnato. Siché né anco dal lato nostro, se saremo savii, non è da indugiare, anzi è da far ogni cosa diligentemente, per conservarci con la nostra diligenza un tanto aiuto, offertoci spontaneamente fuor di speranza e senza nostra fatica; benché, sí come ho detto, a ciò non fa bisogno d’altra diligenza se non che la Santità Vostra comandi e là vadano alcune persone atte e sufficienti.
Né a far questo la dee ritardar la spesa a ciò necessaria, conciosiach’ella non sia per esser tanta quanta spesse volte noi gittiam via in alcune non necessarie pompe, percioché quelle cose che nell’altre ambasciarie accrescono la spesa, come è la lunghezza e i pericoli del viaggio, in questo la scemeranno, dovendosi mandar nella Moscovia non alcuni vecchi di gravità con compagnia onorata, ma piú tosto alcuni uomini spediti che possino sostenere tante e tali fatiche e le difficultà delle strade e sopportar la gravezza dell’aria di quel paese. E siano anco dotti nella santa legge d’Iddio, e che possino a chiunque gli domanda render ragione della fede e speranza e carità che è in loro, e giudicar secondo la regola della fede quel che a lei repugna, quel che si concorda e quel che le è differente, accioché possino ben discernere qual siano quelle cose nelle quali l’apostolo commanda che doviamo comportar li deboli nella fede e non astringerli con dispute, a fin che coloro che al presente sono poco lontani dalla via della salute non facciamo sí, con la nostra indiscrezione, che molto piú si discostino da noi.
E per dir brevemente, si hanno da eleggere a ciò uomini tali che non attendino all’utilità propria, ma in ogni cosa cerchino l’onor di Giesú Cristo, e non molto anco abbiano a schifo li costumi di quella gente, acciò piú facilmente si possino con esso loro conformare. E vorrei che in elegger quei tali che si avessero da mandare a questa impresa tanto maggior pensiero vi si mettesse, quanto piú importa alla reputazione di questa sedia, e vadano a questi novi popoli piú tosto con condizioni determinate che con quali si sogliono mandar per pompa solenne solamente, percioché, se qualche cosa per aventura mancherà alla pompa dell’ambascieria, secondo richiede la dignità di questa sedia, la magnificenza di quel principe e la importanza di tal negozio, iscuserà il tutto la lunghezza, la difficultà e i pericoli del viaggio. Non è da mandare uno che sia della Gottia né della Livonia né della Polonia, per l’antico odio de’ Moscoviti contra queste nazioni, conceputo per le continue guerre che sogliono far contra d’esse per la vicinanza, e per il quale potria parer ch’elle in un certo modo facessero il proprio negozio. Sopra ogn’altra cosa mi par che sia molto piú espediente con pochissima compagnia, cioè non piú che con quattro o cinque in tutto, andarsene di qui in Livonia, percioché cosí piú facilmente passeranno e piú speditamente e con minore spesa, e, quel che specialmente a questi tempi è da considerare, mettendosi in compagnia di mercanti n’anderanno sconosciuti e senza sospetto alcuno di coloro per il paese de’ quali averanno da passare, conciosiaché, se la fama di questa cosa si spargesse, gli avversarii nostri fariano ogni sforzo per andar prima di noi e impedirci: onde mi pare che questa facenda si debba maneggiar secretissimamente e col mezo di pochissime persone.

9. Per qual cagion non si debba mandar ambasciador di Polonia al duca di Moscovia per ridurlo all’union ecclesiastica
Che in questo negozio, avenga che ‘l re di Polonia sia in ogn’altra cosa cristianissimo principe, io l’abbia del tutto per sospetto, e conseguentemente anche la Polonia, aviene perché, avendo esso provato il duca di Moscovia troppo acerbo vicino (conciosiaché Basilio, che al presente signoreggia, e Giovanni suo antecessore gli abbiano tolto 4 nobilissimi principati) e vedendo che per questa unione al medesimo s’aggiungeranno anche maggior forze, e a lui, nel far guerra contra di quello per i confini del suo regno, mancherà un gran favore, ha sempre con ogni via e astuzia disturbato questa unione: percioché, col nome di far guerra contra scismatici e come nimici della nostra religione, ha avuto dagli altri principi cristiani grandissimo favor e grande aiuto dai nostri, di maniera che molte volte, publicandosi a questo effetto indulgenzie per tutto, è stato aiutato con publica spesa della cristianità; di che s’avede restar privo quando sia levato via la scusa dello scisma, e al suo nimico, che da se stesso è forte, doversi aggiugner nelle cose della guerra maggior forze per la nostra compagnia. E benché tra loro sia ora la triegua di 5 anni, e ancora che ‘l duca di Moscovia diventi cristiano, nondimeno il re di Polonia ragionevolmente sta in paura del stato suo per l’avenire, percioché non si trovano principi cosí cristiani tra i quali, essendo vicini, spesse volte non si faccia guerra per molte occasioni.
Che al re di Polonia dispiaccia che ‘l duca di Moscovia diventi o sia da noi tenuto veramente cristiano, chi è che chiaramente da questo non lo comprenda? Che dopo quella ambascieria mandatagli dal detto duca, cosí santa e cosí utile alle cose nostre, della quale di sopra facemmo menzione, egli nelle sue lettere scritte a papa Adriano VI, predecessore di Vostra Santità, non n’ha pur detto una parola: e nondimeno di niuna cosa ragionevolmente né piú grata né piú opportuna alle cose nostre averia potuto dar notizia a un papa religiosissimo, che farlo certo dell’animo veramente cristiano verso di noi di quei scismatici e del desiderio loro tanto inclinato ad aiutare e difendere le cose nostre, i quai scismatici come nimici meritamente acerbissimi dovevamo temere. Chi non vede da questo medesimo consiglio esser proceduto che spesse volte per lo passato a posta ha impedito questa unione? E sempre tutti quelli che da questa sedia apostolica sono stati mandati per questo effetto al duca di Moscovia egli, spaventandogli con vane paure e con la difficultà del mandar la cosa ad esecuzione, gli ha fatti tornar adietro. Al presente niuna cosa tanto gli saria molesta quanto se li romani pontefici intendessero che il duca di Moscovia sia d’animo tanto cristiano, e che con sí poca fatica si possa indurre all’unione ecclesiastica. Onde il reverendo monsignor Ieronimo Balbo, vescovo gurgense, il quale, allora essendo consigliero dell’imperador Massimiliano, e ora ambasciadore appresso la sedia apostolica per l’illustrissimo Ferdinando archiduca d’Austria, si trovò presente quando questo Basilio duca di Moscovia ricercava con grande instanzia il titolo di re, avendo egli inteso gl’inganni del re di Polonia in cotal maneggio, consigliò ad ogni modo papa Adriano VI, predecessore di Vostra Santità, che se desiderava questa unione per niuna via non ne communicasse cosa alcuna né col re di Polonia né con alcuno che gli fusse favorevole.
Sono anche altre cose che mi paiono utilissime a compir questa impresa felicemente, ma, per non esser piú lungo ed essendo piú espediente il communicar queste cose con coloro a’ quali la Santità Vostra commetterà questa impresa, io farò fine.

Il fine della lettera d’Alberto Campense

 

 

 

 

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