STORIA E MITOLOGIA > Giovan Battista Ramusio > > Viaggio di Nicolò di Conti, 1439

 

Nato a Chioggia, Niccolò dei Conti (1395?-1469) fu mercante di spezie della Repubblica di Venezia ed esploratore. Tra il 1419 e il 1444 viaggiò in Medio ed Estremo Oriente, giungendo fino a Champa (odierno Vietnam), grazie alla conoscenza delle lingue orientali e della cultura musulmana. Nel corso di un viaggio fu però costretto ad abiurare la fede cristiana per avere salva la vita e al ritorno, nel 1439, come atto di penitenza, papa Eugenio IV lo obbligò a dettare le sue esperienze al segretario apostolico Giovanni Francesco Poggio Bracciolini, che le trascrisse nel IV volume del suo De varietate fortunae (Sulla mutevolezza della fortuna). La prima traduzione in volgare della relazione di Niccolò – in cui descrive il Sud-est asiatico come «superiore a tutte le altre regioni per ricchezza, cultura e magnificenza, e al pari dell'Italia per civiltà» – comparve nell’opera di Giovan Battista Ramusio, che ne scrisse il discorso introduttivo..

 

[Giovan Battista Ramusio] Discorso sopra il viaggio di Nicolò di Conti veneziano

Avendo inteso che già cento e piú anni un Nicolò di Conti, cittadino veneziano, era andato per tutte l'Indie orientali, e che di tal suo viaggio era stata fatta memoria, stimai che fosse il dovere ch'anche quello si leggesse nel presente volume. E avendo fatta ogni diligenza di ritrovarlo non solamente nella città di Venezia, ma in molte altre d'Italia, dopo molte fatiche spese in vano, mi fu detto che nella città di Lisbona si trovava stampato in lingua portoghese: il quale pensai che, traducendolo nella nostra, poteva far cognoscere al mondo la virtú di questo nostro cittadino. Nondimeno, avendolo letto, l'ho ritrovato grandemente guasto e scorretto, sí nel procedere che si fa in questo viaggio, come nei nomi delle città e luoghi, mai piú non uditi né intesi: di modo ch'io era di opinione di lasciarlo da parte, pensando che forse un giorno potrebbe esser ritrovato piú intero e corretto, e allora con maggior sodisfazione de' lettori si metterebbe in luce. Dall'altro canto stimando ch'ancora ch'ei sia cosí guasto, porgeria nondimeno non poco piacere a quelli che si dilettano di questa parte di cosmografia, vedendo che già tanti anni si sapeano li nomi d'alcune città scoperte al presente dai Portoghesi, l'ho voluto lassar venir fuori qual egli si sia.
Del qual viaggio essendo necessario di parlare alquanto per darne a chi legge piú chiara intelligenza, dico ch'essendo questo Nicolò di Conti andato per tutta l'India, dopo vinticinque anni se ne ritornò a casa, e perciò che per scapolar la vita fu costretto a rinegar la fede cristiana, però, poi ch'ei fu tornato, bisognò ch'egli andasse al sommo pontefice per farsi assolvere, che allora era in Firenze e si chiamava papa Eugenio IIII: che fu dell'anno 1444. Il qual, dopo la benedizione, gli dette per penitenza che con ogni verità dovesse narrar tutta la sua peregrinazione ad un valent'uomo suo segretario, detto messer Poggio fiorentino, il quale la scrisse con diligenza in lingua latina. Questa scrittura dopo molti anni pervenne a notizia del serenissimo don Emanuel primo di questo nome, re di Portogallo, e fu del 1500, in questo modo: che sapendosi da ogniuno che sua Maestà non pensava mai ad altro se non come potesse far penetrare le sue caravelle per tutte l'Indie orientali, le fu fatto intendere che questo viaggio di Nicolò di Conti daria gran luce e cognizione ai suoi capitani e pilotti, e però di suo ordine fu tradotto di lingua latina nella portoghese, per un Valentino Fernandes, il quale nel suo proemio, dedicato a sua Maestà, tra l'altre parole dice queste: “Io mi son mosso a tradur questo viaggio di Nicolò veneziano acciò che si legga appresso di quello di Marco Polo, cognoscendo 'l grandissimo servizio che ne risulterà a Vostra Maestà, ammonendo e avisando li sudditi suoi delle cose dell'Indie, cioè quelle città e popoli che sieno de' mori, e quali degli idolatri, e delle grandi utilità e ricchezze di spezierie, gioie, oro e argento che se ne traggono; e sopra tutto per consolar la travagliata mente di Vostra Maestà, la quale manda le sue caravelle in cosí lungo e pericoloso viaggio, conciosiacosaché in questo viaggio di Nicolò si parla particolarmente d'altre città dell'India, oltra Calicut e Cochin, che già al presente abbiamo scoperte; e appresso per aggiugnere un testimonio al libro di Marco Polo, il qual andò al tempo di papa Gregorio X nelle parti orientali, fra 'l vento greco e levante, e questo Nicolò dipoi al tempo di papa Eugenio IIII per la parte di mezzodí penetrò a quella volta, e trovò le medesime terre descritte dal detto Marco Polo. E questa è stata la principal cagione d'avermi fatto pigliar la fatica di questa traduzione per ordine suo”.
Da queste parole si comprende di quanto momento e credito fossero i viaggi di questi duoi Veneziani appresso quel serenissimo re, e veramente è cosa maravigliosa a considerar l'isole e i paesi scritti nel libro del prefato messer Marco Polo, che fu già 250 anni, e ch'al presente siano stati ritrovati dai pilotti portoghesi, come l'isola di Sumatra, Giava maggiore e minore, Zeilam, il paese di Malabar e Dely e molti altri, delli quali anticamente in libro alcuno, né greco né latino, non era fatta menzione. Ma quello che mi fa piú maravigliare è che 'l prefato messer Marco Polo scrive che 'l gran Can imperatore del Cataio e tutti quelli popoli della provincia di Mangi aveano commercio e mandavano a pigliar le spezierie nell'isole sopradette, e questo Nicolò di Conti va per terra insin nella detta provincia di Mangi, e nel ritorno, imbarcatosi nel porto di Zaitun, vien per mare a trovar l'isole della Giava maggiore e minore, e che li capitani portoghesi ch'a' tempi nostri sono stati nell'Indie non abbino voluto far penetrare le lor caravelle sino a questo gran regno, cosí ricco e abbondante d'oro e d'argento, e aprir questo viaggio per mare, conciosiaché per terra ognora ne venghino di quelli abitanti in Tauris e Constantinopoli con le loro mercanzie. Ma il restar di far questo effetto dubito che proceda da maggior cagione e piú profonda, dov'io non posso penetrare, né anche voglio. Bastami solamente di saper quello che da molti ho inteso e letto, che tutte le ditte Indie son circondate da infiniti popoli tartari, i quali, non sapendo di poterle per mare, di continuo per terra le infestano e saccheggiano (com'è la povera Italia da Tedeschi, Francesi e Spagnuoli); e ultimamente, nel 1532, vi vennero nel regno di Cambaia alcuni di quelli popoli detti Mogori, con gran numero di artegliaria e armi, e misero sottosopra la città di Campanel e altre circonvicine. E di questa materia non mi par piú oltra di doverne parlare.

Viaggio di Nicolò di Conti veneziano, scritto per messer Poggio fiorentino

Nicolò di Conti veneziano, essendo giovane e ritrovandosi nella città di Damasco di Soria, avendo imparato la lingua arabica, se n'andò colle sue mercanzie con una carovana di mercatanti, che erano da 600, con i quali passò per l'Arabia che si domanda Petrea, dove sono gran deserti, e poi per la provincia di Caldea, insino che giunse sopra il fiume Eufrate.

Delli demoni che vanno errando per li deserti dell'Arabia Petrea
In questi deserti, che sono nel mezzo di queste provincie, dice essergli avvenuta una cosa maravigliosa, che circa la mezzanotte udirono un gran rumore e strepito, e pensando che fussero Arabi che stanno alla campagna che gli venissero a rubbare, si levarono tutti, dubitando di qualche pericolo: e stando cosí, viddero una gran moltitudine di genti tacitamente passare appresso le tende loro, senza fargli dispiacere. Alcuni mercatanti che gli viddero, e ch'altre volte erano stati per questo cammino, dissero essere demoni, che erano costumati di andare per quei diserti in quel modo, e cosí l'affermarono.

Della città di Babilonia, detta oggidí Baldacco, della Balsera e del porto di Calcum, isola di Ormuz, e di Calazia città di Persia
Sopra 'l fiume Eufrate è posta una parte della molto nobile e antica città di Babilonia, che ha di circuito 14 miglia, gli abitatori della quale al presente la chiamano Baldacco. E per mezzo d'essa vi corre il detto fiume Eufrate, sopra 'l quale è fatto un ponte forte di 14 archi, che congiunge insieme l'una e l'altra parte della città; e veggonsi in essa ancora molte reliquie e fondamenti d'edificii antichi. Nell'alto della città è posta una fortezza, e il palazzo regale molto forte e bello. Il re di questa provincia è molto potente. All'incontro di detto palazzo, navigando giú pel fiume per spazio di venti giornate, si veggono le rive d'ambedue le parti molto belle, e molte isole abitate; poi, camminando otto giornate per terra, si giugne al luogo detto la Balsera, e di lí a quattro giornate nel colfo Persico, dove il mar cresce e cala nel modo del mare Oceano. Per il quale navigando per spazio di cinque giornate, giunse nel porto di Calcum, e poi in Ormuz, che è un'isola piccola del detto golfo, la quale è lontana da terra ferma dodici miglia. Partendosi da questa isola per andar fuori del golfo verso l'India, per spazio di cento miglia, s'arriva alla città di Calazia, porto nobilissimo della Persia, nella quale si fa gran traffico di mercanzie. Qui stette per alcun tempo ad imparar la lingua persiana, della quale poi se ne valse assai; e similmente si vestí degli abiti di quel paese, i quali usò tutto il tempo di questa sua peregrinazione. Poi con alcuni compagni persiani e mori noleggiarono una nave, avendo però prima fatto infra di loro solenne giuramento d'essere insieme fedeli e leali compagni.

Della città di Cambaia, e del modo delle donne di bruciarsi vive in morte de' mariti
Navigando in questo modo insieme con la compagnia, arrivò in spazio d'un mese alla molto nobil città detta Cambaia, la qual è posta fra terra sopra il secondo ramo donde sbocca in mare il fiume Indo. In questo paese si trovano di quelle pietre preziose dimandate sardonie, e si costuma che le donne, quando muoiono i mariti, insieme con loro si bruciano vive, una o piú secondo la dignità del morto: e quella che gli era piú cara e favorita, ella istessa va a mettere il suo braccio attraverso il collo di quello, e insieme si brucia; l'altre mogli si gittano poi nel fuoco cosí acceso. E di queste cerimonie se ne parlerà di sotto piú diffusamente.

Della città di Pacamuria e Dely, dove nasce il gengevo, e la sua descrizione
Passando piú avanti, navigò per spazio di venti giornate e arrivò a due città poste sulla spiaggia del mare, cioè a Pacamuria e Dely, nel paese delle quali nasce il gengevo, che si domanda nella lor lingua beledigebeli e dely. Il quale è radice d'erba alta un braccio, e le foglie simili a quelle dei gigli azurri detti irios: e nascono come le radici delle canne, e di quelle si cava 'l gengevo, sopra 'l quale si gitta della cenere, e mettesi al sole a seccare per tre giorni.

Del sito della nobile città di Bisinagar, e quanta gente vi sia atta a portar arme, e dei loro costumi
Partendosi di qui e allontanandosi dal mar circa trecento miglia fra terra, pervenne alla gran città di Bisinagar, che ha di circuito da 60 miglia, in una vallata a piè d'alte montagne, della quale le mura, che sono verso le montagne, la circondano di sorte che il circuito suo apparisce maggiore e piú bello a chi lo mira. Qui si trovano uomini atti a portar armi al numero di centomila; gli abitatori d'essa pigliano quante mogli lor piacciono, ed elle s'ardono con i mariti morti. Il re di questa città è molto potente ed eccede tutti gli altri re dell'India, e prende sino a dodicimila donne, delle quali quattromila lo seguono a piè dovunque ei va, né s'occupano in altro che in servizio della sua cucina, e altretante gli cavalcano dietro onorevolmente montate sui cavalli benissimo forniti. L'altre sono portate da uomini in ricche lettiche, e duemila d'esse si dice ch'egli tiene per mogli, con condizione che nella morte sua elle si brucino volontariamente con lui, il che è avuto e reputato per un grande onore.

Delle città di Pelagonga, Pudifetania, Odeschiria e Cenderghisia, e quella di Malepur, dove è il corpo di san Tommaso, e della provincia di Malabar
La città di Pelagonga, la quale è all'obbedienza del medesimo re, non è di minor nobiltà, e ha di circuito dieci miglia, ed è lontana da Bisinagar otto giornate. Dipoi andando per terra, in XX dí arrivò ad una città appresso la riva del mare, dimandata Pudifetania, nel qual cammino lasciò adietro due bellissime città, cioè Odeschiria e Cenderghisia, dove nasce il sandalo rosso. E di lí inanti se n'andò il detto Nicolò a una città di mille fuochi che si chiama Malepur, situata pur alla costa del mare nell'altro colfo verso 'l fiume Gange, dove il corpo di san Tommaso onorevolmente è sepolto in una chiesa assai grande e bella, gli abitatori della quale son cristiani detti nestorini, i quali sono sparsi per tutta l'India, come fra noi sono li giudei: e tutta questa provincia si dimanda Malabar.

Come appresso la città di Cael si pescano le perle, e della sua smisurata grandezza delle foglie d'un arbore
E avanti che s'arrivi a questa città, n'è un'altra che si chiama Cael, appresso la qual si pescano le perle. E qui nasce un arbor senza frutto, la foglia del quale è di lunghezza sei braccia e quasi altretanto di larghezza, e tanto sottile che, ristretta insieme, ella si può tenere in un pugno: e queste foglie s'usano in quelle parti in vece di carta per iscrivere, e nel tempo di pioggia si portano in capo per non si bagnare, dove che tre e quattro compagni, distendendola, possono nel cammino star sotto coperti senza bagnarsi.

Della nobile isola di Zeilam, e delle pietre preziose che vi sono, e della descrizione della cannella e utilità che si cava d'essa
In capo di questo paese verso mezzodí è la nobil isola di Zeilam, che circonda duemila miglia, nella quale si trovano cavando rubini, zaffiri, granate, e quelle pietre che si domandano occhi di gatta. Ivi nasce la buona cannella in gran copia, l'arbore della quale s'assomiglia al salice, ma è piú grosso, e i rami non tendono in alto, ma in largo; le foglie son simili a quelle del lauro, ma piú grandi alquanto. La scorza di rami è la migliore, e massimamente quella piú sottile; quella del tronco, che è piú grossa, è manco buona al gusto. I frutti sono simili alle coccole del lauro, dalle quali se ne cava olio molto odorifero, per unguenti che gl'Indiani usano per ungersi; e il resto del legno, levatane la scorza, si brucia.

Della vita de' Bramini
In questa isola è un lago, in mezzo del quale è posta una città regale che circonda tre miglia, che non si governa da altri se non da certe genti che discendono dalla stirpe di Bramini, i quali sono riputati per i piú savii che altre persone, perciò che non attendono ad altro, tutto il tempo della lor vita, che agli studii della filosofia, e son molto dediti all'astrologia e alla vita piú civile.

Dell'isola Sumatra, anticamente detta Taprobana, e de' crudeli costumi degli abitanti; e come vi nasce l'oro, la canfora e il pepe, e la descrizione d'esso; e d'un frutto detto duriano, e dell'isola di Andramania
Dipoi navigò ad una isola molto grande detta Sumatra, la quale è quella che appresso gli antichi è detta Taprobana, che circonda duomila miglia: vi si fermò un anno. Navigò poi per spazio di XX giornate con vento favorevole, lasciando a man dritta una isola nominata Andramania, che vuol dire isola dell'oro, che ha di circuito ottocento miglia, gli abitatori della quale mangiano carne umana: e a questa isola nessuno vi capita se non buttato dalla fortuna, perché, giunto che è l'uomo nel poter loro, immediate vien preso da queste genti crudeli e inumane, e fattolo in pezzi se lo mangiano. E dicesi che nella sopradetta isola di Taprobana gli uomini anco essi sono molto crudeli e di pessimi costumi, e communemente hanno l'orecchie molto grandi, cosí gli uomini come le donne, nelle quali portano attaccate pietre preziose, infilzate con fila d'oro. Le lor vesti sono di tela di lino, di bambagio o di seta, lunghe sin al ginocchio; gli uomini pigliano quante donne lor piacciono. Le lor case sono molto basse, per difendersi dall'eccessivo ardor del sole. Sono tutti idolatri.
In questa isola nasce il pepe molto maggior dell'altro, e cosí lungo, e la canfora e l'oro in grande abbondanza. L'arbore che produce il pepe è simile a quel dell'edera; i granelli sono verdi a simiglianza di quelli del ginepro, sopra i quali spargendo della cenere li seccano al sole. Nasce ancora in questa isola un frutto ch'essi dimandanoduriano, ch'è verde e di grandezza d'una anguria, in mezzo del quale, aprendolo, si trovano cinque frutti, come sarian melarancie, ma un poco piú lunghi, d'eccellente sapore, che nel mangiare pare un butiro rappreso.

I Taprobani mangiano carne umana, e le teste usano in luogo di monete e per contrattar mercanzie
In una parte della sopradetta isola, che chiamano Batech, gli abitatori mangiano carne umana, e stanno in continua guerra con i loro vicini. E gli fu detto che serbano le teste umane per un tesoro perché, preso che hanno l'inimico, gli levano la testa, e mangiata che hanno la carne, adoperano la crepa over osso per moneta, e quando vogliono comprare alcuna mercanzia, danno due o tre teste all'incontro d'essa mercanzia secondo il suo valore: e colui che ha piú teste in casa, vien riputato per il piú ricco.

Della città di Ternassari, e la copia degli elefanti e verzino che vi sono; e della città di Cernovem, e grandezza del Gange, e canne che vi nascono
Partitosi dall'isola Taprobana, per dicessette giornate con gran travaglio di fortuna arrivò alla città di Ternassari, la quale è posta sopra la bocca d'un fiume che ha il medesimo nome: e tutto 'l paese che v'è all'intorno è copioso di elefanti, e vi nasce molto verzino. E di qui poi fatto un lungo cammino per mare, giunse nella bocca del fiume Gange, per il qual postosi a navigare, in capo di venti giornate capitò ad una città posta sul detto fiume, chiamata Cernovem; il qual fiume è tanto grande che, essendo nel mezzo d'esso, non si può vedere terra da parte alcuna: dicesi che in qualche luogo è di larghezza XIII miglia. Nelle rive di questo fiume nascono canne tanto lunghe e grosse che un uomo solo non le può abbracciare d'intorno, e fanno d'esse battelli piccoli al modo di almadie per pescare, perché la scorza è di grossezza d'un palmo, e infra un nodo e l'altro è tanta distanza quanto è lungo un uomo: e a quella misura se ne fanno schifi da navigare pel detto fiume, nel quale vi sono cocodrilli e diversi pesci a noi incogniti. Sopra una riva e l'altra del fiume si ritrovano di continuo luoghi e città, e giardini molto belli, e orti ameni dove nascono infiniti frutti, e sopra tutti quelli detti musa, piú dolci del mele, simili a fichi; e vi nascono anche delle palmiere, che fanno il frutto che noi altri dimandiamo noci d'Indie, e altri frutti di varia sorte.

Come ritrovò sopra il fiume Gange la città di Maarazia, dove è copia d'oro e pietre preziose; e del fiume Racha
Partitosi di qui, andò su pel fiume Gange per spazio di tre mesi, lasciando però adietro quattro famosissime città, e se ne venne ad una molto potente chiamata Maarazia, dov'è gran copia d'oro, argento, perle grosse e minute, pietre preziose e legno d'aloe. E da quella pigliò 'l cammino verso alcune montagne poste alla volta di levante, dove si trovano quelle pietre preziose dette carbonchi. In capo d'un tempo se ne tornò di novo alla città di Cernovem, dalla quale pigliando il cammino fra terra, giunse sopra il fiume Racha, e navigando all'insú pel detto fiume, in termine di sei giorni pervenne ad una città molto grande, chiamata dal medesimo nome del fiume, perché ella è posta sulla riva d'esso.

Del fiume e città di Ava, e d'un piacevol costume che è in quella
Partitosi poi da questa città, passò alcune altre montagne e diserti, e in capo di dicessette giorni giunse in una campagna, per la quale camminando quindici giornate capitò ad un fiume maggior del Gange, che dagli abitatori è detto Ava; pel quale avendo navigato molti dí, trovò una città piú nobile e piú ricca di tutte l'altre, chiamata Ava, che ha di circuito quindici miglia, gli abitatori della quale sono molto piacevoli e allegri, e ancor che abbino bellissime case e ben fabricate con tutte le commodità, nondimeno tutto il dí dimorano nelle taverne che sono sparse per tutta la città, a darsi buon tempo e piacere, dove similmente si riducono molte donne giovani a tener lor compagnia.
Quivi trovò una usanza piacevole, della quale sol per far ridere non volse restar di dire quanto vidde e intese. Vi sono alcune donne vecchie che non fanno altro mestier, per guadagnarsi il vivere, che di vender sonagli d'oro, d'argento, di rame, piccoli come piccole nocelle, fatti con grande arte: e come l'uomo è in età di poter usare con donne, overo che si voglia maritare, gli vanno ad acconciar il membro mettendo fra carne e pelle detti sonagli, perché altramente saria rifiutato; e secondo la qualità delle persone ne comprano d'oro o d'argento, e le medesime donne che li vendono vanno a levargli la pelle in diversi luoghi, e posti dentro e cucita si salda in pochi dí, e ad alcuni ve ne metteranno una dozzena, e piú e manco secondo la volontà loro, e poi la cuciono cosí bene che in pochi giorni ella si salda. Questi uomini cosí acconci sono in grandissima grazia e favor delle donne, e molti di loro, camminando per la strada, hanno per cosa molto onorata che se gli senta il suono di detti sonagli che hanno adosso. Egli fu molte volte richiesto da queste tal vecchie che fosse contento che glieli acconciassero, né mai volse consentire a simil novella, che con suo dispiacere altri pigliasse spasso e diletto.

Qui mancan righe

Della provincia di Mangi, e de' costumi degli abitanti d'essa e del modo di pigliar gli elefanti e di domesticarli
Questa provincia si chiama Mangi ed è piena d'infiniti elefanti, de' quali diecimila ne nutrisce il re e gli adopera nella guerra, perché sopra d'essi fanno castelli, ove possono stare otto e dieci uomini da combattere con lancie, archi e balestre. Il modo di pigliar questi elefanti è che, nel tempo che vanno in amore, tolgono una elefante dimestica e usa a questo, e la menano in luogo fatto a posta a pascere, e circondato da un muro il quale ha due gran porte, cioè una per entrare, l'altra per uscire: e quando l'elefante sente la femina esser ivi, entra per la prima porta per venire a trovarla, la quale immediate che lo vede se ne fugge per l'altra porta, e uscita che ella è, subito le porte sono serrate. Quivi stanno mille e piú uomini apparecchiati aspettando, e come sono chiamati vi concorrono con corde molto grosse, e chi monta su per le mura e chi per i buchi del muro, e vanno accommodando le corde con i lacci per pigliar l'elefante. E poi che ogni cosa è posta in ordine, appare un uomo in quella parte ove sono tesi i lacci, e l'elefante come lo vede corre furiosamente per ammazzarlo, e correndo vien a cascare nei lacci: e gli altri uomini dietro via subito tirano le corde e lo fanno restar preso, gli legano i piedi di dietro fortemente ad un legno grosso come un arbore di nave, benissimo confitto in terra, e lo lasciano star per tre o quattro giorni senza mangiare e bere, e passato il detto tempo gli danno un poco d'erba ogni dí, e cosí in XV giorni vien a domesticarsi. Dipoi lo legano in mezzo di duoi altri domestici e lo conducono per la città e da un luogo all'altro, tal che in dieci dí è fatto dimestico come gli altri.

Un altro modo di dimesticar gli elefanti e governarli, e del lor mirabile intelletto; e de' costumi e religione di quel paese
Dicesi ancora che in altre parti gli dimesticano in questo modo, che fanno entrare gli elefanti in una valle piccola serrata a torno e separano i maschi dalle femine, e i maschi vi restano e non gli danno da mangiare, e in capo di tre giorni gli cavano di lí e menangli in altri luoghi stretti e asperi, fatti a posta per dimesticarli: e li re comprano questi per servirsene. Li dimestici si mantengono con riso e butiro e anco con erba, e i selvatici di rami d'arbori e di erbe che trovano; e li dimestici sono governati da un uomo solo, il quale gli circonda il capo con un ferro solamente, e ha tanto intelletto questo animale che, ritrovandosi in qualche battaglia, di tutte le frecce o altre armi che gli vengono lanciate riceve i colpi con la pianta del piede, acciò non sieno offesi quelli che ei porta adosso. Il re di questa provincia cavalca un elefante bianco, che ha attaccato al collo una catena d'oro ornata di pietre preziose, che arriva insin ai piedi.
Gli uomini di questa terra si contentano d'una sola donna, e tutti, cosí uomini come donne, si pungono le carni con stili di ferro, e in quelle punture vi mettono colori che piú non si possono cancellare, e cosí restano sempre dipinti. Tutti adorano gl'idoli, nondimeno, quando si levano la mattina da dormire, si voltano verso l'oriente e con le mani giunte dicono: “Dio in Trinità nella sua legge ci voglia difendere”.

D'un arbore su le foglie del quale s'usa di scrivere in luogo di carta, e del frutto che fa
In questa terra è una sorte di pomo come una melarancia, pieno di succo, ma piú dolce. Evvi ancora un arbore che si dimanda tal, che ha le foglie grandi sulle quali scrivono, perché in tutta l'India non s'usa carta né se ne trova, eccetto che nella città di Cambaia. Questo arbore produce il frutto simile ai navoni grandi; quel che si contiene sotto la scorza è tenero come un liquore rappreso, ed è nel mangiar molto dolce e apprezzato: nondimeno è di minor bontà della scorza.

Della sorte di serpenti che produce questo paese, e come al mangiarli sono di bonissimo gusto, e cosí di alcune formiche rosse
Questo paese produce serpenti spaventevoli, senza piedi e grossi com'un uomo, e lunghi sei cubiti. Gli abitatori del paese gli mangiano arrosto con mirabil gusto, e gli tengono in gran riputazione. Medesimamente mangiano alcune formiche rosse, che sono come gambari piccioli, acconcie col pepe, che appresso di loro è un mangiar delicato.

Di uno animale che forse è il rinocerote, che guerreggia con lo elefante, e della virtú del suo corno
Evvi ancora un animale che ha la testa simile al porco, la coda al bue e nella fronte un corno, come l'unicorno, ma piú corto e piú d'un braccio lungo; ha il color e la statura dell'elefante, col quale guerreggia di continuo: e quel corno vien detto che risana ogni cosa avelenata, e per questo è stimato molto.

Della sorte di buoi che si trova in questo paese, e quanto siano pregiati i crini loro
Nell'ultima parte di questo paese, verso il Cataio, si trovano buoi bianchi e neri, e quelli son piú pregiati che nascono con i crini e la coda di cavallo; ma quelli che hanno i crini piú spessi e piú sottili, leggieri come una penna e lunghi che arrivino insino ai piedi, sono stimati a peso d'argento, perché di questi tai crini ne fanno ventagli, che adoperano solamente in servizio degl'idoli e dei re. Ne fanno ancora d'essi fiocchi incastrati in oro e in argento, e gli mettono sulle groppe di cavalli, dove spargendosi vengono a coprir tutta la groppa, e appresso gli attaccano al collo, dal quale pendendo adornano il petto; e ancora i cavalieri gli portano in cima delle lancie, in segno di gran nobiltà.

Della nobil città di Cambalu e della sua mirabil fortezza, e de' costumi di quel popolo, e della città di Quinsai
Piú oltre di questa provincia di Mangi, se ne trova un'altra che è la miglior di tutte l'altre del mondo, nominata il Cataio, il signor della quale si fa chiamare il gran Cane, che nella sua lingua vuol dire imperatore; e la principal città e la piú nobil si chiama Cambalu, la quale è fatta in quadrangulo, e ha di circuito XXVIII miglia. E in mezzo di questa vi è una fortezza molto bella e forte, nella quale è posto il palazzo del re, e in ciascuno di quei 4 anguli è fabricato un castello in tondo per difensione: e ciascuno d'essi ha quattro miglia di circuito, e quivi sono riposte l'armi d'ogni sorte per guerreggiare e per combatter terre, e di continuo stanno in ordine e apparecchiate genti per ogni bisogno che accada. E dal suo palazzo regale si può andar sopra le muraglie, che son fatte in volta, a ciascuno di detti quattro castelli, e questo acciò che, se si sollevasse il popolo contra il re, possa ad ogni suo piacere ritrarsi in quelli. Oltra questa città per quindici giornate, ve n'è un'altra molto grande dimandata Quinsai, la quale da poco tempo in qua è stata fatta di novo da questo re: ha trenta miglia di circuito, e piú populata dell'altre. In queste due città, secondo che gli fu detto, vi sono le case, i palazzi e i loro fornimenti a similitudine di quei d'Italia; gli uomini mansueti e discreti, savi, e piú ricchi di tutti gli altri sopradetti.

Del porto di Zaiton e della città di Pauconia, e delle viti e frutti che ivi nascono
Dipoi si partí d'Ava per il fiume verso il mare, e in capo di XVII giornate arrivò alla bocca del fiume, dove è il gran porto che si chiama Zaiton, e ivi entrò in mare; e in termine di dieci giorni giunse ad una città grande e popolata, che si dimanda Pauconia, che ha dodici miglia di circuito, e vi stette per spazio di quattro mesi. In questo luogo solamente nascono viti, e ancora poche, perché tutta l'India ha carestia di vino e viti: e di queste uve anco non fanno vino, le quali nascono sopra gli arbori, e gli fu detto che, se le colgono senza far prima sacrificio alli loro idoli, disparono né piú si possono vedere. Ivi nascono pini, castagne, albercocci, peponi piccoli e verdi, sandali bianchi e canfora, la quale sta dentro nell'arbore, e se non si fa prima sacrificio alli dii, ancora che se gli taglia la scorza, la dispare né si vede.

Qui mancan righe

Come arrivò all'isola della Giava minore e maggiore
Nell'India interiore vi sono due isole verso l'estremo confine del mondo, e ambedue sono dette le Giave, una delle quali ha di circuito tremila miglia e l'altra due, poste verso 'l levante: e per il nome di maggiore e minore sono differenti l'una dall'altra, ad arrivar alle qual vi stette un mese continuo di navigazione nel suo ritorno. Da un'isola all'altra vi sono cento miglia di distanzia, dove è la parte piú vicina. Quivi si fermò per spazio di nove mesi, con la moglie e con i figliuoli e con la sua compagnia.

Della impietà e costumi inumani degli abitatori dell'isole dette Giave
Gli abitatori di quest'isole sono piú inumani e crudeli che alcun altra nazione, e mangiano gatti, sorzi e altri animali immondi, e d'impietà avanzano tutte l'altre genti, perché l'ammazzare un uomo hanno per giuoco, né per questo portano supplicio alcuno. I debitori che non hanno il modo di sodisfare a chi debbono, si danno lor per ischiavi, ma alcuni per non servire s'eleggano piú volentieri la morte in questo modo, percioché, pigliando una spada ignuda, se ne vengono nelle strade e ammazzano quanti riscontrano che possino manco di lui, sin a tanto che trovino uno che sia piú valente, che l'ammazzi; vien poi il creditor del morto e fa citar colui che l'ammazzò, dimandandogli il suo credito, al che è constretto dai giudici di sodisfare.

Il modo crudele che hanno di far la prova della bontà delle lor armi
Quando comprano una scimitarra o spada, per volerne far prova la cacciano nel petto al primo che se gli para inanzi, poi gli danno una coltellata, e a questo modo fanno la prova, e con la punta e col taglio, della tempra d'esse, né per questo patiscono pena alcuna; e ciascun che passa guarda queste ferite, e se l'arma entrò per filo dritto, e che l'ammazzasse al primo tratto, vien lodato da tutti d'aver date sí belle ferite. Ciascun può pigliar quante mogli vuole, per sodisfare al suo appetito.

Il giuoco che usano di far combattere i galli
Il giuoco piú usato tra loro è di far combattere i galli, e cosí ve ne portano di piú sorti, ciascuno sperando che 'l suo resti vincitore: e molti di fuori via, che stanno a veder questo spettacolo, fanno infra di loro delle scommesse sopra questi combattenti, e il gallo che resta superiore fa vincer li danari.

Della sorte di uccelli che si trovano nella Giava maggiore, e dell'isole di Sandai e Bandan, e delle noci moscate e garofani che nascono in quelle
Nella Giava maggiore trovansi uccelli molte volte che sono senza piedi, grandi come colombi, di penne molto sottili e con la coda lunga, i quali sempre si posano sopra gli arbori: le carni di quali non si mangiano, ma la pelle e la coda sono in grande stima, perché s'usano per ornamento del capo. Piú avanti per quindici giornate di navigazione verso levante, sono due isole, una detta Sandai, nella quale nascono noci moscate e macis, ch'è il suo fiore, l'altra isola Bandan, nella quale nasce solamente il garofano, e di lí si porta all'isola della Giava.

Di tre sorti di pappagalli che si ritrovano in Bandan, e del mar ch'è ivi appresso
Bandan nutrisce pappagalli di tre sorti, cioè una di rossi col becco giallo, l'altra di varii colori, i quali chiamano noro, che vuole inferir lucido: e ambedue le sorti sono della grandezza di colombi; la terza sono bianchi e grandi come galline, chiamati cachos, che vuol dire piú pregiati, per esser migliori degli altri, perché imparano a parlar mirabilmente e rispondono a quel che vien lor dimandato. In ambedue queste isole sono uomini di color negro. Il mare oltre queste isole è innavigabile per li continui venti e fortune, che non permettono che vi si navighi.

Come dalle Giave navigò alla città di Campaa, e poi ritornò a Colum in Malabar
Partitosi detto Nicolò dall'isole delle Giave, e conducendo seco quel che gli era necessario pel cammino, navigò verso ponente ad una città che è nella costa del mare, detta Campaa, nella quale vi è molto legno aloe, canfora e gran copia d'oro. Stette in questo viaggio per spazio d'un mese, e partendosi poi di lí, in altrotanto tempo pervenne ad una nobil città nominata Coloum, che ha di circuito dodici miglia. Questa è in quella provincia di Malabar, ove nasce il gengevo detto colobi, pepe, verzino, cannella che si chiama grossa.

Della sorte di serpenti che si trovano in questa provincia di Malabar, e della natura loro, e come si pigliano
Questa provincia produce serpenti senza piedi, di braccia sei di longhezza: sono animali molto spaventevoli, non fanno dispiacere ad alcuno se non è data lor noia, pigliano mirabil piacere in risguardar fanciulli, e per questo rispetto se ne vengono alla presenza degli uomini. Hanno la testa simile a quella dell'anguilla, quando giaciono in terra, e come si levano l'allargano molto piú, e la parte di dietro pare il volto di uomo dipinto di varii colori. Si pigliano con incanto, il che si costuma molto infra di loro, e senza fare dispiacere a persona gli pongono in vasi di vetro fatti a questo effetto, e gli portano in mostra per cosa maravigliosa.

Della seconda spezie di serpenti di questa provincia, e come si pigliano
Medesimamente in questa provincia, appresso di Susinaria, si vede un'altra sorte di serpenti, che hanno quattro piedi e la coda assai lunga, e sono della grandezza d'un gran cane. Gli pigliano a caccia e poi se gli mangiano, e non sono nocivi a mangiarli, non altrimenti che appresso di noi li daini e i cervi e simili altre selvaticine: e ne fanno d'essi diverse e buone vivande. La lor pelle è di varii colori, la quale usano per coperte, perché riescono molto belle.

Della terza spezie di serpenti orribili di questa provincia, e d'un animale simile a un gatto selvatico
Evvi in questo medesimo paese, secondo che gli fu detto, un'altra sorte di serpenti spaventevoli, lunghi un braccio, che ha l'ali a similitudine di quelle della nottola. Ha sette teste disposte per ordine una drieto all'altra lungo il corpo, e quelli che stanno su per gli arbori sono nel volar velocissimi, e sono piú velenosi di tutti gli altri, perché col fiato solo ammazzano gli uomini. Trovansi ancora, sí come gli fu detto, animali simili a gatti selvatici, che volano, e hanno una pellicina distesa dai piedi davanti a quei di dietro, la quale sta raccolta in sé quando si posano, e come vogliono volare dibattono i piedi davanti in vece d'ali, e cosí se ne vanno da un arbore all'altro. Li cacciatori, quando vogliono pigliar questi animali, gli seguitano sin a tanto che gli straccano, e stracchi cascano a terra e restano presi.

D'un arbore detto cachi, e dello smisurato frutto che produce, e d'un altro frutto dimandato amba
Ha veduto in questa terra un arbore chiamato cachi overo ciccara, che a piè del tronco fa un frutto simile a quel del pino, ma è sí smisurato ch'un uomo solo ha che fare assai a portarne uno. La scorza è verde e un poco dura, pur premendola col dito si rompe, e ha dentro 250 o 300 pomi che sono come fichi e cosí dolci, i quali sono divisi l'un dall'altro con una teletta, che hanno poi dentro un altro frutto ventoso, di sapore e di durezza come la castagna, a modo della quale elle si cuocono, e cosí quando son poste nelle bragie, e che non si castrino prima, crepano e saltano fuor del fuoco. Le scorze d'esse si danno a mangiare ai buoi; questo frutto di dentro non ha scorza. La radice di questo arbore alcuna volta produce il frutto sotto terra, il quale è migliore e piú saporito dell'altro: e di questi se ne fanno presenti ai re e gran signori. L'arbore è simile a quel d'un gran fico, e ha la foglia divisa come quella della palma; il legno s'assomiglia al busso, e l'adoprano in molte cose, e per questo è in gran reputazione. Ancora si trova un altro frutto che si domanda amba, molto verde, simile alla noce, maggior però del persico: la sua scorza è amara, ma quel di dentro ha sapor di mele, e prima che si maturi lo mettono nell'acqua, e lo condiscono come noi altri le olive verdi.

Della città di Cochin, posta sulla bocca del fiume Solchan, sulla riva del quale si veggono di notte pesci di forma umana
Lasciato da Nicolò la città di Coloum, in tre giorni arrivò alla città di Cochin, che circonda cinque miglia ed è posta sulla bocca del fiume Colchan, dal quale prende il nome. Navigando alcuni giorni per detto fiume, vidde di notte sulla riva accender molti fuochi, e pensando che fussero pescatori, domandò quel che facevano quivi tutta notte. I suoi compagni, cominciando a ridere, gli risposero: “I cippe, i cippe”, che sono di forma umana, o pesci o mostri che siano, i quali di notte escono dell'acqua e, accozzando insieme delle legne, percotono una pietra con l'altra, e cavatone fuoco accendono quelle legna accanto alla riva del fiume, dove i pesci, che ve ne sono in quantità, se ne vengono allo splendor del fuoco, e questi li pigliano e mangiano, e di giorno stanno sempre sotto acqua. Di questi se ne sono presi alcuna volta; gli dissero che non sono differenti dalla forma umana, cosí i maschi come le femine. In questo paese nascono i medesimi frutti che in Coulom.

Delle città di Colonguria, Paliuria e Meliancota, e della nobil città di Calicut, e delle spezierie e altre drogherie che vi nascono, e de' costumi degli abitanti
Partito poi di qui, se n'andò alla città di Colonguria, che è posta sulla bocca d'un altro fiume, e di lí alla città di Paliuria e di Meliancota, che tra lor vuol dir città grande, la qual ha nove miglia di circuito; e andossene di lí a Calicut, che è posta accanto il mare, che ha di circuito otto miglia, la piú nobil città di tutta l'India di traffichi e mercanzia. In questo paese nasce gran copia di pepe, lacca, gengevo, cannella grossa, chebuli, zedoaria. Le donne pigliano quanti mariti vogliono, di sorte che alcuna n'ha dieci e piú, per sodisfare alli loro appetiti. Gli uomini dividono tra loro il tempo di goder la donna, e quello che gli va in casa lascia alla porta un segnale, e venendo l'altro, e veduto il segno, se ne torna adietro; ed è in arbitrio di lei di consegnar li figliuoli a chi gli piace, i quali non ereditano mai i beni del padre, ma li nepoti.

Della città di Cambaia, e delle drogherie che vi sono, e della vita delli sacerdoti d'essa, e de' bovi che ivi si trovano
Dipoi detto Nicolò se ne partí, e in capo di dieci giorni arrivò alla città di Cambaia, posta fra terra verso tramontana, ed è di circuito 12 miglia. Quivi nasce spico nardo, lacca, mirabolani, endego, e seta in grande abbondanza. Evvi una sorte di sacerdoti chiamati Bancani: questi si contentano d'una sola donna, la qual per legge è obligata di bruciarsi col marito quando egli muore. Questi sacerdoti non mangiano cosa che abbia vita, ma solamente frutti, risi, latte, legumi. Sonvi molti buoi selvatichi, che hanno i crini di cavalle, ma piú lunghi, e hanno le corna sí lunghe che, piegando un poco la testa adietro, toccano con esse la coda: e per la lor grandezza usano gli abitanti queste corna in luogo di vasi per portar acqua, overo altre cose da bere per cammino.

Dell'isola Zocotera, ove nasce l'aloe
Di qui essendo ritornato di nuovo verso Calicut, se ne venne per mare ad una isola chiamata Zocotera, la quale, andando alla volta di ponente, è posta lontana da terra ferma cento miglia; ha di circuito 600 miglia. Dimorò in far questo viaggio da duo mesi. Nasce in detta isola eccellente aloe, chiamato cocotrino. La maggior parte di questa isola è abitata da cristiani nestorini.

Di due isole, in una delle quali separatamente vivono gli uomini, nell'altra le donne; e dell'effetto che causa l'indisposizione di quell'aere
In fronte di questa isola, non piú di cinque miglia lontano, vi sono due isole, distanti l'una dall'altra trenta miglia, in una delle quali abitano solamente uomini, nell'altra donne. Alcuna volta vanno gli uomini all'isola delle donne, e similmente le donne a quella degli uomini, e sono stretti e necessitati, avanti che compino tre mesi, di partirsi e ciascuno tornare alla sua isola, perché, contrafacendo e stando piú del tempo determinato, la disposizione del cielo e dell'aere gli fa morire immediate.

Della città di Adem, e del cammino che tenne Nicolò a ritornarsene a Venezia, e come, giunto a Carras città d'Egitto, gli morí la moglie con duoi figliuoli e duoi famigli
Di qui partitosi per mare, in capo di cinque giorni venne alla nobile e ricca città di Adem, ornata di bellissimi edificii; dipoi andò alla volta della Etiopia, e in termine di sette dí giunse a un porto detto Barbora, e di lí, in un mese di cammino per il mar Rosso, al porto del Zidem. E per la difficultà del navigare che ebbe in duoi mesi, volse smontar in terra appresso il monte Sinai, dove, passato il diserto, giunse a Carras città dell'Egitto, con la moglie e quattro figliuoli e altritanti famigli. Quivi la povera donna se ne morí di peste con duoi figliuoli e duoi famigli, e detto Nicolò, avendo passati cosí gran travagli e pericoli per mare e per terra, alla fine se ne tornò salvo con duoi figliuoli alla città di Venezia, che era la patria sua.

NARRAZIONE DI NICOLÒ DI CONTI DELLA VITA E COSTUMI DEGLI UOMINI DELLA INDIA E DI TUTTO IL PAESE DI ORIENTE, FATTA A RICHIESTA DI MOLTE PERSONE CHE LO INTERROGAVANO

Divisione dell'India in tre parti, e qual sia la piú ricca e piú civile, e de' suoi costumi, e d'altre cose notabili di piú luoghi
L'India tutta è divisa in tre parti: la prima si distende dalla Persia sino al fiume Indo; la seconda da questo fiume sino al Ganges; la terza è quella che è oltre al detto fiume, e questa è la migliore, la piú ricca e piú civile, perché nel vivere, governo e costumi sono simili a noi altri. E medesimamente hanno le case grandi, con camere belle come le nostre, i fornimenti d'esse politi e ben fatti; vivono molto civilmente, e alieni d'ogni crudeltà e della vita inumana di gente barbara, e sono persone mansuete, benigne e pietose. Sono mercatanti, e i piú di loro sono ricchi quanto si possa dire, perché se ne trovaranno molti, che un solo sarà atto a caricar del suo proprio 40 navi di mercanzia, di tal valuta che l'una di queste sarà stimata 50 mila ducati. Questi Indiani soli, che di sopra abbiamo detto, costumano di mangiare come noi altri a tavole alte, con le tovaglie, e adoprano tazze d'argento per diverse vivande e altre cose, perché tutti gli altri Indiani mangiano in terra, assentati su tapeti overo letti. Non hanno né vino né viti, ma, pestato il riso e distemperato con l'acqua, vi buttano dentro il succo d'un arbore, che la fa diventar rossa che par proprio vino. Nell'isola di Taprobana tagliano un ramo d'un arbor detto thal, sotto il quale appiccano un vaso, nel qual sempre stilla un liquore molto saporito e dolce, per il loro solito bere.
Tra il fiume Indo e Gange vi è un lago, l'acqua del quale è di maraviglioso sapore e bevesi con gran diletto: tutte le regioni vicine, e anco quelle che sono lontane, mandano a pigliar di quest'acqua, e vi sono deputati molti cavalli leggieri sopra le strade per li corrieri, di sorte che ogni giorno ne hanno della fresca. Non hanno grano né pane di quello, ma hanno una certa sorte di lor farina; si nutriscono di risi, latte, formaggio e carne. Hanno gran copia di galline, capponi, fagiani, pernici e di molte altre selvaticine; si dilettano molto della caccia. Non portano barba, ancora che abbino i capelli lunghi, distesi sopra le spalle; usano i barbieri come facciamo noi altri, e quando vanno in guerra, legano li capelli dietro al collo con una cordella di seta. Sono nella statura del corpo e nella brevità di vita eguale a noi altri. I lor letti sono tutti forniti con lavori d'oro, e le coltre sotto le quali dormono riccamente lavorate. L'uso del vestire è vario, secondo la diversità delle regioni e de' luoghi. Communemente non hanno lana, ma lino, gottone e seta in gran copia, de' quali ne fanno vestimenti, cosí gli uomini come le donne. Portano intorno alle parti vergognose alcune traverse di lino, longhe sino alle ginocchia; portano una veste sola, o di tela o di seta, sopra la traversa, gli uomini sin al ginocchio, le donne sin al calcagno: e non ne posson portar piú rispetto al gran caldo che fa in quel paese. Non portano in piede altro che una soletta, ligata con una cordella rossa di seta o d'oro, ciascuno secondo il grado suo, come si vede nei piedi delle statue antiche di marmo. Le donne in alcune parti portano scarpe di sottilissimo corame, lavorate d'oro e di seta, e nelle braccia, in luogo di gioie, braccialetti e manigli d'oro, e intorno al collo e le gambe collari d'oro di peso di tre libre, pieni di pietre preziose.
Le donne publiche, in ciascun luogo che l'uomo le vuole, le trova immediate, perché sono sparse per tutta la terra e hanno case proprie, nelle quali tengono olii, unguenti, profumi e altre cose odorifere; e con molte lusinghe e parole accarezzano mirabilmente gli uomini, ciascuno secondo l'età loro, e sono molto accorte e gran maestre a provocar gli uomini ai lor diletti: e di qui nasce che tra gl'Indiani non si sa ciò che sia quel vizio abominevole. L'acconciature di testa delle donne sono di diverse sorti, ma pur la maggior parte intrecciano i capegli con cordoni di seta, e con veli lavorati d'oro si cuoprono il capo. In altri luoghi accolgono insieme i capegli in mezzo della testa e gli annodano insieme, e vi acconciano un fiocco di seta di varii colori, in modo che roversciandoli insieme col fiocco si distendono attorno il capo; altre portano capegli posticci, neri, e quanto son piú neri tanto piú belli sono tenuti; altri si cuoprono la testa con alcune foglie d'arbori di diversi colori; e nessuna di queste donne costuma lisciarsi il viso, se non quelle del Cataio. Nell'India interiore non è permesso che gli uomini n'abbino piú d'una, ma nell'altre parti pigliano quante donne che vogliono, eccettuando quelli cristiani che ebbero principio dall'eretico Nestorio, da cui hanno preso il nome di cristiani nestorini: e questi sono sparsi per tutta l'India, e vivono con una sola donna.

La diversità tra gl'Indiani in sepelire i morti, e che nell'India di mezzo le mogli in morte de' lor mariti si bruciano vive
Gl'Indiani tutti non sepeliscono i morti a un medesimo modo, perché l'India prima supera l'altre di magnificenza, cerimonie e pompe nel sepelire, perciò che ivi fanno fosse sotto terra e le murano attorno con molti ornamenti, e in esse vi mettono il corpo morto sopra un bello stramazzo d'oro, e delle sporte fatte di palme piene di ricchi vestimenti, e gli lasciano gli anelli d'oro come se l'avesse d'adoperare nell'inferno, e la bocca della fossa serrano di muro in modo che alcuno non la possa piú aprire, e di sopra vi fanno un bel volto coperto di tegole, acciò che l'acqua si possa scolare e non guasti la sepoltura, e in questo modo il corpo si conserva piú lungo tempo.
Nell'India di mezzo si bruciano i corpi morti, e con loro spesse volte le mogli vive nel medesimo fuoco, o una o due, secondo le condizioni del matrimonio. La prima e principale per legge è obligata a bruciarsi, se ben ella fosse sola moglie del morto. Gli uomini pigliano dell'altre oltre la prima moglie, con alcuna delle quali si fa patto che, nella sua morte, ella debba onorare l'esequie del marito: e questo infra di loro è reputato per un grande onore. Pongono l'uomo, come è morto, nel suo proprio letto, molto riccamente adornato e vestito dei suoi migliori vestimenti, e attorno e sopra di lui pongono legni odoriferi, e accendono il fuoco. Vien poi la moglie, ben ornata e vestita de' suoi piú cari panni, in mezzo di piffari, naccare, flauti e altre musiche, con gran compagnia, cantando anco lei con un aspetto allegro, e cammina intorno al fuoco che brucia il marito, dove sta un di quei sacerdoti detti Bancani, sopra una catedra pomposamente e di ricchi panni adornata, il qual la conforta con buone parole, persuadendole che non si spaventi della morte, anzi che ella voglia disprezzar la vita presente, la quale è breve e vana, e le promette che doppo morte ella acquisterà col marito molti piaceri, infinite ricchezze e vestimenti preziosi, con innumerabili altre cose. Compita che ella ha di andare piú volte attorno al fuoco, si mette appresso della catedra del detto sacerdote, il qual di continuo la va inanimando, e spogliatasi de' suoi vestimenti nuda, avendosi prima molto ben lavato il corpo secondo l'usanza loro, si cuopre con un lenzuolo molto sottile e bianco e, ammonendola e confortandola il sacerdote, ella istessa si lancia nel fuoco. E se alcuna si spaventa di far questo, come suol talora accadere, che vedendo l'altre che sono nel fuoco far atti strani e dolersi, e che par che vorriano uscirne fuori, e per questa paura orribile alle volte tramortiscono, gli astanti che son ivi vicini la aiutano a gittarsi nel fuoco, overo la buttano al suo dispetto e per forza. E bruciati che sono i corpi, pigliano la cenere e la mettono nei vasi, e fanno monumenti belli dove conservano detti vasi; dipoi con molti e varii modi piangono i lor mariti.

Delle cerimonie dell'India interiore circa i lor morti, e del modo di sepelirli
Quelli dell'India interiore si cuoprono la testa con i sacchi, quando gli muore alcuno. Altri piantano in mezzo della strada alcuni legni lunghi, e in cima di essi mettono carte dipinte e tagliate che giongono sino in terra, e ivi stanno per tre giorni a piangere, e sonando certi instromenti fatti di metallo, danno per l'amor di Dio certe vivande da mangiare a' poveri. Altri tre giorni continui piangono con tutta la famiglia, e li vicini vengono alla casa del morto, nella quale in quel tempo non si fa da mangiare, ma vien loro portato di fuori cotto. E li parenti e amici del morto, in segno di dolore, in questi giorni portano nella bocca una foglia amara, e i figliuoli, quando muore il padre o la madre, per un anno intero non si mutano di vestimenti, né mangiano piú di una volta il giorno, né si tagliano le unghie, né i capelli, né la barba. E molte donne ignude insin all'umbilico stanno intorno al morto, graffiandosi il viso coll'unghie e percotendosi il petto con le pugna, gridando “ai, ai”. Levatasi poi una di loro in piedi, a modo di canzone comincia a dir tutte le lodi del morto: a costei le altre che sono intorno rispondono, cantando ancora esse delle canzoni, e raccontando in quelle particolarmente tutti li luoghi e modi dove il morto fece qualche cosa degna di lode. Molti ripongono subito la cenere de' corpi bruciati in vasi di oro o di argento, e per consiglio di quei sacerdoti gli portano in un luogo che dicono esser consacrato agli idoli, al quale da essi in fuori non vi si può accostare alcuno.

Della vita e costumi dei sacerdoti detti Bancani
I Bancani, che sono i sacerdoti, non mangiano cosa che abbia vita, e dicono principalmente che il bove tra gli altri animali è il piú utile all'uomo, perché l'adoprano per portar some: e per questo l'ammazzarlo e mangiarlo dicono esser peccato. Questi sacerdoti si sostentano di risi, erbe, legumi e frutti. Non pigliano piú d'una donna, la qual si brucia insieme col marito morto, attraversandogli un braccio sotto il collo: ed è cosí stretta e constante nel fuoco, che non mostra pur un minimo segno di dolore.

Della vita e delli studii d'una setta di filosofi detti Bramini, e della lor superstizione
Per tutta l'India è una setta di filosofi chiamati Bramini, dediti all'arte dell'astrologia, la quale studiano molto per saper predire le cose future. Sono di onesta e santa vita e di buoni costumi, infra li quali dice aver veduto uno ch'era di 300 anni, ed era tenuto per un miracolo, e dovunque andava i fanciulli lo seguivano, come cosa maravigliosa e notabile. Molti di loro usano l'arte della geomanzia, della quale ne hanno tanta cognizione e pratica che sapranno, in spazio di poche ore, predire le cose future come se già le fossero avvenute; e dannosi molto all'arte diabolica delle scongiure e stregherie, talmente che fanno tempestare quando vogliono, e per l'opposito tornare il ciel tranquillo e sereno. E per questo molti di loro mangiano di nascosto, e non vogliono esser veduti da alcuni, dubitando di esser affaturati con malocchio, tanto sono superstiziosi.

D'una scongiurazione che fece un patron di nave per aver vento favorevole al suo viaggio
Affermò con verità detto Nicolò che un patrone di nave, stando in mare in gran calma, temendo insieme con i marinari che non vi dimorassero troppo lungamente, fece apparecchiare una tavola a piè dell'arbore, dove fatte molte congiurazioni, invocando spesso il dio Muthiam, cosí detto, in quello instante intrò adosso a un uomo d'Arabia un demonio, che lo cominciò ad alta voce far gridare, saltare e correre per tutta la nave come pazzo. E giunto che fu alla tavola, prese certi carboni e se li mangiò, e dimandando sangue di gallo per bere, gliene presentarono uno, al quale (avendolo scannato) succiò il sangue, poi, gittatolo via, dimandò ciò che volevano. Gli fu risposto: “Vento”. Gli promise fra tre giorni di dargliene favorevole, col quale potriano securamente pervenire al porto, accennando lor con la mano da qual parte dovea venire, e gli ammoní che con diligenza e aviso stessero preparati a ricever l'empito che verria. Il che finito di dire, detto Arabo cascò in terra come mezzo morto, e di ciò che avea detto e fatto, dipoi non se ne ricordava di cosa alcuna. E cosí al tempo da lui predetto venne il vento, e in pochi giorni arrivorno a buon porto.

Con che stelle i naviganti dell'India si governino, e della forma delle lor navi
I naviganti dell'India si governano colle stelle del polo antartico, che è la parte di mezzodí, perché rare volte veggono la nostra Tramontana, e non navigano col bussulo, ma si reggono secondo che trovano le dette stelle o alte o basse: e questo fanno con certe lor misure che adoperano, e similmente misurano il cammino che fanno di giorno e di notte, e la distanza che è da un luogo all'altro, e cosí sempre sanno in che luogo si ritrovano essendo in mare. Delle navi alcune ne fanno di portata di duemila botti, piú grandi delle nostre, e hanno quattro vele e altritanti arbori; all'intorno sono tre mani di tavole conficcate l'una sopra l'altra, per poter meglio resistere alle percosse delle onde del mare, dalle quali aspramente sono combattute. Sono queste navi partite in camere piccole, e con tal arte fabricate che, s'avien che una parte di essa si rompa, l'altra resta sana, e possono continuare il lor viaggio.

Che per tutta l'India si adorano gl'idoli, e delle chiese a quelli dedicate, e della forma loro, e del modo che tengono in far lor sacrificii
Per tutta l'India s'adorano gl'idoli, alli quali fanno le chiese non dissimili alle nostre, piene d'imagini dipinte; e nelli giorni delle loro solennità le adornano con fiori e rami. Gl'idoli sono fatti o di oro o d'argento o di pietra o di avorio, delli quali alcuni sono sessanta piedi d'altezza. Il modo come gli sacrificano è molto vario infra di loro, perché alcuni si lavano con acqua chiara avanti che entrino nel tempio, una volta la mattina e un'altra a vespro; alcuni si buttano a bocconi in terra distesi, e per un poco di spazio orano e baciano la terra; altri con legno aloe o simil altri odori fanno sacrificio ai lor idoli.
In India di qua dal Gange non vi sono campane, ma in luogo di quelle hanno certi bacini d'ottone, i quali percotendo l'un con l'altro fanno il suono. Le offerte che fanno agl'idoli sono vivande, secondo l'usanza de' gentili antichi, le quali poi distribuiscono ai poveri per lor mangiare.

Della strana morte che nella città di Cambaia fanno alcuni volontariamente ne' sacrificii delli lor idoli
Nella città di Cambaia i sacerdoti avanti gl'idoli predicano al popolo, persuadendolo a voler fare a quelli qualche servizio notabile, e che la piú grata cosa che potessero fare, della qual ne conseguiriano grandissimo premio nell'altra vita, saria quando un uomo volesse morire e farsi ammazzare per amor loro. Allora, per la gran forza ed efficacia delle parole di costoro, molti determinatamente vengono ad offerirsi a questo, i quali subito son condotti sopra un palco dove, fatte alcune cerimonie, gli appresentano un collare di ferro largo intorno al collo, il quale dalla parte di fuori è tondo, ma in quella di dentro è fatto a modo di un rasoio; e nella parte davanti del collare pende una catena sin al petto, nella quale, postisi a sedere e ritirando a loro le gambe, vi mettono dentro i piedi, e in tanto che il sacerdote dice certe parole, costoro avanti tutto il popolo gagliardamente distendono i piedi, e alzando la testa spiccano immediate il capo dal busto: e in quella maniera offerendo la vita in sacrificio degli idoli, sono riputati santi.

Della misera morte che in Bisinagar fanno alcuni volontariamente, mossi da zelo di fede, per gratificarsi i loro dei
In Bisinagar hanno per costume, in un certo tempo dell'anno, di portar in mezzo di duoi carri un idolo per tutta la città, con gran solennità e moltitudine di popolo. Sui carri vi stanno bellissime giovanette, che cantano infinite canzoni in lode di quei idoli, e molti, mossi da divozione di quella fede, si gittano in terra avanti quei carri, li quali attraversandoli adosso stiacciano lor tutte l'ossa: e affermano questa maniera di morte essere accetta alli lor dei. Altri si forano tra le coste, per le quali passando delle corde, e legatele al carro, si fanno cosí strascinare, e miseramente finiscono la lor vita: e dicono che questo modo di morire è un gratissimo sacrificio alli loro dei.

Di tre sorti di feste solenni che hanno gl'Indiani l'anno, e di tre altre poi oltre di queste
Tre feste solenni fanno l'anno, in ciascuna delle quali cosí gli uomini come le donne di ciascuna età si vestono di nuovo, lavandosi prima la persona d'acqua di mare o di fiume, e per tre dí continui non attendono ad altro che a cantare, ballare e conviti. Nella seconda, per tutto il dí della festa accendono molti candellieri con olio di susimani attorno le lor chiese, cioè di dentro e di fuori, che ardono la notte e il giorno. Nella terza drizzano per tutte le strade alcuni legni, grandi come arbori di navili piccoli, sopra li quali pendono dalla cima insino in terra alcuni panni lavorati d'oro, e sopra detti legni per nove giorni continui vi fanno star un uomo di buono aspetto, pietoso e divoto, che molto volentieri fa questo effetto, acciò che prieghi Iddio pel popolo, e impetri grazia e misericordia da quello. A questo tal uomo tutto il popolo tira melarancie e limoni e altri frutti di buon odore e gusto, il quale tutto soffre con gran pazienzia. Oltra di queste hanno tre dí di feste nell'anno, nei quali si bagnano l'un l'altro con un'acqua gialla preparata a questo fine, e similmente bagnano il re e la regina con la medesima acqua: e questo lo fanno per un piacere e ognuno lo piglia a giuoco.

Del modo delle lor nozze, di canti, suoni e gran conviti e balli che usano,
e della sorte di frutti che non hanno
Le nozze fanno con canti, conviti, balli, trombe e altri instromenti di musica, che usano come noi altri, eccetto gli organi. I lor conviti sono di grande spesa, e durano giorni e notti, e in tanto non s'attende ad altro che a cantare, sonare e ballare. Ballano attorno attorno cantando, come si costuma in qualche luogo tra noi. Altri cantando ballano di lungo a duoi a duoi un doppo l'altro, e prima che si rivoltino, quei dinanzi hanno due bacchette in mano molto ben dipinte, le quali danno in mano a coloro che gli vengono all'incontro: e cosí le mutano ogni volta che s'incontra l'un con l'altro, e questo atto par a loro molto bello. Non usano bagni, eccetto che nell'India superiore, che è oltra il fiume Gange; nondimeno tutti gli altri si lavano spesso il giorno d'acqua fresca. Non hanno olio, né alcuni de' nostri frutti, come persiche, pere, cerese, susini, pomi; viti pochissime, e queste in un luogo solo, come è detto di sopra.

Dello strano effetto d'un arbore che nasce nella provincia di Pudifetania, e del modo di avere i diamanti che sono in un monte detto Abnigaro, e come si trovino altre pietre preziose
Nella provincia di Pudifetania gli fu detto esservi un arbore senza frutto, alto sopra la terra tre braccia, chiamato l'arbore della vergogna, il qual disse essergli stato affermato che, quando l'uomo vi si accosta, ristrigne in sé i rami, e discostandosi gli allarga. Il quale effetto non è tanto fuor di credenza, che le spugne e urtiche marine, che nascono sotto acqua come erbe, non faccino il simile.
Oltra la città di Bisinagar per quindici giornate di cammino verso la parte di settentrione, gli fu detto esservi un monte detto Abnigaro, circondato tutto da lagune piene di bestie velenose, e il monte di serpi, nel quale si ritrovano i diamanti: e non si potendo per questo rispetto accostarvisi persona, l'astuzia degli uomini vi ha trovato rimedio, che è che, essendo un altro monte piú alto vicino a questo, in certo tempo dell'anno gli uomini del paese pigliano de' bovi, i quali fatti in pezzi, cosí caldi e pieni di sangue, con le balestre fatte a questo effetto buttano sopra quel monte di diamanti, dove cadendo in terra se gli attaccano di detti diamanti. E quando l'aquile e avoltori che ivi passano veggono la carne, si calano ad essa e la portano ad un altro monte, ove sicuri dai serpi se la possino mangiare: e dipoi gli uomini, che ivi stanno a far la guardia, riveggono i luoghi nei quali detti uccelli hanno mangiata la carne, se ne vanno a pigliare i diamanti che cadettero da quella.
L'altre pietre preziose si trovano con manco difficultà, perché appresso i monti arenosi, in certi luoghi dove sanno di trovarli, cavano tanto sotto fin che trovano l'acqua mescolata con l'arena, la quale gittano in un crivello fatto a posta, e lavano quella rena con l'acqua: e colandosi la rena restano le pietre, e questo è il modo di cavare e trovare le pietre preziose in quelle parti, secondo che gli fu narrato. E vi tengono gran guardie i signori, cosí per coloro che le cavano come per li soprastanti, che non le rubbino, e gli fanno cercar fino nelli vestimenti e per tutta la persona, e si sforzano con tutti i modi di non esser rubbati.

Di quanti mesi faccino l'anno, e da che tempo comincino il lor millesimo, e le monete che usano e altro per ispendere
L'anno fanno di dodici mesi, i quali chiamano secondo il nome di dodici segni celesti. Il millesimo ed età di loro anni comincia in varii modi, imperoché la maggior parte di essi comincia al tempo di Ottaviano imperatore, nel tempo del quale fu pace universale nel mondo, e dicono il lor millesimo millequattrocentonovanta dove noi diciamo millequattrocento.
Alcune di quelle regioni non hanno moneta, ma in luogo di esse costumano pietre che noi diciamo occhi di gatta, e in altri luoghi ferro poco piú grossetto che gli aghi, e altrove carta sopra la qual è scritto il nome del re, e queste si spendono per monete.
E in alcuni luoghi dell'India prima si usano i ducati veneziani, e in altri alcuni pezzetti d'oro che pesano il doppio di un fiorino nostro e la metà, e altrove monete di argento e rame, e in altri luoghi usano certi pezzi d'oro fatti d'un certo peso.

Della sorte d'arme che usano gl'Indiani in guerra e per combatter le cittadi, e il modo dello scriver loro, e quel che usino in luogo di carta
Questi dell'India prima adoperano zagaglie e spade in guerra, braccialetti e rotelle, archi e freccie e celate, camicie di maglia e corazze. Gl'Indiani che son piú fra terra, verso tramontana, hanno balestre e bombarde e molti altri instromenti per combatter le città, e chiamano noi altri franchi e tutte l'altre genti cieche, e dicono che solo essi veggono con duoi occhi, e noi altri con uno solo, e dicono che sono di maggior prudenza che ciascun altro.
Quelli solamente di Cambaia usano di scrivere sopra la carta, e gli altri sopra le foglie di arbori, de' quali ne compongono bei libri: e non scrivono come noi né come gli ebrei, ma per lungo del foglio, cioè dalla cima a basso. Hanno tra loro diverse lingue. Tengono molti schiavi: il debitore che non ha il modo di pagare, vien dato per ischiavo al suo creditore.

Le sorti di giuramenti che si danno ai rei che vengono incolpati di qualche errore, quando non trovino testimoni sufficienti contra di loro
Gli uomini che meritano qualche pena di giustizia, e non trovando testimonii sufficienti contra di loro, per li quali li possono far patir pena, si rimettono al suo giuramento, il qual si fa in tre modi. Il primo è che lo conducono avanti l'idolo, per il quale giura di essere innocente di quella colpa, e ivi apparecchiata una mannara affocata, e finito il giuramento, lecca il taglio di detta mannara, e s'avviene che resti illeso è assolto. Il secondo è che, doppo il giuramento, quel reo è obbligato di portare in mano per uno spazio un ferro affocato, e bruciandosi in parte alcuna vien castigato come malfattore, e non si bruciando lo liberano. Il terzo modo è communemente piú costumato tra loro, che tengono davanti all'idolo una pignatta piena di butiro bollente, nella quale il reo che ha da giurar mette due dita, le quali gli legano immediate con una benda di tela, e la suggellano, acciò ch'ella non si possa levar via: e in capo di tre giorni la disciolgono, ed essendo in parte alcuna le dita offese, subito lo castigano secondo che merita; quando che non, lo lasciano andar libero.

Che nell'Indie non v'è peste né altre malattie, e dell'infinito popolo che vi si trova, e della virtú d'un arbore che si trova nella Giava maggiore
Non v'è mai peste nell'Indie, né essi sanno gran parte di quelle malattie e infermità che nelle parti nostre tormentano gli uomini, di che n'è cagione il modesto e astinente vivere: e per tanto le genti e popoli in quelli paesi sono infiniti, e piú di quel che l'uomo si possa imaginare, e molte volte si ritrovano in una guerra piú d'un milione d'uomini. E narra aver veduto un fatto d'arme, dal quale i vincitori riportarono a casa per trionfo dodici carra carichi di cordoni d'oro e seta, ch'aveano levati dai capi de' morti, co' quali si sogliono legar i capegli sopra la coppa; e dice anco essersi trovato con loro in battaglia solamente per vedere, ed essendo stato ricognosciuto per forestiere, cosí una parte come l'altra lo lasciarono andare in pace.
E nell'isola maggior di Giava dice aver inteso che vi nasce un arbore, ma di rado, in mezzo del quale si trova una verga di ferro molto sottile, e di lungezza quanto è il tronco dell'arbore, un pezzo del qual ferro è di tanta virtú che chi lo porta adosso, che gli tocchi la carne, non può esser ferito d'altro ferro: e per questo molti di loro s'aprono la carne e se lo cuciano tra pelle e pelle, e ne fanno grande stima.

Della fenice, e come della sua morte rinasce; e quel che causa un pesce, che si piglia in un fiume detto Arotan, tenendo in mano
Quel che si narra dell'uccello detto fenice, diceva che non si dovea tener per favola, perché gli era stato affermato che negli ultimi confini dell'India interiore si trovava un uccello solo chiamato semenda, il qual ha 'l becco fatto a modo di tre flauti piccolini con i suoi busi congiunti insieme, e quando viene il tempo della sua morte, porta nel suo nido molti legnetti piccoli, sopra li quali ponendosi, con la melodia di quei flauti del becco canta cosí soavemente che porge mirabil diletto a chi l'ode: dipoi battendo fortemente l'ali accende 'l fuoco, dal qual si lascia bruciare, e della sua cenere fra poco tempo si crea un verme, dal qual rinasce poi detto uccello. Gli abitatori di questo luogo, a imitazione della maniera ch'è fatto questo becco, hanno composto uno instromento da sonare che è molto dolce e soave, del suono del quale instromento restando detto Nicolò stupefatto, gli fu narrato per alcuni Indiani quanto è sopra detto del detto uccello, dal quale è cavata l'invenzione di questo instromento.
Nell'isola di Zeilam, ch'è nell'India seconda, vi è un fiume chiamato Arotan, il quale è pieno di pesce, che senza difficultà si può pigliar con le mani: il qual poi che s'è tenuto un poco in mano, la febre l'assalta, e lasciandolo andare ritorna sano. E questo essi attribuiscono agl'idoli, ma noi possiamo dire esser cosa naturale, sí come aviene tra noi del pesce detto torpedine, che toccandolo con la mano gli la addormenta e fa tremare.
Queste sono tutte le cose che furon raccontate dal detto Nicolò, per ordine del sommo pontefice, a me Poggio fiorentino suo secretario, le quali ho voluto scrivere con ogni verità e diligenzia, sí come da lui mi furono dette, non aggiugnendo né sminuendo, ma esprimendo il tutto meglio che ho saputo, servando gli ordini e precetti di quelli che scrivono l'istorie. E veramente l'ho sentito parlare con tanta gravità e prudenzia, che non so come piú particolarmente l'avesse d'alcun altro potuto intendere, e nel suo parlare non pareva che le volesse fingere, ma si conosceva che con ogni sincerità e realtà l'andava dicendo. Costui a' tempi nostri passò molto inanti, e andò su per il fiume Ganges penetrando il paese del Cataio fin al porto detto Zaiton, sopra il mare, per il quale se ne venne all'isole delle Giave maggiore e minore, e all'isola di Taprobana, che non v'è memoria che v'andassero altri, se non al tempo di Tiberio Cesare alcuni trasportati dalla fortuna: e queste cose cosí grandi e admirabili son degne d'esser poste in scrittura e fattene nota, acciò che li posteri le sappino e n'abbino cognizione.

 

 

 

 

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