STORIA E MITOLOGIA > Giovan Battista RamusioDue viaggi in Tartaria per alcuni frati dell’ordine minore e di San Dominico, mandati da papa Innocenzio IIII nella detta provincia per ambasciatori l’anno 1247

 

A metà del XIII secolo papa Innocenzo IV inviò quattro ambasciate al Gran Khan nel tentativo – alquanto ingenuo – di convertire i Tatari al cristianesimo o, quantomeno, averli alleati contro i musulmani. Il motivo era evidente: l’espansionismo dei Mongoli destava molta preoccupazione, poiché nel 1241-1242 avevano invaso l’Europa occidentale, espugnando città importanti, come Cracovia e Breslavia (Polonia), Spalato (Serbia) e Cattaro (Dalmazia).
La prima spedizione fu affidata al frate francescano Giovanni da Pian del Carpine (italianizzazione di Iohannes de Plano Carpini, 1182-1250) che partì da Lione in Francia nel 1245
, attraversò Germania e Polonia e arrivò, passando da Kiev, fino all’accampamento imperiale di Sira Ordu presso Karakorum nell’agosto 1246, in tempo per assistere all’elezione del Gran Khan Guyuk, al quale fu consegnata la missiva del pontefice. Nonostante il risultato nullo (il Gran Khan si dichiarò imperatore di tutti i credenti e scrisse: «Voi abitanti dell'Occidente credete di essere i soli ad essere nella fede e disprezzate gli altri; ma in che modo sapete a chi Dio si degnerà di conferire la sua grazia?»), il papa insistette nell’inviare altre ambascerie ai Tatari. Quasi contemporaneamente a fra Giovanni, partì il frate domenicano Nicolò Ascelino da Cremona, che da Acri raggiunse il campo dell’Orda d’Oro passando dall’Armenia e dalla Georgia sul finire del 1247.
La cronaca qui riportata fu ripresa da Giovan Battista Ramusio dall’opera enciclopedica
Speculum maius (Lo specchio maggiore) del frate domenicano francese Vincent de Beauvais (1190?-1264), il quale, nella parte storica, aveva raccolto e messo assieme i resoconti di Giovanni da Pian del Carpine (Historia Mongolorum) e del frate Simon de Saint Quentin (Historia Tartarorum) che aveva accompagnato fra Ascelino.

Viaggio di frate Giovanni da Pian del Carpine, 1245-1247
1: Lione, 2: Breslavia, 3: Kiev, 4: Saraj, 5: Sira ordu

Alli lettori
Correndo gli anni del Signore 1247, papa Innocenzio IIII, volendo retraer le genti barbare dalla tanta crudeltà che usavano verso gli uomini e massime cristiani, ancor che in ogni luogo si publicasse la cruciata, mandò ancor ambasciatori nelle parti orientali frati minori e predicatori, li quali, preso cammino per terra per la Polonia e Rossia, vennero in Tartaria, scrivendo diligentemente il loro viaggio e notando ciò che con proprii occhi avevano veduto e da molti cristiani che abitano nel paese fermamente inteso.

1. Del sito e qualità del paese de’ Tartari
Truovasi nelle parti orientali una provincia detta Mongal, overo Tartaria. Questa è situata da quella parte che l’oriente si congiunge con l’aquilone; e di qui è il paese di certi popoli che si dimandano Leitai e anche Solanghi. Da mezogiorno è la sede de li Saracini, fra l’oriente e mezogiorno abitano gli Humi, e da l’occidente li Naimani; dall’aquilone circonda il mare Oceano. In alcuni luoghi è montosa e in alcuni ha molte pianure, ma tutta quasi in ogni canto è piena d’arena. Non è fruttuosa nella centesima parte, percioché non può far frutto se non è irrigata da fiumi, che ivi rarissimi si truovano, onde né villaggi né città alcuna vi è edificata, salvo una che si dimanda Carcurim e si dice sufficientemente esser buona. Noi certo non abbiamo veduto quella, ma siamo stati vicino a meza dieta quando a Syraorda, che è la maggior corte de l’imperatore, dimorassimo. Avenga che questo paese sia molto sterile, nientedimeno è molto condecente a nutrir bestiami. Sono certi luoghi che hanno alquanti boschetti, e fuor di questi legname alcuno non si ritruova; per tanto cosí l’imperator come li principi e altri s’acconciano a sedere in terra, cuocono le loro vivande con sterco di buoi e cavalli. L’aere è mirabilmente inordinato: a meza estate tuoni, lampi e saette, donde molti allora periscono, e cadono le nevi alte per li campi. Sono eziandio in questo paese sí freddi e crudeli venti che alle fiate non si può appena cavalcare, onde quando fossimo a orda, che cosí chiamano le stanze dell’imperadore e principe, per il gran vento giacevamo gettati in terra, e per la gran polvere che ‘l vento inalzava nulla vedevamo. Mai nell’inverno piove, ma spesso nella estate, e cosí poco che appena la polvere e radice d’erbe si possono inaquare. Qui ancora cade molte volte grande tempesta, e questo noi vedemmo quando l’imperator, dopo la elezione, si doveva poner nella sedia regale, nel qual tempo cadde tanta tempesta che 160 uomini nella corte furono percossi. Vi è ancora ne la estate un gran caldo, e di subito freddo grandissimo.

2. De la forma, abito e viver loro
La forma de li Mongali, over Tartari, è estratta da tutti li uomini, però che tra gli occhi e le guancie sono largi piú degli altri, le guancie eziandio sono prominenti molto da le mascelle, hanno il naso piatto e breve, gli occhi piccoli e le palpebre fino alle ciglie elevate; e sopra il capo, a modo de’ sacerdoti, radendo da l’una e l’altra parte del fronte piú ch’in mezo fanno capegli longhi, e gli altri come le femine lasciano crescere, de’ quali fanno due code e leganle drieto le orecchie. Hanno li piedi piccoli; li vestimenti, cosí degli uomini come delle donne, sono fatti ad un medesimo modo. Non usano mantelli, cappe o cappucci, ma portano vesti fatte a maraviglia di bucaranno, di scarlato over baldaquino, qual sono forti e preciosi panni; e quelle che son fodrate hanno le pelle di fora, e sono aperte dalla parte di dietro, ove etiam pende una coda piccola fino alli ginocchi; le quale essi non lavano, né permettono che sian lavate, specialmente fin che dura il tempo de’ tuoni.
Le loro abitazioni sono rotonde a modo di padiglioni, fatte di bacchette e verghe di sopra; a mezo il coperto hanno una fenestra rotonda, per la qual entra il lume ed esce il fumo, percioché sempre a mezo fanno fuoco; il colmo e le bande sono coperte di feltro, e del medesimo sono anche le porte. Queste sue trabacche alcune si disfanno e portansi da’ somieri dove si vole, altre non si possono disfare, ma nelle carrette cosí intiere si portano, e quelle sempre portano seco, vadano in guerra o in altro luogo. Sono molto ricchi d’animali, cioè camelli, buoi, capre e pecore; li cavalli e altre bestie da soma sono appresso loro in tanta quantità che non credo tutto il resto del mondo n’abbia tanti. Ma porci e altri animali non hanno.
Lo imperator, baroni e altri magnati abondano d’oro, argento, seta e pietre preziose. Li cibi d’essi son tutte le cose che si posson mangiare: avemoli veduto mangiar fino pedochi. Bevono il latte delli animali e in gran quantità, pur che se ne trovi di quello di bestie da soma, però che nello inverno li richi solo ne bevono, ma li poveri cuocono del miglio nell’acqua e lo lasciano dissolver, poi la mattina ne bevono uno o due bichieri, e alle volte piú non mangiano quel giorno. Quando è la sera, si dà a ogniuno un poco di carne, e sorbono il brodo; ma nell’estate, che hanno del latte a sufficienzia, rare volte mangiano carne, se non le vien donate, o che sia stata presa a caccia, como sono uccelli e fiere salvatiche.

3. Delli loro costumi
Hanno alcuni costumi che son molto laudabili e alcuni in tutto abominevoli. Sono piú obedienti a li loro patroni che molti di noi, cosí religiosi come seculari, percioché portano a quelli somma riverenzia, né mai direbbono loro una bugia cosí facilmente, né farebbono altro di quello che loro viene imposto. Rare volte e quasi mai contendono insieme. Guerre, risse, questioni, omicidio tra loro niuno interviene; non si ritrovano assassini e robatori, onde le loro stanze e carrette, dove sono gran tesoro, né con serrature né con altro instrumento si chiudeno. Se alcuna bestia è smarrita, colui che la vede, o lassala stare, o la conduce a quelli che hanno questo officio, appresso li quali colui che l’ha perduta la ricerca e senza alcuna difficultà se la piglia. Uno onora l’altro, e liberalmente con famigliarità communicano le vivande, benché poche siano appresso loro. Sono uomini di grande toleranzia, percioché alle volte che sono stati uno e due giorni senza mangiare sopportano valentemente e cantano e giocano come se avessero ben mangiato. Nel cavalcare sostengono gran freddo e anche caldo intollerabile. Fra loro quasi mai è alcun piacere, e, benché molto s’imbriachino, tamen nella sua imbriachezza mai contendono. Niuno sprezza il compagno, ma quanto può li dà aiuto. Le loro donne sono caste né tra loro mai si dice della sua impudicizia, ma alcune di quelle dicono parole assai brutte e disoneste.
Li Tartari verso tutti gli altri uomini son superbissimi, e reputano cosí nobili como ignobili da poco, e li scherniscono; onde vedemmo nella corte de l’imperatore il gran principe di Rossia e ‘l figliuolo del re di Giorgiani e molti soldani nissuno onor ricever da quelli, anzi, coloro che alla cura sua erano assegnati, benché fossero vili, li andavano di sopra, e sempre tenevano il primo loco, e spesso bisognava sedessero dietro le sue spalle. Oltra di questo sono verso gli altri uomini iracondi e sdegnosi, e quasi mai dicono la verità: al principio sono losinghevoli, ma poi pungono come scorpioni, conciosiaché sono ingannatori e fraudolenti, e ad ogniuno che possono con l’astuzia sua danno inciampo. Quello mal che li vogliono fare a maraviglia occoltano, aciò non se ne avvedano e trovino qualche remedio contra le sue astuzie. Sono sporchi nel mangiare e altri suoi fatti. La imbriachezza sommamente onorano, e poi che alcuno ha molto bevuto, vomita e tosto corre a riempiersi. Prontissimi sono a dimandare, a donar avarissimi, e, se alcun forestiero appresso loro è morto, non si dice nulla.

4. Della legge e consuetudine loro
Hanno nella loro legge, over costume, che uccidono gli uomini e le donne che si trovano in adulterio manifesto; similmente, se una vergine cade in Fornicazione con alcuno, ambedue son messi a morte. Se si ritruova alcuno che assassini o robbi in palese, senza pietà alcuna è ammazzato. A qualunque discopre li consigli, massime quando vanno a battagliare, li danno cento battiture delle maggior che possa dare un rustico col bastone. Cosí eziandio, quando li minori offendono alcun de’ suoi maggiori, non gli perdonano, ma gravemente lo battono. Generalmente si maritano con tutti i suoi propinqui, eccetto la madre e la figlia che sia sorella da parte d’essa madre, perciò che la sarebbe da parte di padre; e la moglie d’esso padre dopo la sua morte sogliono torre. Anche la moglie del fratello, il piú giovene dopo la sua morte, overo alcun della parentela, convien che la toglia.
Ed essendo noi lí, un certo prencipe di Rossia, che si chiamava Andrea, fu accusato al Baty che menava cavalli fuori di Tartaria e vendevali ad altri; e benché questo non fosse provato, li fu data la morte. La qual cosa saputa, il fratello minore e la moglie di quello ch’era morto vennero a supplicar il prefato prencipe che la terra non li fosse tolta, ma quello comandò al giovine che togliesse la cognata, e ad essa similmente che l’accettasse per marito. Quella rispose voler piú tosto la morte che far contro la sua legge; costui nientedimeno, ben che amendue rifiutassero quanto potevano, li constrinse per forza far questa cosa nefanda.
Dopo la morte delli primi mariti, le mogli de’ Tartari non facilmente piú si maritano, se non volesse forse alcuno tuor la cognata o madregna. Non è appresso loro differenza alcuna tra bastardi e legitimi, ma il padre dà ciò che vol ad ogniuno, onde, se ben sono di sangue reale, cosí si fa principe il figliuol naturale come quello della regina. E avendo il re di Georgia o Scozia due figliuoli, uno chiamato Melich, legitimo, e l’altro David, nato d’adulterio, morendo lassò una parte del paese al naturale Melich, a cui etiam da parte de la madre veniva il reame per la succession feminile; il quale venne da l’imperator de’ Tartari, e anche David prese tal cammino. Venuti adonque amendue a corte, e dati grandissimi doni, dimandava il figliuol naturale che li fosse fatta giustizia a modo di Tartaria, e cosí fu data la sentenzia contra Melich, che David il maggiore la eredità che gli aveva lassata il padre quietamente in pace possedesse. E conciosiaché un Tartaro abbi una moltitudine di mogli, ha ogniuna casa per sé e famiglia: or con una, or con l’altra mangia, beve e dorme. Nientedimeno una fra le altre è la maggior, con la qual piú spesso dimora; e, con tutto che son tante, rare volte s’appicciano insieme.

5. Delle superstiziose tradizioni che essi o li suoi maggiori hanno fatto
Per certe constituzioni che essi o li suoi antecessori hanno ordinato, dicono alcuni peccati esser indifferenti: uno è poner il coltello nel foco, over a qualunque modo toccare il foco col ferro, ed etiam tirar fori della caldiera la carne col coltello, over tagliar con la manera appresso il foco, imperoché credono cosí tagliarsi la testa al foco. Un altro è appoggiarsi a quel flagello con che si percuote il cavallo, perché non sanno ciò che siano speroni, e con la medesima scorizata toccar le frezze, pigliar uccelli gioveni e occiderli, batter il cavallo col freno, un osso romper con un altro, gettar in terra latte o altre vivande, urinar nella sua stanza. La qual cosa se alcuno fa di volontà, è occiso; se per necessità, bisogna che dia molti danari all’incantatore, dal qual vien mondato e purificato, il quale eziandio faccia che la stanza con tutte le masserie passino per mezo due fuochi: innanzi che a questo modo sia purificata, niuno è ardito intrare o portar fuori alcuna cosa. Oltra di questo, se qualche morsello si mette nella bocca d’uno che, non lo potendo inghiottire, lo mandi fuora subitamente per la fenestra tonda della sua stanza, lo cavano fuora e senza pietà l’ammazzano. E se alcuno zappa sopra la porta della stanza d’un prencipe perde la vita. Molte altre cose hanno simili a queste, che reputano peccati; amazzar gli uomini, assaltar il paese d’altri e robbarli le sue facultà e fare contro li comandamenti e proibizioni di Dio non è peccato appresso loro. Della vita eterna e dannazione niente sanno, credono solamente dopo la morte viver nell’altro mondo, moltiplicar in bestiami, mangiar e bere e far ciò che facevano in questa vita presente. Nel principio della luna, overo quando è piena, cominciano quello che vogliono fare, e chiamano essa luna grande imperatore, e pregando quella si inginocchiano.
Tutti quelli che dimorano nelle sue stanze bisogna che si purifichino per il fuoco, la qual purificazione si fa in cotal modo: prima appicciano due fuochi, e due aste mettono appresso quelli, e una corda in la sommità delle aste; ligano poi sopra la corda certi pezzi di burcarano, sotto la qual corda e ligature tra quelli fuochi passano di uomini, le bestie e gli abitacoli. Sono anco due donne, una di qua e l’altra di là, che, spargendo acqua, recitano certi incantamenti. E se alcuno è ammazzato da saetta, bisogna al preditto modo passare tutti quelli che dimorano in quello loco. La stanza, il letto, la carretta, li feltri, le veste e ciò che hanno da niuno si tocca, ma da tutti si rifiuta come cosa immonda. E acciò brevemente dica, tutte le cose pensano che si purghino col fuoco: onde, quando viene qualche ambasciatore, principe o altra persona, bisogna esso e li suoi doni per due fuochi, acciò si purifichi, passare, conciosiaché temono non si porti qualche incanto, veneno o cosa nociva.

6. Del principio dell’imperio over principato de’ Tartari
Questa parte orientale, la qual abbiamo detto di sopra chiamasi Mongal e in che modo sia situata, ebbe anticamente quattro popoli, come si dice: il primo popolo in lingua loro dicevasi Iekamongal, cioè Grandi Mongali; il secondo Summongal, cioè Aquatici Mongali, che erano essi Tartari, da un fiume Tartar cosí nominati, il quale bagna il suo paese; il terzo Merkath; il quarto Metrithl. Tutti questi avevano una medesima forma e linguaggio, ben che tra loro in diversi principi e provincie fossero divisi. Nel paese di Iekamongal fu uno detto Chingis. Costui cominciò esser robusto cacciator, e imparò robbar li uomini e far bottini, e a poco eziandio andava per le città, e qualunque poteva pigliava e facevalo suo seguace. Cosí inclinò li suoi cittadini, che lo seguitavano per capitano, in male operare, e cominciò a combatter con li Aquatici Mongali, overo Tartari, e quelli soggiogò, morto lo principe loro in battaglia. Dopoi vinse li Merchathi e, procedendo oltra, ottenne eziandio l’imperio de’ Metriti. Udito questo li Naimani ebbero a gran sdegno che Chingis fosse cosí elevato. Questi avevano avuto uno valente imperatore, a cui tutte le predette nazioni di Tartari davano tributo: essendo questo morto, successero li figliuoli in luogo suo, ma, perché gioveni e stolti, non sapevano regger il popolo, erano fra loro divisi e in diverso voler partiti, né per questo cessavano molestar li confini de’ Tartari e far molte correrie. Per la qual cosa Chingis congregò insieme tutti li suoi sudditi, e facendo il simile li Naimani e Karakitai popoli, vennero all’incontro. Pervenuti adonque in una valle stretta, fu fatta la battaglia, e superati li Naimani e Karakitai dalli Tartari: quelli che poteron fuggirno, gli altri furono fatti prigioni. Fra questo mezo lo Octoday delli predetti Karakitai, Cam figliuolo de Chingicam, poi che fu creato imperatore edificò una certa cittade nominata Chanil. Appresso qui, verso mezogiorno, è un deserto grande, nel qual si dice per certo abitar uomini salvatichi, li quali niente al postuto parlano, né hanno giunture nelle gambe, e se alle fiate cadeno non si ponno levare per se stessi; ma nientedimanco hanno tanta discrezione che fanno feltri di lana de camelle, con quali si vestono e reparano il vento impetuosissimo. E quando sono sagittati da’ Tartari mettono nelle ferite certe erbe, e fortemente fuggono da quelli.

7. Della vittoria de’ Tartari e Kithai
Ritornati li Tartari nel suo paese, si apparecchiorno a guerra con li Kithai popoli, e di subito mosso il campo entrorno nelli suoi confini; la qual cosa sentendo l’imperatore de’ Kithai, mosso l’esercito suo contro a quelli, fu commessa una dura battaglia, nella quale vinti li Tartari, tutti i nobili loro furono occisi, se non sette. Onde fino al dí d’oggi, quando vogliono battagliare qualche contrada e alcuno gli minaccia uccisione, dicono: “Per il passato eziandio occisi, non rimanemmo piú che sette, e tamen ora siamo cresciuti in tanta moltitudine, onde non ci spaventiamo di tal cosa”. Chingis e gli altri che rimasero si fuggirono nella sua terra, e conciosiaché alquanto si avessero riposato, un’altra fiata si preparò alla guerra e andò contro li Huyri. Questi sono cristiani nestorini. Rimasto per tanto vincitore, tolse e usurpò le sue lettere, peroché li Tartari fin qua scrittura alcuna non avevano. Di qui partito, venne al paese de’ Sarhuyur e de’ Caraniti e de’ Hudirath, li quali tutti ottenuti ritornò nella patria. E, pigliato alquanto di riposo, ragunò tutti li suoi soldati e assaltò un’altra fiata li Kithai, e longamente combattendo con quelli pigliaro una gran parte del paese e constrinsero l’imperatore a chiudersi nella sua città maggiore, la qual tanto tempo assediorono che in tutto mancorono le vettovaglie all’esercito. Non avendo adunque che mangiare, commandò Chingiscam a’ suoi che di dieci uomini uno dessero a mangiare. Quelli della città virilmente con sagitte e altre machine dalli muri si difendevano; e poi che mancorono li sassi, gettavano l’argento liquefatto, imperoché quella città era molto piena di ricchezze. Li Tartari, non potendo vincer quella con guerra, cavorno sotto terra una grande via dal campo fino a mezo la città; e dapoi discoprendosi entro e fuori, tanto molestarono con l’arme li cittadini che, rotte le porte e l’imperatore con molti ammazzato, ottennero la terra e portorno seco in Tartaria l’oro e l’argento con tutte l’altre ricchezze, lasciati delli suoi in governo della provincia. Allora, superati li Kithai, Chingis fu dichiarato imperatore; ma fin al dí d’oggi è una parte di questo paese in mare la qual non hanno potuto pigliare li Tartari.
Sono li Kithai uomini pagani, che hanno linguaggio per sé, ed eziandio (come si dice) il vecchio e nuovo Testamento, e le vite de’ santi padri ed eremiti, e case dove orano a certi tempi, come chiese. Dicono ancora aver alcuni santi; adorano un Dio, e Iesú Cristo e credono la vita eterna, ma non si batteggiano. La nostra scrittura onorano e reveriscono, amano li cristiani e fanno molte elemosine, e parono uomini assai benigni e umani. Non hanno barba nella faccia; concordano in parte con li Tartari. Megliori artefici non si potrebbeno trovare al mondo, in qualonque opera si esercitano; la terra loro è ricchissima di formento, vino, oro, seta e altre cose.

8. Della battaglia che fecero nell’India maggiore e minore
Avendo dopo la prefata vittoria li Tartari alquanto riposato, partirono li suoi eserciti. E l’imperatore mandò uno delli suoi figliuoli, detto per nome Fossut, il quale eziandio chiamavasi Cam, cioè imperatore, contro li Comani, i quali con molta guerra superati, ritornorono nel suo paese. Mandò etiam un altro figliuolo contro li Indiani e superò l’India minore. Questi sono neri saracini, chiamati Etiopi. Partito l’esercito de lí, se n’andò alli cristiani che sono nell’India maggiore. La qual cosa udendo il re di quel paese (che da tutti è detto il Prete Ianni), congregato l’esercito venne contro a quelli. E aveva fatto far imagine di bronzo le quali, poste sopra li cavalli o piú tosto elefanti, oppose a quelli; dietro quelle erano uomini con folli over mantici, che soffiando accendevano un foco artificiato che di quelle abondantissimamente usciva, che, con gran scorno de l’inimica gente, li cavalli e l’inimici abbrucciava. Scendeva sí grande fumo da quel fuoco greco in aere che luce alcuna ivi non si poteva vedere. Allora gl’Indiani cominciorono a scarcare li archi e far piover sagitte, onde molti morti alle fiere rimasero e gli altri confusi si partirono, né piú avemo udito che siano tornati.

9. Come furono scacciati dalli uomini canini e superorono li Tabethini
Ritornando per deserti, li Tartari pervennero ad una terra nella quale, sí come alla corte de l’imperatore con fermezza ne raccontorno i clerici ruteni e altri che vi erano stati, ritrovarono certi monstri li quali hanno specie di femina; e poi che per molti interpreti ebbero dimandato quali fossero gli uomini di quella terra, fugli risposto in quel luoco tutte le femine che nascevano aver forma umana, ma li mascoli di cane. Mentre che dimorarono in questa terra, li cani nell’altra parte del fiume si congregarono insieme, ed essendo d’inverno tutti si gettorono all’acqua, poi rivolgevansi nella sabia, e cosí per lo gran freddo si congelava sopra di loro quella materia. E poi che ciò molte fiate ebbero fatto, con grande impeto assaltorono li Tartari, i quali gettando saette sopra loro, pareva che percotessero sassi, conciosiaché quelle indietro ritornavano, né manco l’altre sue arme li potevano dar noia alcuna. Ma essi cani, saltando in mezo loro, molti col morder ammazzorono, e cosí furono scacciati li Tartari dalla sua patria; onde fin a questo tempo è un proverbio tra loro de ciò, che ridendo insieme dicono: “Il mio padre, over fratello, fu occiso dalli cani”. Le donne di quelli che pigliarono menorono seco in Tartaria e sono state fino al dí della sua morte.
Di qui scampati, capitorono ad un paese detto Rurihabeth, dove li abitatori son pagani, e questi con l’arme vigorosamente combattendo soggiogorono. Ha tal gente una mirabil consuetudine, anzi miserabile, perciò che, come il padre d’alcuno muore, si aguna tutto il parentado e lo mangiano. Costoro non hanno pelli nella barba, anzi portano in mano un certo ferro (come avemo veduto) con il qual sempre pelano la barba, se qualche pelo vi nascesse; molto brutti sono. Di qui l’esercito ritornò nella sua patria.

10. Come furono cacciati dalli monti Caspii per certi uomini che abitano sotto terra
Nel medesimo tempo che furono mandati li predetti eserciti a varie espedizioni, avviossi Chimgiscam contra oriente, al paese de’ Kergis; il qual allora non prese, ma, sí come ne era detto, venne alli monti Caspii, e da quella parte che arrivorono li monti sono come di pietra adamantina, e però le sagitte e arme loro trasse a sé, a modo di calamita. Gli uomini che stanno tra li monti rinchiusi da Alessandro Magno, sentito il cridor dell’esercito (come si crede), cominciarono a romper il monte. E quando d’altro tempo dato dieci anni ritornorono li Tartari, era rotto il monte, ma provando d’entrare a quelli mai fu possibile, che una nuvola era posta innanti essi, oltra la quale piú andar non potevano, perdendo il vedere. Costoro, sentendo li Tartari non proceder oltra, pensando questo esser da timore corsero con impeto per andar loro addosso, ma, trovata la nebbia, né loro eziandio poteron passare. Innanti che venissero li Tartari alli predetti monti, passorono piú d’uno mese per una larga solitudine; e indi procedendo piú anche d’un mese camminorono per un grande deserto, onde fu ritrovato uno paese nel quale vedevano le pedate de’ piedi per le strade, ma gente alcuna non era d’intorno. Pur finalmente ritrovorono uno uomo con la sua moglie, il quale, menato alla presenza de Chingiscam, fu dimandato da l’imperatore dove abitassero gli uomini di quel paese. Rispose che in terra sotto li monti abitavano; allora Chingiscam, tenuta la sua donna, mandò lor a dire che venissero a lui. Il quale andato, tutto il fatto raccontò: quelli risposero che in tal giorno venirono alla sua presenza, per fare il suo comandamento. Ma in questo mezo per vie occulte sotto terra si ragunarono, e vennero disopra a battagliare con Tartari, e molti all’improvisa ammazzorno.
Questi popoli, quando il sole usciva, non potevano soffrire quel strepito, anzi, come era tal tempo, bisognava che ponessero una orecchia in terra e l’altra fortemente chiudessino, per non udire quel suono orribile; né eziandio a questo modo erano sí cauti che molti non morissino.
Veduto adunque Chingiscam che faceva nulla, e li suoi avevano il peggio, partissi di qui, e menò seco quelli due che erano stati trovati, i quali dimororono in Tartaria fino alla morte. E dimandati per qual causa abitassero sotto terra, dissero che in quello luoco ogni anno a certo tempo, quando nasce il sole, fassi tanto romore che non si può per modo alcuno tolerare; la qual cosa acciò non odano, allora con timpani e altri instrumenti musici tutti cominciano a sonare.

11. Delli statuti di Chingiscam e morte sua, con il numero de’ suoi figliuoli e baroni
Ritornando da quel paese Chingiscam, e mancate le vettovaglie, pativano gran fame. Or per sorte furono trovate le interiore fresche d’una bestia, e cavato fuora il sterco le misero a cuocer, e poi innanzi a Chingiscam portate tutti si posero a mangiare. Per la qual cosa ordinò che né sangue né interiori né cosa alcuna che si possa mangiare (eccetto il sterco) si gettasse via. Venuto adonque nella sua patria, ordinò li statuti che di sopra avemo narrati, li quali inviolabilmente osservano li Tartari. Poi questo da una percossa di un tuono morí.
Ebbe quattro figliuoli: il primo Octoday, il secondo Tossutcham, il terzo Thiaday, il quarto non sapemo il nome. Da questi quatro sono discesi tutti li principi de’ Tartari. Il primo de’ figliuoli di Octoday fo Cuyne, che ora è l’imperatore; li fratelli di costui, Cocthen e Chitenen. Delli figliuoli di Thossutcham sono Baty, Ordu, Siban, Borobaty, che è piú ricco e possente, poi l’imperator di tutti, Ordu, piú vecchio delli capitani. Di Thiaday, Hurin e Cadan. Del quarto figliuolo de Chingiscam, Mengu, Bithath e altri molti. La madre de Mengu, detta Serocthan, è gran signora fra li Tartari, e, salvo la madre dell’imperatore, piú nomata e potente di tutti (eccetto il Baty). Questi sono li nomi. Ordu è stato in Polonia e Ungaria, Baty eziandio, Hurin e Caden e Siban e Duyghet, li quali tutti furono in Ungaria, ma ancora Cirpodan, il quale ancora è oltra mare, contra certi soldani de’ Saracini e altri abitanti lo paese transmarino. Il resto è rimasto in Tartaria, cioè Mengu, Sirenen, Hubibay, Smocur, Cara, Gay, Sibedey, Bora, Berca, Coresa. Sono etiam molti altri principi de’ quali non sapemo il nome.

12. Della potestà che ha l’imperator e li principi
L’imperator loro sopra tutti ha un mirabile dominio, conciosiaché niuno ardisce dimorar in parte alcuna se non gliela assegna; e quello ordina il loco a’ principi, li principi a’ conduttieri, li conduttieri a’ centurioni, li centurioni a’ decani. Tutto quello viene loro commandato, sia qual tempo e loco si voglia, in guerra alla morte, senza altra contradizione obbediscono. Imperoché, se l’imperatore dimanda la figlia vergine o sorella d’alcuno, la danno senza contradire, anzi spesse volte fa adunare molte donzelle dalli confini di Tartari, e quelle che vuol ritiene per esso e le altre dà alli suoi baroni. E in ogni luoco dove manda messaggi fa di bisogno li sia dato cavalli e spese senza dimora; e similmente venga da qual parte si voglia ambasciatori con tributi, è di necessità gli siano dato cavalli, carrette e spese. Ma quelli che vengono da terre non sottoposte a lui sono in gran miseria e povertà del viver e vestire, e massime quando vanno a’ principi e li bisogna tardare, però che cosí poco danno a dieci uomini che non basteria a uno over duo. E se vien loro fatto ingiuria, non si possono lamentare, e peggio che molti doni cosí da principi come sergenti sono richiesti, li quali se non darai fanno beffe di te e reputano da niente. Onde a noi gran parte delle cose che n’avevano dato li cristiani per viver fu di bisogno spender in presenti. Alla conclusione, cosí tutte le cose sono in potestà de l’imperadore che niuno ha tanto ardire che dicesse: questo è mio, quello è tuo; ma gli uomini, gli animali e ciò che possedono è suo. Il medesimo dominio ha ciascun de’ principi sopra le provincie che reggono.

13. Della elezione dello imperator Octoday e legazione del principe Baty
Morto, come è detto di sopra, Chingis, congregoronsi tutti li baroni ed elessero per imperatore Octoday, suo figliuolo, il quale, fatto consiglio co’ suoi principi, divise gli eserciti e mandò il Baly, che li apparteniva nel secondo grado, contro la terra d’Altissodan e lo paese de’ Bismini, che erano saracini ma parlavano in comano. Entrato adonque nelle provincie di costoro, li fece suoi sudditi; ma una città detta Barchin fece gran tempo resistenza, però che li cittadini nel circuito della città avevano fatti molti fossati, e nanti che questi fossero riempiuti non si poteva pigliarla. Li cittadini della città detta Sarguit, udito questo, uscirono fuori e se resero spontaneamente, onde non fu destrutta la città, ma molti di quelli ammazzati e fatti prigioni. Ricevute le spoglie, posero delli suoi per guardia e andorono contra la città Orva. Questa era molto abitata e ricca: trovansi entro molti cristiani, Gazari, Ruteni, Alani e altri; similmente molti Saracini, da’ quali era dominata. Stava sopra un gran fiume ed era come porto spaziosissimo. Poi che li Tartari non la poteron pigliare, tagliorono il fiume e quella con tutti li abitanti somersero.
Fatto questo, se n’andorono in Rossia, dove con gran occisione de cristiani città e castelli distrussero. Kaonia, città metropolitana della provincia, longamente assediorono, e al fine presa, furono amazzati li cittadini. Onde noi, passando per quel paese, trovammo infinite teste e ossi di morti che giacevano sopra la strada, imperoché era stata gran città e molto abitata; ma al presente è ridutta quasi a nulla, e appena sono ducento case, e li abitatori di quelle sono tenuti in estrema servitú. Partiti da Rossia e Comania, li Tartari condussero l’esercito contra li Ungari e Poloni, dove molti di loro rimasero morti; e (come è detto di sopra) se li Ungari avessero virilmente fatto resistenza, si partivano al tutto confusi. Di qui vennero nella terra de’ Mordvani, che son infedeli; e superati questi nel paese de’ Byleri, cioè la grande Bulgaria, quella al tutto ruinorono. Poi verso l’aquilone contra li Hastarchi, cioè l’Ungaria grande; e avuta la vittoria camminorono piú oltra alli Parositi, e’ quali hanno la bocca e lo stomaco piccolo a maraviglia, onde non mangiano, ma cuocono le carne, e quando son cotte pongono la bocca sopra la pignata e del fumo si nutriscono; e, se pur mangiano qualche cosa, mangiano pochissimo. Di qui vennero alli sogomedi, li quali vivono solamente di caccia, e le case e vestimenti hanno di pelle di bestia; poi ad uno certo paese sopra il mare oceano, dove ritrovorono certi monstri che in tutto hanno forma umana, ma li piedi di bove, con la testa d’uomo che in la faccia pare sia di cane: doi parole parlavano come uomini, e poi latravano como cani. Di qui ritornorono in Comania, e lí fin al presente molti sono rimasti.

14. Della legazione di Cirpodan
Nel medesimo tempo Octoday Cam mandò Cirpodan, capitano de l’esercito, verso mezogiorno, contra una nazione detta Chergis, la quale eziandio superò. Costoro sono pagani, e non hanno peli nella barba; quando more il padre, per dolore, in segno di scoruccio, si levano da una orecchia a l’altra come dire una correggia dalla sua faccia. Da indi Cirpodan venne alli Armeni. Passando per certi deserti trovorono monstri che hanno forma umana, e solo a mezo il petto un braccio con la mano, e similmente un solo piede; duo scargavano uno arco, e sí fortemente correvano che li cavalli non li potevano aggiugnere. Il suo corso era con un piede a salto a salto, e poi che cosí erano stanchi facevano della mano l’altro piede, torcendosi come un cerchio; ancora, quando cosí erano lassi, ritornavano all’andar di prima. Questi Isidoro li chiama Cyclopedi, de’ quali alcuni ne ammazzarono li Tartari, e (sí come a noi fu detto dalli chierici ruteni nella corte, che stanno con l’imperatore) molte fiate vennero ad esso ambasciadori mandati da quelli, acciò avessero pace con lui.
Venuti adunque li Tartari in Armenia, quella soggiogorono, ed eziandio una parte della Georgia; l’altra parte si rese al suo comando, e paga di tributo fino al presente vintimila perpere, che son alcune monete. Di qui arrivorono nella terra del soldano de Vurun, forte e possente, onde, combattendo con quello, lo vinsero. In somma seguitorono piú oltre e battagliorono fino al paese del soldano d’Halapia, e adesso anche lo possedono; deliberando tutta volta di battagliare in altre terre, non son ritornati fino al dí d’oggi nella sua provincia. Andò il medesimo esercito ad un paese detto Calisibaldac, e fecenlo suddito, imponendo di tributo ogni giorno quattrocento bisanti oltra baldachini e altri doni che sono obligati a’ Tartari. Mandano eziandio ogni anno a dire al califa che venga in Tartaria, ma quello con tributo e infiniti presenti prega che lo voglino sopportare; nientedimeno lo imperatore piglia ciò che manda, ma dicegli con ambasciatori sempre che debba venire.

15. In che modo si deportano li Tartari nelle battaglie
Ordinò Chingiscam li Tartari per decani, centurioni e caporali; ma ogni diece caporali sono sotto il governo d’uno, e sopra tutto l’esercito uno o due, al piú tre capitani, ma in tal modo che abbino uno ad ubbidire. E quando son appiccati a battaglia, se communemente tutti non fuggono, quelli che voltano le spalle perdono la vita; e se uno o due over piú di dieci audacemente si mettono a combatter, e gli altri non li seguitano, conviene che sian morti. Similmente, se accade che in dieci sia preso alcuno, che li compagni non lo liberino, essi anche sono decapitati. Le armi loro dicono esser due archi, almen uno che sia buono, e tre carcassi pieni di frezze, un manerino e corde da tirare drieto le machine. Li ricchi hanno arme nella ponta acute, che solo tagliano da una parte, e alquanto storte; li cavalli armati, le gambe coperte, scudo e panciera, ma le panciere e coperture di cavalli alcuni hanno di cuoro, sopra il corpo con artificio duplicato e triplicato; l’elmo di sopra è ferro o acciaro, ma quello che attorno copre il collo e la gola è di cuoro. Altri tutte queste cose hanno di ferro, fatte in questa forma: sono certe lame sottili, larghe come un dito, longhe un palmo, e in ciascheduna fanno otto busi piccoli; entro mettono tre correggie strette e forte, accozzando le lame una sopra l’altra; per tanto quelle alle tre correggie con altre sottile tirate per li busi ligano, e nella parte di sopra una coreggia da l’una e l’altra parte duplicata con un altra cuciono, acciò le lame stiano salde e assettate. Questo fanno cosí agli uomini come li cavalli: e tanto sono lucente che si guarda entro come in un specchio.
Altri nel ferro de la lanza hanno uno ancino, col quale, se possono, tirano fuor di sella li nimici. Li ferri delle frezze sono acutissimi da l’una e l’altra parte, e perciò sempre allato li carcassi portano lime per aguzzare le sagitte. Hanno scuti di bacchette e verge, ma non credo che quelli usino se non nelli alloggiamenti e a guardia dell’imperatore e principi, solamente di notte. Sono astutissimi nelle guerre, conciosiaché 42 anni è che battagliano con altri popoli. Quando arrivano alle fiumare, li maggiori hanno un cuoro tondo e leggiero nella bocca, attorno il quale sono molte orecchie; dentro quelle mettono una corda e, poi che l’hanno empito di vestimenti e altre cose, stringono fortemente e calcano per modo che pare una balla. Nel mezo mettonsi cose piú gravi, e di sopra la sella, dove si sedono come in una nave, e, ligati alla coda del cavallo, mandano uno dinanti che notando governi il destrieri; alle volte hanno due remi e loro medesimi si vogano in terra; e spinto adunque uno cavallo nell’aqua, tutti gli altri tengono dietro a quello. Ma li poveri hanno ogniuno da per sé una bolza, o vogli dire sacco di cuoro ben cucito, e, messo in questo le sue robbe, lo ligano alla coda del cavallo, e cosí passano il fiume, come è detto di sopra.

16. In che modo si può loro resistere
Niuna provincia esser penso che possi fargli resistenza, percioché d’ogni paese qual sia sotto il suo dominio soglieno far gente d’arme. E se una provincia che li sia vicina non li dà soccorso, destrutta quella che assediavano, con li uomini che hanno preso vanno contro a questa, e pongono quelli primi nell’esercito, e se si portano male li occidono. Se gli cristiani vogliano combatter con loro, fa bisogno si adunino insieme e di commune consiglio facciano resistenza. Li combattitori abbino archi forti e balestre, che molto temono, frezze e dardi a sufficienza; una parte s’arma di buon ferro, over manera col manego longo. Li ferri delle sagitte, quando son caldi, debbono temperare a modo de’ Tartari, cioè nell’aqua mescolata col sale, acciò vagliono a penetrar l’arme loro. Le spade e lancie con gli ancini, che vagliano a traer quelli di sella, però che facilmente cascon di quella. Abbi scudi e altre armi con le quali possino defender se stessi e li cavalli dall’armi e sagitte loro; e se alcuni non sono sí ben armati, debbono a l’usanza loro stare indietro e ferir quelli da longi con archi e balestre.
Similmente è di bisogno, come abbiam detto di sopra fare li Tartari, ordinar le squadre e poner legge alli combattenti che, qualunque si volterà a saccheggiar nanti la vittoria, debbono sottogiacer a gran pena: chi cosí facesse appo loro sarebbe morto senza altra compassione. Il loco dove si de’ battagliare sia nel piano piú che si può, acciò da ogni canto si veggiano; né tutti debbono insieme ragunarsi, ma ordinar molte schiere, né perciò troppo distanti l’una dall’altra. Contra quelli che prima s’affrontano è bisogno mandar un squadrone, e l’altro sia preparato in suo soccorso succedere; son ancora necessarii molti speculatori ad avisar quando si muoveno le ciurme, imperò esse sempre squadre con squadre debbonsi poner all’incontro, conciosiaché quelli ogni ora si sforzino serrar in mezo l’inimico. Siano attenti eziamdio li soldati, benché fuggano, non li tenir molto dietro, acciò (come soleno fare) non li tirino all’inganni apparecchiati, peroché piú con fraude che con fortezza combattono, e ancora acciò non si stanchino li cavalli, imperoché noi non n’abbiamo in tanta moltitudine quanto loro: li Tartari, quelli che cavalcano un giorno, tre e quattro giorni piú non toccano. Oltra di questo, se voltano e’ Tartari le spalle, non perciò debbono partirsi li nostri over separarsi: questo fingono per poter, diviso l’esercito liberamente tornar a distrugger il paese. Ma al postuto li nostri capitani mettano guardie giorno e notte per l’esercito, né fa mestier li combattenti giacer spogliati, ma sempre pronti alla battaglia, conciosiaché sempre li Tartari come demonii son vigilanti a procurare inganno e dar nocumento. Certo quelli di loro che in guerra son caduti da cavallo è da pigliarli, perché, come son al piano, fortemente sagittano e gli uomini con gli cavalli ferendo amazzano.

17. Del viaggio di frate Giovanne minore fin alla prima custodia de’ Tartari
Noi adonque, secondo il mandato della Sedia apostolica essendo per gir alle nazioni de’ populi dell’Oriente, eleggemmo prima andare alli Tartari, conciosiaché temessimo alcun pericolo per loro non avvenisse alla Chiesa d’Iddio. Cosí prendendo cammino arrivammo al re di Boemia, il quale, essendo nostro familiare, ci consigliò che ci aviassimo verso Polonia e Rossia, perché in Polonia aveva della sua stirpe, con l’aiuto de’ quali potressimo intrar in Rossia; e, date le lettere di salvocondutto, fece che etiam per le sue corti e città ne fossero date le spese, insino al duca Bolezlao di Slesia, suo nipote. Il qual similmente a noi era noto e familiare, onde fece il medesimo per fin che arrivassimo a Conrado, duca di Lantiscia. Al quale (favoreggiando Iddio noi) era allora venuto il signor Wasilicon, duca di Rossia, da cui etiam piú chiaramente intendessimo del fatto de’ Tartari, perché gli aveva mandato ambasciatori, li quali già erano tornati. Ma inteso che seria bisogno noi darli presenti, facemmo comprare, di quello che in elemosina n’era dato per subsidio del viaggio, pelle de castori e altri animali; la qual cosa presentando, il duca Conrado e la duchessa di Cratonia, l’episcopo e certi soldati con molti altri ne diedero di queste pelle. Finalmente pregato il duca Wasilicon dal duca di Cracovia, l’episcopo, e baroni, ne condusse seco nel suo paese; dove riposati alquanti giorni a sue spese, poi che, da noi pregato, fece ragunare li episcopi, leggemmo le lettere del nostro santo papa, che gli ammoniva volessino tornar alla unità della santa madre Chiesa, alla qual cosa noi eziamdio quanto potevamo inducessimo il duca, gli episcopi e insieme tutti gli altri. Ma perché il duca Daniele, fratello del predetto Wasilicone, ito al Baty, non era presente, non potero dar di questo ultima risposta.
Poscia Wasilicone ne mandò con un suo sergente fino in Kionia, città metropolitana di Rossia. Nientedimeno andavamo sempre con paura di morte per li Lituani populi, che solevano spesso far assalto in Rossia, e specialmente in quelli luoghi per quali passavamo. Ma per il predetto sergente eramo securi da’ Ruteni, delli quali etiam una grandissima parte presa e morta era da’ Tartari. Nella città Damilone fossimo amalati a morte, nientedimanco per una carretta con freddo e neve ci facemmo trarre. Essendo adonque venuti in Kionia, auto consiglio del nostro camino col caporale e altri nobili, ne fu risposto che, se conducessimo li nostri cavalli nelli confini de Tartaria, quando fosse gran neve tutti morirebbono, conciosiaché non saperebbono cavare l’erba sotto la neve come li tartareschi, né si potria trovar altro da pascerli, però che li Tartari non hanno né strame né fieno né altro pascolo. Onde determinammo lassargli con due famigli che gli avessino in governo, e perciò mi fu necessario far presenti al caporale, acciò ne fosse benigno in dar cavalli e salvocondutto. Il secondo giorno poi la festa della Purificazione, preso cammino, giungemmo ad una villa di Canona, la quale era immediate sotto Tartaria, il prefetto della quale ne diede cavalli e condutta fino ad un’altra; nella qual trovammo prefetto Michea, pieno d’ogni scelerità, il qual, pigliato ciò che gli piacque, ne condusse fino alla prima guardia de’ Tartari.

18. Come e in che modo prima furono ricevuti dalli Tartari
Era la sesta feria poi lo primo giorno di quadragesima, e giva il sol a monte, quando, posti ad alloggiare, corsero sopra noi Tartari orribilmente armati; e cridando che uomini fossemo, fu lor risposto noi esser ambasciatori del signor nostro papa de’ cristiani, onde, pigliate alcune vivande da noi, subito si partirono. La mattina, per tempo levati, andammo alquanto piú oltra: ed ecco che molti de li maggiori che fossero in corte ci vennero incontra, dimandando per qual causa fossemo iti in Tartaria e ciò che avevamo a fare con loro. A’ quali rispondemmo esser ambasciatori del signor nostro papa, il quale è padre e signore de’ cristiani, e per questo averne mandato cosí a re come a principi e tutti i Tartari, acciò piaccia loro li cristiani esser suoi amici e far pace con loro: anzi desidera quelli siano grandi in cielo appresso Iddio, e però li esorta con nostra voce e sue littere che si faccino cristiani e ricevino la fede del nostro Signor Giesú Cristo, perché altrimenti non si possono salvare. E molto maravigliasi di tanta occisione d’uomini, e massime cristiani, cioè Ungari, Montani, Poloni, che sono suoi subditi, conciosiaché nulla offesa avessimo ricevuta da quelli ne’ Tartari, né manco sospizione d’esser danneggiati. E perché sopra questo Iddio è molto adirato, avvisa quelli da qui indietro guardarsi da tal sceleraggine e pentirsi de quello che han fatto; e finalmente prega voglino rescriverli ciò intendono di fare.
Le qual cose udite, li Tartari dissero voler dar cavalli e guida che ne conducessero fino a Corenza. Subitamente, ricevuto quello che dimandorono da noi, prendemmo cammino con la guida a Corenza principe; ma essi nientedimeno mandoron innanti un messo a staffetta che dicesse al prefatto principe ciò che da noi avevano inteso. Questo principe è signor di tutti che son posti in guardia contra gli popoli occidentali, acciò per caso non si facesse alla provista movimento alcuno; e si dice che ha sotto di sé seicentomille armati.

19. In che modo furono ricevuti da Corenza
Pervenuti adonque alla sua corte, fece che lunge da lui ne fosse posta una stanza, e mandò gli suoi procuratori che ne dimandassero con che cosa se gli volevamo inchinare, cioè che presenti, inchinandosi, eramo per fargli. A’ quali rispondemmo lo signor nostro papa non mandar presente alcuno, sopra ciò che non era certo dovessimo pervenir in Tartaria, e che eramo venuti per lochi pericolosi; ma nientedimeno, di quelle cose che per grazia d’Iddio e del signor nostro papa avevamo avuto per viver, a nostro poter lo onoraressimo. Cosí, presi da noi doni, fumo condotti al suo padiglione, over orda, insegnatoci che nanti la porta della stanza tre fiate col ginocchio sinistro ci inchinassemo e attendessimo con diligenzia non toccar col piede il soglier della porta. E poi che entrammo alla presenzia sua, e de tutti i maggiori che per questo erano chiamati, replicassimo inginocchione quello avemo detto desopra. Furono eziandio offerte le lettere del signor nostro papa, ma l’interprete che da Kionia con pagamento avevamo menato con noi non era sufficiente ad interpretarle, né manco si ritrovava alcun altro; dove, datigli cavalli e tre Tartari che ne guidassero, se n’andammo al Baty. Questo è appresso loro il piú possente, salvo l’imperatore, a cui tutti son tenuti obedire piú che ad altro principe.
Si partimmo la seconda feria poi la prima domenica di quadragesima, e sempre cavalcammo tanto quanto potevamo trovar li cavalli, perciò che tre e quattro fiate avevamo cavalli da nuovo, ogni giorno dalla mattina sino alla notte, anzi spesso di notte s’affrezzavamo, né perciò potessimo aggiunger nanti il mercordí santo. Era il nostro cammino per il paese de’ Comani; il quale è tutto piano e ha quattro fiumi grandi: il primo detto Nepar, appresso il quale dal lato di Rossia stava Corenza, e Moncii, che è maggior di lui nella parte campestre; il secondo Don, sopra il quale sta un certo prince che ha la sorella del Baty per moglie, detta Tirbon; il terzo Volga, che è molto grande, dove signoreggia il Baty; il quarto Laes, sopra il quale camminano doi caporali, uno da una parte e l’altro dall’altra. Questi tutti nell’inverno descendono al mare e ne l’estade sopra la ripa ascendono alli monti, cioè il mar Maggiore, dal quale esce poi il braccio di San Zorzi, cioè la Propontide, che passa in Constantinopoli. Sono queste fiumare molto piene di pesci, e massimamente Volga, ed entrano il mar di Grecia, che si dice il mar Maggiore. Sopra Nepar molti giorni semo caminati non solo per il giaccio, ma eziandio sopra li liti del mar Greco a gran pericolo siamo andati per il giaccio in piú luochi molti giorni, conciosiaché si congela circa i liti tre leghe in piú basso. Ma nanti che arrivassimo al Baty, due Tartari andorno innanti a notificargli quello che dicemmo a Corenza.

20. In che modo fussimo ricevuti dal gran prince Baty
Giunti nelli confini de’ Comani al Baty, fummo posti una lega lunge dalle sue stanze, e poi fussimo menati alla sua presenzia. Ne fu detto esser necessario prima passar per mezo due fochi, ma noi questo per nissun modo volevamo fare. Quelli ci dissero: “Andate securamente, che per altra causa non facciamo se non che, portando voi qualche mal pensiero al nostro signore, over veneno, il foco vi lievi ogni cosa nociva”. A’ quali rispondemmo che, acciò di tal cosa non avessero sospizione, volentieri eramo apparecchiati di passare. Venuti adonque ad orda, over padiglione, fummo interrogati dal suo procuratore Eldegay in che modo volessimo inchinarsi: fu detto quello che di sopra a’ procuratori di Corenza, onde, dati li doni e intesa la causa della nostra venuta, fummo introdotti alla stanza del signore. Fatte quelle circonstanze d’inchinarsi e non toccar il soglier della porta, entrati dentro dicemmo inginocchione la nostra ambasciata, e, date le lettere, fu molto pregato che volesse dare interpreti a traslatar quelle. Furono dati nel venerdí santo, e cosí con loro translatammo diligentemente quelle in lingua rutena, saracina, e tartaresca; la qual interpretazione fu presentata al Baty, che poi l’ebbe molto ben letta e notata. Finalmente fummo redutti alla nostra stanza, ma non ne diedero vivanda alcuna, eccetto una fiata la notte che giungemmo, un poco di miglio in una scutella.
Questo Baty sta con gran magnificenzia, tenendo ostiarii e officiali come imperatore; senta in uno loco eminente, come sedia regale, con una delle sue mogli. Gli altri, cosí fratelli e figliuoli, come maggiori seggono in mezo sopra un banco, e gli altri uomini in terra; ma gli uomini alla destra, le femine alla sinistra. Ha eziandio padiglioni di lino belli e grandi, che furono del re di Ongheria; niuno oltra la sua famiglia ha ardimento approssimar alla sua stanza, sia quanto possente e grande si voglia, salvo che non sia chiamato o che sapesser esser tale la sua volontà. E noi, fatta l’ambascieria, sedemmo alla sinistra, perché cosí fanno tutti gli ambasciatori nell’andare, ma nel ritorno eramo posti alla destra. Nel mezo s’acconcia la mensa vicino alla porta della stanza, sopra la qual si mette il beveraggio in vasi d’oro e d’argento: né mai beve il Baty o altro prince de’ Tartari che non si canti over suoni, a quello specialmente, quando sono in publico. Quando cavalca sempre gli vien portato sopra il capo ne l’asta un’ombrella o altra cosa da coprirlo, e cosí fanno a tutti i principi maggiori della provincia, ed eziandio alle mogli loro. Il medesimo Baty è benigno verso gli suoi uomini, ma nientedimeno è molto temuto da quelli; nella battaglia crudelissimo, sagace e molto astuto, conciosiaché gran tempo abbi combattuto.

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