STORIA E MITOLOGIA > Giovan Battista RamusioPaolo Iovio istorico delle cose della Moscovia, a monsignor Giovanni Rufo, arcivescovo di Cosenza, 1525

 

Uno degli intellettuali più influenti e ammirati della prima metà del Cinquecento fu Paolo Giovio (Como 1483 - Firenze 1552), discendente della famiglia nobile degli Zobii (di cui Iovio-Giovio è la latinizzazione) dell'isola Comacina. Diventò medico nel 1511 ed esercitò la professione a Como, Milano e Roma,dove fu al servizio di Giulio II e di Leone X (figlio di Lorenzo il Magnifico), il quale gli assegnò la cattedra di Filosofia morale e, poi, quella di Filosofia naturale presso l'università di Roma. Nello stesso periodo, Giovio iniziò la sua attività di storico con saggi e biografie. Nel 1517 fu assunto come medico dal cardinale Giulio de' Medici, il futuro papa Clemente VII che nel 1528 lo nominò vescovo di Nocera de’ Pagani. Entrò al servizio del cardinale Ippolito de’ Medici, che seguì nei numerosi viaggi in Italia e all’estero, e, poi, di Alessandro Farnese (papa Paolo III), ma lasciò Roma nel 1549 quando il papa gli rifiutò il vescovato di Como.
Nel 1525, Paolo Giovio compose il 
De legatione Basilii Magni Principis Moscoviae ad Clementem vii Pontificem Maximum Liber: in quo situs regionis antiquis incognitus, religio, gentis, mores et causae legationis fidelissime referuntur, pubblicato a Basilea due anni dopo, che è una relazione nata dai lunghi colloqui avuti con Dmitrij Gerasimov, legato di Basilio, Granduca di Moscovia, e con uno degli architetti italiani impegnati nella costruzione del Cremlino di Mosca. Lo scritto – la cui prima traduzione in lingua italiana è nell’opera di Giovanni Battista Ramusio – è dedicato all’arcivescovo di Cosenza, cardinale Giovanni Ruffo Teodoli, al quale Giovio descrive in modo particolareggiato la geografia, la storia naturale, la storia, la religione, le abitudini sociali della Russia, a quel tempo pressoché sconosciute.

 

Mi richiedeste, Monsignor reverendissimo, con grande instanzia che io scrivessi in latino quelle cose che dei costumi de’ Moscoviti io aveva intese per i ragionamenti quasi d’ogni giorno da Demetrio, ambasciadore di quella nazione, il quale poco tempo fa venne a papa Clemente; istimando voi, per la vostra antica pietà e virtú, che s’appartenga ad accrescer molto l’onore della Chiesa romana se gli uomini sapessero che un re di nome non finto, o del tutto non conosciuto e vile, ma un re che signoreggia infiniti popoli verso tramontana, ha desiderato e ricerco in tempo opportunissimo con tutto l’animo venire a unirsi con esso noi nelle cose della fede e stringersi con perpetua confederazione, quando nuovamente alcune genti d’Alemagna, le quali volevano mostrar d’avanzar di religione tutte le altre, con pazza e scelerata ribellione non solamente a noi, ma con perniciosissimo errore a Iddio si sono ribellate. E in vero, avenga che io, per esser occupato in piú importanti studi, avessi potuto rifiutar questo carico impostomi, l’ho nondimeno adempito con buon animo e prestamente, a fin che per lo troppo indugio e per volerla corregger con piú diligenza la cosa non venisse a restar priva della grazia della novità: con la qual sola cosa chiaramente si manifesta la grandezza della mia antica osservanza verso di voi e il desiderio che ho di farvi servizio, avendo piú tosto voluto far perdita dell’onore, se ne debbo sperar punto dalla bassezza del mio ingegno, che tener piú a lungo difraudato l’onestissimo desiderio vostro.

1. La cagione perché il duca di Moscovia mandasse ambasciadore al papa
Primamente con ristretta brevità sarà descritto e in una tavola stampata sarà dipinto il sito del paese, il quale comprendiamo essere stato poco conosciuto da Plinio, da Strabone e da Tolomeo; dapoi con piú ristretto stilo ragioneremo de’ costumi, delle ricchezze, della religione e degli ordini della milizia di quella nazione, imitando in ciò Cornelio Tacito, il quale dalla sua continuata istoria separò il libretto dei costumi degli Alemani, usando quasi la istessa semplicità di parole con la quale mi furono esposte dal detto Demetrio, ritrovandosi egli ozioso e avendolo io provocato con una curiosa e umanissima dimanda. E veramente Demetrio parla la lingua latina non inettamente, come quello che da fanciullo in Livonia aveva avuti i primi ammaestramenti delle lettere, ed era andato in molte provincie de’ cristiani con carico onorevole di varie ambascierie: percioché egli, per essere stato conosciuto fedele e diligente, fu prima ambasciadore appresso li re della Svezia e della Dazia e il gran maestro della Prussia, e ultimamente appresso Massimiliano imperadore; e praticando nella sua corte ripiena d’ogni condizione d’uomini, se cosa alcuna di rozzo si trovava nel suo riposato ingegno e atto a essere ammaestrato, la tolse via col por mente agli altrui gentili costumi.
Diede occasione di questa ambascieria messer Paolo Centurione genovese, il quale, avendo avuto da papa Leone decimo lettere di raccomandazione, se n’andò in Moscovia per mercanzie, dove senza esser richiesto trattò co’ famigliari del principe Basilio d’unire la Chiesa moscovitica con la romana. Percioché il detto messer Paolo con uno animo grande, e oltra modo grande, cercava una nuova e incredibil via da condur le specierie dall’India, avendo egli per fama inteso, mentre negoziava in Soria, in Egitto e in Ponto, che dall’ultima India su pel fiume Indo a contrario d’acqua si potevano condurre spezierie, e quindi per poco spazio di cammino per terra, passando per la sommità de’ monti di Paropaniside, condurle in Oxo, fiume de’ Bactriani, il quale quasi dagl’istessi monti che nasce Indo, con corso contrario, menando seco molti fiumi, appresso ‘l porto di Strava entra nel mar Caspio. E finalmente contrastava, dicendo che gli pareva facile e sicura navigazione da Strava infino a Citrachan, città mercantesca, e alla bocca del fiume Volga, e d’indi poi su per il fiume Volga, Occha e Mosco facilmente potersi andare alla città di Moscovia, e da Moscovia per terra a Riga e al mar della Sarmazia e a tutti li paesi di ponente.
E questo cercava egli per esser sopra modo sdegnato per le ingiurie de’ Portoghesi, i quali, avendo in gran parte soggiogata l’India e presi tutti i luoghi dove si facevano mercanzie, compravano tutte le spezierie e l’indrizzavano in Ispagna, e s’erano avezzati a venderle a tutti li popoli dell’Europa a prezzo molto maggiore che prima non si soleva e con grandissimo guadagno; anzi guardavano le marine dell’India con tanta diligente cura, tenendovi armate continovamente, che pareva che del tutto fussero intermesse e abbandonate quelle mercanzie, delle quali per la via del golfo della Persia e su per l’Eufrate e per lo stretto del mare Arabico e finalmente giú per il fiume Nilo per il nostro mare tutta l’Asia e l’Europa si fornivano abbondantemente e a pregio piú vile. Essendo anche la mercanzia de’ Portoghesi molto cattiva, percioché, per l’incommodità della lunghissima navigazione che fanno i Portoghesi, e per difetto della sentina delle navi, par che si guastino le spezierie, e finalmente la lor possanza, sapore e odore, per lo star lungamente nelli magazzini di Lisbona, disperdersi e dileguarsi, cercando sempre i mercanti di mettere a conservar le piú fresche nei magazzini, e vender le vecchie e guaste per la molta muffa.
Ma benché messer Paolo, sottilmente discorrendo di queste cose e mettendo in grandissimo odio li Portoghesi, mostrasse che se si aprisse questo viaggio molto maggiormente s’accrescerebbono le gabelle del re, e a miglior mercato potriano essi Moscoviti comprar le spezie, delle quali in tutte le vivande ne consumano gran copia, nondimeno non poté in quanto a cotal negozio impetrar cosa alcuna, percioché Basilio giudicava che non si dovesse a un forestiero e non conosciuto mostrar quei paesi i quali dessero la strada d’andare nel mar Caspio e nei regni de’ Persiani. Sí che, essendo messer Paolo fuor d’ogni speranza d’ottenere il desiderio suo, diventato di mercante ambasciadore, essendo già morto papa Leone, portò lettere a papa Adriano, per le quali il detto Basilio con molto onorate parole dimostrava il suo buon animo verso ‘l pontefice romano. Percioché pochi anni avanti Basilio, nel colmo della guerra che aveva contra i Poloni, mentre si faceva il concilio laterano, richiese per mezo di Giovanni re di Dacia, padre di questo Cristierno, il quale nuovamente è stato scacciato del regno, che fusse dato passaggio sicuro agli ambasciadori moscoviti per andare a Roma. Ma essendo quasi nel medesimo giorno passati di questa vita re Giovanni e papa Iulio, e levato via il mezano a far ciò, egli si rimase di mandare ambascieria.
S’accese poi la guerra tra lui e Sigismondo re di Polonia, ed essendo successo ai Poloni la cosa felicemente, avendo ottenuta una vittoria notabile appresso ‘l fiume Boristene, furono fatte in Roma le processioni, come se fussero stati vinti e uccisi gli nimici del nome cristiano: la qual cosa fu cagione di non poco allontanar l’animo del re Basilio e di tutti i suoi sudditi dal pontefice romano. Ma essendo morto papa Adriano sesto, e lasciato il sudetto messer Paolo già la seconda volta apparecchiato al viaggio, Clemente settimo, che successe nel papato, mandò il sopradetto, che ancora s’andava rivolgendo per l’animo il viaggio di Levante, con lettere in Moscovia, per le quali con affettuosissime esortazioni invitava il re Basilio a riconoscere la maestà della Chiesa romana, e a fare, tenendo nelle cose della fede una medesima opinione, una confederazion perpetua, la quale gli affermava dover essere a grandissima sua conservazione e onore: di modo che pareva che ‘l pontefice gli promettesse, per la sacrosanta auttorità papale, dandoli le insegne regali, di nominarlo re se, lasciata la setta de’ Greci, si riducesse sotto l’auttorità della Chiesa romana. E veramente Basilio desiderava d’acquistarsi il titolo di re per concessione del papa, giudicando che il darlo s’appartenesse alla ragione e maestà papale, percioché aveva saputo che anche gl’imperadori per antica usanza pigliavano dai sommi pontefici la corona d’oro e lo scettro, che sono insegne dell’imperio romano; benché si diceva che egli, avendo mandato piú e piú volte ambasciadori, aveva ricercato cotal titolo da Massimiliano imperadore.
Messer Paolo adunque, il quale da giovanetto con corso piú tosto felice che con molto guadagno aveva imparato a trascorrere il mondo, benché vecchio e afflitto da una vecchia malattia di difficultà d’urina, con prospero e presto viaggio arrivò nella città di Moscovia, dove fu da Basilio benignamente ricevuto. Intanto se ne stette due mesi nella sua corte e, diffidatosi delle proprie forze e ispaventato dalla difficultà di quel lunghissimo viaggio, avendo del tutto poste da parte tutte le speranze e gl’intricati pensieri della mercanzia dell’India, insieme con Demetrio ambasciadore se ne ritornò a Roma, prima che noi pensassimo che fusse arrivato in Moscovia. Il pontefice comandò che Demetrio fusse ricevuto e alloggiato nella piú magnifica parte del palazzo di San Pietro, dove sono camere dorate, letti di seta e panni d’arrazza d’eccellentissimi lavori, e ordinò che fusse vestito di seta, e gli assegnò per compagno, a trattenerlo e mostrargli le reliquie e le antichità di Roma, Francesco Cheregato, vescovo aprutino, uomo che spesse volte in lontane e dignissime ambascierie era stato adoperato, e dal detto Demetrio pur in Moscovia per parole di messer Paolo era conosciuto.
Poi che Demetrio si fu alquanti giorni riposato, e lavato il succidume che per il lungo e faticoso viaggio aveva adosso, ed essendosi vestito d’un magnifico abito che s’usa nella sua patria, fu condotto dinanzi al papa: e umilmente inginocchiato secondo l’usanza gli baciò li piedi, e a nome suo e del suo re gli fece un presente di pelli di zebillini, dandogli poi le lettere di Basilio, le quali egli prima e poi l’interprete schiavone Nicolò da Sebenico le tradussero in lingua latina. E il soggetto era tale: “A Clemente papa, pastore e dottore della Chiesa romana, il gran signore Basilio, per la Dio grazia imperadore e dominatore di tutta la Rossia, e granduca di Volodemaria, di Moscovia, Novogardia, Plescovia, Smolenia, Ifferia, Iugoria, Permnia, Vetcha, Bolgaria et cet.; dominatore e gran principe della Novogardia bassa, di Cernigovia, Razania, Volothica, Rezevia, Belchia, Rostovia, Iaroslavia, Belozeria, Udoria, Obdoria e Condinia et cet. Voi ci avete mandato Paolo Centurione, cittadino genovese, con lettere per le quali ci avete confortato che vogliamo esser congiunti con voi e con gli altri principi cristiani, e di consiglio e di forze, contra gli nimici del nome cristiano, e ai nostri e vostri ambasciadori, per poter passare dall’una e dall’altra parte, sia aperto sicuro e libero viaggio, accioché con iscambievole officio d’amicizia si possa intender della salute d’ambidue noi e degli avenimenti delle cose. Noi veramente, avendoci Iddio dato buono e felice aiuto, e sí come insin ora vigilantemente e valorosamente abbiamo fatto resistenza agli empii nemici della religion cristiana, cosí abbiamo anche fatto deliberazione di resistere per l’avenire, e parimente siamo apparecchiati d’accordarci con gli altri principi, e far sí che li viaggi siano sicuri. Per le qual cose vi mandiamo Demetrio Erasmio nostro uomo con questa nostra lettera, e vi rimandiamo Paolo Centurione. Ma Demetrio ce lo rimandarete tosto, facendolo guidare a salvamento insino a’ nostri confini, e noi anche faremo il medesimo, se con Demetrio nostro mandarete vostro ambasciadore, accioché con ragionamenti e con lettere siamo delle cose che s’hanno da trattare fatti certi, di maniera che, conosciuti gli animi di tutti li cristiani, possiamo anche noi appigliarci al miglior consiglio. Data nel nostro stato nella nostra città di Moscovia l’anno del principio del mondo 7030, alli 3 d’aprile”.
Oltra di questo par che Demetrio, come uomo che è molto intendente delle azioni umane, e sopra tutto delle sacre lettere, abbia commessioni piú secrete di gran facende, le quali speriamo che tosto l’abbia da dire nelle private audienze, perciò che, dopo la febre nella quale era caduto per la mutazion dell’aria, egli ha ricuperate le pristine forze e il suo natural colore della faccia, di maniera che il vecchio di sessanta anni anche con gran suo piacere si è trovato presente alla messa papale che fu cantata in onore di san Cosmo e Damiano, con musiche e con solenne apparecchio, e venne similmente in concistoro quando il papa con tutta la corte ricevette il cardinal Campeggio, che allora tornava dalla legazione d’Ungaria. Oltra di ciò con grande sua maraviglia è andato vedendo le sacrosante chiese della città e le ruine della grandezza romana, e anche, per dir cosí, li cadaveri degli antichi edifici, di modo che credemo che egli, esposto che averà quanto ha in commessione, ricevuti onorati presenti dal pontefice, insieme col vescovo scarense, legato di sua Santità, se ne abbia da ritornare in Moscovia.

2. Del nome e paese de’ Moscoviti; della selva Ercinia e degli animali che vi si truovano; delle orde de’ Tartari e lor governo e costumi
Il nome de’ Moscoviti è moderno, benché Lucano abbia fatto menzione di Moschi, vicini a’ Sarmati, e Plinio metta i Moschi appresso ‘l fonte del fiume Fasso, sopra il mar Maggiore, verso levante. Il lor paese ha larghissimi confini, e si stende dagli altari d’Alessandro appresso i fonti del Tanai alle ultime parti della terra e all’oceano settentrionale, quasi sotto la tramontana. Per la maggior parte è piano e abbondante di pascoli, ma la state nel piú de’ luoghi è paludoso, percioché tutta quella terra è bagnata da grandi e spessi fiumi, i quali gonfiandosi per le nevi del verno disfatte dal caldo del sole e per il ghiaccio in ogni parte disfatto, li campi per tutto diventano paludi, e tutte le strade sono imbrattate per l’acque che si sono ritenute e per la sporchezza del fango, insino a tanto che di nuovo, per aiuto del verno, i fiumi stagnati e le paludi s’agghiaccino e facciano strade coperte di saldissimo ghiaccio ai carri che v’hanno da passare.
La selva Ercinia occupa una parte della Moscovia, ed essendovi state fatte molte abitazioni per tutto è abitata, e già per lunga fatica e opera degl’uomini divenuta rara, non mostra, com’alcuni stimano, l’orribil vista delli spessissimi e impenetrabili boschi; ma si dice bene ch’essendo piena di crudelissime fiere scorre per la Moscovia per lungo e continuato spazio tra levante e greco insin all’oceano della Scizia, di modo che con la sua infinita grandezza ha sempre ingannato la speranza di coloro ch’hanno curiosamente cercato arrivare al fine di quella. Nella parte che volge verso la Prussia si trovano grandi e ferocissimi bufali simili a tori, i quali gli chiamano bisonti; vi sono anco delle alce, che hanno forma di cervo, con una tromba carnosa nel muso, con le gambe alte e senza niuna piegatura nelle ginocchia: da’ Moscoviti sono chiamate lozzie da’ Tedeschi helene, i quai animali vediamo che sono stati conosciuti da Caio Cesare. Oltra di questi vi sono orsi di grandezza estraordinaria, e lupi molto grandi e spaventevoli, per esser di color negro.
Da levante la Moscovia ha per confinanti gli Sciti, i quali oggi sono chiamati Tartari, gente vagabonda e in tutt’i secoli famosa nella guerra. Li Tartari in loco di case usano carri coperti di feltri e di cuoi, per la qual sorte di vita dagli antichi furono chiamati Amazonii; in cambio di città e castelli hanno grandi alloggiamenti in campagna, circondati non di fossi o di mura, ma d’una infinita moltitudine d’arcieri a cavallo. Sono divisi i Tartari in orde, e orda nella lor lingua significa ragunanza di popolo unito e concorde a similitudine d’una città. Ciascuna orda ha li suoi imperadori, secondo che la nobiltà e la virtú militare gli ha fatti, percioché spesso fanno guerra co’ vicini, e ambiziosamente oltra modo e crudelmente combattono per l’imperio: ed è cosa certa il numero delle orde esser quasi infinito, percioché i Tartari hanno larghissimi deserti insin al Cataio, città famosissima, nell’ultimo oceano verso levante. Quegli che sono vicini a’ Moscoviti sono conosciuti per rispetto del traffico della mercanzia e per le lor spesse correrie.
Nell’Europa, appresso il corso d’Achille, nella Taurica penisola, vi sono li Tartari precopiti: la figliuola del principe di questi Tartari fu moglie di Selino gran Turco. Sono molto molesti a’ Poloni, e in molti luoghi tra ‘l fiume Boristene e ‘l Tanai predano e ruinan ogni cosa: e sí come grandemente si confanno co’ Turchi nella fede, cosí anche nell’altre cose. Tengono nella medesima Taurica la città di Caffa, colonia de’ Genovesi, anticamente chiamata Teodosia.
Quei Tartari che tra ‘l fiume Tanai e la Volga abitano larghissime campagne rendono ubbidienza a Basilio, re de’ Moscoviti, e ad arbitrio suo tal volta eleggono il loro imperadore. Tra costoro li Cremii, travagliati da domestice discordie, essendo già stati molto possenti e di ricchezze e di gloria nella guerra, pochi anni sono perdettero a un tratto e le forze e la riputazione. Li Casanii, che stanno oltra la Volga, con molta osservanza tengono l’amicizia de’ Moscoviti, e confessano d’esser lor vassalli. Oltra li Casanii verso greco sono li Sciabani, molto potenti di numero d’uomini e bestiami. Dopo loro sono li Nogai, i quali oggidí tengono il principato e di ricchezze e di valor militare: la loro orda è grandissima e non ha imperador alcuno, ma secondo l’usanza della republica veneziana si governa con la prudenza de’ vecchi e con la virtú d’uomini valorosi. Di là dai Nogai non molto piegandosi al mezodí verso ‘l mar Caspio, li Zagathai, nobilissimi tra i Tartari, abitano nelle città fabricate di pietra, e hanno una città regale chiamata Samarcanda, di notabil grandezza e illustre, per mezo della quale passa Iaxarte, grandissimo fiume della Sodiana, e indi a cento miglia entra nel mar Caspio. Con questi Tartari al tempo nostro Ismael re di Persia fece guerra, e spesse volte con dubioso avenimento; e avendo paura di loro, mentre con tutte le forze, vedendosegli venire adosso, a loro si oppone, lasciò in preda l’Armenia e la città di Tauris, capo del suo regno, a Selino, rimasto vincitore in una giornata che fece con lui. Nella città di Samarcanda nacque Tamburlano, overamente, come Demetrio insegna che si debba dire, Temircuthlu, il qual prese Baiazete ottomano, terzo avo di questo Solimano, appresso Ancyra, città di Galizia, avendolo vinto in un gran fatto d’arme, e lo menò rinchiuso in una gabbia di ferro per pompa del suo trionfo per tutta l’Asia da lui vinta con un terribile impeto d’un grandissimo esercito.
Di questo paese si conducono nella Moscovia molti drappi di seta, ma li Tartari che sono fra terra non danno cosa alcuna se non mandrie di velocissimi cavalli e panni bianchi finissimi, fatti senza niuna tessitura di fili ma di lane impastate, de’ quali si fanno tabarri di feltro bellissimi e atti a sostenere ogn’impeto di pioggia; ed essi pigliano da Moscoviti vestimenti di lana e moneta d’argento, dispregiando ogni ornamento di corpo e apparecchiamento di soprabondante masserizia, percioché, a sopportar gagliardamente la violenza del cattivo tempo, si contentano d’un solo feltro, e confidati solamente nelle freccie si difendono da’ nimici; benché, mentre fecero deliberazion di scorrere in Europa, al nostro tempo, i lor principi comprarono da’ Persiani celate di ferro e giacchi di maglia e scimitarre.
Da mezogiorno i confini de’ Moscoviti sono serrati da’ medesimi Tartari i quali sopra la palude Meotide in Asia e intorno ai fiumi Boristene e Tanai nella parte d’Europa tengono la campagna che volge verso la selva Ercinia. Li Roxolani, li Geti e i Bastarni anticamente abitarono quel paese, dal quale crederei che fusse venuto il nome di Rossia, percioché una parte di Lituania la chiamano Rossia inferiore, e la Moscovia è chiamata Rossia bianca. La Lituania adunque da maestro guarda la Moscovia; da ponente i luoghi fra terra della Prussia e della Livonia si congiungono con li confini della Moscovia, dove il mar Sarmatico, entrando per lo stretto della Dacia, penisola de’ Cimbri, fa verso greco un colfo piegato a guisa di meza luna.

3. De’ Laponi popoli e lor costumi; de’ Pigmei; del gran fiume Dividna; de’ popoli permii, pecerri e altri; della lor religione; di piú sorti di falconi; del sito e descrizione della città di Moscovia
Nell’ultimo lito del mar Oceano, dove la Norvegia e la Svezia, regni grandissimi, con uno stretto collo di terra quasi con una certa terra ferma si congiungono, vi sono i Laponi, gente molto piú di quel che si può credere salvatica e sospettosa: e si mette a fuggir ogni volta che vede uomini e navili forestieri. Ella non conosce né biade né frutti, e finalmente niun bene né di terra né d’aere: si provede da mangiare solamente con l’industria del tirar con l’arco, e si veste di diverse pelli di fiere. Le abitazioni di quella gente sono picciole grotte ripiene di foglie secche e tronchi d’arbori cavati, i quali gli abbia fabricati o ‘l fuoco messovi dentro o la vecchiezza, avendovi fatto de’ tarli. Alcuni pescano appresso ‘l mare, ove si fa grandissima presura di pesce, pescando con istrumenti molto mal fatti ma ben aventurosi, e ripongono come lor biade i pesci seccati al fumo. I Laponi sono di statura di corpo picciola, di volto pallido e schiacciato, ma di piedi velocissimi. La lor natura né anche dai Moscoviti stessi, che sono lor vicini, è conosciuta, percioché dicono che l’assalirgli con poca gente sarebbe perniziosa pazzia, e non stimano esser cosa né utile né punto gloriosa con grand’esercito provocar coloro che menano la lor vita povera di tutte le cose. Costoro cambiano quelle bianchissime pelli che noi chiamiamo armellini con mercanzie di varie sorti, ma di maniera lo fanno che fuggon ogni parlamento e vista de’ mercanti; siché, fatta dall’una parte e dall’altra la ragunanza delle cose da vendere, lasciando le pelli là in un luogo di mezo, contrattano co’ mercanti absenti e non conosciuti e fanno cambio fidelissimamente.
Oltra i Laponi, nella parte che è tra maestro e greco e che da continova oscurità è ingombrata, hanno detto alcuni testimoni degni di fede che si truovano li Pigmei, i quali, venuti al colmo del lor crescere, appena trapassano l’altezza d’un fanciullo de’ nostri di 10 anni. È sorte d’uomini molto paurosa e parlano garrendo, siché tanto par che s’avicinino alla scimia quanto di statura e di sentimenti s’allontanano da un uomo di giusta grandezza. Dalla parte di tramontana innumerabili popoli stanno sottoposti all’imperio de’ Moscoviti, i quali s’estendono insino all’oceano scitico per spazio di cammino quasi di 3 mesi.
Vicino alla Moscovia è ‘l paese di Colmogora, abbondante di biade, per il quale passa Dividna, fiume maggior d’ogn’altro che si truovi nelle parti settentrionali, e a un altro ch’entra nel mar Baltico ha dato il nome. Questo fiume, con stabili e determinati crescimenti e simili a quei del Nilo, e a certi e fermi tempi dell’anno, inonda i campi circonvicini, e con la grassa inondazione resiste maravigliosamente alla violenza del freddo aere e ai crudeli venti di tramontana. E mentre, accresciuto dalle nevi e dalle pioggie, si gonfia, fra genti non conosciute scorre nell’oceano a guisa d’un gran pelago, per sí largo letto che con una nave spedita col corso d’un giorno non si può passare; ma subito che l’acque si sono abbassate, per tutto rimangono grand’isole e molto fertili, percioché vi si produce il frumento seminato senza adoperarvi altramente l’aratro, e con maravigliosa prestezza della natura frezzolosa e temente la furia del superbo fiume nasce insiememente, cresce e fa le spiche. Nella Dividna entra il fiume Iuga, e in una punta dove i fiumi si congiungono è una nobil terra mercantesca nomata Ustiuga, lontana da Moscovia, città regale, 600 miglia. In Ustiuga sono portate dai popoli permii, pecerri, inugri, ugulici e pinnagi preziose pelli di martori, di zibellini, di lupi cervieri e di volpi negre e bianche, e le cambiano con diverse sorti di mercanzie: ma i zibellini piú stimati per la tenera bianchezza dei delicati peli, de’ quali a’ nostri tempi se ne fodrano le vesti de’ principi e se ne cuoprono i delicati colli delle matrone, acconci di modo che rappresentano l’imagine di quell’animale vivo, li conducono li Permii e li Pecerri, ma essi anche da piú lontane genti, le quali son vicine all’oceano, li ricevono di man in mano. Li Permii e li Pecerri poco avanti i nostri tempi a uso di pagani sacrificavano agli idoli, ma ora adorano Iddio Iesú Cristo. Agl’Inugri e Ugolici si perviene per aspri monti, che forse anticamente furono i monti Iperborei, nella sommità de’ quali si pigliano falconi eccellentissimi: e di questi ve n’è una sorte bianca, di penne macchiate, che la chiamano herodio; vi sono anche de’ girifalchi, nimici degli uccelli chiamati ardee; vi sono de’ sacri e de’ peregrini, de’ quali nell’uccellare la delicatezza degli antiqui principi non n’ebbe notizia.
Oltra di questi popoli ch’ora ho nominato, che danno tributo ai re di Moscovia, vi sono dell’altre nazioni ultime di tutte, per niun certo viaggio di Moscoviti conosciute, non essendo alcuno arrivato all’oceano, ma solamente udite per fama e per relazioni de’ mercanti, il piú delle volte favolose. Nondimeno è assai ben manifesto che Dividna, traendosi dietro fiumi innumerabili, con gran corso discorre verso tramontana, e ivi è un mar grande, di maniera che per certissima coniettura s’ha da credere, se non vi è terra di mezo, navigando la marina a man destra, di lí con navi si possa arrivare al Cataio, percioché li Cataini toccano l’ultima parte di levante, quasi al paralello della Tracia, conosciuti da’ Portoghesi nell’India, conciosiach’essi nuovamente pochi anni adietro, pel viaggio della China, abbiano navigato insin a Malacha, ch’è l’Aurea penisola, a comprar delle spezierie, e abbiano portato delle veste di pelli di zibellini: per la qual sola coniettura pensiamo la città di Cataio non esser molto lontana da’ liti della Scizia.
Ma dimandando noi a Demetrio se appresso di loro fusse di mano in mano lasciata da’ loro antichi fama alcuna, o dalle istorie loro memoria, dei popoli gotti, i quali già mille anni passati, guastata la città di Roma con ogni maniera di violenza, avessero distrutto l’imperio degl’imperadori romani, ci rispondeva che ‘l nome della gente gottica e del re Totila era famoso e illustre, e che a quell’impresa si ragunarono diversi popoli, e specialmente li Moscoviti, e che quell’esercito si accrebbe dal concorso delle genti di Lituania e di quei Tartari ch’abitavano appresso la Volga: nondimeno tutti furno chiamati Gotti, percioché i Gotti che abitavano l’isola d’Islandia e di Scandavia furono capi di quell’impresa.
Da questi confini specialmente sono d’ogni parte serrati li Moscoviti, i quali stimo ch’appresso Tolomeo siano li Modoci: ma oggidí senza dubio sono cosí detti dal fiume Mosco, il quale anche alla città regale, passandole per mezo, ha dato il suo nome. Questa è la piú nobile di tutte le città della Moscovia, sí per il sito, ch’è riputato che sia nel mezo della provincia, sí anche per la notabil commodità de’ fiumi e per la frequenzia delle case e per la fama della fortissima rocca, conciosiach’ella si stenda appresso la riva del fiume Mosco per spazio di 5 miglia con un lungo tratto d’edificii. Le case universalmente sono di legno, compartite in sale, cucine e camere di gran capacità, né bruttamente fabricate né troppo basse, percioché dalla selva Ercinia sono portati travi di molta grandezza, co’ quali, dolati a filo di sinopia e a contrario ordine tra loro ad angoli dritti congiunti e incastrati, fanno le parti di fuori delle case di maravigliosa fermezza, con poca spesa e con somma prestezza. Quasi tutte le case hanno orti privatamente, per piacere e diporto de’ padroni e per servirsi degli erbaggi, onde il circuito della singolar città appar molto maggiore. Ciascuna contrada ha le sue chiese, ma nel piú bello e onorato loco è la chiesa consacrata alla Vergine Maria madre d’Iddio, con bella forma e grandezza fabricata già 60 anni da Aristotile bolognese, artefice di cose mirabili e architetto famoso. Al capo della città è un fiumicello nomato Neglina, che fa andar macine da formento, ed entrando nel fiume Mosco fa una penisola, nell’estremità della quale è una rocca con torri e bastioni di maravigliosa bellezza, fabricata per ingegno d’architetti italiani.
Nelle campagne vicine alla città si ritrova incredibil moltitudine di lepori e di capriuoli, i quali non è lecito di cacciare né con reti né con cani, se ‘l principe di ciò non desse licenza a’ suoi piú cari domestici overo ad ambasciadori forestieri per andare a piacere. Quasi da tre parti la città di fuori è bagnata da due fiumi, e il rimanente è cinto d’una larghissima fossa e ripiena di molt’acqua condottavi dalli detti fiumi, e medesimamente dall’altro lato è fortificata da un altro fiume chiamato Iausa, che parimente poco sotto alla città mette capo nel Mosco, il quale scorrendo verso mezodí appresso Colonna entra nel fiume Occa, ch’è molto maggiore; né d’indi a gran spazio di cammino il detto Occa, e per le sue e per l’altre acque divenuto grande e gonfio, si discarica nella Volga: e nel luogo dove si congiungono i due fiumi è una città nominata Novogardia minore, dal nome della città maggiore dalla quale vennero gli abitatori di questa.

4. Del nascimento del fiume Volga e d’altri fiumi della Moscovia, e d’alcune città; e di quel che produce il paese della Moscovia
Nasce la Volga, ch’anticamente fu detta Rha, dalle grandi e deserte paludi de’ laghi nominati Bianchi, i quali sono sopra Moscovia tra maestro e greco, e mandano fuori quasi tutti i fiumi che si spargono in diverse contrade, come veggiamo dell’Alpi, dalle cime e fonti delle quali è cosa certa ch’esce il Reno, il Po, il Rodano e altri minor fiumi innumerabili; percioché quelle paludi, in cambio de’ monti, col lor perpetuo sorgimento danno acqua in grandissima copia, conciosiaché veramente in quel paese, per lungo viaggio che l’uomo faccia, non si ritrovi monte alcuno; di modo che i monti Rifei e Iperborei, tanto celebrati dagli antichi, alcuni studiosi dell’antica cosmografia stimano esser del tutto favolosi. Da queste paludi adunque nascono la Dividna, l’Occa, il Mosco, la Volga, il Tanai e il Boristene. La Volga i Tartari la chiamano Edel, e il Tanai Don; il Boristene oggi è chiamato Neper, il quale poco sotto la Taurica penisola scorre nel mar Maggiore. Il Tanai è ricevuto dalla palude Meotide, dov’è Azov, città molto mercantesca. La Volga, lasciando per ostro la città di Moscovia, con gran circuito e gran giravolta, prima verso levante, poi verso ponente e alla fine verso ostro, da grandissima copia d’acque precipitato cade nel mar Caspio. Sopra la bocca del detto fiume è una città de’ Tartari nominata Citracan, dove si fa la fiera dai mercanti di Media, d’Armenia e di Persia. Nella ripa della Volga, dalla banda di là, v’è una città de’ Tartari detta Casan, dalla quale prende il nome la orda de’ Tartari casanii: è distante dalla bocca della Volga e dal mar Caspio 500 miglia. Sopra Casan 150 miglia, nella bocca del fiume Sura, Basilio, il qual regna al presente, fece fabricare una terra nominata Surcico, accioché in quel deserto vi fusse un fermo e sicuro alloggiamento con osterie per li mercanti e viandanti, i quali a’ vicini soprastanti de’ confini dan notizia delle cose de’ Tartari e dei movimenti di quella gente inquieta.
Gl’imperadori de’ Moscoviti in varii tempi, secondo che l’occasione portò, overamente che le lor vaghe voglie di nobilitar luoghi nuovi e vili gli tirarono lontani, tennero in diverse città la sedia dell’imperio e della corte: percioché Novogardia, la qual guarda a maestro e quasi a ponente verso ‘l mar di Livonia, non molti anni adietro fu capo di tutta la Moscovia, e sempre tenne la suprema dignità, per l’incredibil numero delle case e per commodità dei laghi larghissimi e pieni di pesce, e per la fama dell’antichissima e venerabil chiesa, la quale avanti 400 anni a imitazione degl’imperadori di Costantinopoli fu consacrata a santa Sofia, cioè a Cristo figliuol d’Iddio. Novogardia è ingombrata da un verno quasi perpetuo e dalla oscurità di lunghissime notti, percioché ella vede il polo artico alzato dall’orizonte 64 gradi, quasi sei gradi piú lontana dall’equinoziale che non è la città di Moscovia: per questa ragione del cielo dicono che al tempo del solstizio ella patisce ardentissimi caldi, essendo le notti picciole e il calor del sole continovo.
La città di Volodemaria ha nome di residenza regale, ed è lontana dalla città di Moscovia 200 e piú miglia verso levante; e dicono che vi fu trasportata la sedia dell’imperio dai valorosi imperadori per necessaria cagione, cioè per aver da presso, facendo allora continovamente guerra co’ vicini, piú apparecchiati li presidii da metter contra le correrie de’ Tartari, percioché ella è posta di qua dalla Volga nelle ripe del fiume Clesma, il qual entra nella Volga. Ma veramente Moscovia, per le qualità ch’abbiamo dette, è giudicata degna del nome di città regale, conciosiaché, essendo ella sapientissimamente situata in un certo luogo di mezo dell’imperio e di tutto il paese piú frequentato, e fortificata di rocca e di fiumi, paia di consentimento di tutti a comparazione dell’altre città aversi meritamente acquistata la lode e l’onore della preminenza, da non dover mai in alcun tempo mancare.
La città di Moscovia è distante da Novogardia 500 miglia, e quasi a mezo cammino si truova Ottiferia, posta appresso la Volga, nel qual luogo, come piú vicino al fonte, non avendo ancora ricevuti tanti fiumi, è picciol fiume e scorre piacevolmente. D’indi per boschi e per campestri solitudini s’arriva a Novogardia; da Novogardia a Riga, porto vicino al lito del mar della Sarmazia, è viaggio poco meno di cinquecento miglia: e questa contrada è riputata migliore di quella di sopra, percioché vi sono villaggi molto spessi, e havvi anco la città di Plescovia posta nella strada, ed è abbracciata da due fiumi. Da Riga, la quale è sottoposta al gran maestro de’ cavallieri di Livonia, a Lubecca, porto dell’Alemagna nel golfo della penisola di Dacia, si contano poco piú di mille miglia, ma di navigazione pericolosa. Da Roma alla città di Moscovia si è trovato esservi la distanza di 2000 e 600 miglia, e andando anche per viaggio brevissimo, cioè per Ravenna, per Treviso, per le Alpi della Carinzia, per Villacco di Baviera, per Vienna d’Ungheria, e d’indi, passato il Danubio, per Olmuzio di Moravia sino in Cracovia, città regale di Polonia, sono mille e cento miglia. Da Cracovia a Vilna, capo della Lituania, 500, e altretante da essa a Smolenco, posta di là dal fiume Boristene, e da Smolenco alla città di Moscovia si contano seicento miglia. Ma il viaggio che è da Vilna per Smolenco a Moscovia, il verno, per rispetto delle nevi agghiacciate e del ghiaccio, sdruccioloso ma saldo per esser molto calpestato, nei carri spediti fassi con incredibile celerità; la state poi non si possono passar le campagne se non per difficile e faticoso cammino, percioché, mentre le nevi si cominciano a distruggere e dileguare per il continovo sole, elle diventano paludi e voragini fangose, delle quali non si possono districare né gli uomini né i cavalli, se con fatica quasi infinita non vi si distendono ponti di legno.
Il paese della Moscovia universalmente non produce né viti né olivi né arbore che produca pomo di sapore pur alquanto soave, fuor che i melloni e le ciregie, seccandosi tutte le cose tenere per li freddissimi venti di tramontana; nondimeno li campi producono frumento, segala, miglio, panico e ogni sorte di legumi. Ma il raccolto certissimo consiste nella cera e nel mele, percioché tutto ‘l paese è pieno di fecondissime api, le quali fanno mele perfettissimo, non già nelle arne fatte per mano de’ contadini, ma nelle cave degli arbori: onde aviene che per le selve e per gli ombrosissimi boschi si veggono spessi e belli sciami d’api pender da’ rami degli arbori, a’ quali raccogliere non fa bisogno usare alcun suono di rame. Si truovano spesse volte gran masse di favi di mele nascose negli arbori, e il mel vecchio abbandonato dalle api, conciosiaché gli contadini, essendo pochi, non vadano ricercando ciascun arbore in cosí gran boschi, di modo che alle volte si truovano gran laghi di mele nei tronchi degli arbori di maravigliosa grandezza.
Demetrio ambasciadore, uomo di natura faceta e piacevole, ci raccontò, con gran risa di tutti, come pochi anni sono un contadino della sua vicinanza, per cercar del mele, dalla parte di sopra saltò in un grandissimo arbore cavato, e che si sommerse insino al petto in un profondo gorgo di mele, e due giorni col mel solamente sostentò la sua vita, non potendo la sua voce che dimandava soccorso in quella solitaria selva arrivare all’orecchie de’ viandanti; alla fine, essendo disperato della sua salute, per maraviglioso accidente con l’aiuto d’una grande orsa indi cavato scampò, perciò ch’egli prese con le mani e abbracciò dalla parte di dietro le reni di quella bestia, calatasi come faria un uomo a mangiar del mele, e quella spaventata da subita paura egli la spinse, e col tirare e col molto gridare, a saltar fuori.
Li Moscoviti mandano anco per tutta l’Europa lino eccellente e canape per le funi, e anco molti cuoi di bue e gran masse di cera. Non si truova appresso di loro minera né d’oro né d’argento né d’altro metallo, fuor che di ferro, e in tutto quel paese non v’è segno alcuno di gemme o di pietre preziose, le qual cose tutte fanno venir da’ paesi forestieri. Nondimeno questa ingiuria della natura, che ha avuto loro invidia di tanti beni, è ristorata con la mercanzia di nobilissime pelli, il pregio delle quali, per la incredibil cupidigia e dilicatezza degli uomini, è tanto cresciuto che la fodra per una veste si vende mille ducati d’oro. E già fu tempo che si compravano a piú vil pregio, mentre le lontanissime nazioni settentrionali, del tutto ignoranti di politi ornamenti e della nostra ansiosa delicatezza, con grandissima simplicità le barattavano spesse volte in cose vili e da ridere, di maniera che communemente li Permii e li Pecerri per una scure davano all’incontro tante pelli di zibellini quante d’esse insieme strette li mercanti moscoviti potevano cavar fuori del foro della scure dove si mette il manico.

5. Della religione de’ Moscoviti e d’alcune lor cerimonie; della lingua e lettere che usano; donde comincino a numerar gli anni e da qual mese; delle leggi; del castigo che danno a’ malfattori, e come fanno confessar loro la verità
Cinquecento anni fa li Moscoviti adoravan gl’iddii de’ pagani, cioè Marte, Giove, Saturno e alcuni altri, i quali l’antica età, tirata da pazzo errore, d’uomini sapienti e di re se gli fece dei; ma allora primieramente si fecero cristiani che li vescovi greci, di natura non troppo stabili, cominciarono a discordarsi dalla Chiesa romana: e cosí avvenne che li Moscoviti seguitarono quelle cerimonie della religione, con quelle medesime opinioni e con quella sincerissima fede che impararono dai dottori greci, percioché tengono per fermo che lo Spirito Santo, terza persona nella divina Trinità, proceda solamente dal Padre. Nondimeno, secondo la drittissima verità, s’ha da credere che proceda dal Padre insiememente e da Cristo suo figliuolo: ma tal controversia, con gran contesa d’ambedue le parti trattata nel concilio fiorentino sotto papa Eugenio quarto, ebbe tal fine, che pareva che la pertinacia de’ Greci s’avesse piú tosto da riprendere nelle parole che nel sentimento, percioché i vescovi greci, vinti da evidentissime ragioni, confessavano che lo Spirito Santo era prodotto dal Padre per mezo del Figliuolo.
Fanno anco il Sacramento non di pane azimo, come veramente si debbe fare, ma di pan lievito, e i lor preti communicano tutto ‘l popolo sotto l’una e l’altra specie, nel modo che si communicano appresso di noi solamente li sacerdoti, cioè col pane e col sangue consacrato: la qual falsa opinione essendo stata appresa da’ Boemi poco avanti la ricordanza de’ nostri padri, si ribellarono alla Chiesa romana. Ma quel che a noi pare molto lontano dalla cristiana religione è che li Moscoviti tengono che l’anime de’ morti non si possino aiutare con alcune orazioni, né di sacerdoti né di parenti né d’amici, e pensano che ‘l purgatorio sia una favola, dal quale finalmente l’anime de’ fedeli, purgate e dalla lunga pena del fuoco e dalli molti officii mortorii e dalle indulgenzie de’ sommi pontefici, conseguiscano immortal felicità nella beata sedia del cielo.
Nell’altre cose osservano le medesime cerimonie che sono usate da’ Greci, e niegano superbamente e con molta ostinazione che la Chiesa romana sia la principale e capo dell’altre. Ma sopra tutto hanno tanto in odio li giudei che non possono sentirgli nominare, né vogliono che ne’ lor paesi ve ne siano, come que’ che gli stimano esser uomini pessimi e di male affare, i quali anco ultimamente abbino insegnato a’ Turchi a far l’arteglierie. L’istoria della vita e di tutti i miracoli di Cristo scritta dai quattro evangelisti, similmente l’epistole di s. Paolo sopra il pergamo con voce alta si leggono mentre si dice la messa, e li sacerdoti di buona vita leggono publicamente li sermoni de’ dottori della Chiesa, anche in quell’ore che non si dice messa. E stimano che non sia ben fatto ricever in chiesa a predicare quei frati incappucciati i quali, ragunato il popolo, sono soliti predicare con grandissima ambizione e con molta sottilezza disputar delle cose divine, percioché gli uomini che tengono la vera religione giudicano che gli animi rozzi degl’ignoranti facciano miglior profitto ne’ costumi piú tosto con simplice dottrina che con altissime esposizioni delle cose secrete. Li sopradetti libri sacri e gli espositori del nuovo e vecchio Testamento, e oltra di ciò Ambrosio, Agustino, Ieronimo e Gregorio, gli hanno tradotti in lingua schiava e gli serbano con molta riverenza.
Li vescovi e li capi de’ minori sacerdoti, stando ciascuno alla sua città e villa, hanno cura delle cose sacre, levano via le discordie e le liti, e con grandissima podestà di castigare perseguitano coloro che sono di cattivi costumi. Il lor sommo sacerdote, ch’essi lo chiamano metropolita, lo richieggono dal patriarca di Costantinopoli; gl’archimandriti e i vescovi, mettendo in una urna i nomi dei migliori, gli cavano a sorte. Di quegli uomini, i quali di lor propria volontà hanno rifiutato li mondani desiderii e si sono dati alla contemplazione delle cose divine e al servizio delle cose sacre, ve ne sono di due sorti, e ognuna d’esse abita ne’ monasteri. Ma l’una è vagabonda e di vita piú libera e sciolta, sí come sono appresso di noi li frati di san Francesco e di san Dominico; e l’altra è di monaci piú santi, l’ordine de’ quali fu instituito da san Basilio, e a loro non è lecito di metter il piè fuor della soglia della porta, ancora che fussero in estrema necessità, percioché, lontani dagli occhi de’ secolari, con asprezza incredibile menano la lor vita nelle secrete celle, e fan sí che si crede che abbiano macerati i desiderii della carne e abbiano l’animo molto confermato nella religione.
Tutto ‘l popolo è solito quattro volte l’anno digiunare, e piú giorni di continovo, astenendosi di mangiar carne, uova e latte: primamente nella primavera, all’usanza della Chiesa romana, dopo ‘l giorno delle Ceneri; dapoi anche, venuta la state, a onor di s. Pietro e di s. Paolo, e nel principio dell’autunno, quando si celebra la festa dell’Assonzione della Vergine Maria; e ultimamente avanti il verno, mentre s’annonzia l’avvento del Signore. Fra la settimana il mercordí non mangiano carne, e il venerdí lo fanno senza uova e senza latte, e il sabbato lo fanno con molta allegrezza, caricando la tavola d’ogni vivanda; ma, facendo altrimenti di quel che s’usa appresso noi, non osservano alcuna vigilia de’ giorni di festa. Portano grandissima riverenza alle chiese, di modo che in quelle non è lecito entrare né a uomini né a donne che si siano imbrattati nel peccato carnale, se prima non si lavano ne’ bagni che usano privatamente. E avviene spesse volte che molti, sí donne come uomini, udendo la messa stanno fuori della porta della chiesa, onde, notati della fresca lascivia, dai giovani importuni sono alle volte con cenni e motti piacevoli salutati.
Nella natività di s. Giovan Battista e nella pasqua dell’Epifania li preti donano a tutto ‘l popolo certi piccioli pani benedetti, e han fede che mangiandone coloro ch’hanno la febre ne rimanghino guariti. Fanno anco alcune altre feste a certo tempo dell’anno appresso a’ fiumi ghiacciati: mettono un tabernacolo nella ripa del fiume e, ragunata la nobiltà, cantano alcune laudi e spargendo molt’acqua benedetta benedicono il fiume, e andatogli attorno con solenne processione e consacratolo, tagliato il ghiaccio attorno attorno e levatolo via lo scuoprono incontinente. Finite con ogni cerimonia tutte queste cose, se vi è alcun ammalato o impiagato salta nel fiume e si lava nell’acqua benedetta, pensandosi per questo liberarsi dal male. Li morti, sí come si fa appresso di noi, sono portati alla sepoltura con mediocre pompa funerale, accompagnati da preti, con la testa coperta con un sciugatoio; e non sono sepelliti nelle chiese, come per una corruttela quasi empia e certamente abominevole s’usa appresso noi, ma ne’ chiostri o cimiteri fuori delle chiese, e al modo nostro quaranta giorni fanno loro gli officii mortori: della qual cosa in vero è da maravigliarsi, negando essi del tutto che l’anime si purghino nel purgatorio, e che la pena de’ peccati si rimetta per i prieghi degli amici né per alcun’opera di pietà. Nelle altre cose della fede credono fermissimamente quell’istesso che credemo noi.
Li Moscoviti usano e la lingua e le lettere schiave, come fanno li Schiavi, li Dalmatini, li Boemi, li Poloni e i Lituani: la qual lingua si dice esser piú usata di tutte l’altre, percioché molto s’usa in Costantinopoli nella corte del gran Turco, e non è molto tempo che in Egitto, appresso il soldano di Babilonia e i Mamalucchi suoi cavalieri, era gratamente ascoltata. In questa lingua fu tradotto gran copia di libri sacri, specialmente per diligenza di san Girolamo e di Cirillo. Hanno medesimamente in questa lingua, oltra i loro annali, scritte anco l’istorie d’Alessandro Magno, degl’imperadori romani e di Marc’Antonio e di Cleopatra. Non hanno avuto mai notizia né della filosofia né dell’astrologia né d’altre scienzie, né della medicina che procede per via ragionevole: coloro sono medici che fanno professione d’aver piú volte sperimentate le virtú d’alcune erbe alquanto piú incognite dell’altre. Gli anni appo loro non sono numerati dalla natività di Cristo ma dal principio del mondo; i quali non cominciano dal mese di gennaio ma dal mese di settembre. Usano in tutto ‘l regno le leggi simplicissime, fatte con somma giustizia, de’ principi e de’ giustissimi uomini: e perciò elle sono molto salutifere ai popoli, non essendo lecito d’interpretarle con alcune cavillazioni d’avocati e metterle sottosopra. I ladri, gli omicidiali e gli assassini sono castigati nella vita; e mentre danno il tormento a’ malfattori per fargli confessare, gittano loro da alto adosso di molta acqua fredda, la qual sorte di tormento dicono ch’è intolerabile. Alle volte isvelgono l’unghie con alcuni stecchi di legno a coloro che si mettono in ostinazione di non confessare.

6. Dell’esercizio, statura e complessione e abbondante vivere de’ Moscoviti; d’alcuni uccelli e pesci; del modo che tiene il principe in pigliar moglie; della cavalleria, stendardo, arme ed esercito suo
Tutta la gioventú s’esercita in varii esercizii, ma piú in quelli che s’avicinano all’arte della guerra: fanno a correre, giuocano alle braccia, fan correre i cavalli, e a tutti son proposti li premii, e massimamente a coloro che sanno tirar bene con l’arco. Universalmente li Moscoviti sono di mezana statura, ma di corpo ben complesso e muscoloso. Tutti hanno gli occhi di color glauco, le barbe lunghe, le gambe corte e gran pancia; cavalcano con le staffe cortissime tenendo le gambe rannicchiate, e ancora che fuggano, nondimeno, volgendosi con la faccia adietro, con grand’arte tirano le freccie. In casa vivono piú tosto abbondantemente che con politezza, percioché la lor tavola ordinariamente è apparecchiata e carica quasi di tutti quei cibi che si posson desiderare anco dalle persone golosissime, e con poca spesa, comprandosi per lo piú le galline e l’anatre per pochi soldi; di bestiame grosso e minuto ve n’è copia incredibile, e le vitelle ammazzate a mezo ‘l verno, agghiacciandosi le lor carni per il gran freddo, durano quasi due mesi senza guastarsi.
Con le caccie e con l’uccellagioni, sí come anco si fa appresso noi, s’apparecchiano vivande piú nobili, percioché pigliano ogni sorte di fiere con cani da caccia e con reti, e con astori e con falconi, che dal paese di Pecerra ne vengono maravigliosi; non pur cacciano li fagiani e l’anatre, ma li cigni e le grui. Penso che gli astori siano tra la piú bassa schiatta dell’aquile overo nibi, e che i falconi appresso gli antichi fussero tra la nobile schiatta de’ sparvieri. Pigliano anche un uccello alquanto negro, con le sopraciglia rossigne, della grandezza d’una oca, il quale nell’esser di carne saporita avanza il fagiano, e in lingua moscovitica lo chiamano tether (da Plinio è dettoerythratao), molto conosciuto da coloro che stanno nell’Alpi, e massimamente dai Grisoni, i quali abitano nella valle dove nasce il fiume Adda. Oltra di ciò nella Volga sono di grandi e saporitissimi pesci, ma migliori di tutti sono gli storioni, che anticamente credo che si chiamassero siluri, i quali il verno, messi nel ghiaccio, si conservano freschi per molti giorni. D’altri pesci cavano dai laghi Bianchi, nominati di sopra, quasi incredibil quantità.
Essi, non avendo vin natio, usano di quello che vien portato d’altri paesi, ma solamente ne bevono ne’ conviti solenni e ne’ sacrificii. Sopra tutto la malvagia alquanto dolce v’è stimata assai, ma l’usano solamente per medicina e quando vogliono mostrar gran delicatezza e magnificenza, essendo come un miracolo il bever lasú nella fredda Scizia vino che sia condotto di Candia per lo stretto di Gibelterra, e che, isbattuto da tante onde del mar Mediterraneo e dell’oceano, ritenga incorrotta la bontà del sapore e dell’odore. La plebe in luogo del vino usa una bevanda dettamedone, fatta di mele e di lupoli, la qual, messa ne’ vasi impeciati, invecchia, e invecchiando diventa migliore; usa anche la birra e la cervosa, come si vede che fanno li Poloni e i Tedeschi, le quali bevande son fatte d’acqua cotta col grano e con la spelta overo con l’orzo, e se ne bevono in tutti li conviti. Dicono, per la gran possanza che hanno simile al vino, che imbriacano chi ne beve troppo. Sogliono la state, per bever con maggior piacere, rinfrescar la birra e il medone mettendo nelle tazze o ne’ bicchieri pezzi di ghiaccio, che li nobili ne fanno conservare assai nelle caneve sotto terra. Vi sono anco alcuni che hanno per delicata bevanda un certo sugo fatto di ciriege amarasche, il quale ha il color chiaro e rosseggiante come il vino e il sapore gratissimo al gusto.
Le mogliere e le femine non sono appresso loro tenute in quel conto che sono appresso l’altre nazioni, percioché le tengono quasi in luogo di fantesche. Gli uomini d’alta condizione hanno gran cura d’esse e sono gelosissimi del loro onore: non le lasciano mai andare a conviti né a chiese che siano molto discoste, né inconsideratamente uscire in publico; ma le donne plebee facilmente e per poco prezzo si posson tirare all’amoroso piacere fino dai forestieri, di modo che si stima che i nobili poco attendono all’amore d’esse.
Al presente re Basilio già sono venti anni morí il padre, nominato Giovanni, e il quale ebbe per moglie una donna detta Sofia, figliuola di Tommaso Paleologo, ch’era signor della Morea e fratello dell’imperador di Costantinopoli: ella era allora in Roma, essendo Tommaso suo padre stato cacciato di Grecia per forza dai Turchi. Di questa felicemente ebbe cinque figliuoli: il detto Basilio, Giorgio, Demetrio, Simeone e Andrea; Demetrio e Simeone essendo già morti di malattia, Basilio tolse per moglie una donna chiamata Salomonia, figliuola di Giorgio Soborovio, consigliero di grandissima fede e di singular prudenza; l’egregie virtú della qual donna sono oscurate dall’aver ella disgrazia di non generar figliuoli. Il principe de’ Moscoviti, mentre delibera di tor moglie, ha per costume di far fare una scelta delle donzelle di tutto ‘l regno, e comanda che le piú virtuose e le piú belle gli siano condotte, le quali fa vedere per uomini idonei e matrone fidate: e ciò si fa con tanta diligenza che è lecito loro di vedere e di toccar le parti piú ascose e secrete. Di tutte queste, con ansiosa aspettazione de’ padri e delle madri, si publica esser moglie del re quella che gli è piaciuta; l’altre che eran venute al paragone contendendo della preminenza della bellezza e della pudicizia e de’ costumi, spesse volte il giorno medesimo, per compiacere al principe, son maritate a baroni e a soldati, di maniera che le donne nate di bassa condizione, col mezo della bellezza, mentre i principi sprezzano l’illustre nobiltà delle stirpe dei re, spesse volte pervengono alla somma altezza del matrimonio regale, come vediamo che son soliti fare li signor turchi ottomani.
Il re Basilio non arriva a quarantasett’anni, e per la bellezza del corpo e per la singular virtú dell’animo, e per l’amore e onore portatogli da’ suoi e per le cose da lui fatte, meritamente è da esser anteposto a’ suoi predecessori, percioché, avendo sei anni combattuto co’ Livoni, i quali in quella guerra tiravano in lega settantadue città, dando esso piú tosto che ricevendo alcuni capitoli, se ne partí vittorioso: e subito che cominciò a regnare ruppe li Poloni e prese Costantino Ruteno, capitano dell’esercito, e legatolo in catena lo menò nella città di Moscovia. Ma egli poco tempo dopo, appresso ‘l fiume Boristene, sopra una città detta Orsa, in un gran fatto d’arme fu vinto dal medesimo Costantino, il quale esso aveva lasciato andare; nondimeno una città di Smolenco, la quale prima era stata presa da’ Moscoviti, dopo cosí gran vittoria ottenuta da’ Poloni rimase anche in potere del re Basilio. Contra i Tartari, e massimamente contra li Tartari precopiti, che son nell’Europa, piú volte hanno li Moscoviti combattuto e vinto, vendicandosi valorosamente dell’ingiurie che fanno li detti Tartari con le spesse e subite correrie.
Il re Basilio è solito di conducere alla guerra piú di centocinquantamila cavalli, con le compagnie compartite a bandiere che seguitano tutte il lor capitano. Nello stendardo della schiera ove sta il re è dipinta la imagine di quel Iosuè ebreo il quale, come raccontano le sacre istorie, con divoti prieghi ottenne dal grande Iddio un giorno lunghissimo, avendo fermato il solito corso del sole. Le fanterie in quelli gran deserti non son quasi utili in cosa alcuna, parte per le vesti lunghe che giungono loro insino al collo del piè, parte ancora per l’usanza de’ nemici, li quali esercitano l’arte della guerra piú tosto col corso e velocità de’ cavalli che per forza di ferma battaglia e di venire ad affrontarsi. I lor cavalli sono di statura meno che mezana, ma forti e velocissimi; gli uomini a cavallo combattono con le lancie ferrate, con le mazze di ferro e con le freccie; alcuni pochi usano scimitarre. Cuoprono il corpo con le rotelle, come li Turchi asiatici, overo con targhe torte e angulari, come fanno i Greci; s’armano anche di corazze e di celate aguzze. Il detto re Basilio ha ordinato anche una banda di schioppettieri a cavallo, e nella fortezza della città di Moscovia si veggono molte artiglierie fatte da maestri italiani e poste sopra le lor rote.
Egli è solito mangiar publicamente, insieme con gli ambasciadori e baroni, con magnifico apparecchio e con grandissima umanità e piacevolezza, per la quale non si vien però ad abbassare in parte alcuna la maestà regale. E nella medesima sala dove si mangia, si vede in due credenziere distesa grandissima quantità di vasi d’argento dorati. Non usa tener banda alcuna di soldati nella sua corte per guardia della persona sua, fuor che la famiglia propria, né meno la tiene altrove. Le guardie son fatte dal popolo della città, il quale gli è molto fedele, e ogni contrada della città è serrata da porte e da cancelli, né è lecito andarsene la notte per la città inconsideratamente overo senza lume. Tutta la corte del re è fatta di signori e di soldati eletti, li quali, secondo il determinato tempo di mesi, sono mandati a chiamare da tutti i luoghi sottoposti al re per frequentare e nobilitar la corte, facendo scambievolmente l’ufficio d’accompagnarlo.
L’esercito veramente, quando sopravien loro la guerra o veramente la fanno publicar contra gli altri, si fa di soldati vecchi richiamati dalle stanze e di nuovi scelti nelle provincie, percioché in tutte le città coloro che sono soprastanti della guerra fanno far la mostra della gioventú, e quelli che sono atti gli scrivono a ruotolo de’ soldati, a’ quali al tempo della pace è dato dalle camere delle provincie un certo ma picciolo stipendio. Coloro veramente che sono soldati non pagano dazii e sono superiori agli altri della terra, e per il favore del re possono assai in tutte le cose, percioché, mentre si fa guerra, il luogo onorato si dà alla vera virtú: e per instituto singolare e molto giovevole, in ogni amministrazione di qualunque cosa, ciascuno, secondo che si vedono esser le operazioni sue, conseguisce condizione o di premio perpetuo o di biasimo sempiterno.

Il fine della narrazione di Paolo Iovio delle cose della Moscovia

 

 

 

 

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