STORIA E MITOLOGIA > Giovan Battista RamusioLa descrizione della Sarmazia europea del magnifico cavalliere Alessandro Guagnino veronese, tradotta dalla lingua latina nel volgare italiano dal reverendo messer Bartolomeo Dionigi da Fano, 1578

 

COMPENDIO DELLE CRONICHE DI POLONIA SECONDO L’ORDINE E SUCCESSIONE DE TUTTI I PRENCIPI E RE DI QUELLA GENTE, DA LECHO PRIMO DUCA E AUTORE DE’ POLONI SINO AL RE ENRICO VALESIO

Lecho primo duca e autore de’ Poloni

Quae modo Sarmatia est, quondam deserta fuerunt
invia, post magnas Deucalionis aquas.
Primus in haec Lechus popolum deduxit agrestem,
de patria pulsus seditione domo:
Dalmata vir, Phariis claro patre natus in agris,
quos rapidus curvis Crupa pererrat aquis.
Colle super pulchro properatae moenia Gneznae
struxit et a nidis nomen habere dedit,
omine permotus: multas ibi namque videbat
per vicinum aquilas nidificasse nemus.
Exule patre sumus, sed plurima regna per orbem
principia exulibus, dat sua Roma notho.

Doi illustri e magnanimi prencipi uscirono di questa gente slavonica over sarmatica, l’origine della quale abbiamo copiosamente descritta, uno de’ quali Cecho si chiamò e l’altro Lecho, fratelli tra loro. Questi, passate e superate molte difficilissime fatiche e molti duri travagli de’ tempi bellicosi nell’Illirico e nella Dalmazia, fastiditi dalle domestiche sedizioni che, posto fine alle guerre esterne, dalla pace e dall’ozio nascevano, essendo dotati d’ingegno nobile ed elevato elessero un’altra sorte di vivere, ed essendo guerra civile tra la lor gente si cavaro con quelli che li volsero seguire fuor delle lor trinciere. E usciti di Croazia, regione dell’Illirico, entraro verso ponente ne’ paesi di Germania e occuparo quel paese che giace tra l’Albi e la Vesera, fiumi celeberrimi; e fabricando una città e fortezza su le rive della Vesera la nominaron Bremia, denotando esser ormai finiti i gravi pesi delle lor miserie, percioché Bremia in lengua slavica significa peso; la qual città sin ora da’ Todeschi Bremen è chiamata.
Seguirono molte battaglie tra’ Germani e questi doi fratelli per cagione del paese da lor occupato, nelle quali assai cittade e castelli, spaventati della lor gran possanza, vennero volontariamente sotto al lor dominio. E cosí Cecho pose le sue prime stanze appresso li fiumi Danubio e Albi, nella città di Boemia, antica colonia de’ Romani, avendo scacciati in parte i primi abitatori e parte tra i suoi connumerati. Favorendolo poi la fortuna e la virtú, l’Austria, la Lusazia, la Moravia e la Misna alla sua obedienza sottopose. Lecho, l’altro fratello, eroo magnanimo, passò piú inanzi assai col suo esercito l’anno della nostra salute cinquecento e cinquanta, per trovare ed elegere a sua voglia luochi piú abitabili; e andando da ponente verso settentrione giunse in questi campi ove ora è la Polonia, e fermossi con i suoi appresso il fiume Vistola, nell’istesso luoco di dove si eran già partiti i Vandali. Dopo, tirando dalla Vistola al fiume Odera alla volta di levante e del settentrione, sottomise al suo imperio tutte quelle provincie ch’oggi la Slesia, il marchesato di Brandburg, la Prussia, Meckelburg, la Pomerania, l’Holsatia e la Sassonia si chiamano, avendo tagliati a pezzi, scacciati e parte anco ricevuti in grazia gli antichi abitatori di quei luochi. Mentre Lecho col valore va cosí dilatando i termini del suo imperio, fu da un certo signorotto di Germania, col quale aveva lungo tempo guerregiato, sfidato a singolar duello per diffinire con la spada tra essi due le lor differenze, nate dall’ingordizia di signoregiare. Accettò animosamente Lecho la disfida, e, venuti a battaglia sulla vista de’ lor eserciti, assalse con tal valore Lecho il suo contrario ch’al primo affronto li tolse la vita, e fecesi patrone di tutto il suo stato, nel quale sono molti luochi maritimi, chiamato ora Pomerania.
Pacificato ch’egli ebbe il suo imperio e debellati tutti quelli che nuocer li potevano, si dette ad assettare le cose del regno, e andando revedendo i deserti di Polonia considerava i luochi piú forti e piú commodi da fabricare cittadi e fortezze; e a caso trovò un luoco molto forte per sito o per natura, per esser serrato d’ogni intorno da laghi e da fangose paludi; qual grandemente piacendoli, ivi fondò la prima città e fortezza ch’egli edificasse, la qual fu da lui chiamata Gnezna dalla gran moltitudine de’ nidi d’aquile ch’in esso luoco ritrovò, percioché in quella lengua i nidi degli uccelli gniazdo si chiamano. E per consiglio degli aruspici e indovini prese per arma un’aquila bianca che l’ale spiega in atto di volare e fecela porre nell’insegne militari; onde sin da quel tempo è dai re di Polonia sempre per arma del regno polonico stata adoperata. Da Lecho pertanto, primo duca e autore de’ Poloni, furono essi da’ Ruteni e dagli altri Slavi chiamati Lechiti, e i Boemi da Cecho fur chiamati Cechi; e il nome con che ora si chiamano i Poloni è stato cavato dalla pianura e campi aperti ne’ quali essi abitano, perché (sí come di sopra è stato detto) il campo da lor si chiama pole. Avendo per tanto Lecho fatte molte onorate imprese, e benissimo ordinate le cose del suo regno, felicemente uscí di questa vita. Dopo la morte del quale non si truova cosa alcuna certa de’ suoi legittimi eredi e successori, e sopra questo è gran varietà negli istorici poloni; ma lui per testamento ordinò che i popoli dovessero elegere uno della lor nazione che fosse della republica benemerito e valoroso nell’armi, e a questo dovessero obedire.
Visimiro, uno de’ discendenti di Lecho, prencipe de’ Poloni, avendo dilatata la sua signoria sin a’ confini de’ Dani, ed essendo i suoi luochi per la vicinanza grandemente infestati e predati da Sinardo, re de’ Dani, raccolto aiuto da tutte quelle parti ch’egli puoté, e fatta una potente armata, la forní di soldati e si mosse alla volta de’ nimici. Era tra gli altri suoi legni un naviglio di smisurata grandezza, l’aspetto solo del quale spaventò grandemente i Dani, che sotto la guida di Sinardo lor re eran venuti con le lor navi ad incontrarlo: e venutosi a battaglia, fur da’ Poloni i Dani rotti e messi in fuga, e datali la caccia insino in terra occuparono in Dania col favor della vittoria l’isole Ruggia, Hemeria, Teondia e Salendia, nelle quali fabricate molte città e castelli, le fortificò con presidii de Poloni. E sina a’ nostri tempi ritengono queste città i nomi da’ Poloni in lengua slava postoli, come sono Wisimer da Wisimero, Lubeca, città ricchissima e popolosa, Dancica, terra famosissima, fondata da’ Poloni su’ liti del mar Germanico per un ostaculo contra le correrie de’ Dani. Avendosi poi Visimiro fatto tributario il re de’ Dani e tolto un suo figliuolo per ostaggio, dopo assettate le cose di Dania ricondusse l’armata carica delle spoglie de’ nimici a salvamento in Polonia. Ed essendo successa bene a’ Poloni questa prima impresa navale, presero animo grande e attesero ad esercitarsi nelle cose maritime.
Passati alquanti anni, sopportando mal volontieri il re Sivardo il giogo de’ Poloni, fece lega con gli Holsazi e con i Swezii, e levatosi dalla obedienza mosse di nuovo guerra a’ Poloni, menandoli sopra un numeroso esercito. Ma anco questa seconda volta fu da’ Poloni rotto e le sue genti messe a fil di spada in Scania, ed essendosi il re con la fuga salvato, poco dopo, vedendosi privo dell’esercito e le sue cose redotte a mal passo, morí di puro dolore. Dopo la cui morte Visimiro soggiogò al suo imperio gran parte della Dania, e dopo aver fatte molte altre degne imprese, e aggrandito assai il suo stato, morí senza lassar figliuolo alcuno. Estinta che fu in Visimiro la casata di Lecho, se misero i Poloni in libertà, e non volendo comportare d’esser da alcun prencipe straniero signoregiati, fatta una general dieta in Gniezna crearono dodeci palatini, uomini tra lor prencipali e valorosi, a’ quali della lor republica dettero il governo. Qual non durò piú di venti anni, percioché, essendo il dominio in man de molti, cominciarono per ambizione a discordar tra loro: da che ne successero guerre civili e scambievole occisioni, che dettero animo a’ popoli finitimi di liberarsi dal giogo de’ Poloni. S’accorsero i Poloni de’ gran danni che cagionava la signoria di tanti, onde, chiamata la general dieta, elessero per lor signore un certo Craco o Croco, uomo in quei tempi molto segnalato, e il quale descendeva dalla casata di quel Cecho che di sopra nominato abbiamo.

Craco prencipe de’ Poloni

Eluctata iugo multorum, patria Cracum
praefecit rebus laeta lubensque suis.
Finibus hic pepulit Gallos, qui nostra ruebant
in rura, exustae post mala Pannoniae.
Invitus regni tenuit quoque sceptra Bohemi,
et rexit geminum, carus utrique, solum.
Tunc habitasse draco fertur sub rupe Vaneli,
dirus vicini depopulator agri:
sulphure farcit ovem Cracus, monstro obiicit, illo
interiit ingens bellua victa cibo.
Conditur a Croco Cracovia: fabula Grachi
frivola Romani iam mihi, quaeso, tace.

Croco, descendente di Cecho, autor de’ Boemi, recevuta ch’ebbe di commun volere la signoria di Polonia, raffrenò le genti finitime, che già aveano cominciato a rebellarsi, e diffese valorosamente il regno dagli insulti de’ nimici: ruppe un grosso esercito de’ Galli che, usciti de’ lor paesi, dopo aver messo l’Ungaria tutta a ferro e a fuoco, venivano per scorrere e predar la Polonia. Finalmente paceficato il suo stato, riempí di lavoratori i luochi inculti e a cultura li redusse, ed edificò una famosa città o fortezza in un luoco ditto Vanel, appresso il fiume Vistola, e dal suo nome la chiamò Cracovia.
Si ritrovava in una spelonca di questo luoco, a quei tempi, un dracone di grandezza smisurata che, stando in essa ascoso, n’usciva quando dalla fame era cacciato, e col suo venenoso fiato corrompeva di sorte l’aere che molti ne morivano, e, scorrendo per la città e per i luochi vicini, mangiava ciò che egli di vivo incontrava. Onde, per fuggir questo danno, fur i cittadini sforzati porli ogni giorno alla bocca della spelonca tre corpi de bestie, affine che, trovando egli da mangiare commodamente, non uscisse a farli sí gran danno. Ma prevedendo Craco che il continuare questa cosa averia cagionato, a lungo andare, ch’essi senza bestie (tanto all’uman genere necessarie) seriano restati, fece scorticare un vitello ed empita la pelle di solfore e di salnitro e di pece la fece porre alla bocca della spelonca nell’ora ch’a pigliare il pasto il dracone uscir soleva; che giunto ivi tutto famelico, né trovando se non questa sol pelle, la devorò credendola una bestia. Né passò troppo che, operando il calor grande di quella mistura, cacciata la bestia da l’ardor che dentro aveva, corse al fiume Vistola e bevé tanto che finalmente crepò. E Craco, dopo l’aver lungamente regnato e bene ordinate le cose del suo stato, lassando doi figliuoli, Craco e Lecho, e una figliuola nomata Vanda, uscí di questa vita.
Sepulto che fu Craco secondo il costume del paese, chiamata la dieta elessero i Poloni in lor prencipe Craco secondo, figliuolo di maggior età del primo Craco; ma Lecho suo fratello, spento dall’ambizione e dalla invidia ch’alla grandezza del fratello portava, l’uccise in una caccia, e disse (aggiungendovi lacrime fente) ch’egli, mentre temerariamente una fiera seguiva, era da cavallo cascato e dalla fiera crudelmente stracciato. Con la qual arte ebbe astutamente Lecho la signoria del paese, ma non passò troppo ch’essendosi l’inganno scoperto egli fu del regno discacciato.

Vanda donna d’animo virile

Connubii ob crebram virgo formosa repulsam
Teutonici Vanda bello petita ducis,
hosti congreditur, vincit. Magno ille pudore
incumbit gladio, se peremitque suo.
At victrix: “Mea virginitas sit victima vobis,
o superi, per quos est mihi sospes, - ait, -
Rotogari effugi thalamos”. Sic fata, sub alti
se fluvii rapidas praecipitavit aquas.
Bactra Semiramidem, Tomirin Scitaque ornet, utrique
quam meus anteferat laude Polonus habet:
aequentur regnis, aequentur Marte, licebit,
aequari Vandae quae, rogo, morte potest?

L’anno della natività di Cristo nostro Signore settecento e trenta Vanda, quarta nell’ordine de’ duchi di Polonia, unica e legittima del regno erede, fu con universal consenso al governo di quello inalzata. Governò questa la republica, menando vita verginale, strenuamente e con rara e prudenza e forteza, non altrimente che un’altra Pantasilea o un’altra Ortigia. E adescando la fama della sua rara e singolar bellezza gli animi de molti prencipi al suo amore, come con l’amo i pesci pigliar si sogliono, li fu dato questo cognome di Vanda over di Venda, ch’in lengua slava significa l’amo con che si piglia il pesce. Tra gli altri prencipi che per fama della sua gran beltà di lei inamorati si erano, era smisuratamente amata da Ritagora, prencipe germano, che spesse volte per suoi ambasciatori ricercò di averla per moglie, né mai puoté venire al suo disegno, rispondendo essa non volersi a modo alcuno maritare. Onde, vinto per queste repulse e dall’amore e dallo sdegno, mosse guerra a’ Poloni, sperando ottenere quello con la forza a che dalla durezza della donna si vedeva tagliar ogn’altra strada, e credendo che i Poloni, spaventati delle sue gran forze, glila dovessero consignare in moglie. Ma Vanda, avendo raccolti da piú bande grossi aiuti, intrepidamente ad incontrar lo venne, e fatto con esso doi sanguinosi fatti d’arme nell’uno e nell’altro restò vittoriosa, tagliando a pezzi tutte le genti del nimico; e Ritagora a fatica con la fuga gli uscí delle mani, che quando poi, ridotto in sicuro, considerò le cose seguite e videsi esser stato doi volte da una donna superato, fu da tal dolore e vergogna assalito che, non volendo piú vedere il sole, con la sua propria spada se uccise. E Vanda, lassando una memorabil vittoria a’ suoi Poloni, avendo offerta la sua verginità agli dei, si gettò giú d’un ponte nella Vistola, cosí finendo la vita entro a quelle acque; il corpo della quale, essendo dopo stato trovato in bocca della Dlubna, ove essa entra in la Vistola, fu sopra un luoco elevato sepulto, un miglio luntano da Cracovia.
Non restò dopo Vanda successore alcun legittimo, onde tornarono un’altra volta i Poloni ad elegere i dodeci palatini che, governando altrettante provincie, mantenessero il stato e la riputazione di quel regno. Ma ne seguí il contrario, percioché, convertendo essi l’arme, che voltar dovean contra il nemico, contra proprii paesani, crudelmente per gara di commandare tra loro l’uccidevano; d’onde nacque che i Marcomanni, gli Unni e i Germani da ogni banda quel regno travagliarono.

Premislao, overo Lesco primo

Restituit patriae magna virtute ruinam
Lesco suae, miris usus in hoste dolis.
Sub nemore hostis erat, Lesco sub nocte silenti
appendi galeas per nemus omne iubet;
sol oritur, galeas accendit, it obvius hostis
in nemus, instructi militis arma putans:
nil reperit, species quia Lesco removerat illas,
sic nostros Moravis terga dedisse putat.
Castra mero celebrat, belli securus, in antris:
Lesco venit tenebris, castra sopita capit,
aeternumque hosti dat somnum, longa Polonis
otia, finitimis foedera, iura, metum.

L’anno del parto virgineo settecento e cinquanta, essendo guerra in Polonia per la discordia che tra’ palatini regnava, uno solo di essi, chiamato Lesco, cercava l’utile della patria e non il suo. E avendo fatta in quei tempi i Moravi una grossa correria nella Polonia, mentre tornano indietro carichi di preda, fur da Lesco, che raccolti molti soldati seguitati gli aveva, giunti e assaliti apresso il monte ch’or si chiama Calvo, nel luoco ove adesso è la famosa chiesa di Santa Croce, e ove i Moravi, fuor d’ogni pensiero d’esser da’ nemici assaliti, s’erano accampati all’ombra de’ boschi vicini; e fattoli dar all’arma, subito nelle vicine selve si ritirò con le sue genti. E i Moravi, che già avean prese l’arme, quando viddero i Poloni esser cosí in un subito smariti, imaginandosi che per paura indi fuggiti fossero, deposte l’arme, non avendo piú alcun sospetto de’ nemici, si dettero largamente a bevere e indi a dormire. Alora Presmilao, che questa occasione aspettava, su la mezanotte uscí fuor delle selve e, divise le genti, assalí da piú bande i Moravi adormentati e, uccisili tutti, recuperò la preda e i pregioni. Dalla qual vittoria reso illustre, fu con i suffragii de tutta la gente, sprezato il molto numero de’ governatori, eletto per signor de tutto il regno; nel quale avendo fatte molte degne imprese e restaurate con la sua gran virtú le ruine della patria, uscí di vita senza alcun figliuolo.

Lesco secondo

Attulit huic regnum variorum cursus equorum
et praeter morem sors oculata suum.
Dignus erat regno, quamvis patre natus agresti,
rusticus et modica iustus arator agri.
Non bello quam pace minor: mireris in illo
hoc, qui nulla umquam noverat arma, viro.
Ante oculos voluit monumentum vile prioris
fortunae, sagulum, semper habere suos.
Et tamen illius non legerat ille poetae
Sarmatico dignum carmen in orbe legi.
Fortunam reverenter, quicunque repente
dives ab exili progrediere loco.

Morto Premislao Lescone l’anno settecento e ottanta della nostra salute senza lassar posteritade alcuna, nacque gran differenza tra’ senatori e il popolo per l’elezione del futuro signore, la qual fu ultimamente di commune consenso levata col terminare ch’il prencipe nell’infrascritto modo si elegesse. Piantarono una colonna inanzi ad una porta di Cracovia e la corona e il scettro regal sopra vi posero, e per publico bando fecero per tutto intendere ch’un giorno terminato tutti quelli ch’al regno aspiravano dovessero trovarsi a cavallo appresso il fiume Pradni, perché, d’indi date le mosse a tutti a un tempo, quello nel regno succederia che prima alla colonna giungesse. Publicata per il regno questa cosa, un giovene di bassa famiglia, ma astuto molto, considerato ben il tutto, ficcò per strada ove il corso esser doveva molti chiodi di ferro con le punte in su e, coperteli pulitamente con la terra, pose ben mente al luoco che netto de chiodi avea lassato, per occuparlo esso nel corso. Venutosi pertanto a questa prova, esso, preoccupato il luoco buono, giunse solo alla colonna, essendo tutti gli altri restati adietro coi cavalli feriti: e con questa astuzia inalzò se stesso al regno. Ma presto questo occulto inganno si fece palese, percioché, essendosi sfidati doi gioveni a correr per l’istessa strada a piedi, restaro ambidoi da questi chiodi feriti; uno però manco dell’altro, qual essendo alla colonna giunto, l’altro, sentendosi pungere i piedi, volse chiarirse di dove ciò venisse e, trovato l’inganno, negava voler pagare quello ch’eran prima tra lor stati d’accordo. Onde, essendo la causa andata inanzi al magistrato, fu scoperta la fraude con la quale Lescio s’era del regno impatronito. Levatosi pertanto il rumore de’ nobili e prencipali del regno, fu Lescio privo della degnità e fatto squartare a coda di cavalli, e il giovene ch’a piedi era corso alla colonna fu di voler de tutti ornato della degnità regale e chiamato Lesco secondo. Questo, quantunque fosse plebeo, si portò tuttavia in modo come se di regal sangue nato fosse, e tutto il tempo di sua vita esercitò questo, che, vestitosi gli ornamenti regii, si poneva sopra quelle veste di lana che soleva prima portare, per un ricordo della vita di prima e per burlarsi della fortuna che molte volte suol buttare al fondo quelli che da bassi luochi inalza: la qual consuetudine osservavano anco molti altri prencipi poloni. Finalmente, dopo l’aver fatto molti fatti eroici, morí Lesco lassando un sol figliuolo dell’istesso nome.

Lesco terzo

Quam fuerit belli cupidus, quam Martis amicus
iste, vel hoc signo duscere quisque potest.
Cum sub eo patriae pax arma quieta teneret,
bellandi fieret nullaque causa domi,
impatiens otii Graicos contra atque Latinos
Pannonibus toties auxiliaris erat.
Viginti genitor varia de matre nothorum,
infamat quantum tanta libido virum.
Saepe, licet magna post multa trophaea legantur,
et Cipriae studiis incubuisse divos,
quod si defendi exemplo non possit Achillis,
Lesco, et Alexandri, Mars quoque moechus erat.

Sepulto Lesco secondo l’uso della patria, fu salutato per signore Lesco terzo suo figliuolo, e settimo nell’ordine de’ prencipi poloni. Non degenerò punto da’ costumi paterni, e col suo valore acquietò tutti i nemici circonvicini e redusse tutto il suo stato in pace e sicurezza grandissima. Dopo, non potendo l’ozio sopportare, andò con l’esercito in aiuto degli Ungari e de’ Sassoni che contra l’imperator romano Carlo Magno guerreggiavano, e finalmente l’anno ottocento e uno fu nella Slesia da Carlo Magno con le sue genti ucciso in compagnia de’ Boemi, Pomerani e Pruteni, in un fatto d’arme che appresso il fiume Odera successe. Popelo figliuolo legitimo del quale (percioché vinti altri n’avea di concubine, a’ quali avea assignato stati in Pomerania), intesa la morte del padre, prese l’insegne del regno.

Popelo primo

An ne tibi lectum tantum, lascive, reliquit,
non etiam clipeos armaque dura pater?
Et Veneri tantum iussit servire? Gradivo
non etiam, o noster Sardanapale, suo?
Quandoquidem in fratrum tam multa gente tuorum
legitima solus coniuge natus eras,
successisse etiam patris te laudibus aequum,
non tantum vitiis imperioque fuit.
At genitore tuo felicior ipse fuisti
hac in tam rari parte, Popele, boni,
quod tibi dissimilem genuisti, quique putaret
a cuculo cuculum degenerare nefas.

Popelo, primo di questo nome, e di Lesco terzo figliuolo, che da’ Germani fu chiamato Osserich, morto che fu il padre prese il governo del regno l’anno del Signore ottocento e quindeci. Degenerò questo grandemente dalla paterna virtú, e sprezzando di tener la sede regale in Cracovia la transferí prima in Gnezna e indi in Grufficia, ove anco nel laco Goplo una fortezza edificò. Né altro di lui resta da scrivere, non avendo mai fatto cosa di memoria degna, ma atteso solo a piaceri e a solazzi. Soleva questo nelle sue maledizioni dir spesso queste parole: “O fosse io da’ sorci rosegato!”; il che, quantunque a lui non occorresse, intervenne, come di sotto si dirà, al suo figliuolo.

Popelo secondo

Dum timet hic regno, vir inutilis, et cum
coniuge consultat quid male tutus agat,
vim morbi simulat, patruos accersit et illis
(viginti fuerant) toxica mista dedit.
Orta cadaveribus vis murum erupit et illum,
uxorem, natos undique dente petit,
dilaniat: frustra medios fugiebat in ignes,
frustra in Glopeas perfidus hospes aquas.
Discite iustitiam, qui propter lucra paratas
fertis et exertas ad scelus omne manus.
Est Deus, est scelerum vindicta, est poena malorum:
unde putes minime posse venire, venit.

L’anno del salutifero parto della Vergine ottocento e trenta, Popelo secondo, succedendo al padre nel regno, non li fu punto dissimile ne’ costumi libidinosi, percioché, lassato da parte i negozii del regno, si dette agli ozii, a’ balli e alle delicie. E oltra di questo non lui, ma la sua moglie commandava, che da lui fuor d’ogni termine era amata. Per la qual cosa i baroni del regno, chiamandolo Sardanapalo di Polonia, poco, anzi niente lo stimavano. Onde Popelo, considerata questa cosa, venne in sospetto che i Poloni lo privassero del regno e ch’in suo luoco sustituissero alcuno de’ suo cii; e però, preso consiglio dalla moglie, finse esser infermo, e fatti chiamare a sé vinti suo cii, prencipi di Pomerania, e stando in letto, strettamente li pregò che caso ch’egli di questa infermità morisse fossero contenti di sustituire uno de’ doi suo figliuoli nel regno: il che promisero essi di volentieri esequire, ogni volta che vi concoresse la volontà de’ principali del regno. E fra tanto che essi insieme ragionano, apparecchiò la regina per darli bere una bevanda avelenata, e, fattala ad essi appresentare, gli esortò che volessero tutti bevere. Fecero loro quanto essa ricercava, e poco dopo, partitisi dalla presenza del re, fur tutti da quella bevanda uccisi. La qual nuova venuta in palazzo, gridò con allegrezza la regina ch’i dei giustamente castigati avevano quelli che contra la vita del lor signore machinavano, e però per comandamento della regina furono i corpi loro come de rubelli lassati insepolti e gettati nel laco Goplo. E subito Dio, giusto vendicatore del scelerato omicidio, fece di quei corpi in maraviglioso modo uscir una gran moltitudine di sorci, che con strepito terribile assaltaro il re, che con la moglie e figliuoli nella rocca attendeva a conviti; né mai con arme né con fuoco discacciar si puotero. Alora il re, spaventato dall’inusitato né mai piú udito pericolo, fuggí con la moglie e con i figli nella rocca che sin ora è nel laco Goplo appresso il castello Crusphicia; ma crescendo di continuo i sorci in tanta quantità che e l’acqua e la terra coprivano, tutti con stridi orribili lo perseguitavano, onde i marinari che vogavano la barca ove era il re, temendo il manifesto pericolo e che in mezo all’acque li fosse la barca da’ sorci rosegata, s’accostarono alla piú vicina riva e fuggirono quanto piú lontano puotero. E il re con prestezza si salvò nella rocca fortissima con la moglie e figliuoli, ove furono da’ sorci consumati in modo che di lor non ne restò segnale alcuno.

Piasto crusphicense

O priscos hominum mores, o nescia fastus
simplicitas, ingens o probitas et amor!
Non puduit proceres homini dare sceptra Polonos
qui modo cultor agri Crusphiciensis erat,
ob solas virtutis opes, virtutis honorem,
qua vir in exigua floruit ille casa.
Hoc orti de fonte duces regesque Poloni
duravere dies ad, Ludovice, tuos.
Compita Crusphiciae veterum, nostro estis in orbe
eventu gemini nobilitata ducis:
regnum ruricolae deferri, a mure vorari
regem, res aeque prodigiosa fuit.

Consumato monstruosamente da’ sorci Popelo secondo, nacquero l’anno ottocento e quarantadoi nella dieta di Crusphicia molte contese per cagione dell’elezione de nuovo prencipe. Si ritrovava in questo tempo in Crusphicia un certo Pijasto, uomo simplice ma di gran virtú e bontà, al qual, mentre la dieta ancor durava, nacque un figliuolo; per il giorno de l’imposizione del nome del quale, secondo il costume del paese, apparecchiò Pijasto doi vasi di perfettissimo miele e fece amazzare un porcello per ricevere allegramente gli invitati. Giunsero in quei giorni in Crusphicia doi uomini sconosciuti e in abito forestiere (è fama che furono i santi Giovanni e Paulo romani) che, volendo entrare nel palazzo ove l’elezione si trattava, non gli fu promesso, e andati in casa di Pijasto fur da lui amorevolmente accettati e umanamente trattati. Li quali radettero, secondo il costume di quei popoli, il nato fanciullo, e mettendoli nome Semovito si partirono, né mai piú veduti furono. Per il gran concorso delle genti in Crusphicia per cagione della dieta, vi era grande ed estrema carestia delle cose all’uman vito necessarie, onde andavano molti a casa di Pijasto a comprarsi quanto li faceva di bisogno; nella quale, dopo la partita di quei santi, mai venne a manco né il pane né il miele né la carne porcina, moltiplicando Dio, larghissimo donatore e remuneratore, in essa tutte queste cose: ed esso senza alcun prezzo abondantemente ne porgeva a tutti, quanto il lor bisogno ricercava. Per lo che vedendo tutti Pijasto esser dalla potente mano de Dio tanto favorito, e a viva voce e con i soffragii l’elessero monarca del lor regno. Il qual, quantunque nato di basso lignaggio, governò per vinti anni con somma destrezza e fortezza il regno a sé commesso; dopo, essendo vivuto cento e venti anni, uscí di vita lassando Semovito suo figliuolo, dal sangue del quale sono disceso i duchi e re che signoreggiarono la Polonia, sino al tempo del re Ludovico ungaro.

Semovito

Sic et Alexander iuvenis, vix illa suarum
ingressus rerum limina magna, perit,
ut Semovite peris, patriaeque relinquis acerbos
maerores, iustam mortuus ante diem.
Ense tuo eiecti de nostro turpiter agro
ultra Carpathium Pannones usque iugum.
Tota tibi solvit Pomerania victa tributum,
fluctibus et nostris accola quisquis erat.
Quatuor annorum sunt haec omnia, quid si
non abrupta tibi tam cito vita foret?
Quamvis, quantumvis modicae sub tempore vitae,
maxima qui gessit vixit abunde diu.

L’anno della umana redenzione ottocento e nonantacinque Semovito, fatte le solenne esequie al padre, fu assonto al regno. Questo con rara e segnalata prudenza, fortezza e providenza resse il popolo a sé comesso, e spesso scacciò i nemici da’ confini del suo imperio: e fu tale il suo valore che astrense gli Ungari, i Boemi, i Cassubri e i Pomerani a pagarli tributo. E fatte, in quattro anni ch’egli regnò, molte egregie imprese, morí in età giovenile, lassando la patria vittoriosa e pacefica e un figliuolo che fu poi Lesco quarto.

Lesco quarto

Quam pater invictis Semovitus fecerat armis
pacem, Sauromatis attuleratque suis,
filius est illam miro complexus amore,
et vitae summam fovit adusque diem:
vir cuius mores nemo reprehendere possit,
aut nisi quem pugnae classica bella iuvant.
Sed cur bella geras, frueris qui pace. Quid optes,
contentus proprio qui potes esse, meum?
Gloria ad arma vocat multos laudumque cupido,
spes praedae multos dives ad arma vocat,
utraque bellandi causa iniustissima: solam
quae pacem querant proelia iusta voca.

L’anno del parto della Vergine novecento e doi, successe Lesco al padre Semovito, essendo ancora in giovenile etade, onde fu sotto tutori sin che pervenne all’età atta a governare; nella quale, non essendo da alcuno provocato, mantenne il regno nella pace dal padre lassatavi, non degenerando punto dalle virtú del padre e dell’avo. Ma ancor lui prevenuto dalla morte nella sua piú fresca etade, lassò un figliuolo chiamato Semomislao.

Semomislao

Ultimus iste fuit nostrorum ex ordine regum
ignari falsos qui coluere Deos.
Huic peperit coniunx oculorum luce carentem
haeredem, sterilis cum foret ante diu.
Mos erat infanti, vitae ut compleverat annum,
ludere quod vellet nomen habere pater.
Ergo, dies venit simul illa, recepit ocellos,
ostentum dubia plebe stupente, puer.
Res ea signabat discussa nocte Polonos
visuros lucis lumina vera novae.
Visuros illo Christum sub rege negemus,
quod bona praestituat quaeque futura Deus.

Morto Lesco, fu assonto al regno il figliuolo Semomislao, l’anno novecento e ventuno. Né questo fu dissimile a’ suoi predecessori, e a pena nell’ultima sua vecchiezza puoté aver un figlio, e quello cieco nacque. Ed essendo redotti in Gnezna i prencipali del regno per raderlo e metterli il nome, fu da essi Miescone nominato: e mentre, posti a tavola, cominciano a mangiare, venne chi portò la nuova ch’il cieco fanciullo avea ricuperato gli occhi, e restando e il padre e gli altri tutti attoniti per questa nuova, fu il fanciullo ivi portato con gli occhi aperti e belli. Volse intendere il re da’ suoi indovini quello che ciò poteva significare, quali resposero che sí come questo suo figlio per grazia degli dei era stato illuminato, che cosí per suo mezo fra poco tempo la Polonia saria illuminata, il che anco successe. E finalmente Semomislao, lassando il regno in stato tranquillo, uscí di questa vita.

Miesco primo

Christe, sub hoc ad nos venisti principe, ab hoste
possessas Stigio commiseratus oves.
Cesserunt idola tibi, Mars, Leda, Gemelli,
Cynthia, Pluto, Ceres, Iupiter, Aura, Venus.
Foemina te nobis ostendit prima, Bohemo
sanguine, prima crucem nos docuitque tuam.
Sic tu prima quidem nobis es caussa salutis
ipse Deus, mulier caussa secunda fuit.
Illa tuo tingi Mesconem fonte maritum
fecit, terra suum est tota secuta ducem.
Plurima tunc data sunt tibi templa, novemque cathedrae,
et quas sacrifici dilapidamus opes.

L’anno del Signore novecento e sessantadoi, sepulto Semomislao con le solite pompe, Miesco suo figliuolo, il qual nato era cieco e poi, come si disse, avea miracolosamente la vista recuperata, fu da’ Poloni eletto al governo del paterno regno. Aveva questo sette concubine, né mai da alcuna d’esse puoté aver figliuoli, per il che si ritrovava molto malcontento. Praticavano in quel tempo nel suo regno molti cristiani, quali l’esortavano, se desiderava aver figliuoli, abbraciare insieme con le sue genti cristiana fede. Dalle quali persuasioni mosso, Miesco mandò ambasciatori a Boleslao, alor re di Boemia, quello che con gran ribaldaria aveva ammazato san Venceslao, suo fratello germano, domandandoli una sua figlia per moglie; il che promise Boleslao di far molto volentieri ogni volta che egli insieme co’ suoi si battezzasse. Piacque la condizione a Miesco, e l’anno della nostra salute novecento e sessantacinque si battezò con tutta la sua gente, e lassato il nome di Miesco fu chiamato Mieczslao, pigliando quasi il chiaro nome con la spada. E subito mandò commissione per tutto il regno che alli sette di marzo si gettassero per terra, si spezzassero e si abbrusciassero tutti gli idoli ch’erano nelle terre e luochi a lui sogetti; percioché quei popoli prima onoravano col divino culto molte creature, come il sole, la luna e l’aura, che essi Pegwisd chiamavano. E oltra questo adoravano Iove, da essi detto Iossa; Plutone, qual Lacton over Lactone nominavano; Cerere, chiamata Niam, un tempio famosissimo della quale era nella città di Gnezna; Venere e Diana, questa detta da lor Ziovonia e quella Marzana; e anco Lelo e Poleto, da’ Romani chiamati Castore e Poluce: e sin ora ne’ conviti o mentre insieme bevono raccordano queste genti i nomi loro, gridando spesso d’allegrezza queste parole, Lelo e Poleto.
Solevano, ne’ giorni dedicati alle feste di questi lor dei, ridursi gli uomini e le donne, i gioveni e i vecchi, tutti in un luoco a ballare e giocare, e massime alli venticinque di maggio e alli venticinque di giugno: la qual congregazione chiamavano stado, cioè squadra. La qual cosa nelle ville de’ Ruteni e de’ Littuani ancora s’usa, percioché dalla dominica di Pasqua insino alla festa di san Giovanni Battista si raccogliono le donne e le donzelle a squadre a ballare, gridando con voci geminate questa parola, lado lado, e battendo insieme le mani vanno in giro ballando. E nella Slesia, a’ confini di Polonia, alli sette di marzo, giorno nel quale fur gli idoli destrutti, redottisi insieme i putti per i castelli e per le ville, per un costume già molto tempo messo in uso, fanno una statua come di donna e uscendo a squadre fuori del castello, cantando una certa lor cantilena il simulacro giú di un ponte nel fiume precipitano.
Nettata a questo modo la Polonia dagli idoli, il prencipe Mieczslao instituí per segno piú chiaro della accettata cristiana fede che nel celebrar la santa messa, mentre l’Evangelio si legge, cacciassero gli uomini mano alle lor spade, volendo significare che essi erano apparecchiati a combattere sina alla morte per la fede cristiana. Fondò molte chiese, parocchie ed episcopati, e arricchilli di buone e grosse intrate. Ebbe un solo figliuolo della moglie boema, nomata Dambrowka, che battezato prese nome Boleslao Chabro; ed essendo essa poco dopo il parto morta, si tornò Mieczslao a maritare in Iudit, figliuola del prencipe degli Ungari, la qual anco essa li partorí un figliuolo, nomato Mieczslao. E finalmente, lassando molte memorie de cristiana pietà nella Polonia, felicemente uscí di vita. Aveva egli molto prima mandati ambasciatori a Benedetto, sommo pontefice, chiedendo di esser ornato di regal corona; ma non li fu concessa per dubbio che egli non fosse bene ancora fermato nella cristiana fede.

Boleslao Chabro primo re di Polonia

Vici, devictos cepi cum rege Bohemos,
subieci Moravos Saxoniosque mihi,
Cassubios populosque freti cis littora nostri
et Prussios, dubia teque, Ruthene, fide.
Imperii fines, positis ex aere columnis,
signavi, Herculeum sic imitatus opus.
nec mihi templa minus curae quam castra fuerunt,
hac quoque laude patri cedere nolo meo.
Regia ab egregio sortitus stemmata Othone
sum Gneznae (Gneznae tunc meus hospes erat).
Quae quicunque fac sic hoc dignus honore,
quo tunc, magno iudice, dignus eram.

L’anno novecentonovantanove dalla natività di Cristo Boleslao, primo di questo nome, da’ suoi fatti eroici cognominato Chabri, figliuolo maggiore del morto Meczslao, fu di commun volere sostituito al padre nel governo del regno. Transferí questo con grand’onore da Prussia in Gnezna il corpo di santo Alberto, vescovo di Praga, qual mentre predica a’ gentili la cristiana fede era da loro stato ucciso appresso il fiume Savo, vicino a Fescau, castello maritimo; nella qual translazione fur per virtú divina fatti infiniti miracoli. Era in questo tempo Ottone terzo imperator romano aggravato da crudele infirmitade, dalla qual essendo oramai condotto vicino al morire, intese dei gran miracoli che si facevano alla sepoltura di questo santo glorioso. Onde fece voto, se per sua intercessione era da questa infirmità liberato, d’andare a visitare il suo sepolcro; e subito fatto il voto recuperò per divina bontà intieramente la sua sanitade. E messosi in viaggio per sodisfare il suo voto, quando egli fu vicino a Posnania, città della maggior Polonia, fu incontrato da Boleslao accompagnato da numero infinito di baroni e nobili poloni, che, ingegnandosi d’onorar Cesare quanto era possibile, fece tra l’altre cose silicare per sette miglia la strada per dove l’imperator passar doveva di panni di seta e de altra sorte di varii colori, che tanta strada vi è da Posnania in Gnezna; e salutatisi e datosi la mano, se n’andarono cosí a piedi tenendosi per mano e ragionando tra lor di varie cose insino a Gnezna. Ove entrato il devoto imperatore nel tempio nel qual giacevano gli ossi di quel beato santo, se gittò prono in terra inanzi alla sua sepoltura, e con ardente cuore rese grazie all’onnipotente Iddio, qual ne’ suoi santi è mirabile, della recevuta grazia, e al suo voto sodisfece. Trattenuto poi per molti giorni onoratamente e copiosamente da Boleslao, e da lui di molti preziosi doni presentato, considerò Ottone molto sopra queste sue gran cortesie, e deliberossi di premiarle con qualche segnalato favore; onde, redottisi nella prencipal chiesa di Gnezna, lo coronò di corona imperiale e dechiarollo e confirmollo in perpetuo con l’autorità dell’imperio re di Polonia, facendo libero ed esente lui e i suoi successori da tutti i tributi e servitú debite all’imperio romano. Nel partirsi poi l’imperatore di quei paesi, per piú chiaro segno della lor stretta amicizia donò al nuovo re Boleslao la lancia di san Maurizio e un chiodo della croce di Cristo; e all’incontro recevette da lui un braccio di santo Adalberto, che dall’imperator fu in Roma collocato nella chiesa di S. Bartolomeo. E de piú tra lor parentella contrassero, avendoli data l’imperatore in moglie una sua nipote chiamata Risca, figliuola del palatino del Reno. E alla sua partita fu da Boleslao, con gran pompa e molta cavallaria de’ principali baroni, accompagnato sino a’ confini del suo regno.
Questo primo re di Polonia tutte le cose con gran prudenza e fortezza maneggiò, e fu sopra modo bellicoso, percioché con guerre felici spesse volte ruppe gli eserciti de’ circonvicini nemici e scorse senza trovar resistenza i lor paesi. Ruppe Boleslao re di Boemia con il suo grosso esercito, e fattolo prigione li fece cavar gli occhi, mettendo tutto il suo regno a ferro e a fuoco. Ed essendoseli mosso contra Iaroslao, prencipal duca de Russia, con un potente esercito, in un memorabile e sanguinoso fatto d’arme l’uccise con tutte le sue genti, e prese Kiovia, metropoli della Russia, di dove portò via molti tesori, e si fece tributarii tutti i prencipi di quella provincia. Soggiogò i Pruteni, i Sassoni, i Cassubii e i Pomerani; pose i suoi termini con i Ruteni insino al fiume Tira e Boristen, con i Pruteni, Cassubii e Sassoni al fiume Albi e al mar Germanico over Baltico; e avendo imitato Ercule, piantò sopra quel mare doi colonne di ramo, a perpetua memoria delle sue degne imprese. E avendo cosí allargato grandemente i confini del suo regno, uscí di vita lassando un figliuolo chiamato Miescone.

Miesco secondo

Degener, imbellis, gula, crapula, sordibus uxor
uxoris, totus foemina, lurco nihil
hic erat; uxor erat rex, princeps, omnia, nostrum
asperius quovis angue perosa genus,
Teutonibus tantum aequa suis: quam credis ab illa
tractata est miseris terra Polona modis?
Tunc Boleslai nobis periere labores,
ruperunt nostrum regna subacta iugum.
Ut rapuit tantum mors fausta phrenetide regem,
pellitur e regno Rixa fugitque suo.
Dant poenas scelerum, furor hunc, dolor abstulit illam,
at longo fato dignus uterque fuit.

Miesco secondo fu inalzato dopo la morte del padre alla regal degnità l’anno mille e venticinque dal parto virginale. Degenerò questo grandemente da’ costumi del padre, e, abbandonati i fatti della republica, si lassava dalla moglie reggere, onde con la sua dapoccaggine e libidine sminuí e grandemente debilitò l’amplissimo regno dal padre lassato, facendo nulle le tante fatiche già da quello fatte. E finalmente, sprezzato da tutti, lassando Casimiro suo figliuolo, fu da infirmità che teneva di pazzia cavato dal mondo. E morto lui nacquero molte controversie intorno alla elezione del prencipe nuovo, percioché alcuni volevano Casimiro suo figliuolo e altri, dubitando che egli dovesse imitare il padre, non volevano a questo in modo alcuno acconsentire. Onde la regina relitta del morto Miscone, vedendosi da’ Poloni sprezzare, tolto il figliuolo Casimiro, la corona regale e molto tesoro, se ne passò con queste cose in Sassonia a trovar suo fratello Cesare. E indi mandò il figliuolo a Parigi, accioché ivi attendesse a studii delle buone discipline; ove esso, resosi monaco, entrò nel monasterio cluniacense e prese gli ordini sacri. Fra tanto, essendo stati molti anni i Poloni privi del lor re legittimo con lor gran danno e della lor republica, furon sforzati andarlo a ricercare in Francia, il quale per molti respetti gli era dall’abbate di quel monasterio denegato. Ma finalmente, con molte fatiche e spese de’ Poloni, fu da Benedetto nono sommo pontefice assolto dalla professione, avendo imposto a’ Poloni, per penitenzia d’aver scacciato il lor signore e legittimo erede, che dovessero ogni anno pagare al pontefice romano un dinaro per testa, qual paga si chiama tra loro il debito di San Pietro; che tutti gli uomini si tagliassero i capelli sopra l’orecchie; e che nelle feste prencipali dovessero adoperare un fazuol bianco in luoco di centura.

Casimiro primo

Innocuus cum matre puer Casimirus eodem
exilio, matris crimine, pulsus erat.
Cluniaci placuit sibi vita monastica, servus
quam cuiusquam hominis maluit esse Dei.
Nos sumus interea sine principe, subdita cunctis
terra dolor fuerit quae numerare malis.
Reddimus eiecto regnum, multa ille reversus
restituit melior vix patre, dignus avo.
Maslaum domuit civili Marte furentem,
in reliquos mansit pax sibi grata dies.
Quod Deus innocuis adsit, quod corruat insons,
maiori ut surgat laude, videre potes.

L’anno del Signore mille e quarantauno Casimiro, primo di questo nome, cavato dal monasterio, figliuolo di Miescone secondo, terzo re di Polonia, con universale applauso fu coronato nella città di Gnezna. Questo primieramente nettò il regno da molti ladroni e assasini che grandemente lo dannegiavano; poi attese a ritornare sotto il suo giogo consueto le nazioni che ribellate si erano. E avendole Maslao, duca di Massovia, congiurato con i Pruteni e con i Piecinghi mossa guerra civile, con un sanguinoso fatto d’arme lo ruppe appresso il fiume Vistola, vicino alla città di Ploczko. E avendo Maslao raccolto un altro esercito, fu di nuovo da Casimiro rotto e posto in fuga, onde, vedendo esso le sue cose disperate, fugí nel paese de’ Pruteni, da’ quali con molti tormenti cruciato fu al fin fatto morir sopra la forca. E Casimiro, paceficato che egli ebbe il suo regno, quietamente lo resse il resto di sua vita, qual felicemente finí lassando tre figliuoli, Boleslao, Vladislao e Miescone, e una figlia Swatochna chiamata. E prima che ei morisse, fece edificare in Tinyec un monasterio dell’istessa regola della quale egli aveva già fatto professione, e lo dottò de molti privilegii, esenzioni e grosse intrade.

Boleslao Audace

Quam bello magnus, quam magnis strenuus ausis
Boleslaus erat, tam truculentus erat.
Vastavit Moravos, Hunnos, te, Russe, Bohemos,
vastavit patriae nec minus arva suae.
Cuncta libidinibus complebat, cuncta rapinis,
cuncta ignominiis, sanguine, cuncta metu.
Ponteficem secuit frustratim recta monentem,
urbis pontificem, maxime Crace, tuae.
O scelus, o portentum, o nostri infamia regni,
non tibi sacrilegae tunc cecidere manus?
Unde et ubi periit, nec iam dubitate, Poloni:
raptum sub Stigiis obruit Orcus aquis.

Nel mille e settantaotto Boleslao, figliuolo di Casimiro, cognominato Audace dalla grandezza dell’animo suo eroico, fu da tutti i suffragii dechiarato re e successore del padre; né piú presto prese l’insegne regali che li fu mosso guerra dal re di Boemia Vratislao, che venne col suo esercito predando sin dentro a’ confini della Slesia. La qual cosa subito che intese Boleslao, raccolte con prestezza le sue genti l’andò animosamente a ritrovare, ma Vratislao, quando seppe della sua venuta, non li sofferse l’animo d’aspettarlo, e messosi in fuga ritornò vergognosamente nel suo regno. Nel quale seguendolo Boleslao gli lo mise tutto a ferro e a fuoco, e carico di spoglie nemiche ricondusse il suo esercito in Polonia, senza aver trovato in luoco alcuno chi se gli opponesse. L’anno seguente poi, avendo Boleslao messo insieme molto maggior esercito, dette il guasto alla Moravia e alla Boemia, onde Vratislao, temendo di peggio, trattò accordo con lui, sodisfacendolo di quanto egli volse. Domati che egli ebbe da una banda i Moravi e i Boemi, se li levarono contra i Pruteni e i Pomerani, l’esercito de’ quali avendo esso circondato appresso il fiume Ossa, lo mise tutto, senza che pur un vivo ne restasse, a fil di spada; e sottomise al suo dominio la Pomerania e molte fortezze nella Prussia, e pose anco il giogo a essi Pruteni l’anno mille e settantanuove.
Venne in questo tempo a trovarlo Bela, erede del regno d’Ungaria, raccomandandosi alla sua fede e aiuto chiedendoli contra Andrea suo fratello, dal quale era del regno stato privo e discacciato. Piacque questa nuova occasione di guerreggiare a Boleslao, ed entrato con l’arme nemiche in Ungaria roppe l’esercito dell’imperatore Enrico, che in compagnia de Boemi e di Teutoni diffendeva le parti d’Andrea; nella qual battaglia restò esso Andrea morto, e Bela fu col braccio di Boleslao di quel regno coronato. Che tornato in Polonia prese per moglie Viseslava, unica erede del ducato di Russia, ed ebbe per nome di dote molti ducati di quella provincia. Prese poi anco Kiovia, metropoli di quel ducato, per forza; dove si trattenne quell’inverno con l’esercito per non esser piú tempo da star in campagna, e mise tal spavento per tutta la Russia che molti prencipali duchi di quella provincia s’apparecchiarono di fuggire in Grecia, e molte città e castelli, senza farli alcuna resistenza, si dettero nelle sue mani. E perché Premislia non fece segno alcuno di volersi arrendere, andatoli sopra con tutte le sue genti, per forza la prese e abbrusciò, né potendo per l’acque grosse di che era circondata prendere la sua cittadella, l’ebbe finalmente a patti in suo potere. E indi passando di nuovo con l’armi in Ungaria acquietò i rumori che vi s’erano levati tra gli eredi di Bela e Salomone, allora re d’Ungaria. E accommodate queste differenze, senza mettervi dimora tornò con l’esercito in Russia e prese Volodimiria e Chelma, città grosse, con i luochi ad esse sottoposti; e dopo si fece signore de tutto il ducato di Volhinia. Indi si transferí con le sue genti a Kiovia, ove in un sanguinoso fatto d’arme roppe e mise in fuga Swatoslao, prencipe di Russia, che avendo un grosso esercito cercava con inganno trapolare il re Boleslao: con la qual fazione rese totalmente debile le forze de’ Russi. Fece poi lunga dimora in Kiovia, ove si dette a piaceri, a solazzi, alla lusuria e a molti altri vizii. Dopo l’esser stato sette anni fuora con l’esercito, ritornò in Polonia e, sdegnato contra san Stanislao, vescovo di Cracovia, lo fece amazzare e tagliare in pezzi a membro a membro. Il corpo del quale, essendo poi per divina providenza tornato a reunirsi e onoratamente sepolto, risplendé de molti miracoli, come per le croniche di Polonia appare. E Boleslao, travagliato dalla conscienza della comessa scelerità e pentitosi di quanto aveva fatto, abbandonando il regno insieme col figliuolo Mieczslao andò per il mondo vagando sconosciuto, e in abito di peregrino morí in lontani paesi; dopo la cui morte il figliuolo Mieczslao fece nella patria ritorno.

Vladislao Hermano

Plurima rescidit fratris decreta tiranni
Hermanus, Latio par pietate Numae.
Hunc spurius vetitis vexavit filius armis,
sed pius arma tulit pro pietate Deus.
Vincitur impietas Gopleae ad stagna paludis,
induit inque feras debita vincla manus.
Dic, qui multa legis, quot dignos laude piosque
legeris historiae per genus omne nothos?
Telegonus, qui pisce patrem obtruncavit Ulissem,
de turpi Circes natus amore fuit.
Proditor Aeneas patriae est, ne crede Maroni,
Romulus occisor fratris, uterque nothus.

L’anno mille e ottantadoi dalla natività di Cristo, Vladislao Hermano successe nel regno al fratello Boleslao. Ebbe questo un figliuolo di Iudit, figliuola di Wratislao, re di Boemia, che Boleslao terzo si chiamò, e fu dalla stortezza della bocca cognominato Krziwousti; e della seconda moglie, figliuola d’Enrico quarto imperator romano, tre figlie li nacquero. Fabricò e riccamente dotò molti monasterii e chiese. Con un sanguinoso fatto d’arme roppe e astrense a tornare ad obedienza i Prussi e i Pomerani che ribellati s’erano; nella qual impresa mentre egli è occupato, Bratislao prencipe di Boemia, presa l’occasione, fece molti danni alla Polonia. Onde li mandò il re contra per refrenar quella licenza Siecziech, palatino di Cracovia, insieme con Boleslao suo figliuolo di nuove anni, che ruppero valorosamente gli nemici, e con loro il lor prencipe Bratislao; e avendo scorsa la Moravia e datali il guasto col ferro e col fuoco, carichi di spoglie nel campo del lor re tornarono. Fu non dopo molto fatto intendere a Vladislao che i Pomerani, rotta la fede, s’erano impatroniti di Miedzirzechz, rocca fortissima ne’ confini di Sassonia. Alla qual nuova Boleslao, allora di età di dodeci anni, con grande instanza, mescolandovi le lacrime, pregava il padre che a lui dovesse imporre il carico di recuperar quel luoco. Onde restando il re maraviglioso della grande audacia, prudenza e animosità di questo giovenetto suo figliuolo, li dette una parte dell’esercito, accompagnandolo con molti uomini di consiglio, e il resto mandò sotto il governo di Siecziech, palatino di Cracovia. Quali valorosamente assediarono e combatterono questa forteza, ma, perché il luoco per natura era inespugnabile, indarno le lor fatiche spendevano. Per il che il palatino persuadeva che si dovessero dall’assedio levare, ma Boleslao lo rimosse da questo parere, e fatto animo a’ soldati ordinò che si facessero gli alloggiamenti intorno alla rocca, fabricandovi casette e capanne per diffendersi dall’inverno che sopragiungeva, fingendo di voler continuare l’assedio anco l’inverno. Onde gli assediati, che speravano che i nemici, cacciati da’ freddi, dovessero l’assedio abbandonare, quando videro far queste provisioni si misero in paura e, mandati ambasciatori con doni a Boleslao, e la fortezza e se stesse gli offerirono. Qual avendo esso accettati, li lassò tutti andar liberi, e ricuperata con sua gran gloria la rocca, allegro e pieno de nemiche spoglie al padre con le gente a lui commesse ritornò. Dopo Hermano, consumato dalla vecchiezza, avendo fatto molte forti e onorate imprese, felicemente fece passaggio all’altra vita.

Boleslao Krzivousti

Hic quinquaginta pugnavit proelia, signis
collatis, casu non variante fidem.
Pugnavit quoties, toties et vicit: eorum
nomina quas vicit, quod breve claudat opus?
Caesaris Henrici magnas fudisse cohortes
sat sibi, si deessent caetera, laudis erat.
Maerore interiit, quod prorsus inermis ab hoste
foedifrago victus, fraude doloque semel.
I modo, Pompeii numera mihi Romae triumphos,
nos Boleslai proelia: maior uter?
Pompeium Caesar bello prostravit aperto,
fraus potuit nostrum vincere sola ducem.

Nel millecento e tre Boleslao, Krzivousti cognominato dalla bocca che per infermità se gli era storta, morto che fu il padre, li fu di commune volontà dato per successore nella regia degnità. Fu questo travagliato da Zbignevio monaco, suo fratello bastardo, che invidiandoli il regno Borivoio, re di Boemia, e Svatepolk, duca di Moravia, contra li mosse; de’ quali ebbe Boleslao vittoria per mezo di Zelislao, capitano generale delle sue genti. E l’anno seguente, ingrossato l’esercito, fece una correria nella Moravia, e senza trovare alcun incontro l’andò tutta depredando. E anco la terza volta guidò l’esercito a danno de’ Boemi e de’ Moravi, e mentre che egli va mettendo il tutto e a ferro e a fuoco, i Boemi, avendoli posti gli aguaiti, l’assalirono animosamente in un passo difficile e luoco stretto. Alora il re, vedendo il gran bisogno, fece officio di valente soldato e di prudente imperatore, percioché, sugli occhi del suo esercito mezo spaventato, fu egli il primo che andò sopra a uno de’ nemici e in poco tempo l’uccise con la spada; e nell’istesso tempo Dershiak, cavalliere polono, un altro ne amazzò con la sua lancia. Da’ quali esempii avendo preso animo i Poloni, urtarono sí fieramente ne’ Boemi che, non potendo essi a tal virtú resistere, fur forzati a cedere e a mettersi in fuga. Dopo la qual vittoria il re in Pomerania passò, e avendola tutta depredata, e prese in essa molte città e castelli, ricondusse l’esercito alla patria ricco per le molte spoglie a’ nemici tolte.
Occorse dopo queste vittorie che, essendo il re andato a un convito d’un certo nobile il giorno della dedicazione d’una chiesa, e volendo per sua recreazione andare alla caccia, si trovò aver solo cento cavallieri che l’accompagnassero; con i quali mentre va cacciando, dette in una imboscata di tremila Pomerani, ne’ quali il re come feroce leone fu primo ad investire, e avendone di sua mano amazzati tre accresette grandemente l’animo a’ suoi. E mentre egli valorosamente combatte, fu da un Pomerano assalito, che fallò il colpo e gli amazzò il cavallo sotto. Ma essendo con prestezza aiutato da’ suoi a rimettersi a cavallo, urtarono stretti insieme con tal valor negli nemici che li posero in fuga; e per un pezzo fur dal re perseguitati qual con molta fatica de’ suoi fu dall’ostinata audazia di volerli ancor perseguitar ritratto. E indi vittorioso al luoco del convito insieme co’ suoi fece ritorno.
Giunse fra tanto alla sua corte Borivagio, re di Boemia, chiedendo aiuto contra Sivatopolg suo nepote, che del regno privo l’aveva; e da lui fu nel regno riposto e alla Boemia dato il guasto. Dalla qual impresa speditosi, voltò l’insegne verso Pomerania, la qual avendo tutta messa a sacco, prese per forza la rocca di Bielgrad e insieme la cittade, luochi per natura e per arte fortissimi. E alora l’altre città e fortezze vennero di lor volontà in poter suo, che furono Camenecia, Golimberg, Vielim e Czarncovia. E poco dopo tornato in Boemia li dette un’altra volta il guasto, e ruppe e fece prigioni Zbignevio e Gvevoniro, duchi rebelli di Pomerania, che contra il giuramento fattoli di fideltà contra di lui avevan preso l’armi. Enrico quarto imperator romano, sdegnato con Boleslao per i molti danni tante volte da lui fatti in Boemia, congiunte le sue forze con quelle di Swatopolg, re di quei paesi, si mosse con un potentissimo esercito sopra la Slesia, e avendo per forza presa la città Lubusa combatté con molti fieri assalti Glogovia, città prencipale del ducato glogoviense; ma indarno spese in questo luoco le sue forze, e vi perse gran numero de’ suoi piú valorosi soldati. E in quel mezo avendo Boleslao messe le sue genti insieme, le mosse sopra l’imperatore e i Boemi, avendo fatto publicare nel suo campo che qual si fosse che li bastasse l’animo d’ammazzare Swatopolg, re di Boemia, sarebbe quello con tutta la sua posterità dal re grandemente remunerato. Era tra gli altri nel campo polono un soldato boemo che, avendo questa promessa intesa, se ne passò nel campo de’ nemici e, sapendo benissimo come le trinciere stessero, si condusse sino al pavion regale; e visto il re cominciò con voce orribile a gridare: “Fuggi, fuggi o re, percioché siamo assaliti da una moltitudine grande di Polonia”. Alla qual voce paesana uscito il re fuor della tenda, fu da questo soldato con una lancia passato da una banda all’altra e amazzato; che indarno seguito da’ Boemi felicemente nel campo polono si salvò ed ebbe i promessi doni, avendoli il re dato per insegna un’oxa, cioè una secure, che crescette poi in un gran famiglia di Polonia.
Non restò per la morte di Swatopolg l’imperatore di seguitar la guerra, anzi molti danni a’ Poloni nella Slesia fece; e ricercandolo Boleslao d’accordo, né lo potendo con giuste condizioni ottennere, messe in arme le sue genti, una mattina nel romper dell’aurora assaltò il campo cesareo un miglio lontano da Wratislavia, città della Slesia. Né fu con minor virtú dagli imperiali l’assalto ricevuto, e combattendo gli uni e gli altri per la gloria e per la vita e signoria, durarono nel sanguinoso conflitto e mortale sino vicino alla notte. Onde, vedendo Boleslao esser bisogno per ottenere la vittoria di qualche maggior sforzo, raccozò cosí combattendo una grossa banda de’ suoi piú valorosi cavallieri e, pigliata alquanto di giravolta, andò ad urtare i nemici per fianco con empito e furia tale che disordinò le squadre imperiali, e, mossele di luoco, dettero esse segno di voler fuggire. Di che accortosi l’uno e l’altro esercito, questi, preso animo, renforzaron la battaglia, e quelli, sbigottiti, cominciarono a piegare prima e indi apertamente a mettersi in fuga; nella quale non fu minore l’uccisione di quello che era nella battaglia di tutto il giorno stata, e l’imperatore a fatica con la fuga si puoté salvare, accompagnato da un solo servitore. E i Poloni, arricchiti con le spoglie dell’esercito nemico, la palma della vittoria ottennero; e sin ora il luoco ove successe questo famoso fatto d’arme da’ Poloni Psiepole, cioè campo canino, è chiamato, percioché vi concorse tanta moltitudine de cani a devorare i corpi degli uccisi che, essendo usi all’umana carne, non fu per molto tempo sicura quella strada a’ passagieri.
L’anno seguente, apparecchiando l’imperatore un’espedizione per Roma contra il pontefice e temendo che in absenzia sua Boleslao inquietasse e rovinasse le provincie dell’imperio, gli mandò ambasciatori pregandolo con certe condizioni, avuto rispetto alla degnità imperiale, che egli volesse andare a trovarlo a Bambergo, permettendoli far in modo che di questo abboccamento mai si pentirebbe. Andò Boleslao e, abboccatosi con l’imperatore, renonciò perpetuamente a ogni servizio che egli come re di Polonia fosse all’imperio tenuto, e fatta con Enrico una stabile pace si congiunsero insieme (secondo che nel pacificarsi tra prencipi usar si suole) con vincolo di parentado, percioché prese Boleslao in moglie Adchleyda, sorella dell’imperatore, e a Vladislao suo figliuolo fu congiunta in matrimonio Cristiana, figliuola dell’istesso imperatore. E cosí composta e fermata tra loro una perpetua pace, furono liberati i pregioni dell’una e dell’altra parte. Non puoté Boleslao goder di questa pace troppo tempo, percioché l’anno millecento e tredeci i Pomerani e i Pruteni, sprezzando il fatto giuramento, fecero alla sprovista una correria nel ducato di Massovia, e con arme nemiche a tutta quella provincia il guasto dettero. E mentre carichi di preda indietro tornano, furono dal governatore di quei paesi, quando men vi pensavano, assaliti, tagliati a pezzi e la preda ricuperata. Del qual castigo non sodisfatto, Boleslao, che era per la lor perfidia grandemente sdegnato, fece esercito e lo condusse alli lor danni, e avendo posto lo assedio intorno alla fortezza di Naklo, nella quale diecimila Pomerani, uomini da guerra, si trovavano: quali, non li bastando l’animo de diffendersi dalle forze regie, vennero a questi patti col re, che se fra termine di quindeci giorni non erano soccorsi dagli suoi, di darsi volontariamente in le sue mani, con questo che fra tanto fosse tregua tra loro, né offendere a modo alcuno si dovessero. La qual triegua fermata, seppe il re che venivano ascosamente per le selve cinquantamila Pomerani e Pruteni in soccorso degli assediati; e avendo insieme avuto per spia ove e come erano alloggiati, fece due parte del suo esercito e, prevenendo con la prestezza la nuova dell’essersi mosso, fu adosso agli nemici. E assalitili a un istesso tempo e alla fronte e alle spalle, secondo che fur trovati sprovisti e perciò disordinati, fecero poca o nissuna resistenza, onde fur presto tutti rotti e sbaragliati, e restandone uccisi quattromila gli altri parte fugirono e parte presi furono. Alora i Noklocensi resero e se stessi e la lor città con tutti i luochi ad essa sottoposti a’ Poloni vencitori. E avendo poco dopo i Pomerani e i Pruteni formato un altro esercito, dal valoroso Boleslao di nuovo rotti furono, e il prencipe lor fatto pregione e condennato a carcere perpetua.
Accomodate ch’ebbe il re le cose di Pomerania e di Prussia, apparecchiò del millecento e ventiquattro una potente armata, e passato con essa in Dania, s’offersero tutti quei d’accettarlo volontariamente per signore; ma esso, rifiutando quel regno, si contentò solo di cavarne i tesori, quali insieme con l’istesso tesoriere in Polonia fece portare, i descendenti del qual tesoriere sino a’ nostri tempi in Polonia e in Prussia ancor celebri sono, e da Dania Durini son chiamati. Tornato che fu Boleslao di Dania, se li levò contra un’altra guerra, percioché i prencipi sediziosi di Russia se li scopersero nemici, e per farlo maggiormente sdegnare il prencipe halliciense, parente del re, del suo stato scacciarono. Si vendicò di questi onoratamente Boleslao, percioché, andatoli sopra, ruppe il lor esercito e uccise il duca di Presmilia con tre altri duchi di Russia che in questo campo si trovavano. Né passò troppo che vedendo i prencipi di Russia che a guerra aperta non lo potevano offendere, determinarono, cosí consigliati da Ieroplo duca di Kiovia, d’ingannarlo sotto pretesto d’amicizia. Li mandano pertanto ambasciatori e li promettono di voler esser tributarii e subditi del regno di Polonia, e che grandemente desideravano di remettere il duca halicense nel suo primo stato con le proprie forze. Credette Boleslao a queste lor promesse, e di loro fidandosi andò con poche genti alla volta d’Halice; ed essendo ormai a quella vicino, ecco che i prencipi di Russia, avendo condotto nel lor campo molte bande d’Ungari, uscirono dell’imboscate e circondarono i Poloni d’ogni intorno. Quando s’accorse il re della perfidia de’ Russi, non si perse punto d’animo, anzi, voltatosi a’ suoi, gli esortò a valorosamente combattere contra questi che sotto la fede gli avevano traditi. Ma il palatino di Cracovia, non si movendo né per la presenzia né per le parole del re, nel primo rumore se mise in fuga con una banda di cavalli a quali esso comandava. E il re, vedendo che non vi era altro rimedio, facendo officio di valente soldato e d’animoso capitano, andò prima de tutti ad investire con i cavallieri della sua corte nelle squadre degli Ungari. E avendoli tutti sbaragliati, restrense insieme i suoi e si spinse sopra i Ruteni, ove durò un pezzo la battaglia; e già cominciavano i Ruteni a piegare, quando correndo tutto il resto del campo adosso a questi pochi Poloni, fur dalla gran moltitudine soprafatti e rotti. Nel qual conflitto fu amazzato il cavallo sotto al re, mentre egli e con la voce e con fatti inanimava i suoi; ed essendoli da un cavaliere il suo cavallo dato, fu da’ suoi che gli erano intorno sforzato a torsi fuor di quel pericolo, passando valorosamente per mezo a’ nemici che d’ogni intorno l’aveano circondato.
Tornato che egli fu nel regno, era grandemente per questo caso adolorato, e biasmava non tanto gli inganni e perfidia de’ Ruteni quanto la viltà e vergognosa fuga del palatino di Cracovia; al quale mandò ad appresentare una pelle di lepore, una rocca con un fascetto di lino e un pezzo di corda, dimostrando che egli nel fuggire somigliava il lepore, che indegnamente era uomo tenuto e che doveva esercitare gli esercizii donneschi e non cose che ad uomo si convengono, e che esser appicato meritava. Per la qual cosa messosi quel palatino in desperazione, di propria mano si appiccò alla corda della campana d’un oratorio che egli aveva, il nome del quale per il rispetto che si porta a’ suoi posteri nelle croniche si tace. E da quel tempo in qua il castellano di Cracovia per questa caggione al palatino di degnità precede.
E Boleslao, dolendosi ogni giorno piú della fortuna contraria, cascò in infermità, dalla quale dopo presi i santi sacramenti fu a morte condotto l’anno della sua età quinquagesimo quarto, e dopo l’aver regnato anni trentasei, e nella catedrale chiesa di Plocia fu sepolto. Del qual sino a’ nostri tempi non è stato alcun re di Polonia piú bellicoso né piú felice in tutte le sue imprese, percioché, essendo egli stato travagliato con guerre da tutti i re e signori circonvicini, esso, non mancando la fortuna a’ suoi alti disegni, non solo da loro si diffese, ma anco a sua volontà, avendo prima rotti i lor eserciti, andò scorrendo per tutti i stati loro, non essendo manco valoroso nel combattere con la propria persona che savio nel sapere agli altri comandare. Fece con gli inimici quarantasette fatti d’arme prencipali e memorabili, non computando i molti assalti e le spesse scaramuccie, ed eccettuando anco questo ultimo conflitto nel qual fu da’ Ruteni ingannato. Dal quale però, non altrimente che Ettore troiano e che il cartaginese Annibale, diffendendosi con le proprie forze e rompendo le fatte squadre de’ nimici da’ quali era circondato, illeso si salvò. Mentre ancora egli viveva, il regno a’ suoi figliuoli divise, lassando per testamento a Wladislao, di maggior età, i ducati di Cracovia, di Siradia, di Slesia e di Pomerania; a Boelslao Crispo la Masovia, la Drobinia, la Cuiavia; a Mieslao il stato di Gnezna, di Posnania e di Calisi; e ad Enrico quello di Lubla e di Casimira. E non lassando cosa alcuna a Casimiro, suo figliuolo di minor età, li fu da’ senatori domandato quello che di lui esso ordinava, a’ quali dette questa risposta: “Non sapete voi che a un carro che con quattro rote corre è necessario che uno vi sia che sopra li seda?” La qual cosa anco successe, come piú a basso si dirà.

Wladislao secondo

Quatuor in natos regnum diviserat aequis
partibus, egregia cum ratione, pater.
Ladislae, tibi cessit Cracovia, natu
maxime, avaritia maxime, Marte nihil.
Fratribus eiectis, solus dum quaeris habere
omnia, possessis pelleris ipse bonis,
coniuge cumque tua, quae rem tibi suasit iniquam,
victus in externam profugis exul humum.
Ignorata tibi fuit alea? Discere in illa
contentus proprio vivere quisque potest.
Nam aliena petens perdit sua lusor et aurum
dum cupit amisso flens alit aere domum.

L’anno del Signore millecento e quaranta Wladislao secondo al padre nel regno successe. Degenerò questo grandemente da’ costumi del padre e, spento dalle lusinghe della moglie, non si contentando del stato dal padre lassatoli, se dispose di spogliar suoi fratelli de’ lor ducati, e avendo condotti soldati pagati di Russia li cominciò con la guerra a travagliare. Per la qual cosa Enrico, Boleslao Crispo e Mieczlao, per paura delle forze del fratello, si ritirarono nella rocca di Posnania, ove dal smenticato della fraterna carità strettamente assediati furono. E già non avendo da mangiare trattavano di rendersi al fratello, quando i soldati vecchi che con loro si ritrovavano, mossi a compassione del torto fatto a’ lor signori, se gli offersero a spender per lor la propria vita, e li persuasero a combattere e far prova della virtú loro. Essendoseli pertanto appresentata una occasione di far bene i fatti loro, una notte che i nemici, avendo tutto il giorno atteso a balli, ubriachi dormivano, gli uscirono sopra con facelle accese in mano e con gridi terribili, e messo fuoco nelli loro alloggiamenti ne misero molti a fil di spada. E gli altri mezo adormentati fuggirono, tra’ quali essendosi anco salvato Wladislao, fu da’ fratelli sin a Cracovia perseguitato; ma non doppo molto se ne fuggí esso in Germania a trovare i parenti della moglie, ove fu dalla moglie e da’ figli seguito. E cosí quello che, non contento del suo stato, aveva aspirato alle cose d’altri restò in tutto privo anco del suo.

Boleslao quarto Crispo

Dum cogit Prussos ad Christi dogma, Polonos
amisso evertit milite Crispus opes.
Transfuga ducebat nostros malefidus, iniquum
transgressos Ossam protrahit inque locum.
In convestitum viridanti cespite caenum
(a tergo in silvis abditus hostis erat)
insilit, inclusos caeno suffocat in illo:
vix pauci incolumes se eripuere fuga.
Mens generosa, dolo quia nil agit, ipsa malignis
opportuna dolis insidiisque capi est,
et quia metitur propriis virtutibus omnes,
est in perniciem credula saepe suam.

L’anno millecento e quarantasei Boleslao Crispo, cosí cognominato dai capelli ricci, essendo scacciato il sedizioso fratello, prese il governo del regno. E fu spesse volte dall’imperator Corrado ricercato che volesse concedere qualche provincia al scacciato fratello, il che essendoli fermamente negato, condusse l’imperatore le sue genti in Slesia per astrengerlo a far questo per forza; ma, mal trattato assai volte da’ Poloni, si partí senza aver potuto cosa alcuna operare. Guerreggiò per l’istessa cagione anco con l’imperator Federico Barbarossa, con il qual avendo ultimamente fatta pace, richiamò il fratello di Germania, perdonandoli le passate offese, che poco dopo morí nella città di Kloczko, non senza sospetto di veneno. L’anno poi millecento e sessantaquattro, fatto il re Boleslao tre grossi eserciti, li guidò in compagnia de’ fratelli contra Pruteni e dette il guasto a tutto il lor paese, ricercando quei popoli che dovessero venire al cristianesimo, finché essi promisero di battezzarsi. Ma poi, sprezzato essi la accettata fede, fecero una correria contra Poloni nella Massovia, e di nuovo Boleslao con i fratelli se li mosse contra. Vennero in questo doi Pruteni nel campo polono, fingendo di esser fuorusciti e di esser benissimo informati del sito della Prussia, onde furono da’ Poloni tolti per guida del campo. Ma essi, caminando con inganno, guidarono l’esercito polono in certi luochi molto intricati per i folti boschi e per le fangose paludi; ove trovandosi esser entrati in una profonda palude, che ad arte da’ nemici era stata di verde erbe coperta, non potevano andare inanzi né indietro tornare. E mentre s’affaticano di cavarsi di luoco cosí iniquo, uscirono i Pruteni dell’imboscate e a’ Poloni una gran rotta diedero, nella quale morí tra gli altri Enrico, duca di Lubla e di Sendomira, fratello di Boleslao, strenuamente combattendo. E il re ritornò con l’altre genti in Polonia e attese a menar vita pacifica, sinché del millecento e settantauno e l’anno vigesimonono della sua vita morí dentro a Cracovia, e fu nella chiesa della rocca sepolto.

Mieczlao overo Miesco terzo

Saepe dies oritur nitida face, nec tamen illi
credideris: subito nubilus esse potest,
grandine messores lapidare, tonitribus orbem
concutere et rapidis frangere fulminibus.
Ecce senex noster, regni cum cepit habenas,
vir bonus et placidi fratris imago fuit.
Mox sobole ingenti, generis, affinibus, auro
inflatus, coeptam destitit ire viam.
Nil illo peius, nil et crudelius illo
(Audace excepto) patria nostra tulit.
Sed tamen est pulsus. Numquam impunita tirannis
Sarmaticis feritas scilicet illa fuit.

Il vecchio Mieczlao successe nel regno al fratello Boleslao Crispo l’anno della nostra salute millecento e settantaquattro. Fu questo rapace, crudele e troppo severo contra i suoi sudditi, e in essi una dura tirannide esercitò, per lo che da tutti era con orribili biasteme maledetto. Onde il vescovo di Cracovia, chiamato Gedeone, fece consiglio con gli altri senatori occultamente de cacciarlo del regno e sustituire Casimiro in luoco suo; e venuta l’occasione che il re era passato nella Polonia maggiore, gridarono essi Casimiro in lor re contra sua voglia.

Casimiro secondo cognominato Giusto

Tractus ad imperium precibus lacrimisque suorum
imperii fractas surgere fecit opes,
percussit scelerum fratris iusto ense ministros,
sacrificis pacem ruricolisque dedit,
qui modo calcati sub direptore iacebant
inque suis rebus nil habuere sui.
Intulit in patriam corpus, Roma usque petitum,
divi qui Floris nobile nomen habet.
Mista dedit domino scelerati aconita ministri
inter solennes perfida dextra dapes,
trusit et in subitum, patria plangente, sepulchrum
delicias hominum deliciasque deum.

L’anno del salutifero parto virgineo millecentoottanta Casimiro, al fratello sostituito nel regno di Polonia, fece una dieta generale in Lancizia, ove con degni supplicii puní tutti quelli che eran stati cagioni de’ mali dal fratello fatti. Indi, avendo recevuto Mieczlao suo fratello in grazia, li consignò l’entrate di Gnezna e di Posnania. Nel qual tempo i Pomerani e i Pruteni, considerata la gran clemenza e bontà di Casimiro, volontariamente al dominio suo si sottoposero. Nell’istesso tempo Brestia, città di Littuania a’ Poloni rebellatasi, fu caggione che il re, andatovi sopra con l’esercito, la prese insieme con la rocca e fece morire tutti quelli che questa rebellione caggionata avevano. E raquistato questo luoco mosse le vittoriose insegne sopra la Russia, ove in un sanguinoso fatto d’arme roppe l’orgoglio dei duchi Sevoldo e Volodomiro, che ribellati s’erano. Contra quali mentre egli guerreggia, il vecchio Mieczlao affettando la pristina sua degnitade si fece di Cracovia signore, restando la fortezza in poter de’ soldati di Casimiro; e Mieczlao, fortificata la città con buoni presidii, andò fuori a far provision di nuove genti. Ma Casimiro, essendo già espedito di Russia, ricondusse l’esercito a Cracovia e vi fu senza alcun contrasto ricevuto, ove dette il conveniente castigo a tutti quelli che in questa sedizione il fratello favorito avevano. Dopo, non essendosi smenticato della morte d’Enrico suo fratello e della rotta data a’ Poloni con inganno, guidò il suo fiorito esercito nella Prussia e tutta a ferro e a fuoco la mise, e si fece tributari i Pruteni e i Pomerani. Di dove a Cracovia tornato, finí la sua vita l’anno millecento e nonantaquattro, non senza sospetto di veneno. Nel suo tempo, cioè l’anno decimo prima che egli morisse, procurò e ottenne che a tutte sue spese fosse portato il corpo di san Floriano da Roma insino in Cracovia, ove lo fece onoratamente collocare.

Lesco quarto il Bianco

Cum sene bellavi patruo, sed an impius isto
sim facto iusti discutitote viri.
Esset uter rerum dominus certavimus, at me
id velle in patriam nudus adegit amor,
ne paterer regnare lupum maiore petentem
a quo pulsus erat cum feritate gregem.
Dum labor, invadit Pomeranus balnea, inermum
dat non speratae me meosque neci.
Quanto igitur rerum dominis securius aevum
(quod quidam scripsit) cernite pauper agit?
Tempora sunt, loca sunt quaevis metuenda potenti:
quod vivit, totum est cura, pericula, metus.

Fatte le debbite esequie funerali a Casimiro, Lesco suo figliuolo, da’ capelli Bianco cognominato, fu re da tutti salutato. Tuttavia Mieczlao suo cio aveva anco egli gran parte del regno a sua devozione, onde fece tra lor varie battaglie. Chiamò poi Lesco la dieta generale in Zueiman, nella quale si congregarono molti prencipi e baroni di Polonia. Fu a questa dieta citato de commissione del re Svantopolo, capitano di Pomerania, per non aver egli già alquanti anni pagato il tributo che era obligato ai re di Polonia di diecimila marche d’argento all’anno; il quale, avendo dalle spie inteso con quanta poca gente il re si ritrovasse, lo venne improvisamente a trovare con una grossa banda de soldati, ed entrato nella città mise ogni cosa sottosopra, tagliando a pezzi quanti resistenza facevano. Fu il re, che alora ne’ bagni si ritrovava, di questo tumulto avisato, che, vedendo non aver il modo de potersi diffendere, montò a cavallo con alquanti servitori e dettesi a fuggire. Ma fu seguito e giunto da Svantopolo che, da ribello e mancator di fede portandosi, senza aver rispetto alcuno alla regia maestà crudelmente l’uccise, col qual amazzò anco Enrico, prencipe d’Vratislavia, e molti altri, del milledoicento e ventisette. Fu il corpo di Lesco portato in Cracovia da’ suoi e con gran pianto di tutta la città onoratamente sepolto.

Boleslao quinto il Pudico

Tartaricus furor in cineres, regnante Pudico,
Sarmatiae totas pene redegit opes.
In flammas abiit Cracovia, quicquid et agris
porrigitur ripas, Odera, ad usque tuas.
Fugerat ad Ingros princeps, quia vitribus impar
ad confligendum cum subito hoste fuit.
Stanislae, tuos cineres tellure levavit
et sacrum in fastis fecit habere locum.
Coniuge consenuit cum virgine virgo maritus,
addictus studiis, casta Diana, tuis.
Bochnenses reperit thesauros primus et inde
sarciit a diris damna recepta Getis.

Boleslao Pudico prese dopo la morte del padre il governo del regno l’anno milledoicento e quarantatre. Patí in questo tempo la Polonia molti danni per la moltitudine di quelli che la governavano, percioché era il regno in mano de ventiquattro prencipi che con le lor discordie tutto inquieto lo tenevano. La qual ruina fu poi maggiormente accresciuta da nuova sorte de nemici, percioché vennero in questi tempi nel regno centomila Tartari che, scorrendo tutta la Polonia e la Russia, l’una e l’altra orribilmente guastarono e abbrusciando le città e le ville ne menarono i lor popoli pregioni. Per remediare a questi danni, raccolte il re Boleslao le forze del suo regno e unitele con quelle d’Enrico, duca della maggior Polonia, e degli altri prencipi al suo dominio soggetti, andò animosamente ad incontrare i Tartari. E venuti alle mani, fu per molte ore ostinatamente combattuto e con gran fierezza d’animo dell’una parte e dell’altra, e già i Tartari a piegare incominciavano, quando un lor alfiere si fece inanzi con una insegna nella quale era scritta questa lettera greca x, in cima all’asta della quale era fitto una testa terribile, fatta per arte magica, che fumo e sporco vapore per la bocca gettava. Per l’aspetto di questa cosa orribile e spaventevole i Poloni attoniti e quasi incantati restarono, e mancandoli tutto a un tempo e l’animo e le forze furon da’ Tartari fracassati, non altrimente che i frumenti dalla spessa grandine ne’ campi. Volendo poi questi barbari investigare il numero degli uccisi, a tutti l’orecchia destra tagliarono e ne empirono novi sacchi grandissimi. In questo fatto d’arme si sminuí grandemente la moltitudine de’ baroni e prencipi di Polonia, di Slesia e di Russia; e i Tartari, insuperbiti per questa cosí gran vittoria, misero a fuoco e a fiamma quasi tutta la Russia e la Polonia, e anco parte dell’Ungaria e della Germania, con i quali abbrusciamenti e con le crudele occisioni e rapine che facevano riempirono tutti i luochi circonvicini di paura e di spavento. L’anno milledoicento e settantanuove fu visto in cielo un esercito d’uomini a cavallo che tra lor fieramente combattevano. E l’anno istesso una gentildonna di Cracovia partorí in un portato sei figliuoli. E nella città di Calissa nacque un vitello con doi teste e sette piedi, il corpo morto del quale, essendo stato gettato alla campagna, né da cani né da uccelli fu mai stracciato o tocco. Boleslao, dopo l’aver regnato anni trentasette, senza lassar figliuoli uscí di questa vita, e si disse che era sempre vissuto vergine, onde s’acquistò anco il nome di Pudico.

Lesco sesto il Negro

Quanta locustarum, quo nos haec scripsimus anno,
appulit in nostros agmina ventus agros,
agmina tanta ferunt in nos venisse Getarum
sub Nigro, et primum congeminasse malum:
iis cessit solis, alioqui semper in hoste,
cum quocunque iniit proelia, victor erat.
Arma Ruthenorum, ductore superba Leone
et magna, exigua contudit ille manu.
Obtrivit quoties Lituanum et Iazigas? (Hoc iam
interiit nostro funditus ense genus).
Multa in Christicolas nil laudum habitura fuerunt
bella, lacessitus sed quia vicit habent.

L’anno della salute nostra milledoicento e settantanuove Lesco Negro, duca di Siradia, nel regno al fratello successe; qual sin dal prencipio del suo regno fu da molti nemici travagliato, percioché i Tartari tornarono in grossissimo numero e dettero di nuovo il guasto alla Russia e alla Polonia. Contra quali andato con miglior fortuna Lesco dette una memorabil rotta a Leone, prencipe superbo di Russia, che accordatosi coi Tartari se gli era ribellato e avea molte compagnie di quei Tartari al suo soldo condotte; e avendo scacciati di Russia tutti quei barbari e amazzatone molti, ne condusse schiavi in Polonia meglio di seimila. L’anno poi milledoicentoottantadoi fecero i Littuani una correria nel territorio di Lubla e ne menarono via molti pregioni. Il che intendendo Lesco, con quelle genti che la brevità del tempo li concesse di raccorre se li pose dietro, e giuntoli appresso i fiumi Nemen e Narew li assalse, roppe e mise in fuga, e avendo fatto di loro una gran strage tutti i prigioni recuperò con la preda insieme. Ed essendo del milledoicento e ottantacinque tornati i Lituani a predare in molto maggior numero, furono similmente da lui rotti e scacciati e toltoli la preda e i pregioni. E finalmente, dopo l’essersi in molte imprese strenuamente portato, se ne passò all’altra vita e nella città di Cracovia fu sepolto.

Enrico il Buono

Teutonibus solis claves permiserat urbis,
quae regni titulum possidet una, Niger.
Illi Silesium furtim sub nocte silenti
menibus accipiunt cui studuere ducem,
nobilium contra, contra decreta senatus:
nam cui legitime scepta darentur erat.
Perfida pars vicit, regnat Probus, exulat heres,
sed res parta dolo non diuturna fuit.
Silesii Henricum dubio rapuere veneno,
quod factis alter, nomine et alter erat.
Qui fraudem in vita coluit, rem fraude paravit,
qua periit, dignus fraude perire fuit.

Enrico il Buono, duca di Vratislavia, prese dopo la morte di Lesco il governo del regno l’anno della natività de Cristo milledoicentononanta; e perché il vescovo di Cracovia insieme con gli altri baroni avevano chiamato al regno Boleslao, duca di Masovia, Enrico, che già n’era in possesso, trovandosi piú potente facilmente lo fece ritirare. E poco dopo Vladislao Cubitale, duca di Siradia (a costui per ragion naturale il regno perveniva), avendo congiunte alle sue forze la cavalleria della maggior Polonia, mosse guerra ad Enrico per scacciarlo del regno a lui debito, e venuto con esso a battaglia appresso Sievira, città della Slesia, li ruppe e tagliò a pezzi le sue genti, nella qual fazione occise anco il figliuolo del duca glogoviense e prencipe di Sprotavia. E ottenuta una segnalata vittoria tirò con l’esercito alla volta di Cracovia, che senza far resistenza se li dette. Ma essendo tornato di nuovo Enrico con esercito sopra questa cittade, vi fu di notte secretamente da’ Teutoni introdotto, e fu questa cosa tanto impensata e subito che Vladislao ebbe a pena tempo, buttatasi indosso una tonica monacale, di fuggire. E cosí di nuovo si fece Enrico del regno signore, qual non avendo goduto piú d’un anno uscí di vita, non senza sospetto di veneno, e fu sepolto nella città d’Vratislavia.

Presmislao secondo

Ob scelus Audacis raptum diadema Polonis
retulit istius gloria luxque viri.
Magnus erat, tantum peperit qui primus honorem
nobis, magnus et hic qui revocavit erat,
splendidus, antiquis certans heroibus omni
virtute, in summo quam decet esse viro.
Caeditur insidiis, celebrans solenne Liici:
invidiam virtus dat sibi et illa necem.
Et caute et timide genio servite, potentes,
exitio multis lux genialis erat.
Hoc Cyrus interiit, Macedo interiitque Philippus,
hoc est Argolicis Troia cremata rogis.

L’anno del Signore milledoicento e nonantacinque Premislao, prencipe della Polonia maggiore e della Pomerania, alla degnità regal fu assunto. Avendo questo con la fama del suo gran valore spaventati gli animi de tutti i prencipi finitimi, fu d’ordine di Venceslao, re di Boemi, dai marchesi di Brandeburg ucciso, avendo presa occasione d’assalirlo e con molte ferite, dopo sua molta resistenza e diffesa, amazzarlo, mentre egli il giorno di santa Dorotea in un convito con i suoi si trattenneva in solazzi e ragionamenti delettevoli, avendo solo regnato sette mesi.

Venceslao re di Boemia

Ad Venceslai usque dies, Auguste, Bohemi
scortea Sauromatis tota moneta fuit;
nummus erat pellis detracta animantibus illis
quas aspergillos patria nostra vocat.
Hoc ego dum cuidam narro, qui strangulat amplo
arcas argento, semper egenus ait:
“Ergo putrescebant tunc nummi? O dura priorum
tempora, tunc nasci res miseranda fuit!
Gratia magna Deo, quod homo sum natus in isto
seculo, cum pelles non nisi sutor habet!
Quod si quando Deus mala vult secla illa recurri,
tunc ego, tunc, superi, mivius esse precor”.

L’anno del parto della Vergine mille e trecento Venceslao, re di Boemia, al regno di Polonia fu chiamato. Combattette questo lungo tempo per il regno con Vladislao Cubitale, e lo privò de tutte le città e fortezze che egli possedeva, li quali dette in governo non a’ Poloni ma agli suoi Boemi. E Vladislao, che di ragione doveva esser signore, spogliato de tutti li suoi beni se n’andò come in bando in Ungaria e indi a Roma; di dove essendo in Ungaria tornato, mise insieme alcune bande d’Ungari e cominciò con varie correrie a travagliare i Boemi in Polonia. E poco dopo di Pelce, di Vislicia e di Lelovia si fece patrone; e finalmente essendo (come si dice) dopo la pioggia rasserenato il cielo, Venceslao passò di questa vita e Vladislao ebbe dopo la sua morte il tanto da lui aspettato regno. Questo Venceslao boemo fu il primo che introdusse la moneta d’argento in Polonia, quei grossi cioè boemi che in Cracovia ancora si usano; essendo che per avanti col baratto di alcuni pezzetti d’argento, di pelle di aspreoli e di molte altre cose si provedevano di quanto a’ lor bisogni era necessario. Nel tempo di questo re boemo Cracovia fu centa di mura.

Vladislao Cubitale, detto volgarmente Loxietex

Corpore parvus eram, cubito vix altior uno,
sed tamen in parvo corpore magnus eram.
Non ego Prussorumque Bohemorumque cruorem
iactabo, cladem nec, Gedemine, tuam.
Fortunam vici, cum qua mihi bella fuerunt,
ut Niger e terris triste volarat iter.
Ter cecidi regno: per te, Ramnusia, semper
post lapsum erexi maius ad arma caput.
Corde viris opus est magno, non corpore: magnum
qui stravit Goliam nonne pusillus erat?
Ingentem parvus Poliphemum vicit Ulisses?
Sed tamen ille hominem, tam grave numen ego.

Del milletrecento e sei, dopo l’aver passati molti pericoli e dopo l’aver superate le frequenti repulse, pur finalmente ascese Vladislao Cubitale alla bramata corona del regno di Polonia; e l’anno istesso che egli il regno prese, raccolto un grosso esercito, lo condusse in Slesia contra Enrico duca di Glogovia, e senza in luoco alcun trovar contrasto li mise a ferro e a fuoco tutto il suo paese. L’anno poi milletrecento e venti fu il prefato Vladislao insieme con Hedvigi sua consorte coronato in vero re e monarca di Polonia. E alora primieramente fu la chiesa di Cracovia dotata e privilegiata di questa autorità di coronare i re di Polonia, essendo che prima in Gnezna, città non troppo sicura, questa cerimonia solea farsi. E l’anno milletrecento e ventisei fece il re un potente esercito di Lituani, Pruteni e Poloni per vendicare la morte del fratello Premislao, ed entrato ne’ paesi de’ marchesi brandeburgensi li mise tutti a ferro e a fuoco, dal fiume Odera e da Brandeburg sino a Francfordia; e avendo arrichiti i suoi con le nemiche spoglie salvi li ricondusse in Polonia, menando seco seimila pregioni. Fece gran guerra con i cruciferi di Prussia, e avendoli essi piú volte con correrie travagliato il suo regno, sdegnato il re condusse le sue genti armati in Prussia, l’anno milletrecento e trentauno. Ove trovò che i nemici avevan rinforzato il campo loro con bande fortissime di Teutoni, co’ quali del mese di settembre venuto animosamente alle mani, nel primo empito de’ suoi Poloni fracassò le prime squadre de’ nemici; e fattoseli poi contra la seconda battaglia de’ Teutoni, guidata dai commendatori Russer, conte di Plauno, e Otto Magno di Brunsdorff, si renovò un crudel conflitto e sanguinoso. Ma fu tal la virtú e fortuna de’ Poloni e del re loro che, fraccassate le forze de’ nemici, restarono al fin vittoriosi, avendo oltra altri molti amazzati in questa fazione quattromila cavallieri cruciferi, tra’ quali molti commendatori e altri personaggi di conto. Dopo la qual vittoria tornato Vladislao in Polonia, preso da infermità giunse al fin della sua vita in Cracovia l’anno milletrecento e trentatre.

Casimiro Magno

Nil hoc splendidius, nil magnificentius uno est,
quodcunque illius respiciatur opus.
Legibus armavit patriam, placidumque sub illo
libertas ad nos protulit alma caput.
Oppida tot cinxit muris quot pene per omne
hoc regnum muris oppida cincta vides.
Tres simul hospitio excepit cum Caesare reges,
cum tibi dat neptem, Carole quarte, suam.
Rex ingens opibus, bello, pietate: quid illum,
quid premis infami, Cypria, sola nota?
Hunc dici Magnum est iniuria magna, Poloni:
iure suum nomen Maximus esse potest.

Sepolto e fatte le debite esequie ad Vladislao, fu di consentimento universale gridato re Casimiro Magno suo figliuolo, l’anno del Signore milletrecento e trentatre, il quale attese prima a pacificare il suo regno, nettandolo da tutti i sediziosi, da’ ladroni e da l’altri uomini di mal affare; e poi nel milletrecento e trentanuove dechiarò e constituí suo successore Lodovico suo nepote, figliuolo di Carlo re d’Ungaria e d’una sua sorella. Il che fatto, del milletrecento e quaranta mosse le sue genti a’ danni de’ Russi, e nella lor provincia entrato prese Leopoli, lor città metropoli, di dove portò via molti tesori, e andatosene sotto Volodimira anco di essa si fece signore, avendola per forza d’armi acquistata, e indi tornò col trionfante esercito in Cracovia. Né varcò troppo tempo che, ingrossato che egli ebbe con nuove bande de soldati il suo esercito, di nuovo in Russia lo condusse e tirò alla sua obedienza l’infrascritte regioni con le lor cittadi: cioè Presmilia, Halicia, Leopoli, Sanocia, Lucovia, Volodimira, Lubaczovia, Treblovia, Tustania e molte altre, le quali sin ora al regno di Polonia sono unite. E tornato la terza volta in Russia la soggiogò totalmente al suo dominio, pigliando alcune rocche e fortezze che nell’altre espedizioni diffese s’erano.
Nel milletrecento e sessantatre dette Casimiro Elisabetta sua nepote, figliuola del duca stolpense, in matrimonio a Carlo quarto imperator romano, alle nozze della quale in Cracovia si trovarono esso imperatore, Ludovico re d’Ungaria, Pietro re di Cipria, Sigismondo re di Dania, Otto duca di Baviera, Semovito di Massovia, Boleslao di Svidnicia e Vladislao di Opolia. Le qual nozze compite, un gentiluomo di Cracovia, chiamato Vierinok, i genitori del quale erano venuti da’ paesi del Reno in Cracovia ad abitare e il qual era regio tesoriere, dette per alquanti giorni onoratissimi e abondantissimi conviti all’imperatore e a tutti quei re e duchi che in la città si ritrovavano, onorandoli poi in fine con richissimi e preziosissimi presenti. L’anno finalmente milletrecento e settanta, mentre il re Casimiro in una caccia dietro a un cervo corre appresso Prezdboria, li cascò sotto il cavallo e scavezzolli una gamba, dal dolore dalla qual percossa egli fra pochi giorni uscí di vita, e nella città di Cracovia fu sepolto. Cense questo di mura tutte quasi le città e fortezze di Polonia, fabricò molte rocche e assai chiese, ornò la patria di molte leggi e cavallaresche e civili, le quali sin ora s’osservano, e di gran lunga avanzò tutti i re suoi predecessori in accrescere i tesori e l’entrate del regno: e però ragionevolmente fu chiamato Magno.

Ludovico ungaro

Non quia vir fuerit nequam Ludovicus et ultor
crudelis nostras non bene rexit opes,
sed quia Pannoniae dum plus amat arva paternae
linquebat saevis istud ovile lupis.
Qui novit quid agant famuli, si longius absit
(praesertim fuerit qui minus asper) herus,
hic videt aerumnas, quas multa absentia veri
pastoris nostrum tum cumulabat avis.
Illo rege quidem leges crevere, sed illo
rege tamen robur non habuere suum.
Lex, nisi tutores habeat, contra arma potentum
est quod araneolus sub trabe nectit opus.

Morto Casimiro Magno senza alcun figliuolo e legittimo erede, fu l’anno milletrecento e settanta coronato del regno di Polonia il re Ludovico d’Ungaria, a lui nepote. Nel cui tempo non successe in Polonia cosa alcuna di memoria degna, fuora che i molti omicidii e latrocinii che per la sua absenzia per tutto quel regno si facevano. E se alcuno passava in Ungaria a dolersi col re delle ricevute ingiurie, era da lui rimesso alla regina, dalla regina a’ fattori regii, e da quelli era di nuovo con lettere rimandato a’ governatori di Polonia, talché in quel tempo molto male le cose di quel regno passavano.
L’anno poi milletrecento e ottantauno dette il re Ludovico sua figliuola Maria in moglie al marchese Sigismondo, figliuolo di Carlo quarto imperatore de’ Romani, e re di Boemia; e dechiarollo re di Polonia dopo la sua morte. Il qual passò in Polonia in atto di guerra, e castigati alcuni ribelli guidò le genti contra il duca di Massovia, che pretendeva per cagione di parentella ragione nel regno di Polonia, e dato il guasto a tutta la Massovia si condusse a Posnania, metropoli della maggior Polonia, ove da tutti fu onorevolmente e con molti segni d’allegrezza accettato per re. Morí fra tanto il re Ludovico, e fu sepolto in Alba Regale, avendo dodeci anni sopra Poloni regnato. Publicata che fu la sua morte in Polonia, si consigliarono secretamente i prencipali del regno d’abbandonare Sigismondo, e chiamando una figlia del re Ludovico d’Ungaria, e creatala regina, darla in matrimonio a prencipe tale che fosse bastante a governar bene la lor republica e diffenderla da tutti i suoi nemici. Fatto pertanto sapere questo lor disegno alla regina vedova d’Ungaria, che fu sorella del re Casimiro, li mandò essa Hedvigi sua figliuola, che, onoratamente da’ baroni poloni recevuta, fu da essi solennemente in Cracovia secondo l’antico costume del regno di Polonia coronata. E l’anno milletrecento e ottantacinque, avendo Iagellone, granduca di Littuania, inteso la venuta della regina Hedvige in Polonia, per fama della sua rara bellezza e nobili costumi inamoratosi, la mandò per dui suoi fratelli, Skiergellone e Borisso, ad appresentare con doni richissimi e insieme a richiederla di matrimonio; promettendo, se questo otteneva, di batizzarsi con la sua gente, di restituire tutte le città e rocche con i lor territorii che Littuani occupate tenevano al regno di Polonia, di liberare tutti i schiavi poloni che per il suo stato si trovavano, e de piú di unire e incorporare il granducato di Littuania col regno di Polonia, di recuperare per forza d’arme la Slesia, la Prussia e la Pomerania, di convertire tutti i tesori in utile del regno polono, e finalmente di fare tutto quello che fosse per tornare a beneficio e grandezza della polona republica e ad accrescimento della cristianitade.
Fu molto cara e grata questa ambasciaria a’ prencipi poloni, ma alla regina grandemente spiacque, percioché, essendo essa, vivendo ancora il padre, stata promessa in moglie a Vilhelmo duca d’Austria, ardentemente il matrimonio di lui desiderava, né poteva a questo secondo piegarsi. Per lo che mandarono i Poloni ambasciatori in Ungaria alla regina Elisabetta sua madre, che l’informassero di quanto si trattava e il suo parer gli adomandassero; la qual rispose che essa in tutto e per tutto si reportava a quanto al consiglio de’ Poloni paresse ben fatto e a quanto da lor fosse ordinato. Mandarono alora i Poloni un’onorata man d’ambasciatori in Littuania, invitando quel duca a venire con le condizioni da esso proposte a pigliare la corona del regno di Polonia e la bella Hedvige per moglie. A che mentre si attende, Vilhelmo duca d’Austria, avisato come le cose in Polonia passassero, venne in Cracovia accompagnato da una nobil squadra de cavallieri della sua corte, e portò seco grandissimi e preziosissimi doni per tentare che il matrimonio già a lui promesso effetto avesse: che fu dalla regina allegramente recevuto, e per molti giorni attesero a darsi piacere (onoratamente però) in conviti e in danze. Per la qual cosa vedendo alcuni baroni di Polonia quanto Vilhelmo alla regina caro fosse e quanto scambievolmente s’amassero, lo menarono dentro alla fortezza, ove mentre si tratta d’accompagnarli insieme, venne nuova esser giunto ivi appresso Iagellone; onde turbatisi tutti cacciarono Vilhelmo fuor della fortezza, serrandoli dietro le porte. Corse, quando ciò seppe, la regina, e spenta dal dolore si sforzò con le proprie mani romper le serrature delle porte, per andare nella città a trovar Vilhelmo e il matrimonio con esso consumare, ma fu da’ consiglieri con lungo ragionamento e con molte ragioni da questo disuasa. E Vilhelmo, vedendosi aver ostinatamente contrari i baroni di Polonia e crescendo la fama della giunta di Iagiello, di Cracovia con i suoi ascosamente si partí.

Iagiellone overo Vladislao littuano

L’anno della natività di Cristo milletrecentoottantasei Iagiellone, granduca di Littuania (la cui genealogia diffusamente nella descrizione di Littuania si vede), venne molto onoratamente a’ dodeci di febraro in Cracovia, accompagnato da tre suoi fratelli, Borisso, Svidrigielone e Vitoldo, ove con allegrezza grande lo ricevero i Poloni e condussero nella rocca ad alloggiare. E alli quattordeci de ditto mese fu insieme con i fratelli battizzato e chiamato Vladislao, e il giorno istesso fece le nozze con la regina Hedvigi, e secondo la sua promessa incorporò e uní con publica scrittura e col suo giuramento confirmò il ducato di Littuania, la Samogizia e la Russia col regno di Polonia; e la settimana seguente lo crearono e coronarono i Poloni con le solite ceremonie re de’ paesi loro. Compite le solennità delle nozze, si transferí il re insieme con la regina sua moglie nella maggior Polonia, per acquietare alcuni tumulti che ad instanzia di Domarato, capitano generale della maggior Polonia, e di Vincenzo palatino in quella provincia si levavano. Li quali acquietati e accommodati, fece apparecchio di far una espedizione in Littuania per rimuovere con la forza dalla cultura degli idoli quelli che di propria volontà non avessero voluto accettare la cristiana fede. L’accompagnarono a questa impresa gran numero di baroni e cavallieri poloni, l’arcivescovo di Gnezna con molte persone ecclesiastiche e Semovito di Massovia e Conrado di Olensnicia duchi. E giunto in Vilna fece intimare per il principio della seguente quadragesima in essa città la general dieta, nella quale si trattò e concluse di levar affatto di quei paesi il vano culto degli idoli: e cosí quelle genti barbare della Lituania e della Samogizia vennero al fonte del sacro battesmo e furono a turme, come nella descrizione della Littuania appare, aspergendoli con l’acqua benedetta battizati, mettendo a ciascuna turma nome o Stanislao o Pietro o altro simile.
Assettate dal pio re le cose di Lituania secondo il voler suo, vi lassò Vitoldo suo cugino in governo e, tornato in Polonia, mosse le genti contro la Slesia e prese le città e castelli sottoposte a Vladislao duca d’Opelia, che furono Krzepice, Bobolicze, Olstin, Brzeznice, Ostresevo e Grabovo. Sette anni tenne assediata la rocca di Boleslaviecz, la qual ebbe finalmente per fame da Oska duchesa vedova. E il duca opoliense, conoscendosi non esser bastante da poter gli altri suoi luochi diffendere, li vendette per quarantamila fiorini a’ cruciferi di Prussia, che con i lor presidii li fortificarono; ma il re, mandatovi un gagliardo esercito, tutte le sottopose al suo dominio. Morí l’anno trecentononantanuove la regina Hedvigi, della santità della cui vita gli annali de’ Poloni larga testimonianza fanno; e l’anno seguente fu al re mandata in moglie sin d’Ungaria Anna, figliuola del conte ciliciense.
L’anno poi millequattrocento e dieci mosse il re guerra a’ cruciferi di Prussia, e passato il fiume Vistola fece gli alloggiamenti appresso il castello Cierniensko, ove li venne in soccorso con grosse bande di Lituani e di Tartari Vitoldo suo cugino, e anco Semovito e Ianusio duchi di Massovia lo vennero ad aiutar con le lor genti; e unite tutte queste forze insieme, mosse il re l’esercito verso i castelli Tanebrigo e Grimoaldo. Nel qual luoco, mentre egli la messa ascoltava, li vennero quasi a un istesso punto doi spie che l’avisavano i Pruteni suoi nemici venire alla sua volta con tutte le lor forze, e che erano poco indi luntani. Alla qual nuova non fece egli moto alcuno, anzi stette devotamente saldo fin che la messa fu compita; la qual finita mise le sue genti in battaglia, ponendo nella vanguardia quaranta insegne de’ Lituani insieme con tutti i Tartari che in suo favore l’armi prese avevano. Lo venne in questo a trovare un messo de Ulrico Iungingen, mastro de’ cruciferi di Prussia, che quasi bertizando il re li mandò a donare doi spade nude e altretanti scudi con queste parole: “Che aspetti, o re, che non vieni alla battaglia? Se spade ti mancano, eccotene dua, una per te e l’altra per Vitoldo tuo fratello; se hai stretto campo da metter l’esercito in battaglia, io luoco ti darò”. Accettò il re queste due spade e sospirando disse: “Quantunque a me non mancano armi d’ogni sorte, accetto volontieri questo dono, come prenuncio col favor divino della futura vittoria”. E ditte queste parole fece dar nelle trombe, e il simile fu da’ Pruteni fatto, e tutto a un tempo questi doi eserciti con empito grande ad incontrar s’andarono. E la prima battaglia de’ Lituani e Tartari, usi all’arco e alle frezze, scaricorono un folto e mortal nembo di frezze contra lor nemici; poi venuti alle mani fur da’ Teutoni nel primo affronto rotti e messi in fuga. Sotto intraro subito i Poloni freschi d’animo e di forze con strepito e fragore orribile di gridi, di tamburi e di trombe, e con tal valore ne’ Pruteni urtarono che a viva forza, superato e abbassato il lor orgolio, li fecero indietro rinculare. E avendo il re mandato fuori due grosse ale di cavallaria dai dui corni della battaglia, serrò in mezo i nemici già disordinati, che persi d’animo avevano l’occhio piú al fuggire che al combattere; ma avendoli i nemici circondati, fur pochi quelli che salvar si potero, restando gli altri alla campagna uccisi. Ulrico, il gran mastro de’ cruciferi di Prussia, mentre s’affatica per far star salda la battaglia e mentre con le parole e con i fatti tenta di fermar i suoi posti in disordine, fu con trecento suoi commendatori ucciso, e il duca stetinense e quello di Osnicia fur fatti pregioni. Morirono in questa giornata tra Pruteni e Teutoni cinquantamila soldati; ma Silvio scrive solo quarantamila.
Ottenuta ch’ebbero i Poloni la vittoria, presero e saccheggiaron le trinciere nemiche, nelle quale fecero un grosso e ricco buttino, e avendo riportato cinquanta insegne de’ nemici, a perpetua memoria d’impresa tanto segnalata nella chiesa della fortezza di Cracovia in luoco alto ed eminente le posero. Fecero i cruciferi di nuovo un altro sforzo e, avendo ottenuto aiuti da’ Sassoni e dal re de’ Romani Sigismondo, si mossero alla volta di Polonia, e furono da’ Poloni, che di questi loro apparecchi erano stati avertiti e avevano le lor genti raccolte, animosamente incontrati. E mentre che la battaglia crudele e sanguinosa per l’ostinazione e valore degli uni e degli altri ancora dura, un certo cavalliero polono, chiamato Giovanni Misai, cacciatosi vigorosamente per mezo a’ nemici, a lor dispetto sina alla insegna prencipale agiunse, e amazzato l’alfiere prese l’insegna, e attacatesela alle spalle ferendo e uccidendo si fece strada per mezo a’ nemici e con l’insegna tra’ suoi salvo si condusse. Persa la prencipale insegna, fur tutti cruciferi disordinati e indi posti in fuga, che da’ Poloni trovati per le selve e per i campi sbandati erano messi tutti a fil di spada, onde ne perirono intorno a diecimila. E l’anno istesso, essendo venute dodeci insegne d’Ungari a predar nella Polonia, fur da’ Poloni rotti e discacciati. E l’anno millequattrocento e quatordeci, non attendendo i cruciferi a quanto avevano promesso, li menò sopra il re con Vitoldo suo fratello l’esercito di Lituani e di Poloni, e si fece nella Prussia patrone di molte cittade e fortezze, acquistandole col felice valor de’ suoi soldati, che fur della lor virtú da lui largamente premiati, avendo remunerato i Littuani che ben servito avevano con darli l’arme e ornamenti della polona nobiltà.
L’anno finalmente millequattrocento e trentadoi, essendo il re Vladislao Iagellone vecchio divenuto e avendo mentre regnato aveva fatte molte imprese nobilissime, passò felicemente all’altra vita, lassando doi figliuoli, Vladislao e Casimiro, e fu in Cracovia nella chiesa del castello sepolto in un monumento di marmore, nel quale fu anco scolpita la sua imagine.

Vladislao quinto

Ladislae, tibi regale Polonia sceptrum
contulit ob proprii splendida facta patris.
Hinc quoque et Ungaricus defert diadema senatus
et quae sunt lati iugera multa soli.
Egregia vero tu praeditus indole regnas
ac regis imperio subdita regna tuo.
Nec piguit Macedum fines vastare remotos,
nominis ut foret gloria nota tui,
donec inire petit tecum trux foedera Turca
quod facis, at Latius frangere papa iubet.
Cui tu dum pares, te ad Varnam Marte paludem
fudit Amurates et tua castra capit.

Vladislao quinto al padre Iagellone nel regno di Polonia successe l’anno del Signore millequattrocento e trentaquattro; qual l’anno poi millequattrocento e trentasette, essendo morto Sigismondo imperator romano e re d’Ungaria e di Boemia, fu solecitato da molte preghiere de’ baroni ungari ad accettare il regno d’Ungaria, onde andatovi del millequattrocento e quaranta fu solennemente in Buda coronato. Mosse poi il re le forze di questi doi regni contra Turchi del quarantatre, e recuperò molti luochi che da essi nella Rascia erano stati occupati. Intendendo poi che i Turchi li venivano molto potenti sopra, dette una grossa banda d’Ungari e di Poloni a Giovanni Uniade, palatino di Transilvania, e mandollo ad incontrare l’esercito nemico. Fu la prestezza del Uniade tale che prima visto fu da’ Turchi nelle lor trinciere che essi sapessero lui venirli contra: e secondo che sprovisto fu l’assalto, e l’animosità e valore de’ cristiani grande, fur in poco d’ora i Turchi rotti e messi in fuga, e ne restaro pregioni quattromila insieme con nuove insegne militari, col favor della qual vittoria scorsero i Poloni e gli Ungari tutte le provincie di Slavonia sino a’ confini della Macedonia. Pose alora l’imperator de’ Turchi un buon esercito nella montagna della Macedonia o della Romania per diffender quelle provincie dell’empito de’ Poloni; ma il bassà che di questo aveva il carico, confidatosi nella gran moltitudine de’ suoi, discese alla pianura a far il fatto d’arme coi cristiani, sperandone ottennere vittoria certa. Ma la cosa altrimente passò, percioché i cristiani dettero cosí gran rotta a’ Turchi che Amurate fu sforzato a mandare ambasciatori ad Vladislao e domandarli la pace, la quale per dieci anni ottenne, restituendo al re polono tutte le fortezze e altri luochi occupati nella Rascia; e questo accordo da ciascuna delle parti fu giurato d’inviolabilmente osservare.
Giunse poco dopo alla corte del re il cardinal Giuliano, legato del sommo pontefice, il quale con molte e varie persuasioni mosse il re a rompere la conclusa e giurata triegua, assolvendolo con l’autorità del sommo pontefice dal giuramento al Turco fatto, e lo persuase a prendere l’armi in compagnia degli altri prencipi cristiani contra il commun nemico de’ popoli di Cristo. L’anno pertanto millequattrocento e quarantaquattro, fatto un numeroso esercito, con esso si mosse a’ danni del Turco; il che quando egli intese, molto si maravigliò della inconstanza e legerezza de’ cristiani, e che cosí poco conto del nome del lor Dio facessero, e chiamato un potentissimo esercito d’Asia venne alle mani co’ cristiani appresso la palude Varna e al lito del mar Maggiore. Sanguinoso e crudele fu questo conflitto, del quale il Turco al fin restò vittorioso, avendo con la gran moltitudine de’ suoi circondato l’esercito cristiano e tagliatolo quasi tutto a pezzi, restandovi tra gli altri anco il re ucciso, mentre con animo intrepido non manca, in cosí ria fortuna, di portarsi da valente soldato e da prudente imperatore; la qual rotta cagionò non poco dolore e pianto per tutta la cristianitade. Visse Vladislao, dopo coronato re di Polonia, diece anni, e quattro anni resse il regno d’Ungaria: e il ventesimoprimo anno della sua età fu, come si disse, appresso Varna da’ Turchi amazzato, mentre per obedire al consiglio del pontefice roppe la tregua con Amurate fatta.

Casimiro quarto

Post fratrem Casimirus adest, quem Turca peremit,
Sarmaticas iustus qui regit ultor opes,
eripit et captas Marianis fratribus urbes
aetera terribili discutiente modo.
Hoc duce sacrifici magnas sensere repulsas,
hic ubi Castuliam Vistula volvit aquam.
Hinc repetit Mariae non vi sed munere Castrum,
Prussiaci quod tunc incoluere duces.
Hunc quoque Choynitium, multis licet inde peremptis,
sensit et illius quae ditionis erant.
Ducentem reliquae felicia tempora vitae
fata gravem nobis eripuere ducem.

L’anno della nostra redenzione millequattrocento e quarantasette Casimiro, granduca di Lituania, al fratello Vladislao nel regno successe. E l’anno seguente Pietro, palatino di Valachia, li giurò obedienza e promise pagarli il debito tributo, essendo da’ Poloni stato aiutato nella guerra che egli aveva con Bochdaneo suo fratello bastardo, che del suo stato privarlo voleva; qual da’ Poloni fu col suo esercito rotto, scacciato e amazzato. E l’anno millequattrocento e cinquantaquattro vennero ambasciatori dei nobili e cittadini di Prussia a raccomandarsi e mettersi nelle braccia del re Casimiro, come quelli che si lamentavano di non poter piú sopportare gl’intollerabili pesi e le straordinarie gravezze con le quali erano da’ cruciferi tirannigiati, che le moglie levavano per forza a’ mariti, le tenere verginelle a’ patri e alle madri, le possessioni e bestiami a’ contadini, e reducendo il vulgo in miserabile servitú se ne servivano come se bestie fossero in fabricar luochi forti e le città de muraglie circondare. Ebbero forza questi giusti lamenti di farli dal re accettar sotto la sua protezione, e impostoli un leggier tributo fur connumerati tra’ subditi della corona di Polonia, e come a tali fu deliberato dar l’aiuto che essi ricercavano per liberarli dalla dura servitú nella qual da’ cruciferi erano tenuti. Fatto per tanto quelle provisioni di gente che la brevità del tempo li concesse, le mosse il re contra Ludovico, gran mastro di cruciferi; qual, avendo risaputo prima quanto in Polonia in suo danno si trattava, s’era fortificato con un grosso esercito de Teutoni. E incontratisi questi doi eserciti appresso la città di Choynicze, vennero a prima giunta al fatto d’arme.
Roppero i Poloni le prime squadre de’ nemici, e avendo ucciso Battazare, duca di Zegania, e fatto pregione Bernardo Stumburg, general capitano dell’esercito nemico, avevano col empito loro fracassata tutta questa banda, quando, essendo nel perseguitar quei che fuggivano disordinato alquanto il battaglione de’ Poloni, fur gagliardamente dalla battaglia prutena investiti: che trovatili disordinati, prima li mossero di luoco, e poi pigliando animo da questo buon prencipio li cargarono con tal empito sopra che, non potendo i Poloni piú resistere, guasta e stracciata l’ordinanza si dettero a fugire. Fece il re cose maravigliose per fermarli, ma erano le cose in tal confusione che non fu mai possibile, anzi corse pericolo, mentre troppo tardi si retira, di restar pregion de’ suoi nemici. Furono in questa battaglia amazzati molti Poloni, e trecento ne restar pregioni. Per levarsi questa macchia fece Casimiro un altro piú potente esercito, ed entrato nella Prussia prese molte città e fortezze. E non avendo il gran mastro de’ cruciferi dinari da dare le debbite paghe a’ suoi soldati, dette per acquietarli in lor potere la fortissima rocca di Marimburg, acciò la tenessero sinché fossero del tutto sodisfatti; ma andando questa cosa in lunga, e volendo i soldati le lor paghe, vennero a patti del millequattrocentocinquantasette col re Casimiro, e li vendettero quel luoco con tutte l’artegliarie, arme e munizioni che vi si ritrovavano per quattrocento e settantaseimila fiorini. Onde, per vendicarsi il gran mastro di questa e altre offese, prese per forza alcune di quelle fortezze che il re in Prussia possedeva, che mosse il re a metter di nuovo sercito in campagna, e con i cruciferi affrontatosi roppe e fracassò totalmente il lor esercito, uscendoli appena il gran mastro con pochi de’ suoi vivo dalle mani. E cosí finalmente spogliaro i Poloni (benché con gran difficultà) i cruciferi del possesso de tutti i luochi forti.
L’anno poi millequattrocento e sessantasei, avendo il re per forza presa la città e castello di Choynico, mosso dalle molte preghiere de diversi prencipi cristiani fece con il gran mastro e con l’ordine de’ Teutoni pace e perpetua confederazione. Dal qual tempo il ducato di Pomerania e le città Michlovia e Culma fur aggiunte al regno di Polonia, per le quali i Poloni avevan co’ cruciferi combattuto per il spazio di cento e ottanta anni. E Casimiro, vivendo il resto di sua vita in somma pace e quiete, con tranquillità e felicità grande de suoi popoli, del millequattrocento e nonanta a miglior vita passò; del quale rimasero sei figliuoli, Vladislao, Casimiro, Alberto, Sigismondo, Frederico e Alessandro, e sette figlie, Hedvigi, Zofia, Anna, Barbara, Elisabetta e altre due. Vladislao fu dagli Ungari dopo la morte del re Mattia di commun consenso di quel regno coronato, qual tolse anco dopo sotto la sua protezione il regno di Boemia. Alberto al padre successe nel regno di Polonia, e cavati a sorte ad Alessandro toccò il granducato di Lituania e a Sigismondo quello di Glogovia; Friderico fu assunto ai vescovadi di Cracovia e di Posnania, dopo l’anno l’ornò anco il papa della degnità cardinalesca.

Giovanni Alberto

Ducis, Ioannes Alberte, binominis agmen
Sarmaticum, matre id perfidente tua,
instauras novo, sed frustra Marte tumultum
ulturus patrui funera maesta tui.
Nam Dacus variat primo quod dixerat ore,
te contra Turcam velle iuvare ferum.
Instruit horrendos te contra perfidus hostes
et fudit populos Marte iuvante tuos,
unde nemus nostris patuli memorabile fagi,
dum sol siderico tramite currit, erit.
Sic igitur multis non faustis obrutus actis
te rapuit iuvenem Parca severa duce.

Fu sustituito Giovanni Alberto al padre nel regno polono e coronato della regal corona l’anno millequattrocentononantadoi. Mandarono i Veneziani ambasciatori a questo re a rallegrarsi seco della ricevuta degnità e ad augurarli felice fortuna contra i nemici del cristiano sangue. Vennero anco a trovarlo gli ambasciatori del Turco ricercandolo di tregua, la quale per alquanto tempo ottennero. L’anno poi millequattrocentononantaquattro andò Giovanni Alberto ad abboccarsi con Vladislao, re di Ungaria e di Boemia suo fratello, nella città di Livocza, ove trattarono di congiunger le forze di questi regni insieme e far vendetta della morte d’Vladislao lor cio, che fu da’ Turchi crudelmente ucciso. E per diligenzia che facessero che il lor disegno passasse secreto, non potero impedire che l’imperatore de’ Turchi, che non ne steva senza qualche gelosia, non fosse del tutto avvertito, onde mandò al re Alberto un ambasciatore per confermare la tra lor già fatta triegua. Occorse nell’istesso tempo che, essendo Stefano palatino di Valacchia da’ Turchi travagliato, richiese come feudale del regno di Polonia d’esser dalle forze di quel regno aiutato. Piacque grandemente al re questa occasione di poter ragionevolmente romper guerra al Turco e vendicare le passate offese: e posto in campagna un potentissimo esercito di Poloni, Lituani, Masoviti, Ruteni, Pruteni e Slesii, lo mosse verso Moldavia a’ danni de’ Turchi.
Diversi segni occorsero, per i quali poteasi facilmente prevedere l’infelice fin di questa impresa, percioché, mentre il re attende ad apparecchiare le cose a tanta guerra necessarie, li cascò sotto un generoso cavallo che egli cavalcava, appresso Leopoli di Russia, in un picciol torrente, e quantunque l’acqua fosse bassissima non si puoté aiutare che non vi lassasse la vita. E nella città di Leopoli un cavalier polono chiamato Stopsi, che da tutti era per matto conosciuto, andava tutto il giorno gridando: “I nostri vanno incontro al lor male!” Dette anco una saetta nel suo campo e amazzò un cavalliere con dodeci cavalli. Aveva al re promesso il palatino di Moldavia di mantenere il suo esercito di vittuaglie, delle cose necessarie anco a’ cavalli, e il re, fidatosi delle sue false promesse, non fece quella provisione che per il campo bisognevole era; ma, giunto con le genti in Valacchia, mandò chi ricordasse al palatino di quanto aveva promesso e l’esortasse a mandar le vittuaglie e ad apparecchiarsi ad uscir seco alla guerra contra Turchi. A che rispose il mancator di fede: “Abbisi cura il re di guardarsi da’ Turchi e da altri, poi che gli ha bastato l’animo de entrar con gente armata ne’ luochi a me sottoposti senza mia saputa”.
E avendo doi e tre altre volte il re ammonito che non li mancasse di fede, e di queste ammonizioni il palatino facendo poco conto, mosse a gran sdegno il re con tutti i suoi Poloni, onde quell’arme che apparecchiate avean contra Turchi le convennero voltar contra i suoi ribelli, e andarono subbito all’assedio di Soczava, metropoli della Valacchia. La qual mentre essi valorosamente combattono, Vladislao re d’Ungaria mandò all’uno e all’altro ambasciatori e feceli far pace insieme, la qual con giuramento confirmata il re, che per le gran fatiche del corpo e i molti travagli dell’animo era cascato in malattia, prese col suo esercito la strada per ritornare in Polonia. E mentre ei conduce l’esercito per mezo di una selva grandissima che dalla moltitudine de’ faggi è ditta Bukovia, e che senza pensiero alcuno de’ nemici i soldati alla sfilata marciano, fur tolti in mezo dal traditor palatino di Valacchia, che contra ogni legge e divina e umana e contra l’accordo e giuramento ultimamente fatto urtò d’ogni intorno ne’ Poloni disordinati e stracchi, e tagliatili per la maggior parte a pezzi fece quasi tutti gli altri pregioni; tra’ quali furono i piú segnalati Nicolò, palatino di Russia, Gabriel, conte di Tenczin, Giovanni Zbignevio figliuolo del capitanio di Marinburg, e molti altri quali con il sangue proprio salvarono la vita al lor re posto in estremo pericolo. Sono ancora in questa selva infiniti ossi che di qua e di là biancheggiano, veri segnali di questa infelice rotta: e io che questa istoria scrivo mi ricordo averli visti mentre capitano della fantaria serviva il magnifico Lasco, palatino di Siradia, che era andato in aiuto alla despota Erachide, qual cercava acquistar la Valacchia l’anno millecinquecentosessantadoi della nostra salute.
Ma tornando all’istoria, nel millequattrocentononantatre fu tanto caldo il mese di genaro e di febraro (cosa maravigliosa in Polonia) che gli arbori fiorirono, li uccelli i nidi fecero e le campagne di bellissima erba coperte erano; ma dai rigidi freddi e ghiacci che il mese di marzo poi seguirono fu tutta questa bella vista guasta e strapacciata. E l’anno seguente, appresso Cracovia, in una villa detta Czarna, parturí una donna un figliuolo col collo e l’orecchie di lepore. Né troppo dopo un’altra donna un altro ne partorí, e insieme con esso un fiero serpente che il putto devorò sino alle viscere. E del nonantanuove d’una Giudea nacque in Cracovia un vitello con doi teste, una nella coda e l’altra al luoco solito, e la coda era posta nella schiena, e aveva nella parte destra sette piedi e nissun nella sinistra; qual mostro fu per molto tempo fuor di Cracovia tenuto in mostra di qualunque veder lo volesse. Ora il re Alberto, essendo del millecinquecento e uno passato di Cracovia in Prussia, venne a morte nella città di Torunia l’anno quadragesimo della sua età, avendo regnato otto anni e otto mesi.

Alessandro

Multa laborati hoc recinunt de rege libelli,
quam duri promptus Martis ad arma fuit.
Nil illum morbi, nil frigora saeva movebant,
ut non inceptum perficeretur opus.
Saepius insano compressit Iazigas arcu
et dedit horrendae millia multa neci;
indigna ulciscens saevi periuria Mosci,
illius constans abstulit ultor opes.
Nec tantum bello studuit, sed legibus aequis
subiectam patiens est moderatus humum.
Illa ducis laus est certo verissima magni
quivi sacra, qui iustum cum pietate colit.

Alessandro, granduca di Lituania, successe nel regno al fratello l’istesso anno che egli uscí di vita, e del millecinquecento e sei mosse guerra a’ Valacchi, e preseli alcune fortezze poste appresso il fiume Tyra. E indi passato in Littuania, fu da grave infirmitade soprapreso, ed essendo nell’istesso tempo venuti ventimila Tartari a depredare nella Lituania, mandò il re ad incontrarli Stanislano Kizka lituano con una fiorita banda del suo esercito, seguitandolo esso col resto, quasi mezo morto. E fatta la rasegna delle sue genti, aggrevandolo di continuo maggiormente il male, si fermò nel castello di Lida, e seguitando Stanislao l’arme de’ Tartari, li giunse inaspettato appresso il castello Kleczo: e con tanto valore urtarono i Lituani in essi sbandati che pur uno non ne restò vivo, e fu recuperata la preda e i pregioni furon liberati. La nuova di questa vittoria fu al re portata nell’ora che ei stava per passar di questa: che quantunque avesse la favella persa, nondimeno con l’alzar le mani e con le lacrime e sospiri ne rese a Dio le debbite grazie, e porgendo le mani a tutti i circonstanti l’anima rese al suo Fattore l’anno quadragesimoquinto della sua etade nella città di Vilna, dove fu anco sepolto, dopo l’aver regnato in Polonia quattro anni e otto mesi, e quatordeci anni governato il granducato di Lituania.

Sigismondo primo

Cum iurarat atrox devicto Glinscius hoste
suspectam, pulsa suspitione, fidem,
qui caperet regni post mortem fratris habenas,
tota Sigismundum terra Polona cupit,
hoc qui magnatum tunc nemo tenatior aequi,
maior consiliis et pietate foret.
Dos regum decorabat eum clementia, solus
deque Iagellona stirpe superstes erat.
Prostravit fretum numeroso milite Moscum,
millia quo bello bis cecidere decem.
Quantus amor populoque suo, externisque monarchis,
tantus erat Turcis et tibi, Teuto, tremor.

L’anno del Signore millecinquecento e sette, sepolto con grandissimo onore il morto re Alessandro, Sigismondo suo fratello, duca di Glogovia, d’Opavia, capitano generale e granduca di Lituania, prese il governo del regno. Redrizò questo con le sue spalle la quasi cascata republica polona, e avendola da ogni banda paceficata mosse guerra a Basilio, prencipe di Moscovia, avendo condotti in suo aiuto i Tartari precopensi, e avendo preso molti de’ suoi castelli vi pose grossi presidii de’ suoi piú valorosi soldati. Fecero l’istesso anno i Tartari una grossa correria nella Russia, contra quali essendo andato il castellano di Leopoli con i cinquecento cavalli poloni, secondo che trovò i nemici sbandati e carichi di preda, con l’aiuto divino li roppe e tolseli la preda. Del cinquecento e nuove il palatino di Valacchia, rompitor di fede passò con molta gente in Russia e mise a sacco la città di Leopoli, di dove portò via molto tesoro, ed ebbe a patti il forte castello di Rohatinia. E sentendo che i Poloni s’apparecchiavano a venirli contra, con prestezza in Valachia si ritirò, ove, da’ Poloni vistosi seguitare, s’ascose esso nelle selve. E i Poloni, non trovando resistenza, misero tutta quella provincia a ferro e a fuoco e presero queste fortezze: Dorochinia, Sozez Panonice, Botusania e Chocinia. Dettero anco molti gagliardi a Soczava, metropoli della provincia, ma, non la potendo acquistare, carichi di spoglie e dato il guasto a’ luochi dei nemici s’inviarono alla volta di Polonia. E mentre essi passavano il fiume Tira, over Nestro, i Valacchi, presa l’occasione per esser nel passar disordinati e anco divisi dal fiume, usciro delle selve e dettero un feroce assalto a quelli che ancora passati non erano. Erano questi i cavallieri della corte regia, che, animosamente fatto testa, sostennero valorosamente l’empito nemico; e mentre essi combattono, repassarono alquante compagnie de’ Poloni secretamente il fiume e, andate alle spalle de’ Valacchi, con empito grande in essi investirono, che vistosi da’ nemici circondati si persero d’animo, e postisi in fuga lassaro a’ lor nemici la vittoria.
Dell’anno poi millecinquecento e dodeci i Tartari precopensi, stipendiarii del re, messosi insieme intorno a ventiquattromila cavalli, fecero una correria nella Russia e fermaronsi a Visniovicio, in Podolia. Presero i Lituani e i Poloni l’arme per reprimere l’audazia di costoro, e venuti con essi alle mani, mentre si era sul maggior furor della battaglia un’ala de cavalaria polona secretamente passò alle trinciere nemiche ed entratevi sciolse tutti i Poloni e Lituani che da’ Tartari pregioni eran menati; che, dato di mano a quelle arme che aver in quel bisogno puotero, i nemici alle spalle assaltarono, e cargando essi da quella parte e valorosamente combattendo gli altri alla fronte, fur i Tartari disordinati e rotti e privi della preda di Polonia scacciati da minor numero assai di quello che essi erano.
Passati doi anni dopo questa impresa, seppe il re Sigismondo che Basilio, granduca di Moscovia, era con gente armata nella Livonia entrato e che si era insignorito di Smolensko, castello fortissimo; onde, per diffender le sue giurisdizioni, fece un esercito di Lituani e de Poloni alla somma di trentacinquemila tra cavalli e fanti e mandollo sotto la condotta di Costantino duca di Ostrovaski a recuperare quanto da’ Moschi era stato occupato, contra il quale d’ordine del Moscovito si mossero ottantamila cavalli. Giunto Costantino con le sue genti al Boristene, li fece sopra un ponte fabricare appresso il castello Orsham, e fece passar dall’altra parte le sue genti; ed essendone già la metà passate, fu consigliato Giovanni Andrea Coladin, generale capitano dell’esercito de’ Moschi, il quale era col campo poco indi luntano, che si servisse di questa buona occasione di rompere i Poloni, avendo messo il lor esercito in luoco che non poteva dagli altri esser soccorso. A che esso rispose: “Se noi tagliamo a pezzi questa parte de’ nemici, che faremo poi? Gli altri, questo vedendo, si salvaranno fuggendo: però è molto meglio che tanto aspettiamo che tutto il lor esercito dalla nostra banda passi, percioché tale e tante son le forze nostre che, circondati che averemo gli inimici, li potremo, come se tante bestie fossero, andarseli inanzi cacciando sin nella Moscovia, e fatteli tutti schiavi a man salva di tutta la Lituania saremo patroni”. Passato per tanto che fu l’esercito polono, fu dall’una e dall’altra parte dato nelle trombe e tamburi e cominciato animosamente la battaglia, avendo prima i Moscoviti urtato con empito grande nelli Lituani, da’ quali fur valorosamente sostenuti per un pezzo, e poi fingendo di pigliar la carica s’andarono pian piano retirando alla volta d’un colle per tirare il nemico nelle insidie da lor postoli. Il che felicemente li successe, percioché, seguitando i Moschi valorosamente la da lor creduta vittoria, si condussero in parte ove i Poloni le lor artegliarie piantate avevano, che in un subbito essendoli contra sparate fecero una strage orribile e di cavalli e d’uomini. Col quale aspetto e col rumor terribile, essendo questa cosa nuova appresso i Moscoviti, restarono essi di modo sbigotiti e i lor cavalli spaventati che, non li potendo piú reggere, si posero a fuggire. E i Lituani e Poloni, che prima di fuggire mostravano, voltando faccia e strette tutte le lor gente insieme urtarono gagliardamente ne’ già disordinati, e per tutto quel giorno li dettero la caccia e uccisero, e la notte all’uccisione il fine dette. È un fiume tra Orsham e Dubrovna, chiamato Cropiuna, nell’incerto guado e alte ripe del quale perirono tanti de’ Moschi che fuggivano che i lor corpi il corso del fiume ritennero. Fur fatti pregioni in questa battaglia tutti i capitani e consiglieri del duca e al re mandati; ma Giovanni Celadin, capitan generale, con doi altri uomini di conto fu ritenuto in ferri nella città di Vilna. Morirono in questo fatto d’arme quarantadoimila Moscoviti, non computando quelli che nella fuga anegati s’erano, e doimila ne fur fatti pregioni, restandovi morti de’ Lituani e de’ Poloni solo trecento. E da quel tempo in qua non ha piú il Moscovita avuto animo d’affrontarsi co’ Poloni a battaglia campestre.
Intesa ch’ebbe il prencipe di Moscovia la rotta de’ suoi, uscito di Smolensko se retirò piú che di passo in Moscovia, e l’esercito regio, avendo assediato Smolensko, non lo poté prendere, per esservi stato lassato dal Moscovito grosso e valoroso presidio; onde, presi tre altri castelli a lui vicini, e dato il guasto ad altri luochi, carichi i soldati di preda vittoriosi tornaro alle lor case.
L’anno seguente se ridussero insieme a parlamento in Vienna d’Austria l’imperator Massimiliano, Sigismondo re di Polonia e Vladislao re di Ungaria e di Boemia, fratelli. E l’anno millecinquecento e decedotto fu d’Italia mandata al re Sigismondo in moglie Bona, figliuola de Giovanni Sforza duca di Milano, che fece in Cracovia molto onoratamente la sua entrata, essendo stata incontrata dagli vescovi, baroni e cavallieri poloni con molta pompa e apparato. La quale del millecinquecento e venti partorí in Cracovia in absenza del re un figliuolo, che Sigismondo Augusto fu nomato. L’anno poi millecinquecento e venticinque Alberto, marchese di Brandeburg e gran mastro dell’ordine teutonico, dopo molte guerre e inimicizie con Poloni avute, vedendo che indarno calcitrava contra il stimolo, fece solenne giuramento d’obedienza al re Sigismondo in Cracovia, e cavatosi l’abito dell’ordine fu creato dal re duca di Prussia, con che ebbero in quella provincia fine le giurisdizioni de’ cavallieri teutonici. Ed essendo l’anno seguente morti in età giovenile Stanislao e Giovanni, duchi di Masovia, ricascò quel ducato alla corona di Polonia. E l’anno millecinquecento e trenta Sigismondo Augusto, d’età d’anni diece, vivendo ancora il padre, di suo ordine e volontà fu in Cracovia solennemente del regno di Polonia coronato.
L’anno seguente Petrillo, palatino di Valacchia, entrò con arme nemiche ne’ paesi al re di Polonia soggetti e abbrusciò Sniati, Colonia con le circonvicine ville; onde il re ordinò a Giovanni, conte di Tarnovia, che con seimila soldati andasse a reprimere l’audacia del spergiuro nemico. Che andato fortificò il suo campo appresso ad Obertina, in un luoco per natura forte, e all’incontro si mostrò sopra un colle di quello piú alto il palatino Pedrillo con cinquantamila combattenti tra Valacchi, Turchi e Ungari, e fece sparare (senza però far danno alcuno) molti pezzi d’artegliaria contra Poloni. Ma essi, avendo le sue meglio aggiustate, le spararono con gran danno de’ nemici, e tutto a un tempo ad assaltargli andarono, quali animosamente avendosi incontrati, con lancie, spade e con ogni altra sorte d’arme crudelmente s’uccidono. I Poloni avanzavano di virtú e i Valacchi di numero, onde per un pezzo non si conosceva ove la vittoria piegasse; ma avendo i bombardieri poloni di nuovo cargato le lor artegliarie e nel maggior furor della battaglia nelle folte squadre de’ nimici sparatele, li disordinarono di modo che, cargandoli gagliardamente i Poloni in questa occasione sopra, li fecero a viva forza le spalle voltare, con tal spavento e viltà d’animo che, gettando l’armi per esser piú espediti nella fuga, erano come vil pecorelle da’ Poloni messi a fil di spada. Che, gloriosi per aver cosí pochi fracassato un esercito tanto grosso de’ nemici, s’arrichirono con la molta preda nelle lor trinciere trovata, e conducendo seco cinquanta pezzi d’artegliaria grossa tolta a’ Valacchi e mille pregioni, tutti uomini di conto, con una segnalata vittoria in Polonia al lor re tornarono.
Del trentadoi in Moravia, sopra Olomuncia, apparvero tre soli. Del trentacinque il tutore e governatore del duca di Moscovia fece una grossa correria in Littuania, dando il guasto per tutto ove passava sin vicino quindeci miglia alla città di Vilna, onde il re di Polonia, raccolti all’insegne molti soldati pagati e anco molti volontarii, li dette per capo Giovanni di Tarnev e mandolli a danneggiare la Moscovia. Con i quali avendo i Littuani le lor forze congiunte, entraro nel paese nemico e presero per forza il castello Honul e lo fortificarono con i lor presidii, e indi tirarono alla volta di Starodub, luoco fortissimo, nel qual sapevano essere Owczina, Suiski, Koluczow e molti altri de’ prencipali baroni di Moscovia. E postovi l’assedio e fatta con l’artegliaria la batteria, grandemente travagliano i diffensori, che essendo molti e valorosi gagliardamente si diffendono; e perché i muri della rocca erano fatti di roveri con terrapieni grossissimi, vi faceva l’artegliaria pochissimo danno, onde fecero i Poloni una mina, e datoli fuoco abbrusciarono e spezzarono gran parte della rocca, e fattosi del resto patroni ne riportaro ricchissimo tesoro, restando abbrusciati molti Moscoviti, e tutti i baroni sopranominati fur fatti prigioni. Il popolo del qual luoco superava di numero l’esercito regio alla somma di sessantamila persone, per il che il Tarnow, per non vi lassar cosí grosso numero de nemici che fossero bastanti, levando rumore, ad opprimere il presidio, fece amazzare tutti i vecchi, i plebei e la gente disutile, lassando solo vivi li giovenetti nobili e le giovenette verginelle. Giunto Sigismondo all’ottantesimoprimo anno della sua vita, e passatolo di doi mesi e sette giorni, avendo molte degne imprese con sua gran lode fatte e lassando il suo regno in stato pacifico e ben ordinate le cose della sua republica, fece il commun passaggio all’altra vita il solenne giorno di Pasqua del 1548, e con onorata pompa funerale fu in Cracovia nella chiesa del castel sepolto.
Scrive Martin Bielsk polono, negli annali de’ Poloni che nella sua patria lengua fece, che nel prencipio del regno di questo Sigismondo fu un certo gentiluomo polono chiamato Giacomo Melstink, della città di Brezinio, il quale, fosse o per legerezza d’animo o piú presto per qualche desperazione, si prese il nome e autorità di Cristo ed elesse Pietro Zatorsk, cittadino di Cracovia, e altri alla somma di dodeci ribaldi a lui simili, secondo il numero degli apostoli di Cristo, il nome de’ quali anco li pose, chiamandosi lui Iesú Cristo. Che, caminando per le ville, facevano infiniti incantamenti e ghiottonarie, percioché fingevano alcuni lor compagni di esser morti e publicamente eran da lor resuscitati; mettevano dei pesci nelle fangose paludi, nelle quali mai a ricordo d’uomo vi se n’eran visto, e poi invocando il nome del lor Cristo con le mani li pigliavano; ponevano ascosamente nelle fornace il pane e in nome di Cristo publicamente d’indi lo cavavano, non senza gran maraviglia e stupor del volgo, qual sapeva ivi non esser pane. Giunsero questi al monasterio di Cestochovia, famoso per una miracolosa imagine della Madonna, ove non erano ancora conosciuti, e dopo esser stati in quel luoco alquanti giorni per ordine da essi fatto si finse uno di loro di esser indemoniato: col qual mezo il viver lor si guadagnavano, percioché, non avendo essi né borsa né cuccina, si cacciava questo per l’osterie e per le case, e robando la carne che trovava la gettava tra’ suoi, quali facendoli, per dar fede alla cosa, il segno della croce, sicuramente poi se le mangiavano. Era in questo luoco grandissimo concorso di popolo, per esser luoco di gran devozione, come è in Italia la gloriosa Madonna da Loreto. Menarono finalmente questi ribaldi il suo spiritato all’altare di quella Vergine beata, avendolo prima vestito d’una veste doppia ed empitoli il seno di sassetti tra la veste e la camisa: che trovandosi all’altare Ticino, uscí di man di quei che lo tenevano e saltò sull’altare carico de’ dinari dell’offerte fatte, e di quelle se n’impí il seno, però tra le due veste. Al qual rumore essendosi il monaco che serviva allo altar da quel fugito, corsero gli altri monachi, e preso questo spiritato lo discensero, accioché in terra cascassero i denari de’ quali aveva fento empirsi il seno; ma non cascaro in terra altro che sassi, restando il denaro nella veste doppia. I monachi allor di mala voglia pensarono che per malizia del demonio fossero i dinari in sassetti convertiti, e cominciarono a legger varii exorcismi e orazioni sopra d’essi, accioché di nuovo tornassero dinari. Ma, non facendo essi dopo molte fatiche mutazione alcuna, sdegnato il monaco gettò il libro per terra, dicendo: “Mai piú ho combattuto con diavoli di questa sorte: vadano seco tutti gli altri diavoli!”, e si tolse dall’impresa. E gli ingannatori, levatisi con quei dinari di questo paese, andarono alla volta di Slesia, vicina alla Polonia, ingannando per tutto ove passavano il volgo ignorante.
Ed essendo in una certa villa capitati, fur a trovare una matrona nobile, dicendoli: “O donna, Cristo con i suoi apostoli ti visita, però a lui offeriseti e l’anima tua salva serà”. Rispose la donna che il marito non era a casa, e che in sua absenzia non gli era licito accettare alcuno. Li domandaro allora essi se lei aveva o tovaglie o tela da offerirli, e mostrandoli essa una pezza di tela: “Questa, - dissero loro, - pigliaremo per noi, e Cristo ti benedirà, accioché sempre abbi buon raccolto di lino. Mostra se tu n’hai alcuna altra pezza”; che mostratali, e volendo anco quella pigliare, li disse la donna non volerglila dare, perché il marito dato gli arebbe. Onde questi ribaldi, ficcandoli dentro un pezzo d’esca accesa, glila restituiro, e la donna, alcun mal non sospettando, mise la tela in una cesta: la qual dopo poco impicciatasi attaccò il fuoco nella cesta e la cesta nella casa, che s’abbrusciò con quanto dentro vi era. E tornato il marito e trovata la casa abbrusciata, volse intendere come il caso era seguito; e dicendo la donna esser questo intervenuto per non aver fatto essa le debbite accoglienze a Cristo e agli suoi apostoli, il marito, acceso di sdegno, disse: “Questo un ladrone e non già Cristo è stato”, e chiamati alquanti suoi vicini si pose con essi a seguitare i malfattori. E giuntoli in una certa villa, quando il falso Cristo si sentí quel rumor sopra, voltatosi verso quello che Pietro chiamava: “Pietro, - disse, - s’avicina l’ora della mia passione e del calice qual io son per bevere”; al qual Pietro rispose: “L’istesso a me soprastà, per quanto io sento”. Disse il simulato Cristo: “Pietro, io non so come passar questo pericolo, se non fuggo per questa finestra”. “Finché io viva, - disse egli, - non ti lasserò, ma per l’istesso luoco ancora io fugirò e seguirotti”. E cosí ambedui per una finestra fugirono, e gli altri apostoli chi da una banda chi da un’altra se n’andarono, che seguiti e presi dai villani, li dettero infinite bastonate, dicendoli: “Profetiza, Cristo, con i tuoi apostoli in qual bosco questi bastoni son cresciuti”. Per le qual bastonate essi, mutato pensier, si castigarono, dicendo: “È troppo dura cosa il passar per la passione e per i tormenti che Cristo e gli suoi apostoli patirono”.
L’anno del salutifero parto della Vergine millecinquecento e quarantaotto Sigismondo Augusto, granduca di Littuania, dopo fatte le debbite esequie al corpo del padre, fu al governo del regno inalzato, qual da lui fu con somma prudenzia e fortezza in pace mantenuto. Aveva questo del quarantatre presa in moglie Elisabetta, figliuola di Ferdinando re de’ Romani, d’Ungari e di Boemi, che d’immatura morte il lassò vedovo del quarantacinque, non avendo di lei lassata alcuna prole. Onde egli, contra il voler della madre, sposò Barbara lituana, della casata dei Radivili, la qual prima era stata moglie di Gustoldo lituano; qual matrimonio spiacque non solo alla madre, ma anco a tutti i baroni di Polonia, che se ne mostrarono di modo sdegnati che vi andò poco non si levasse qualche gran rebellione. Ma essendo essa, e non senza sospetto di veneno, in poco tempo uscita di vita, l’accompagnò il re cosí morta da Cracovia sino a Vilna, e ivi onoratamente la fece sepellire nella chiesa del castello, a santo Stanislao dedicata. Voltatosi poi a reintegrare l’amicizia e parentella con Ferdinando, prese per moglie un’altra sua figliuola nomata Catarina, che era prima stata congiunta in matrimonio col duca di Mantua Francesco Gonzaga, la qual dopo trovando sterile repudiò e onoratamente la rimandò a suo fratello Massimiliano imperatore in Germania.
E l’anno millecinquecentocinquantasette prese una guerra giustissima contra Guilhelmo Furstemberk, mastro in Livonia dell’ordine teutonico, e circondato da centomila tra cavalli e fanti, poloni, lituani e ruteni, andò in persona in Livonia a questa guerra. Ma il mastro di Livonia, vedendosi di forze troppo inferiore, la pace supplichevolmente adimandò e ottenne, remettendosi con tutto l’ordine suo nella fede e clientella del re, come piú diffusamente nella descrizione della Livonia appare. Il prencipe di Moscovia, pretendendo alcune ragioni di eredità e di tributi scorsi e non pagati, entrò l’anno millecinquecento e cinquantaotto nella Livonia con numeroso esercito e prese Derpta, città episcopale della provincia derptense, con il suo castello, e in processo di tempo si fece anco di molti altri castelli patrone. Per lo che Sigismondo Augusto, mosso da giusto dolore, roppe la guerra con il Moscovito, la qual con varii successi fu per molti anni da’ lor capitani manegiata cosí nella Livonia come anco nella Russia. E del sessanta, avendo il Moscovito fatto un esercito di trecentomila soldati, si mosse in persona all’acquisto di Poloczo nel tempo del carnevale intorno al fin di febraro, e avendola con molte battaglie redotta in poter suo, ne cavò grandissimo tesoro e menò in Moscovia ottantamila schiavi, oltra quelli che da’ suoi furono uccisi; fece sommergere nella Duna tutti quelli giudei che battizzare non si volsero, lassando andar liberi i Poloni soli che in quella città da lui furon trovati.
E del millecinquecento e sessantaquattro, avendo il granduca di Moscovia trattenuto longo tempo gli ambasciatori de’ Lituani in Moscovia, mise con prestezza un esercito in campagna e, subbito licenziati gli ambasciatori, a’ danni della Lituania lo mandò: che diviso in due parti, fu una parte guidata dal duca di Srebrnio, dalla banda di Smolensko, e l’altra dal duca di Soiski, verso Polocza. S’accampò questo ultimo ne’ campi czasniciensi, appresso il fiume Ula. E Nicolò Radivil, palatino di Vilna, capitano generale de’ Lituani, e Gregorio Chodkiewez, mastro di campo, essendo dalle spie benissimo informati, assaltarono con poca gente i nemici che, di ciò non avendo alcun pensiero, sicuri e senza far le debbite guardie se ne stavano, e ne fecero una orribil strage, essendosi in quello affronto persi d’animo e messisi a fuggire. Il che poco o niente li giovò, percioché quelli che uscir di mano a’ Lituani, secondo che andavan per le selve, campagne e palude sbandati, o s’annegavano o erano da’ villani amazzati, e pochi ne tornarono a casa. Morí tra gli altri Pietro Soiski, general di quelle genti, mentre ferito cercava con la fuga salvarsi, essendo capitato in man d’un villano che con una accetta l’uccise: il che a’ Lituani assai dispiacque, che averlo vivo nelle man desideravano; il corpo del qual, portato a Vilna, fu nella chiesa de’ Ruteni onoratamente sepolto. L’altra parte dell’esercito, che da Smolensko alla volta d’Orsha tiravano, intesa che ebbero la sanguinosa e infelice rotta de’ suoi, furono da tal spavento assaliti che, gettando l’arme e le bagaglie per poter piú speditamente fuggire, con una vergognosa retirata o piú presto fuga alla lor salute providdero. E l’istesso anno Stanislao Pacz, luocotenente del granducato di Littuania e alora palatino vitebliense, raccolto del suo stato una grossa banda de soldati e accompagnatoli con i cavallieri della sua corte, li guidò contra i Moscoviti, che allora con tredecimila soldati Iezciriscza gagliardamente combattevano, e valorosamente assalitili spezzaro a viva forza le lor squadre e l’artegliaria tutta li presero. Ond’essi spaventati in fuga si posero, nella quale essendo da’ Lituani vittoriosi seguiti, ne fur occisi intorno a ottomila, alcuni presi e il resto, gettate l’arme, chi qua chi là sbandati con la fuga si salvarono. E i Lituani, fatto un grosso bottino dell’arme, bagaglie e artegliarie de’ nemici, essendo in questa fazione di lor morti pochissimi, salvi a Witepska ritornarono. Gregorio Tewmax, generale de’ Moscoviti, appena uscí con la velocità de man de’ Littuani che, rifatto dopo esercito maggiore, tornò all’assedio di quel luoco con molti pezzi di buona artegliaria, e dopo molto contrasto del fin se ne fece patrone.
Fu dopo per alcuni anni dagli uni e dagli altri combattuto con egual fortuna, e le fortezze loro variamente travagliate, nel qual tempo fur grandemente le forze de’ Moschi sbattute dal capitano Romano Sangusk, mastro de’ Littuani, che con poca gente spesse volte ruppe eserciti grossi de’ nemici, mentre egli tenta pigliare Sussa e Ulla, fortezze di Moscovia. E del sessantasette i Lituani di Witebsca amazarono nel laco Sitno tremila Moscoviti, li tolsero cento e venti pezzi d’artegliaria minuta e con essa molta polvere e balle. E l’anno istesso alcuni pedoni di Witelsca uccisero sotto la rocca Vielis molti Moscoviti, e gli altri, avendo la carica da’ nemici, nel fiume Duna s’annegaro, restando pregioni doi nobili, Alessio Simiczov e Bachdano Hrevri, con molti altri Moscoviti. E l’anno seguente si deliberò il re Sigismondo Augusto d’andare in persona contra il granduca di Moscovia e, fatto un esercito elettissimo di centomila combattenti e provistolo d’artegliaria e delle altre cose alla guerra necessarie, passò con esso di là da Vilna miglia ventiquattro, sino Rodoskowicze. Ove accampatosi e fermatosi per molte settimane, senza far altro cassò una gran parte del suo esercito e tornosene a Grodna, avendo prima inviate genti pagate, cosí cavalli come fanti, con molti pezzi de artegliaria da muraglia a combattere Ula, fortezza del Moscovito, sotto la condotta di Giovanni Chotkiewicz, capitan generale di Samogizia, uomo pratico delle cose di guerra e che nelle guerre dell’imperatore Carlo quinto s’era onoratamente portato. Il quale, quantunque non mancasse d’ogni strada tentare per farsi di quel luoco signore, fu nondimeno astretto a levarsi dall’assedio, per esser giunto grosso soccorso agli assediati. La qual fortezza però fu poco dopo dal capitano Romano Sangusko con un improviso assalto presa e abbrusciata, e il presidio che dentro vi era parte fu da’ nemici amazzato, parte insieme col luoco arse, e parte nel fugire nella Duna e Ula fiumi s’affogaro, essendone stati fatti prigioni alcuni pochi; e de’ Lituani solo alcuni feriti restaro. Fur trovate in questo luoco molte spoglie e bagaglie de’ soldati, gran quantità de dinari e alquante bombarde e altri instrumenti da guerra, che tutto andò in poter de’ vencitori. Le vittuaglie per la maggior parte s’abbrusciarono e il castello, con altro modello da’ Lituani riedificato e fortificato, fu da essi raccomandato ad un grosso presidio de’ suoi piú valorosi.
L’istesso anno alcuni pedoni della città di Vitebsca entrarono alli cinque di genaro di notte alla sprovista nei borghi del castello Vielissa, e abbrusciatili amazzarono trecento nemici, delle spoglie de’ quali e della preda in quei borghi fatta alle lor case carichi tornarono. E alli decesette gli istessi pedoni, entrati in Usviat, città di Moscovia, vi fecero un grosso bottino, menando via tra l’altre cose alcune artegliarie, e poco mancò che non pigliassero anco il suo castello. Nel qual tempo tornò a Vitebska con molta preda e con molti pregioni fatti nel ducato di Biela di Moscovia il Birula con i suoi fantacini, che in quel paese son chiamati kozaci dallo assaltare sprovista e furtivamente gli nemici, come a dire quelli che in Italia corsari e in Germania freibiteri dal corseggiar il mar nomati sono; ma questi stanno in terra ai mali passi, e a dieci di essi dà l’animo d’assalire furtivamente cento Moscoviti, romperli, metterli in fuga e dispogliarli. Da un’altra banda essendo usciti i fanti di Vitebeska e di Surafa, e accompagnatisi con la cavallaria del palatino vitebliense, abbrusciaro la città di Vielissa, amazzandovi il Polviato rotmaestro di quel luoco, che del castello era uscito per dar soccorso a’ suoi; ed essendovi giunti da trenta cortigiani del granduca la notte con trecento cavalli per entrare in soccorso del castello, e non essendo dal presidio tolti a tempo dentro, fur ancora essi da’ Lituani rotti e discacciati, che dopo sacchegiata la città a Vitebska allegri ritornaro, menando pregione tra gli altri il coppiero del granduca di Moscovia. Molte altre simili fazioni fur fatte mentre la guerra durò tra questi prencipi, che finalmente del mille e cinquecento e settantauno fu terminata con una triegua di tre anni. E l’anno seguente del mese di luglio venne a morte il re Sismondo in Knissinia, posta a’ confini alla Littuania, della Podlassia e della Masovia, dopo la cui morte l’interregno per un anno pacificamente per grazia divina durò, contra l’openione universale, non si movendo alcuno de’ circonvicini nemici.
Gli interregni del regno di Polonia, cominciando da Lecho primo di quel regno fondatore del cinquecento e cinquanta insino all’anno millecinquecentosettantadoi, nel qual Sigismondo Augusto di questa vita passò, nuove esser stati si contano. Il primo fu quando venne a fine la progenie di Lecho, al qual dopo (il tempo non si sa) secondo alcuni Visimiro successe, e a Visimiro Craco. Il secondo interregno dopo la morte di Vanda, figliuola di Craco, successe, la qual, avendo agli dei la sua verginità votata, dopo l’esser restata vittoriosa in tre sanguinosi fatti d’arme di Ritagora, prencipe di Germania, precipitatasi nell’acque della Vistola vi lassò la vita. Dopo la quale avendo diviso dodeci palatini il regno tra loro, con danno della lor republica per alquanti anni il governarono. Fu il terzo interregno quando, essendo morto Premislao senza figliuoli, fu conteso del regno col corso de’ cavalli e che pervenne con inganno in Lesco, giovene di bassa famiglia. Successe il quarto dopo Popello secondo, che da’ sorci in Crusphicia devorato rimase, quando quel Piasto cittadino crusphiciense e semplice contadino, ma grande uomo da bene, fu di commune volontà de tutti fatto del regno signore. Il quinto interregno occorse quando, essendo morto Mieczlao over Miesco secondo, Rixa sua moglie, consentendolo il senato, per alquanti anni con danni di Polonia il regno governò che fu poi per le sue perversità insieme col figlio Casimiro giustamente da’ Poloni del regno privata e in Sassonia al fratello romano imperator mandata. Il sesto fu dopo che Premislao fu da Ottone Lango e da’ marchesi brandburgensi ucciso, quando chiamarono i Poloni al governo del lor regno il re di Boemia Venceslao. Il settimo dopo Casimiro Magno, di Vladislao Lokietktone figliuolo, quando fu a quel regno chiamato il re Ludovico d’Ungaria. L’ottavo dopo Ludovico, re d’Ungaria e di Boemia, quando chiamarono i Poloni Iagellone granduca di Lituania al matrimonio della regina Hedvigi e alla regale corona; la posterità del quale sino a questo nono interregno è durata.
Ma torno di dove partito mi sono. Subbito morto il re Sigimondo furono fatte molte particolari diete de’ nobili e baroni di Polonia e di Lituania, nelle quali si trattò di pacificare i lor confini e dalla banda di Podolia da’ Tartari e da quella di Lituania e di Russia da’ Moscoviti, e indi di venire all’elezione del nuovo re. Vennero, subbito sparsa questa nuova, ambasciatori in Polonia del sommo pontefice, di Massimiliano imperator romano, del re di Francia e di suo fratello Enrico duca d’Angiú, del re di Svezia e di molti altri signori, duchi e prencipi circonvicini, e il tutto per divina grazia pacificamente passava contra quasi il parer universale. Vi fu solo questo strepito, che il sabbato santo dell’anno seguente fecero i Tartari una correria nella Podolia nel territorio del castello Dara, guidati da Baca e Sicoza lor capitani, che mentre, avendo abbrusciate alcune ville, se retiravano carichi di preda furono assaliti alla sprovista dai cortegiani e senatori di Buczacio, capitano di Camienez, che amazzatone molti recuperarono la preda e scacciarono gli altri fuor di quei paesi. E a’ sette poi d’aprile del millecinquecento e settantatre si prencipiò la dieta generale fuori di Varsovia dalla banda del fiume Vistola che guarda a levante, nella gran tenda a questo destinata, ove tutti i senatori del regno polono e del granducato di Lituania per questa elezion redotti si erano. Giunsero in questo mezo lettere di Mehemet, primo visir nella corte del Turco, con le quali raccomandava egli caldamente per nome del suo signore agli elettori Enrico, duca d’Angiú e fratello del re Carlo di Francia, proponendo molte condizioni a quel regno utile, ogni volta che essi in lor re eletto l’avessero; che, ascoltato in Varsovia, fu fra pochi giorni espedito. E indi a poco a poco venne a questa dieta un chiaus di Selim, gran signor de’ Turchi, che nella sua orazione fatta al senato mostrò quanto il suo signore fosse amorevole e benevole amico di quella republica e quanto ad essa affezionato; da sua parte poi lo pregò (dechiarando questo esser dal gran signore sinceramente desiderato) che volessero eleggere in re loro uno de’ baroni del regno, quello che ad essi paresse esserne degno: e nominò prencipalmente Giacomo Uchamsk, arcivescovo di Gnezna, primato del regno; Giovanni Ferleo di Bambrovicza, palatino di Cracovia e marescalco del regno; Giorgio Iazlonieczk, palatino di Russia, e Nicolò Mieleczk, palatino di Podolia. Il che quando essi non volessero esequire, li pregava strettamente e ricercava che, dovendo essi un re d’altra nazione pigliare, dovessero elegerne uno che dall’imperio turchesco e de’ Tartari suoi stipendiarii amico fosse, accioché in ogni bisogno potessero esser da lui contra a’ lor nemici favoriti. Ringraziarono i senatori il Turco di questa sua dimostrazione di benevolenzia, dicendo che per grazia de Dio essi avevano forze bastante a diffendersi da qualunque nemico, e che però non li facevano bisogno aiuti de stranieri.
Dopo molte consulte nella dieta fatte fu risoluto d’eleggere Enrico, duca d’Angiú, contradicendo solo il palatino di Cracovia, quello di Sandomira e quello di Podolia, quali, quantunque questa elezione lodassero, volevano che prima si confermassero nel suo stato le cose della religione, e che fermo ordine si desse alle giurisdizioni e immunità della nobiltà polona. Fatta questa deliberazione, l’arcivescovo di Gnezna publicò nella dieta Enrico duca d’Angiú eletto re di Polonia; della qual grandemente si sdegnaro i marescalchi e gli altri ordini a’ quali far questo officio conveniva, e già molti disegnavano di partirsi della dieta e lassar le cose imperfette, quando, favorendo questo negozio la grazia divina, fur levate tutte l’occasione dei despareri che tra lor sorgevano, e redottisi insieme alli tredici e quattordeci di maggio fecero con gli ambasciatori del duca Enrico i patti e le condizioni pertinenti al mantenere la libertà, l’immunità, le leggi e privilegi del regno di Polonia e del granducato di Lituania. Le qual cose tutte i detti ambasciatori con solenne giuramento (le cui parole il vescovo di Cracovia propose) giurarono e promisero che dal lor duca e re futuro sariano mantenute, confermate e accresciute. Dopo la solennità del qual giuramento tutti a una voce, cosí i Poloni come i Lituani, pronunciarono e solennemente confirmarono il duca Enrico esser legittimamente eletto re di Polonia e granduca di Lituania, la qual elezione fu subito anco a’ Lituani publicata dal palatino di Cracovia Giovanni Fierleo, marescalco del regno polono, e da Giovanni Chodkiemicz, capitano di Samogizia e marescalco generale del granducato di Lituania. E concluse a questo modo le cose, si redussero cosí i catolici come gli evangelici nella chiesa di San Giovanni, e con voci concordi e il Te Deum e l’altre cose dalla romana Chiesa in simile occasioni usate devotamente cantarono, essendosi fratanto sparate tutte l’artegliarie per segno d’allegrezza universale. E prima che la dieta si licenziasse furon fatte le lettere dell’elezione, ed eletti cosí da’ senatori come dall’ordine de’ cavallieri tredeci ambasciatori, uomini chiari per sangue e ornati di somma prudenzia, che in Francia le portassero e andassero a far reverenza al re da essi eletto. Capo della qual ambasciaria era Adamo Conarsk, vescovo di Posnania, e i suoi compagni Alberto Lasco, palatino di Siradia, Giovanni, conte di Tenzin, castellano di Voinicia, Giovanni Tomiczk con Nicolò suo figlio, castellano di Gnezna, Andrea, conte di Gorka, Giovanni Herbort, castellano sanocense, Stanislao Crisk, castellano raciaznense, Nicolò Cristoforo, duca d’Olik e di Niesviez, Giovanni Zborowsk, Giovanni Zamoisk, Nicolò Fierl e Alessandro Prunsk, di diverse città governatori. Quali, richiesta e non ancora ottenuta licenzia di passar per Germania, solecitando il viaggio giunsero felicemente a Parigi il decimonono giorno d’agosto, accompagnati da piú di doicento e cinquanta gentiluomini onorati, che dal re Carlo con somma umanità fur ricevuti, e da’ suoi ministri con ogni sorte di carezze copiosamente d’ogni cosa serviti. Quali, avendo col re eletto trattato e concluso quello che si richiedeva per l’una e l’altra parte, essendo fratanto con conviti e molti altri solazzi trattenuti, alli ventiotto di settembre insieme col re di Parigi si partirono, pregando Dio tutta la nobiltà francese e i popoli tutti di quel regno che fausta e felice reuscisse ad Enrico questa andata.
Aveva il re Carlo disegnato d’accompagnare con tutta la corte il fratello sino a’ confini del suo regno, né da lui dividersi sinché egli in Germania non entrasse; ma per strada assalito da infermità fu sforzato a mutar pensiero e restare indietro, travagliato nel corpo dal male e nell’animo dalla partita del fratello. E il re eletto, seguitando il suo viaggio, giunse nel ducato di Lorena, ove da quel duca suo cugino fu con tutta la sua compagnia lautamente e abondantemente ricevuto; e dovendosi in quei giorni battezzare una figliuola poco inanzi al duca nata, fu levata dal sacro fonte dal vescovo di Posnania e dagli altri ambasciatori suoi colleghi. Licenziatosi poi dal cugino e giunto per i suoi viaggi a Biamont, ultimo confine del regno di Francia, s’accombiatò dalla regina Catarina sua madre, da Francesco, duca d’Alansone, suo fratello, da Margarita sua sorella e dagli altri prencipali baroni del regno francese, e accompagnato dal nuncio apostolico, il vescovo de Montereale, da duchi, conti, baroni e altra nobiltà di Francia al numero di seicento, oltra i Poloni che con gli ambasciatori eran venuti, entrò ne’ confini di Germania. Dove fu incontrato da un’onorata compagnia de prencipi germani, che furono Cristoforo, figliuolo de Federico conte palatino, prencipe di Parvapietra, e il conte Ludovico di Namsau, fratello del prencipe d’Orange, da’ quali come da guide del camino a Zabernia fu condotto, ove molto alla grande dal vescovo d’Argentina riceuto fu. E indi passando per il territorio di Spira e per Vormacensi giunse al Reno, fiume celeberrimo e famoso, e passatolo si tolse alquanto di strada per visitare il conte Federico palatino, che in Heidelberg allor si ritrovava, che con molte carezze e amorevolezza grande, allegro dell’esserli un tanto forestiero venuto alla sprovista in casa, nel proprio castello lo ricevette e allogiò. Tornato poi di nuovo a passare il Reno a Mogunza si condusse, incontrato dal vescovo di quella città con seicento cavalli, e passando la terza volta il Reno giunse a Francfordia, città posta appresso il fiume Meno, ove da’ cittadini di quel luoco fu con ogni sorte d’onore accarezzato; di dove passato a Fulda castello la vigilia di Natale, vi si riposò tutte le feste. Le qual passate andò a Vatico, e ivi fu da Filippo langravio, che con tremila Teutoni incontrato l’aveva, onoratamente trattato. E indi passati i fiumi Visurgo e Albi entrò nella Sassonia, a’ confini della quale lo venne ad incontrare il Casimiro, genero del duca di Sassonia, con doimila gentiluomini sassoni, di arme e vesti forte e ricche armati e adornati, che per tutta la Sassonia compagnia li fece. Fu poi receuto a Locri dell’ambasciator di Massimiliano imperatore con mille e cinquecento cavalli, che li tenne compagnia sino a’ confini della marca brandburgense, i signori della quale sono dei re di Polonia vasalli. Fu anco in questo luoco da quel prencipe con sommo onore receuto, servito e accompagnato insino a Francfordia, città posta sul fiume Odera, che la Germania dalla Polonia divide, con non piccola allegrezza de’ Poloni che seco erano; a’ quali grandemente delettava aver condotto a salvamento il lor re sino a’ confini de’ paesi loro, di che ne ringraziavano tutti il vero Dio. Il re Enrico rese le debbite grazie e all’imperatore e agli altri prencipi germani, per i paesi de’ quali era passato, della fede data e mantenuta e delle cortesie in questo viaggio da lor fatteli; e passata l’Odera giunse a Medericia castello, posto su le ripe d’esso fiume e alla corona di Polonia soggetto, ove fu dai prencipali baroni e da gran numero della nobiltà polona con gran pompa e infiniti segni d’allegrezza accettato e condotto a Posnania, metropoli della maggior Polonia. Ove per alquanti giorni onoratamente trattennuto, prese il camino poi verso Cracovia, avendo mandato inanzi Alberto, marescalco di Francia, ad onorare con la sua presenzia l’esequie del re Sigismondo suo predecessore, quali in quei giorni, secondo l’antico costume di quel regno, si facevano.
Pare a noi di descrivere ora le pompe di queste esequie, percioché, avendo di sopra scritto la vita, imprese e morte di questo re serenissimo Sigismondo e della felice tranquillità dei suoi tempi diffusamente trattato, ne pare, o lettori umanissimi, di vedervi desiderosi di sapere con che pompa e onore egli fosse sepulto, e con quanto splendore e magnificenzia le sue esequie passarono; le qual cose essendoli con sommo onore, come anco l’altre cose, meritamente avvenute, piú brevemente che potrò da me descritte saranno.
Passato ch’ebbe questo re l’anno quinquagesimo della sua età, indebolito grandemente da gravi e spessi pensieri delle cose del regno e tirato al fine da una lenta e longa infirmitade, uscí di questa travagliata vita con morte piacevolissima e tranquilla, ritenendo sino all’ultimo spirare i sensi dell’intelletto sani e illesi, nella città di Knysinia, ove si era transferito per visitar la Lituania. E da Knysinia fu il suo corpo portato nel forte castello de Tikocin da esso fabricato, doi miglia da quel luoco distante, e indi, passato l’anno, in Varsovia fu condotto e da Varsovia a Cracovia per sepelirlo fu portato, accompagnato da una grossa comitiva de senatori e dalla regina sorella. Quando s’intese essere il nuovo re entrato ne’ confini del regno, fermato fuor di Cracovia nella corte chiamata Pradenik, s’attese per tre giorni ad apparecchiare quanto di bisogno faceva per onorare un tanto prencipe; e alli quindeci di febraro tutti i senatori, vescovi e cavallieri che si erano redotti da tutte le parti del regno, cosí per onorare queste esequie come per l’espettazione del nuovo re, andarono in castello a ritrovare l’infante Anna, vergine prudentissima e onoratissima. E similmente tutte le gran matrone involte in veste negre li furono intorno, amorevolmente consolandola del longo dolore e lacrime frequenti che la rendevano mesta e sconsolata. Sonavano fra tanto tutte le campane, cosí della città come delle vicine ville. E l’infanta uscita di castello con questa onorata comitiva di signori e di signore andò al luoco ove il corpo era, che d’indi levato in una cassa di piombo coperta di veluto negro, nel quale l’insegne e arme regali eran ricamate, fu tirato da otto cavalli di segnalata negrezza, circondato d’ogni intorno da suoi cortegiani da corotto vestiti. Seguiva dietro una gran compagnia d’uomini illustri, ancor loro vestiti di negro, tra’ quali andavano gli ambasciatori de diversi prencipi stranieri, l’arcivescovo, vescovi e abbati, e l’infanta con lento passo veniva in mezo al legato del sommo pontefice e allo ambasciatore de’ signori veneziani. Erano poi portate trentadoi barre coperte di veluto, panni d’oro e d’altri preziosi drappi di seta, sopra le quali l’arme regali recamate si vedevano. E similmente trentatre cavalli eran menati a mano, coperti sino a terra di veste di seta di varii colori, con l’insegne regie dall’una e dall’altra banda. Ultimamente venivano gli alfieri de ciascuna provincia, portando su generosi cavalli l’insegne delle provincie loro. Prima l’insegna negra della regal corte comparse, nella quale era l’aquila bianca coronata, con l’ale in atto di volare, posta in campo rosso, qual era circondata dell’insegne de tutte l’altre provincie. Portava nel secondo luoco l’alfier di Lituania l’insegna rossa di quel ducato, nella quale in campo rosso era un cavallo corrente con un uomo armato sopra che una spada tenea sopra la testa e dall’altra banda aveva quattro colonne; e con questa insegna ne portavano un’altra, detta goncza, nella quale in campo azurro eran doi croce. La città di Cracovia l’insegna rossa con l’aquila bianca; quella di Sendomira l’insegna rossa con un scudo diviso, nella mità del quale erano tre bande rosse e tre bianche, nell’altra un campo azzurro con tre ordini di stelle. Nell’insegna della città kalisiense, fatta a scacchi bianchi e rossi, si vedeva una testa di bisonte ch’avea tra’ corni una corona d’oro e nelle nari pur un cerchio d’oro. Posnania nel campo rosso ha la semplice aquila bianca. Siradia porta mezo un lione e mezza un’aquila bianca coronati; Cuiavia mezo leon e meza aquila rossa coronati; Lanciacia mezo aquila bianca e mezo leon rosso coronati. Ravia l’aquila negra con un R d’oro in mezo al petto, e il simile la città plocense, ma in luoco del R ha un P per differenziarsi dall’altra. La belzense ha il grifon bianco in mezo al campo rosso. Lubla in campo rosso un cervo, nel collo coronato; Podolia in campo bianco un sol con i suoi raggi; Leopoli un leon in atto di salir sopra una pietra in campo azurro; Premislia in campo azurro l’aquila d’oro con doi teste coronate; Chelma un orso che in mezo a tre arbori camina in campo glauco. La città dobrinense un capo umano coronato, fuor della qual corona escon doi corni. La vielunense un agnus Dei col segno della croce ornato e un calice in campo rosso. La sadecense un scudo diviso, nella metà del quale sono linee rosse e glauche e nell’altra nuove stelle in campo rosso. La livense meza aquila rossa e mezo orso bianco coronati. La drohicinense ha da una parte l’insegna del granducato di Lituania e dall’altra l’aquila bianca in campo rosso. Kiovia un san Georgio che ferisse il dracon con una lancia in campo azurro, e dall’altra parte in campo bianco un orso verde. Il ducato di Prussia l’aquila negra, fuor delle cui ale una man esce con una spada nuda. Il palatino di Valacchia una testa di bisonte con stelle infra le corna e dalla banda destra una luna eclissata, con un circolo nel naso, nel campo celestino. Il ducato zatoriense l’insegna di color celeste ornato con un’aquila bianca con la lettera Z in mezo al petto, e quello di Sviecinia in campo azurro l’aquila negra con la lettera O nell’istesso luoco. Il ducato di Massovia in campo rosso l’aquila bianca col capello ducale, e quelli di Slupza e di Pomerania il grifon rosso in campo bianco portano.
Cavalcava inanzi a questo funerale il Macziciwski, di tutte arme armato, che con la richezza e gran fatture che erano in quelle arme gli occhi di ciascuno a sé tirava; portava questo in mano una spada nuda indorata con la ponta appoggiata al destro fianco. Seguiva poi il scudiero regio da corotto vestito, che per terra la regal insegna strascinava e nel braccio sinistro portava il scudo, nel qual l’arma del re era depinta. Vedeasi dopo questo uno con la spada del regno in mano, la punta della quale al suo fianco appoggiava. Eran poi il pomo, che il mondo figurava, il scettro e la corona d’oro portati da quei senatori a’ quali per antico instituto ciò si conveniva. Caminavano inanzi a questi gli ambasciatori de tutte le provincie, e dopo la nobiltà il senato della città seguiva, e dopo quello con lungo ordine il popolo. E prima degli altri tutti eran processionalmente e con bello ordine inanzi passati i chierici e religiosi de tutta la città. Vedeansi poi i putti de tutte le scuole ordinatamente caminare cantando lugubre canzoni, dopo i quali andavano i dottori e maestri dell’universitadi e tutti i professori delle buone lettere. Serravano ultimamente su questa ordinanza quattromila persone vestite d’abito oscuro e malinconico, con torzi e candele accese in mano. Pervenuta che fu questa pompa in castello, nella chiesa catedra, quel corpo posero, la qual pareva che tutta ardesse per la gran moltitudine de’ torci in essa accesi, e rendevano mesto spettaculo le molte arme o vogliam dire insegne regie in campo negro per tutto il tempio poste. Fatti in questo luoco da’ sacerdoti i soliti officii e le cristiane preci, fece l’abbate magilense la funebre orazione, e compite le cerimonie tutte fu il corpo nelle sepolture de’ suoi predecessori collocato. E il giorno seguente in tutte le chiese e monasterii della città e del castello si celebraro le messe da morto per l’anima del re defonto, e passando gli alfieri con molta turba del popolo e con l’istesse bare e altre cose del passato giorno per tutta la città. E un uomo d’arme a cavallo che in luoco di cimiero carico avea l’elmo di candele accese, giunto alla chiesa catedrale, rotta la lancia e gettata via la spada lasciossi da cavallo cader. E giunto nella messa solenne agli Agnus Dei, il cancelliero e il vicecancelliero ruppero i sugelli del re morto e i senatori posero i lor scettri sopra l’altare nel qual il sacrificio si faceva. A che mentre in castello si attende da’ prencipali del regno, i cittadini e il popolo nella chiesa parocchiale di Santa Maria ancora lor l’esequie celebravano.

Della solennissima entrata de Enrico Valesio, potentissimo re di Polonia, in Cracovia, e della preclara sua coronazione

L’anno 1574 dopo che la divina potenza per restaurare la salute nostra d’umana carne si vestí, essendosi solennemente fatto il sontuoso funerale del re Sigismondo Augusto, e levate via le veste oscure e altri segnali di mestizia e di dolore, tutti gli ordini del regno e del granducato di Littuania, di Russia, di Massovia e dell’altre regioni di Sarmazia, desiderosi di veder pur finalmente il tanto da lor bramato viso del re da loro eletto, se dettero ad apparecchiare, non guardando a sparagno in cosa alcuna, quanto li pareva esser conveniente per ricever con pompa grande il nuovo re. Saria cosa longa il descrivere in questo luoco i superbi apparati de’ vestimenti ne’ quali tra lor a gara facevano di superarsi i pomposi Poloni e i splendidi Lituani e gli impazienti d’esser in questo venti Ruteni e Massoviti, che s’ingegnavano non guardando a spesa di far al nuovo re palese il grande affetto che a lui tutti portavano, con gli onorati e ricchi abiti de’ quali per onorar la sua entrata si adornavano. Alcuni in veste di panni d’oro, altri d’argento, questi di seta e quelli di veluto di varii e preziosi colori, carichi e tempestate di perle e d’infinite gioie, veder si facevano, i cavalli dei quali non eran di minor bellezza e bontà di quanti siano dagli antiqui mai stati laudati. Era tal finalmente questa pompa che l’invidia non avea che opporli. La città poi di Cracovia, capo e metropoli del regno polono, non perdonava né a fatica né a spesa per onoratamente ricevere il suo re novello: le strade per dove egli passar doveva nette e di verde frondi fiorite si vedevano, i muri di finissimi tapeti e razzi coperti, fra’ quali bella vista rendevano le molte tele d’oro e di argento interpostevi e i molti vasi d’oro e d’argento che da quelli pendevano, da che giudicar si può di quanto pomposo e ricco conciero il castello fosse adobbato. La plebe di verde ghirlande le porte e le fenestre coronavano, altri luoco alle facelle apparecchiavano per scacciar con esse le notturne tenebre, altri gran cataste di legne facevano per far i fuochi, segni per tutto usati d’allegrezza. Le muraglie della città e i beluardi del castello forniti fur di grossa artegliaria, né era alcuno, per vecchio o debile che ei fosse, che non si adoperasse o con l’ingegno o con la mano in questa publica allegrezza.
Le qual cose tutte abondantemente e perfettamente apparecchiate e proviste, giunse il re a Balicie, villa del palatino di Cracovia distante dalla città per mezo miglio, con una innumerabil moltitudine di Francesi e di Poloni, ove per quella notte si fermò, e vi fu con grande allegrezza e sua e di tutti i suoi molto alla grande accettato e trattenuto. E il giorno seguente, che fu il decimoottavo di febraro, fur le strade di Cracovia tutte ripiene cosí di quelli che per incontrare il re s’apparecchiavano, come di quelli che da molte parte del regno per vederlo eran venuti. Il tutto pieno era di giubilo e di festa, mostrando sin l’aere sentir questa allegrezza percioché per molti giorni inanzi e dopo l’incoronazione i tempi fur tanto tranquilli e dolci come se fosse a mezo primavera, onde diversi concerti d’uccelletti si sentivano, cosa che in quella stagion fu sempre insolita. Prima che il re dalle Ballicie si levasse lo venne ad incontrare (a guisa d’un grosso torrente che dagli alti monti scende) una folta, spessa e grossa squadra di senatori, di cavallieri, oltra il popolo e il volgo tutto e una moltitudine grandissima di persone dell’uno e dell’altro sesso, ornati con le ricche vesti a questo effetto fatte. Erano queste genti tante che empiendo tutti i campi fuor della cittade, i monti, i colli e le vicine strade, e cargando i tetti delle ville e degli arbori i rami, rapresentavano a’ riguardanti il popoloso esercito di Xerse. Venne prima de tutti l’arcivescovo di Gnezna, primo senatore del regno polono, che si mandava inanzi doicento cavallieri vestiti all’ungaresca, con le lancie su la cossa, che risplendevano per il molto oro di che eran ricamate le lor sopraveste di seta. Ed esso li seguiva in una caretta rossa, tirata da sei cavalli di seta rossa coperti, e con esso venivano il vescovo di Posnania Adamo Konarsk e quello di Ploccia Pietro Miscowk, inanzi a’ quali la croce era portata. Erano questi seguiti da Stanislao Slomousk, arcivescovo di Leopoli, e dal vescovo di Camenez, accompagnati ancor loro da una grossa banda di ben ornati e armati cavallieri. Dietro a’ quali comparve Francesco Crassinsk, vescovo di Cracovia, inanzi al qual marciavano doicento cavallieri, all’italiana vestiti di drappi di seta fodrati di martori finissimi e con grosse catene d’oro al collo. Ed essendo questo passato, si vidde Stanislao Carncowsk, vescovo di Cuiavia, col qual venivano il vescovo di Chelm e il palatino di Lancicia con una onorata banda di cavalli.
Passati i vescovi comparve prima de tutti il castellano di Cracovia in abito ungaro con doicento cavallieri armati, resplendenti per molto oro e argento, che bella mostra facevano con le molte insegne e scudi che portavano. Dopo il quale i palatini apparver uomini ornati di somma gravità: il primo de’ quali, il cracoviense, col fratello, capitano general di Sandomira, conducevano trecento cavalli all’ungaresca e alla tartaresca armati e con vesti e livree tanto superbe che facevan stupire i risguardanti. Li veniva dietro il palatino di Sandomira e l’ensifero del regno suo fratello, con doicento e cinquanta cavalli pur all’ungaresca armati e di sopraveste richissime adornati, che non men si mostravano atti alla battaglia di quello che con la lor pompa gli occhi de’ circonstanti delettassero. Alla coda de’ quali i castellani oscvienense e bresinense accrescevano con le lor genti questa squadra trionfale, seguiti dal palatino calisiense con la sua corte superbamente vestita all’ungaresca. Dopo il quale Alberto Lasco, palatino di Siradia, lume della patria e propugnaculo di tutte le virtudi, conduceva quattrocento cavalli vestiti a modo d’Ungari e cento con gli abiti de’ Tartari, cosí bene armati e tanto riccamente adobbati che a giudicio de tutti avanzò di gran lunga tutti gli altri, percioché con diligenzia tale era stata da lui la sua squadra ordinata che né gli uomini desiderar potean migliori cavalli, né a belli e forti cavalli mancavan cavallieri di loro indegni. Ultimo venne il palatino di Podolia, che con cento e cinquanta ben armati cavalli fu come una bella aggiunta all’altre. Venivano dopo questi i baroni di Lituania e di Russia insieme mesciati, che le lor squadre guidavano, non men ornate di preziose veste per onor del trionfo che ben armate e pronte alla battaglia: il primo de’ quali era il duca Nicolò Giorgio Radivillo, palatino di Vilna, ornamento della patria e senator dotto e d’ingegno divino, che seco conduceva tal cavallaria che in conto alcuno non si mostrava a’ Poloni inferiore; qual dal castellano tracense, condecentemente d’uomini e di cavalli fornito, era accompagnato. Seguiva Giovanni Chodkievicio, capitan general di Samogizia, chiaro e in pace e in guerra e uomo nato per far le grandi imprese. Era seguito questo dal gran tesorier di quel ducato e dal castellano miscense, gli uomini e cavalli de’ quali per il molto oro d’ogni intorno risplendevano. Dopo i quali veniva il duca Nicolò Cristoforo Radivillo, marescalco della corte, con le sue genti riccamente vestite all’usanza d’Italia. Venivan finalmente il mastro di campo, il scalco e gli altri ministri della persona del re, quali in abito ungaresco, quali in italiano, quali in tartaresco e quali in moscovitico superbamente e riccamente adobbati.
Il giorno mi mancarà prima che io possa commemorare che uomini, che eroi, che duchi si fossero ad onorar questa festa adunati. Si vedeva la cavallaria di Lituania al numero di piú di tremila risplendere per il molto oro, perle e gioie. E dopo i Lituani il duca Costantino, palatino di Kiovia, con doi figliuoli, uno in abito Italiano e l’altro alla moscovita vestito, si mandava inanzi trecento cavallieri d’infinito oro e argento adornati. E il palatino di Blaslavia conduceva i suoi Wolinii al numero di doicento alla tartaresca confusamente armati, con le faretre e gli archi dorati. E finalmente i palatini di Culma, di Marimburg e di Pomerania guidaron le lor squadre armate alla todesca, a’ quali aggiunse il Dulscio pruteno trentasei cavallieri armati di corazze d’oro. Indi i conti di Tencinio, Giovanni castellano wivicense e Andrea belzense, illustri per l’antiquità della famiglia e per l’onorate imprese da lor fatte, fecero mostra de doicento e cinquanta cavalli all’usanza degli Ungari armati di lancia e di rottella e nelle vesti non men degli altri superbi. Seguivano gli Herbortoni, chiari per l’ingegno, per la prudenzia e per i libri da essi composti, con doicento cavalli; i castellani camenecense e savichmostense centi di cento e cinquanta; Andrea Wapowik con cavalli cento e il biecense e radomiense con ottanta. Dopo i quale Stanislao, conte di Tarnaw e castellano cechoviense, comparve con doicento cavalli benissimo in ordine d’arme e di veste richissime adornati. Tutti gli altri castellani, i nomi de’ quali seria cosa troppo lunga il raccontarli, condussero ancor essi le lor squadre benissimo in ordine e degne d’un tanto trionfo. E il cancilliero col tesoriero del regno, Girolamo Businsk, senatori degni di venerazione cosí per le lor virtú come per il lor grande amor verso la patria, presentarono i suoi non men degli altri ornati. Dopo i quali il marescalco della corte Andrea Opalinsk, uomo ornato d’ogni sorte di virtú, comparse con settantacinque cavalli armati all’usanza d’Italia. Serravano su questo corpo di gente le squadre de’ capitani delle città e degli regii officiali, che, se non passavano, non erano anco inferiore d’arme e d’ornamenti ad alcuna delle sopra nominate. Delettava non senza qualche spavento i risguardanti una squadra di doicento cavalli del palatin di Lubla, che, ornati i cavalli con ale d’avoltori, comparvero essi armati all’ungaresca come se in battaglia entrar volessero. E per finirla, tutte le città del regno mandarono onorate compagnie de suoi cittadini ad onorare questa solenne festa, e dopo tutti i cittadini di Cracovia con la plebe al numero di quattromila, cento e venti de’ quali erano a cavallo vestiti alla todesca e il resto tutti pedoni, divisi in squadre sotto diverse insegne, secondo i diversi mestieri degli artegiani, venivano pomposamente vestiti.
Passate che fur tutte queste genti, si mosse il re in mezo a’ suoi Francesi e Guasconi e da una gran comitiva di Poloni accompagnato, e allora si dette nelle trombe e tamburi e si spararono l’artegliarie tutte; e fatta l’orazione dal vescovo plocense, alla qual d’ordine del re fu dal Bibraco risposto, si mossero tutti per entrar nella città, dilettandosi grandemente il re della vista di cosí bella gente, la quale a giudicio de’ pratichi delle cose di guerra era tale che a qualsivoglia esercito potente sicuramente opponer si poteva. Per esser il popolo cosí grosso non si poté tanto solecitar il marciar di queste squadre che tutto il giorno non si consumasse, onde quando il re giunse alla porta della città detta di San Floriano un’ora di notte era passata. Era questa porta ornata come a un trionfo tal si conveniva, e il re era stato posto a cavallo d’una chinea bianchissima e piú alta assai d’ogni altro cavallo, affine che da tutti potesse esser veduto; e i consoli della città l’ombrella d’oro sopra li portavano. Era esso vestito d’una veste negra fodrata di pelle di pantiera e avea intorno la sua guardia di quaranta Guasconi archibugieri e di sessanta Svizzari con alabarde superbamente vestiti; aveva appresso la sua persona il duca di Nivers e quel d’Humene, il marchese d’Elba, il duca de Ghisa e molti altri baroni francesi, ciascun de’ quali, per onorarli, erano da doi palatini in mezo tolti. Andavano inanzi e seguivano diversi concerti di varii instrumenti; seguivano anco gli ambasciatori de diversi prencipi e republiche, e dopo le confuse e grosse turme del popolo che, desideroso di vedere il re, di qua e di là senza alcun ordine correva. I tetti delle case erano pieni, chi s’attaccava a un trave e chi a una collonna, ogni fenestra, ogni buso eran di gente piene; fur rotti i muri e fattevi larghi pertusi nelle case poste su la strada ove il re passar doveva; tutti i luochi erano occupati, e anco quelli ne’ quali non senza pericolo si stava. Nel giungere la persona del re in piazza, parve che la terra s’apprisse dal strepito terribile dell’artegliarie che allor furon sparate; e nell’entrar in castello trovò un arco trionfale con sommo artificio fabricato, ornato di tapeti d’oro, nel quale si sentiva una soave melodia de musici instrumenti, e in cima vi era un’aquila bianca con gigli d’oro in mezo al petto, la quale era con tale artificio composta che s’andava sempre voltando verso il re, e col sbatter delle ali e col chinar la testa segno d’allegrezza mostrando. Mentre poi il re nel castello entrava, fu tale il strepito dell’artegliarie che parve che quanti tuoni e folgori venner mai dal cielo fossero tutti in quel punto ivi mandati, che fu poi seguito da un piú dolce ma bellicoso suono di tamburi, di fifferi e di trombe. Entrato nel castello, ove un’altra aquila con l’ali pur festa faceva, andò alla chiesa catedrale di Santo Stanilao, e fu da’ canonici incontrato e salutato, e cantato il Te Deum con suave melodia. Visitò l’infanta Anna e poi, fatte dall’uno e dall’altro le debbite accoglienze, se retirò nel palazzo assignato alla cena e allo allogiamento.
Il giorno seguente andò il re in consiglio, ove per bocca del Bibraco, suo cancelliere privato, rengraziò tutti gli ordini del regno del favor che gli avean fatto in darli in governo un regno cosí florido e potente, pregando Dio che facesse che questa loro elezione fosse giovevole e ad essi e alla cristianità tutta, e, promettendo di non mancar dal canto suo di far sí che essi de lui non restassero ingannati, li pregò che si venisse presto alla coronazione. E l’altro giorno da Sandivoio Carncovio, referendario del regno, fu il re salutato per nome de tutta la nobiltà polona con una molto affabile orazione, nella quale sofficientemente dechiarò quello che al re s’apparteneva a fare per conservazione della lor republica e anco della regia degnità. A che per nome del re fu anco risposto che esso era per sodisfare a tutti, che voleva conservare salve le cose a lui commesse, il che era pronto a confirmare non solo con scrittura, ma anco con il proprio sangue. E l’istessa sera nel tramontar del sole fu condotto il re, accompagnato da molti vescovi e dal legato del sommo pontefice, nella chiesa di Santo Stanislao, prottettore de’ Poloni, nella città di Casimiro, posta dall’altra parte del fiume, nel qual luoco già fu quel glorioso santo ucciso; ove fatta orazione e basciato l’altare, nel castello con la sua compagnia fece ritorno. Questa visita di Santo Stanislao, per antico costume in legge convertito, sono tenuti di fare tutti i re di Polonia prima che allo atto della coronazione si venga.

Ordine qual si tiene per antico instituto nella coronazione de’ re di Polonia, e le solenni cerimonie che in essa si costumano

Primieramente sono obligati congregarsi tutti i vescovi, consiglieri del regno e gli altri officiali, e di piú tutti gli abbati che portano mitria, o almeno quelli della diocesi cracoviense, nel luoco e per il giorno alla coronazione destinato. E il re, dovendo in tal giorno ricevere il santissimo corpo di Cristo nostro Signore, si prepara con digiuni, elemosine e con la confessione sacramentale a quanto si può degnamente pigliarlo. E la domenica nella qual deve esser benedetto si reducono l’arcivescovo, i suffraganei, gli abbati mitriati e gli altri prelati tutti nella chiesa catedrale, vestiti di rocchetti, stole, piviali, mitre e altri abbiti sacri; vi si riducono anco tutti i senatori e l’ordine de’ cavallieri. E ordinata la processione con l’incenso e aqua benedetta al palazzo del re andarono per levarlo e condurlo nella chiesa catedrale, e, fermatisi tutti gli altri alle scale, solo i vescovi accompagnarono l’arcivescovo nella camera regia, ove dal marescalco del regno overo dal maestro delle cerimonie fu il re vestito di sandali, d’una tonica, di guanti, di camiso, di tonicella e di palio; che di questo abito adornato, e chiuso d’ogni intorno da’ prencipali baroni del regno, gli fu dallo arcivescovo gettata sopra l’aqua benedetta e dettali una orazione devota per questo effetto composta. Indi, tolto in mezo dal vescovo di Cracovia e da quel di Cuiavia, sostentandoli uno il braccio destro e l’altro il sinistro, s’inviarono verso la chiesa, caminandoli inanzi il castellano di Cracovia con la regal corona e il palatino col scettro, il palatino di Vilna col pomo d’oro e con la spada nuda Andrea Sborovio. Dopo i quali con la croce innanzi andavano i vescovi, arcivescovi, abbati e gli altri baroni, ciascun al suo luoco ordinato, e similmente i baroni francesi e gli ambasciatori de’ prencipi stranieri. Giunti in chiesa, fur fermate sopra l’altar maggiore le regali insegne che, come si disse, da’ senatori eran portate; e il re nel suo trono fu posto a sedere, inanzi al quale disse l’arcivescovo alcune altre orazioni. Si levò in questo punto un gran contrasto, per caggione che i vescovi volevano che si annullasse un certo accordo fatto nel tempo dell’interregno tra i catolici e gli evangelici, allegando quello esser contra le leggi divine ed ecclesiastiche e fatto contra il voler de tutti i prelati, e all’incontro producendo gli evangelici che si dovesse per sicurezza delle cose loro fermo e inviolato mantenere. La qual contesa, essendosi col divino aiuto trovato mezo di sodisfarli tutti, fu acquietata. E ridotto il tutto in tranquillo stato, uno de’ vescovi lesse un’altra orazione, la qual finita fece al re una pia esortazione nell’infrascritto modo: “Dovendo voi, ottimo prencipe, recevere oggi la sacra onzione e l’insegne regali dalle nostre mani, i quali (benché indegnamente) siamo in questa azione vicarii di Cristo nostro Salvatore, sarà bene che vi avertiamo prima del peso che voi sete per pigliare. Voi prendete oggi la regia degnità e la cura di governare i popoli fideli a voi commessi, luoco certamente preclaro tra’ mortali, ma pieno di pericoli, di fatica e di travagli. Ma se considerarete che ogni signoria da Dio viene, per il quale e i re regnano e i legislatori cose giuste statuiscono, e che voi sete per aver a render conto del gregge a voi commesso a esso Iddio, osservando primieramente la pietà onorarete il Signor Dio con tutta la mente e con purità di cuore; conservarete inviolata sino al vostro fine la religione cristiana e la fede catolica, della quale sin dal vostro nascimento professione avete fatta, la qual anco, per quanto le vostre forze potranno, contra a’ nemici suoi diffenderete; renderete la debita reverenza a’ prelati, sacerdoti e altre persone ecclesiastiche; non conculcarete l’ecclesiastica libertà. Amministrate saldamente iustizia verso tutti, senza la quale compagnia nissuna troppo può durare, premiando i buoni e i cattivi castigando. Defenderete le vedove, i pupilli e i poveri e deboli da ogni oppressione; benevole e benigno, mansueto e affabile a tutti (quanto la degnità regal comporta) vi mostrarete; e finalmente vi portarete in modo che appara che voi non per propria utilità ma per beneficio de’ popoli il regno abbiate preso, e che il premio delle vostre buone opere non in terra ma nel cielo aspettiate, la qual cosa quello Dio si degni di concedervi che vive e regna per tutti quanti i secoli”.
Fatta questa esortazione, fu il re dal vescovo con queste parole interrogato: “Volete voi tenere la santa fede da uomini catolici insegnata e con buone opere in quella servire?” E il re rispose: “Voglio”. “Volete voi esser tutore e diffensore delle chiese e de’ suoi ministri?” “Voglio”. “Volete voi tenere, regere e diffendere il regno a voi commesso secondo la iustizia de’ nostri antichi?” “Voglio e prometto di fidelmente il tutto fare, per quanto il divino favore e l’aiuto de tutti i suoi fideli mi daranno forze”. Le quali interrogazioni finite, il re ingenochiato inanzi all’arcivescovo col capo scoperto disse le seguente parole: “Io, Enrico, per grazia de Dio re futuro di Polonia, publicamente confesso e prometto innanzi a Dio e agli angeli suoi di quanto poterò e saperò mantenere le leggi, la iustizia e la pace alla Chiesa de Dio e al popolo a me soggetto, salvo sempre il condegno rispetto della misericordia divina, e secondo che meglio da’ miei fideli consiglieri consigliato serò. Portarò sempre il dovuto rispetto agli ecclesiastici prelati e alla Chiesa inviolabilmente mantenerò quanto dagli imperatori e da altri re concesso è stato. Agli abbati, conti e altri miei vassalli i lor congrui onori da me osservati saranno, e secondo che in ciò i miei fideli mi consigliaranno”. E ciò dicendo pose le mani sopra il libro degli Evangeli e disse: “Cosí mi aiuti Dio e questi Evangeli santi”. Alora l’arcivescovo, ditte prima alcune devote orazioni, si pose ingenocchioni e disse sopra il re, che genuflesso e col capo chino verso l’altar stava, i versetti della benedizione; quai finiti, gli altri vescovi con devozione cantarono le lettanie, in fin delle quali fur da l’arcivescovo detti alcuni versetti e orazioni, già anticamente per questo ordinate.
Dopo le quali postosi l’arcivescovo a sedere, se li presentò il re avanti, e ingenocchiatosi fu del palio e della tonicella spogliato e indi unto dall’arcivescovo dalla palma della man destra sino al gomito e tra le spalle e insieme la spalla destra, dicendo parole e orazioni a questo appropriate. E nettato il luoco da un vescovo, e di nuovo vestito il re della tonicella e palio, sempre orazioni dicendo, l’arcivescovo le mani si lava e, deposta la mitria, fa la confessione, e il re menato nel suo solio fa orazione. E detto l’alleluia nella messa e da un vescovo alcune orazioni per il re, stando esso genuflesso li porse l’arcivescovo la spada, dicendo: “Pigliate la spada tolta dall’altare dalle nostre, benché indegne, mani, in luoco però e con l’auttorità de’ santi apostoli consecrata e regalmente a voi concessa e di volontà divina da noi benedetta, in defensione della santa Chiesa, per castigare i malfattori e in lode de’ buoni; e siate recordevole di quello del quale il salmista profettò dicendo: “"Cengite la tua spada sopra il tuo fianco, o potentissimo", accioché con questa voi faciate l’opere giuste e ragionevoli e gagliardamente la grandezza dell’empietà voi destrugiate; la santa Chiesa e suoi fideli defendiate, odiando e destrugendo non meno i falsi cristiani che i nemici di questa santa fede; defendiate ancora e con clemenza aiutiate le vedove e i pupilli, restauriate le cose destrutte, conserviate le restaurate, vendichiate le cose ingiuste e le ben ordinate da voi sian confirmate; accioché questo facendo, ed essendo egregio osservatore del giusto e convenevole, potiate poi senza fin regnare in compagnia del Salvator del mondo, la somiglianza del quale in voi portate, e il quale con Dio Padre e col Spirito Santo vive e regna Dio per tutti i secoli”. Dette le qual parole li cense la spada, dicendo alcune altre parole di questo tenore: “Accengite, o potentissimo, la tua spada sopra il tuo fianco, e averti che i santi non con la spada ma con la fede restaron de’ regni vencitori”. E indi, mettendoli la corona, disse: “Pigliate la corona del regno, la quale benché da indegni è però sopra il vostro capo imposta per le mani de’ vescovi, in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, la quale sappiate significare gloria e onore de virtú e opera di fortezza, e che per questa sete partecipe de’ nostri ministeri; percioché, sí come noi siamo interiormente pastori dell’anime e rettori, cosí sapiate voi dover esser defensore contra tutte l’adversità della Chiesa di Cristo, e utile esecutore e prospicuo regnatore del regno da Dio datovi e per l’officio della nostra benedizione da noi in luoco degli apostoli e de tutti i santi a voi commesso; accioché finalmente, essendo ornato di gemme di virtú tra i graziosi santi e coronato de premii dell’eterna felicità, vi possiate senza fine gloriare insieme col Redentore e Salvator nostro Iesú Cristo, il nome e luoco del quale ora tenete, il qual vive e signoreggia Dio col Padre e Spirito Santo ne’ secoli de’ secoli”. Finalmente li pose l’arcivescovo nella sinistra il pomo d’oro che il mondo significa, e nella destra il regal scettro, dicendo: “Pigliate la verga della virtú e della verità, per la quale intendiate voi essere tenuto ad accarezzare i buoni, spaventare i cattivi, insegnare la buona strada a quelli che errano, porger la man a quei che son caduti, i superbi disperdere e gli umili inalzare. E dal nostro Signor Iesú Cristo la porta aperta ve sia, il qual di se stesso parlando disse: "Io son la porta, ciascuno che per me entrarà salvo sarà", e il quale è la chiave di David e il scettro della casa d’Israel, che apre e nissun serra, serra e nissuno apre; e quello che il legato della carcere cavò, che sedeva nelle tenebre e ombra della morte, vi sia autore che lo possiate in tutte le cose seguire, del qual il profeta David cantò: "La tua sede Dio, nel secolo de’ secoli, verga d’equità la verga del tuo regno"; e imitando lui amiate la iustizia e alle iniquità odio portate, percioché per questo vi ha onto Dio, Dio vostro, ad imitazione di quello che inanzi a’ secoli onto aveva d’oglio d’esultazione piú che gli altri suoi partecipi, Iesú Cristo Signor nostro, il qual con esso vive e regna Dio ne’ secoli de’ secoli”.
Mentre poi l’offertorio della messa si cantava, offerí il re sopra l’altare pane e vino e al suo tempo la pace basciò e comunicossi. E poi, scintosi la spada e finita la messa, fu il re condotto al trono regale in mezo la chiesa apparecchiato, nel qual dall’arcivescovo intronizato fu e datoli il governo del regno con queste parole: “Sedete, e da qui in poi tenete il luoco datovi da Dio per la sua onnipotente autorità e per la presente nostra tradizione, di noi cioè vescovi e altri servi de Dio. E quanto voi vedete il clero piú vicino a’ sacri altari, ricordatevi di darli ne’ luochi pertinenti tanto maggiore onore, accioché il mediatore tra Dio e gli uomini confermi voi mediatore del clero e della plebe per longo tempo in questo regal solio, e ne l’eterno regno seco vi faccia regnare Iesú Cristo nostro Signore, re di re e signor dei signori, il qual col Padre e Spirito Santo vive e regna Dio per tutti i secoli de’ secoli”. La qual ceremonia compita, fu dall’arcivescovo intonato il Te Deum e sollennemente da’ musici cantato, e indi stando esso alla destra del re disse alcuni versetti e devote orazioni, nelle quali pregava Dio per la lunga e buona vita del re e per la felicità e tranquillità del regno a lui comesso. Prese poi il re la sacra spada in mano e ornò della degnità di cavallieri a speron d’oro alquanti nobili e consiglieri regii. Finite tutte queste solenni cerimonie, in palazzo il re fu accompagnato, ove un nobilissimo convito era apparecchiato, e mangiò il re nell’istessa sala ove tutti gli altri prencipi e senatori mangiarono, in luoco però piú degli altri eminente e servito da molti onorati officiali del regno. E il giorno seguente andò con l’istesso ordine del giorno passato in piazza, e sedendo in un alto tribunale fabricato a questo effetto ricevette il giuramento e molti doni da’ cittadini di Cracovia, e preso in mano il pomo e la spada fece anco in quel luoco molti cavallieri; e per molti giorni poi a feste e a solazzi si attese.

 

 

 

 

 

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