STORIA E MITOLOGIA > Giovan Battista RamusioParte del trattato Dell’aere, dell’acqua e de’ luoghi d’Ippocrate, nella quale si ragiona delli Sciti, V-IV secolo a.C.

 

Ippocrate (Coo, o Kos, 460? a.C. - Larissa 377? a.C.) apparteneva a una famiglia di medici e insegnò la disciplina medica a Coo, compiendo viaggi in Egitto, Libia, Abdera, Atene e Tessaglia. Al suo nome si richiama l’insieme delle conoscenze acquisite dalla medicina greca dalla metà del V secolo fino alla fine del IV secolo a. C. Il Corpus hippocraticum, composto da circa settanta trattati che influenzarono lo sviluppo delle scienze medico-biologiche fino al XVI secolo, non sono tutti di mano di Ippocrate, ma certamente lo è l’opera Arie, acque, luoghi. In esso, si spiega lo stretto intreccio che lega l’organismo umano alle condizioni geografiche, climatiche e sociali, in modo che il medico ne debba tener conto nella diagnosi e nella cura delle malattie. Questa tesi viene dimostrata da Ippocrate attingendo dalle proprie osservazioni compiute viaggiando. Del trattato, Giovan Battista Ramusio riportò la parte che tratta della Scizia, regione affacciata sul Mar Nero con la quale la Grecia aveva scambi commerciali intensi.

 

Or tra’ Sciti in Europa è una gente diversa dall’altre, la quale abita intorno alla palude Meoti, che con speciale nome Sauromati sono chiamati, le femine de’ quali cavalcano e saettano e lanciano dardi d’in sui cavalli e combattono coi nimici mentre son pulcelle, né prima si lasciano privare della virginità che non abbiano ammazzati di sua mano tre de’ nemici, né mai consumano il matrimonio se non hanno sacrificate le vittime secondo che si costuma. E qualunque prende marito si rimane di cavalcare, infin che necessità non sopravenga di fare oste di tutte loro. E hanno meno la poppa destra, percioché le madri, mentre le figliuolette sono ancora in infantilità, fabricato certo stromento di rame il mettono loro infogato in su la destra poppa, la quale s’abbrucia in guisa ch’ogni accrescimento vi s’impedisce, e tutto il vigoroso augmento nella spalla destra e braccio trapassa. Or, quanto è alla forma degli altri Sciti, è da sapere ch’essi sono tra loro simiglianti, ma differenti dagli altri uomini, il che ancora aviene degli Egiziani, se non che questi sono molestati dal caldo e quelli dal freddo.
Or la solitudine, com’è chiamata, degli Sciti è una prateria piana, rilevata, né troppo acquosa, percioché vi sono fiumi grandi che via conducono l’acqua da’ campi. In questo luogo gli Sciti dimorano, e chiamansi Nomadi, peroché quivi non han case, ma abitano in carri. E alcuni de’ carri, che sono piccolissimi, hanno quattro ruote, e gli altri sei, e sono smaltati di fango e fatti a guisa di camere, le quali alcuna volta sono semplici e altra divise in tre; e queste sono strette, per poter ripararsi dall’acqua e dalla neve e da’ venti. E sono i carri tirati alcuni da due e altri da tre paia di buoi senza corna, percioché quivi i buoi per la freddura non hanno corna. Adunque in questi carri dimorano le femine, e gli uomini vanno a cavallo, e con esso loro menano le pecore quante n’hanno e i buoi e i cavalli, e soggiornano in un luogo tanto tempo quanto basta l’erbaggio al loro bestiame, ma quando viene meno vanno altrove; ed essi mangiano carni cotte a lesso e beono latte di cavalle e manducono ippace, cioè cacio di cavalle.
Cosí fatta adunque è la maniera del viver loro e de’ costumi e delle stagioni e della forma, che la nazione degli Sciti è differente molto dagli altri uomini e simile a se stessa, sí come altresí si vede negli Egiziani, e poco abonda in figlioli. Né la contrada sostiene se non pochissime e picciolissime fiere, percioché è sottoposta alla tramontana e alle montagne Rifee, onde spira borea. E quantunque il sole vi s’appressi allora quando egli gira piú alto sopra di noi di state, nondimeno per picciolo spazio si riscalda, né venti traenti da parti calde quivi pervengono, se non di rado e già stanchi. Ma di verso tramontana sempre soffiano venti freddi, per la neve e per gli giacci e per la copia dell’acqua, che mai non abandonano quelle montagne, le quali pur perciò non si possono abitare; e molta nebbia il dí occupa i piani, e cosí si vive in umidore. Adunque quivi sempre ha verno, ma state pochi dí e que’ pochi non molto buona, percioché le pianure sono rilevate e nude, né sono inghirlandate de monti, e sottogiacciono a tramontana in guisa di piaggia. Quivi non nascono fiere di grande statura, ma solamente di tanta che si possano riparare sotterra, percioché altrimente non permette il verno e la nudità del terreno: e di vero quivi non ha né tiepidezza né coperto. Percioché i mutamenti delle stagioni non sono né grandi né potenti, ma simili e poco differenti, laonde ancora essi sono tutti simili di figura, e costumano sempre il medesimo cibo e il medesimo vestire, e di state e di verno; e tirano a sé l’aere aquoso e grasso, e beono l’acque di nevi e di giacci disfatti, né punto s’affaticano, che né il corpo né l’animo si può affaticare là dove i mutamenti non sono potenti. Adunque perciò è di necessità che si veggano essere grassi e pieni di carne, e che abbiano le giunture umide e deboli, e i ventri da basso umidissimi oltre a tutti gli altri ventri, percioché possibile non è che la panza s’asciughi in cosí fatta contrada e natura e disposizione di stagione. Adunque per grassezza e carne senza peli appaiono l’uno all’altro simili, io dico i maschi a maschi e le femine a femine. Percioché, non essendo le stagioni dissomiglianti, né corruzioni né male disposizioni possono avenire nel concepimento della creatura, s’alcuna gran disaventura o infirmità a forza ciò non operi.
Ora io darò un manifesto segnale della loro umidità. Troverai che tutti i Nomadii, e i piú degli altri Sciti, ancora s’abbrucciano le spalle, le braccia e le palme delle mani, e i petti e le coscie e le reni, non per altro se non per la naturale umidità e morbidezza, percioché non possono né tirare archi né lanzar dardi per umidità e debolezza della spalla; ma per l’abbruciamento s’asciuga dalle giunture molto dell’umore, e divengono i corpi piú gagliardi e meglio si nutriscono, e le giunture s’invigoriscono. Or sono i corpi loro e morbidi e larghi, prima perché non si fasciano sí come in Egitto, né hanno in costume cavalcando di stare assettati in su la persona, e appresso perché seggono assai, che i maschi, prima che si possano tenere a cavallo, il piú del tempo seggono in carro, e poco usano di spasseggiare a piè, perché sono tuttavia in viaggi e qua e là trasportati. E maravigliosa cosa è a vedere quanto morbide sieno le femine. Or rossa è la nazione degli Sciti per la freddura, non potendo molto quivi il sole, che la bianchezza è abbrucciata dalla freddura e si trasmuta in rossezza.
Né possibile è che cosí fatta natura abondi in figliuoli, percioché né l’uomo appetisce spesso di congiungersi con femina, per umidità di natura e per morbidezza e per frigidità di ventre, per le quali cose è di necessità che rarissime volte nasca nell’uomo stemperato appetito di congiugnimento, e di piú, per lo continuo cavalcare rotti, divengono mal atti a ciò. Or questi sono gl’impedimenti dalla parte degli uomini. E dalla parte delle femine sono altresí e la grassezza della carne e l’umidità, percioché le matrici non possono poi apprendere il seme, che la purgazione non viene loro ogni mese come fanno di bisogno, ma dopo lungo tempo e poca, e la bocca delle matrici per la grassezza si riserra né può ricevere il seme; ed esse sono ociose e grasse, e i ventri loro freddi e morbidi. E per queste necessità non può la nazione degli Sciti abbondare in figliuoli. E si può di ciò prendere certo argomento dalle serve, che non cosí tosto s’accostano a l’uomo che concepiscono, perché s’affaticano e hanno carne magra. Oltre a ciò i piú degli Sciti divengono disutili al congiungimento e si mettono a fare le bisogne feminili, e il ragionar loro è parimente da femine: e questi sono chiamati uomini senza maschilità. Ora i paesani attribuiscono la cagione a Dio, riveriscono questi uomini e adorangli, temendo ciascuno di sé simile disaventura. Ma a me pare che e questi mali e tutti gli altri procedono da Dio, e che niuno abbia piú del divino dell’altro o dell’umano, anzi tutti sono divini, e ciascuno di questi ha sua natura, né niuno aviene senza natura.
E racconterò come a me paia che questo male avenga. Essi per lo cavalcare sono assaliti da lunghi dolori, sí come coloro che cavalcano co’ piedi pendenti; poi diventano zoppi e si ritraggono le coscie a coloro che fieramente s’infermano. Or tengono cotale maniera in curarsi: dal principio dell’infirmità si tagliano l’una e l’altra vena dopo l’orecchia, e quando è sgollato il sangue per debolezza sono soprapresi dal sonno e dormono; poscia si destano, alcuni sani e alcuni no. A me pare adunque che essi con questa cura si guastino, percioché dopo gli orecchi sono vene le quali quando altri taglia, coloro a’ quali sono tagliati divengono sterili. Io stimo adunque ch’essi perciò si tagliano quelle vene. Appresso perché, andando per usar con le mogli, né venga loro fatto la prima volta, non mettono il cuore a ciò né si danno affanno; ma quando due e tre e piú fiate hanno tentato senza effetto, facendosi a credere d’aver commesso alcun peccato verso Dio, a cui attribuiscono ciò, si vestono di gonna feminile publicandosi d’essere senza maschilità, e femineggiano e si mettono a fare insieme con le femine quelle bisogne ch’esse sogliono fare. Or ciò aviene a’ ricchi degli Sciti e non agl’infimi, ma i nobilissimi e coloro ch’hanno piú polso perché cavalcano sono sottoposti a ciò, e i poveri meno, che non cavalcano. E di vero convenevole cosa era, se questa infirmità è piú divina dell’altre, che non toccasse solamente a’ nobilissimi e a’ ricchissimi tra’ Sciti, ma a tutti ugualmente, anzi pare a coloro che non hanno beni, li quali mai non onorano gl’iddii (se vero è ch’essi godano dell’onore fatto loro dagli uomini e ne rendano loro guiderdone), percioché verisimile cosa è che i ricchi sacrifichino spesse fiate agl’iddii e che consagrino loro de’ doni delle sue ricchezze e che gli onorino, e che i poveri non facciano ciò perché non hanno di che, e di piú ch’essi gli maledicano perché non danno loro medesimamente delle facultà: laonde per questi peccati doverebbono i disagiati incappare piú tosto ne’ mali che i ricchi. Ma, cosí come ancora prima ho detto, questi mali procedono dagl’iddii come ancora gli altri, e ciascuno aviene secondo la natura. E cosí fatta infermità aviene agli Sciti per tale cagione quale io ho detto, né punto sono risparmiati gli altri uomini, percioché là dove cavalcano assai e spesso i piú sono assaliti da lunghi dolori e da sciatica e da doglie de’ piedi, né sono stimulati a lussuria.
Queste cose fanno gli Sciti, e per queste cagioni oltre a tutti gli uomini sono disutilissimi all’usare con le femine, e perché continuamente portano le brache e sono a cavallo il piú del tempo, laonde né con mano si toccano le parti vergognose, e per la freddura e per la stanchezza si dimenticano del piacere dell’amoroso congiungimento, né intendono a ciò se non quando sono privati della maschilità. Cosí fatte cose adunque diciamo della nazione delli Sciti.

 

 

 

 

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