STORIA E MITOLOGIA > Voltaire, Aneddoti sullo zar Pietro I il Grande, 1748
STORIA E MITOLOGIA > Voltaire, Storia dell’impero di Russia sotto Pietro il Grande, 1759-1763

 

Figlio di ricchi borghesi e amico degli aristocratici parigini più in vista, amante della vita mondana, Voltaire, pseudonimo di François-Marie Arouet (1694-1778), simbolo dell’Illuminismo francese, aveva un carattere caustico, polemico e irriverente, che gli causò lo prigione (1717-18 e 1726), ma gli aprì le porte del successo letterario. Un soggiorno in Inghilterra (1726-1729), in cui conobbe filosofi e scrittori di gran fama, maturò l’avversione verso l’assolutismo monarchico francese e l’ingerenza della Chiesa cattolica nella politica e nelle scienze, avversione espressa nelle Lettres anglaises (Lettere sugli inglesi, ma conosciute anche con il titolo Lettere filosofiche, 1733) che il governo francese ordinò di bruciare pubblicamente perché «scandalose, contrarie alla religione, alla morale, al rispetto per l’autorità». Questa fu la prima volta che Voltaire dovette “scegliere” l’esilio per evitare la prigione. Negli anni che seguirono scrisse opere di storia, filosofia, teatro e visitò – anche per lunghi periodi, come in Prussia da Federico II – le corti europee, dalle quali veniva accolto come uomo di grande cultura, piacevole conversatore e fine analista di temi politici, ma dalle quali si allontanava quando il suo egocentrismo non veniva appieno soddisfatto. Sessantenne acquistò una grossa proprietà a Ferney, in Francia, costituita da ventisei poderi di cui alcuni confinanti con la Svizzera, che, oltre a permettergli una via di fuga nel caso dei (frequenti) contrasti non le autorità, gli dettero modo di sperimentare, primo in Europa, un rapporto diverso con i contadini dando loro la terra a riscatto anziché in affitto. Ferney fu anche un punto di riferimento della cultura settecentesca: per oltre vent’anni vi si riunirono letterati, filosofi e artisti, sia di gran fama che di belle speranze, immersi nel lusso.
In queste righe non è il caso di riportare l’opera sterminata di Voltaire, né entrare nel profondo delle sue idee – sicuramente innovative, aperte e illuminate, ma talvolta contraddittorie, razziste, gratuitamente calunniose verso gli oppositori – ma quello di tratteggiare brevemente i suoi rapporti con la Russia.
Voltaire aveva avuto modo di avvicinarsi alla vita di Pietro il Grande quando scrisse l’
Histoire de Charles XII (Storia di Carlo XII, 1731), il re di Svezia che aveva combattuto a lungo contro lo zar, poi traverso la corrispondenza con Federico II di Prussia (1737) – è del 1738 questo appunto di Voltaire: «Possiedo sullo zar un materiale migliore di quanto non potrebbe avere l’autore dei suoi giorni. Non si può essere informati su questo paese più di quanto lo sono io. Forse un giorno utilizzerò questo materiale» – e ancor più nel 1746 quando la zarina Elisabetta, figlia di Pietro, lo nominò membro d’onore della Federazione russa Accademia di Scienze e storiografo dell’impero russo.
Nel 1748 Voltaire scrisse
Anecdotes sur le Czar Pierre le Grand (Aneddoti sullo zar Pietro il Grande, 1748), basandosi su varie opere già uscite in Francia, come The State of Russia under the Present Czar di John Perry (London 1716), Éloge du czar Pierre I di Fontenelle (Paris 1725), Mémoires du règne de Pierre le Grand, empereur de Russie di Jean Rousset de Missy (Amsterdam 1730), Das veränderte Russland (Frankfurt and Leipzig, 1738) di Friedrich Ch. Weber (che aveva già divulgato un saggio nel 1725) e poi le memorie scritte su alcuni protagonisti (come Franz Lefort) e soprattutto la corrispondenza che ebbe con Johann Gotthilf Vockerodt (1693?-1750), che era stato segretario della legazione prussiana a San Pietroburgo dal 1717 al 1733 ed ebbe quindi modo di frequentare lo zar, in seguito alla pubblicazione di Russland unter Peter dem Grossen (La Russia sotto Pietro il Grande, 1737), forse arrivato a Voltaire per mano di Federico II di Prussia, in cui Vockerodt descriveva lo zar come crudele in pace, debole in tempo di guerra, ammirato dagli stranieri e odiato dai sudditi.
Nel 1757 la zarina Elisabetta gli chiese di scrivere la storia di sua padre e incaricò Suvalov (Shuvalov) di fornirgli i documenti che egli avesse richiesto: in due anni Voltaire scrisse il primo volume dell’
Histoire de l’empire de Russie sous Pierre le Grand (Storia dell’impero di Russia sotto Pietro il Grande, 1759, ma pubblicato l’anno seguente) e ne impiegò altri quattro per il secondo volume (1763). Durante la stesura, la Russia aveva cambiato zarina ma non il sostegno: Caterina II, che aveva letto le opere di Voltaire, dimostrò in ogni modo il suo fermo sostegno e iniziò una fitta corrispondenza con Voltaire nel 1763 che le procurò l’immagine in Europa di una sovrana illuminata, giusta e democratica, ma solo fino agli eventi rivoluzionari francesi, quando Caterina tornò all’autarchia reazionaria e ruppe con Voltaire.
Quanto sono storici e attendibili i suoi scritti su Pietro il Grande? Difficile dirlo perché la scienza della storia non era che agli albori, Voltaire non andò mai in Russia e di conseguenza non poté verificare le ripercussione nella realtà e sul popolo (ma del popolo, di tutte le nazioni, Voltaire aveva una pessima opinione) e, per sua stessa ammissione, dovette omettere tutto ciò che avrebbe potuto porre in cattiva luce la famiglia imperiale russa. I critici non mancano di sottolineare che nelle sue storie fu spesso approssimativo e adulatore, che per Voltaire la storia «persino la più veritiera è piena di menzogne», come scrisse a Federico II di Prussia, o peggio che fin dal 1736 aveva affermato: «Occorre mentire come un demonio! Non timidamente, non per qualche tempo, ma arditamente e sempre» (in
Lettera a Nicolas-Claude Thieriot, 21 ottobre 1736).
Eppure le sue opere non sono da relegare nella letteratura, tra le storie romanzate di eroi che alla fine risultano più fantastici che reali. Se gli
Anecdotes rimasero un’opera minore, utili all’autore per mettere insieme degli appunti da spedire a Elisabetta di Russia per chiederle di poter scrivere una storia del padre (permesso che la zarina concesse solo nel 1757), l’Histoire de la Russie è un’opera più sfaccettata. Vi restano l’omissione di alcuni episodi, l’edulcorazione di altri (quello del figlio Alessio, per esempio), errori storici e geografici soprattutto nella prima parte (che furono parzialmente corretti nelle edizioni successive su indicazione di Suvalov), l’intento di mostrare lo zar sotto un’ottima luce pur se in privato Voltaire lo considerava «moitié héros et moitié tigre» (in Questions sur l’Encyclopédie, 1772), ma rimangono anche i primi esempi completi di quell’indagine storica che si affinò successivamente. In Voltaire, storia e politica si intrecciano perché la prima non deve risolversi in una successione di fatti asetticamente accertati e cronologicamente esposti, ma vanno scelti e inseriti in una visione più ampia, che comprende i legami e le connessioni tra gli eventi, le condizioni di vita con i suoi aspetti materiali e sociali, in quanto è da questa visione che si mettono in evidenza i caratteri positivi o negativi di un’epoca, se ne comprendono le ragioni, emerge lo spirito critico e si può così combattere l’ignoranza, la superstizione e l’arroganza del potere: «nella storia… si vedono susseguirsi gli errori e i pregiudizi, i quali mettono in fuga la verità e la ragione» (in Remarques pour servir de supplément à l'Essai sur les moeurs, III). E, non ultimo, la storia non deve mai annoiare.
Le traduzioni qui proposte sono state ampiamente annotate per far riconoscere persone, luoghi, situazioni e riferimenti, indicare le principali varianti tra le edizioni e per sottolineare sviste od omissioni: un complesso lavoro – mai svolto prima d’ora – che però restituisce a Voltaire i suoi meriti di storico.

 

 

 

 

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