STORIA E MITOLOGIA > Arnaldo Momigliano, Il cristianesimo e la decadenza dell’Impero romano, 1959 (1)

 

Storico e storiografico, Arnaldo Momigliano (1908-1987) fu professore universitario a Torino e, dal 1938, a causa delle leggi razziali, in Inghilterra, prima a Oxford e poi a Londra. Riconosciuto a livello mondiale come uno tra i maggiori studiosi di storia antica, ha lasciato numerose opere che sono ancora oggi punti fermi nella ricerca, perché, come è scritto nella Treccani, «i suoi lavori, segnati da passione e da forte impegno civile, si caratterizzano non solo per una straordinaria erudizione e conoscenza del mondo antico nei suoi più differenti aspetti, ma anche per lo sforzo continuo di concepire la storia degli studî dell’antichità in relazione all’ambiente culturale che li ha prodotti». Il testo qui riportato è quello di una famosa conferenza tenuta all’università di Cincinnati nel 1959, comparso poi come introduzione a una raccolta di saggi dal titolo The Conflict Between Paganism and Christianity in the Fourth Century (Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel secolo IV), curata da Momigliano stesso, pubblicata a Oxford nel 1963 e tradotta in italiano cinque anni dopo.

 

Possiamo forse cominciare con una buona notizia: in quest’anno di grazia 1959 è ancora possibile considerare verità storica il fatto che l’Impero romano declinò e cadde. Nessuno, a tutt’oggi, è disposto a negare la scomparsa dell’Impero romano. Ma qui comincia il disaccordo degli storici: quando si domanda perché l’Impero romano sia caduto, si ottiene una sconcertante varietà di risposte. Tanto più perché c’è la tendenza a identificare gli inizi del Medioevo con la fine dell’Impero romano: tendenza che sarebbe stata ragione di non poca sorpresa per gli uomini del Medioevo, i quali credevano fermamente nella continuità dell’Impero romano. Vi sono naturalmente degli storici che vedono i primi albori del Medioevo e l’inizio del tramonto dell’Impero romano nel momento della conversione di Costantino (312), o in quello dell’inaugurazione di Costantinopoli (330). Vi sono però altri storici che vorrebbero spostare la fine dell’Impero romano sino a quell’anno 1806 – più precisamente sino a quel 6 agosto 1806 – in cui Napoleone I obbligò l’imperatore Francesco II a firmare l’atto che segnava la fine del Sacro Romano Impero. Tra queste due date estreme vi sono numerose possibilità intermedie. Non pochi sono ancora i tradizionalisti pronti a sostenere la data, un tempo famosa, del settembre 476, quando Romolo Augustolo perse il trono, mentre altri studiosi più raffinati preferirebbero la morte di Giustiniano (565), o l’incoronazione di Carlo Magno (800), quando l’Impero romano fu in certo senso sostituito da due imperi romani. Un’altra data favorita è quella della caduta di Costantinopoli (1453), che segnerebbe la fine della nuova Roma. Senza lasciarsi spaventare da tanta varietà di opinioni, Arnold Toynbee è riuscito ad aggiungerne una nuova che, a prima vista, sembra di notevole originalità. Dopo aver rimproverato Gibbon per non aver capito che l’Impero romano era cominciato a decadere quattro secoli prima di essere nato, Toynbee sostiene che la crisi della civiltà romana iniziò nel 431 a.C., quando gli Ateniesi e gli Spartani si scontrarono nella guerra del Peloponneso (2). Quest’opinione, però, non è del tutto originale: ci ricorda curiosamente una vecchia tesi marxista. Sino a poco tempo fa gli storici marxisti hanno sostenuto che la crisi della civiltà classica è cominciata con la guerra del Peloponneso o, al più tardi, con il movimento dei Gracchi. È solo di recente che gli storici russi hanno cominciato ad accorgersi che la loro posizione stava al limite dell’assurdo. Questo gioco di trovare una data per la fine dell’Impero romano può far sorridere, specialmente se la data proposta è di quattro secoli anteriore all’inizio dell’Impero romano; ma è ovvio che il gioco non è così sciocco come sembra. Una data non è niente altro che un simbolo: dietro la questione delle date, vi è il problema della continuità della storia europea. È possibile notare una frattura nello sviluppo della storia sociale e intellettuale d’Europa? E, se sì, dove dobbiamo riconoscerla?
Storici, teologi e teorici politici hanno meditato per secoli sulla decadenza e sulla caduta di Roma. Toynbee potrebbe difendersi col dire che gli antichi hanno riflettuto sulla caduta di Roma, prima che Roma desse qualche chiaro segno di decadimento. Mircea Eliade ha osservato a ra­gione che i Romani erano « ossessionati di continuo dalla “fine di Ro­ma”» (3). Il problema della decadenza di Roma era già stato formulato da Polibio nel secolo II a.C. L’idea che Roma stesse diventando vecchia è espressa chiaramente da Floro, uno storico del secolo II d.C. (4). Dopo il sacco di Roma, compiuto da Alarico nel 410, la decadenza di Roma di­venne oggetto della più famosa di tutte le meditazioni sulla storia, il De civitate Dei di sant’Agostino. L’Impero romano continuò a sopravvive­re, ma tutti sapevano che qualcosa era accaduto. Si parlò quindi di trans­latio imperii, della transizione dall’antico Impero romano al nuovo Sa­cro Romano Impero di Carlo Magno e degli altri imperatori germanici. Nessuno pose in dubbio che la continuità dell’Impero romano nascon­desse un cambiamento. Intorno all’anno mille Ottone III vagheggiò per­fino l’idea di far rinascere l’antico Impero romano: egli parlò di renova­tio imperii Romanorum. Ma il più grande poeta latino del secolo XI, Il­deberto di Lavardin, non si illudeva sulle condizioni di Rorma: «Par tibi, Roma, nihil, cum sis prope tota ruina» (5). Il desiderio di far rinascere l’an­tica Roma, l’antica civiltà classica, ispirò il movimento umanistico in Ita­lia nei secoli XIV e XV. Ciò implicava la consapevolezza della profonda differenza tra la civiltà cristiana dei primi secoli e il mondo classico di Roma. Va ricordato – perché è essenziale – che il problema della deca­denza di Roma che ora ci poniamo è un frutto dell’umanesimo italiano. Proprio in quell’atmosfera, infatti, Flavio Biondo scrisse la sua storia d’Italia «ab inclinatione Romanorum imperii» sino a circa la metà del secolo XV.. Egli fissava così la decadenza dì Roma ai tempi del sacco del 410: i Goti, i barbari, avevano dato l’avvio alla decadenza di Roma.
Dopo Flavio Biondo ogni generazione ha prodotto la propria teoria – o le proprie teorie – sulla decadenza e la caduta di Roma. Gibbon fu solo l’erede di una lunga tradizione di pensiero su questo argomento. Sino alla fine del secolo XVIII pochi storici degni di questo nome seguirono Flavio Biondo, nell’attribuire la decadenza di Roma alle invasioni germaniche. Le cause della decadenza venivano cercate, piuttosto, all’interno dell’impero. Nel Cinquecento Machiavelli e Paruta tentarono di scoprire le cause della decadenza di Roma nella sua costituzione. Nella prima metà del Settecento, e più precisamente nel 1734, Montesquieu pubblicò le sue Considérations sur la grandeur et la décadence des Romains. Con una analisi sottile, egli mostrò come due delle ragioni principali che provocarono la caduta dell’antica Roma fossero state il potere dell’esercito e il lusso eccessivo. Nella seconda metà del secolo, responsabile della decadenza di Roma fu considerato il cristianesimo. Vi è già una nota anticristiana in Montesquieu, che diventa più forte in Voltaire e ancora più forte nel Decline and Fall di Gibbon. Gibbon concentrò la sua attenzione sul cristianesimo come il principale fattore di cambiamento e, a parer suo, di decadenza nella struttura dell’Impero romano. Solo nell’Ottocento le invasioni germaniche vennero generalmente considerate la chiave di volta per la comprensione della fine dell’antica Roma. In quel secolo prevalsero i sentimenti nazionalistici e la ricerca storica fu soprattutto in mani tedesche: non è sorprendente il fatto che gli studiosi tedeschi giudicassero le invasioni germaniche sufficienti a spiegare il sorgere del Medioevo. L’alternativa più coerente fu elaborata da Marx e dai suoi seguaci, quando sostennero che l’Impero romano cadde perché la sua struttura sociale, basata sulla schiavitù, fu sostituita dal sistema economico feudale.
Negli ultimi anni il quadro è divenuto più complesso.
Si è ora riconosciuta l’enorme vitalità dell’Impero bizantino e si è dimostrato che gran parte della sua tradizione culturale e politica è di origine greca o romana. Mentre i vecchi bizantinisti – come Charles Diehl – ponevano l’accento sul carattere orientale della civiltà bizantina, una scuola di pensiero più moderna ha sostenuto, per dirla con N.H. Baynes, che l’Impero bizantino fu il prodotto della fusione della tradizione ellenistica con quella romana (6). Ci si è anche resi conto sempre più della parte avuta dall’Islam nei cambiamenti sociali del mondo mediterraneo durante e dopo il secolo VII. Altri studiosi, come l’ungherese A. Alföldi e il tedesco F. Altheim, ci invitano poi a guardare oltre le frontiere dell’Impero, verso quelle tribù nomadi di origine non germanica – Sarmati, Unni, Slavi – che direttamente o indirettamente contribuirono a cambiare il modo di vivere dell’Europa dopo il secolo III d.C.
Come si è detto, nemmeno i marxisti sono oggi in grado di sostenere la teoria che la crisi della civiltà antica è cominciata alla fine del secolo V a.C. Alcune recenti discussioni pubblicate sulla principale rivista sovietica, la «Vestnik drevnej istorii», mostrano i mutamenti avvenuti nelle loro posizioni. Un libro edito nel 1957 da una studiosa di grande intelligenza, E.M. Staerman, nega l’esistenza di una lotta ben definita tra schiavi e proprietari di schiavi e pone in rilievo la varietà delle forme sociali esistenti nell’Impero romano e la necessità di evitare ogni generalizzazione.
Tuttavia, la discussione più importante sui cambiamenti sociali avvenuti nell’Impero romano è sempre quella svoltasi negli ultimi quarant’anni fra i seguaci dello studioso belga H. Pirenne e i seguaci dell’austriaco A. Dopsch (7). Come è noto, Dopsch sosteneva in linea di massima che non è rilevabile una soluzione di continuità nel mondo occidentale come conseguenza delle invasioni germaniche. Vi fu una notevole ridistribuzione di terre, ma le forme legali di possesso rimasero essenzialmente romane; la vita cittadina sopravvisse, non vi fu nessun ritorno all’economia naturale, nessuna interruzione nelle grandi vie commerciali e nella diffusione dei beni culturali. Pirenne ha accettato la tesi di Dopsch per cui l’invasione germanica non pose fine alla struttura sociale greco­romana, ma ha anche sostenuto che l’antico modo di vita è stato sconvolto dagli Arabi: essi avrebbero avuto infatti quella funzione che storici più tradizionalisti solevano attribuire ai Germani. Secondo il Pirenne, gli Arabi distrussero l’unità del Mediterraneo, paralizzarono il commercio fra Oriente e Occidente, sottrassero l’oro all’Occidente, e spostarono il centro della vita civile dal Mediterraneo al Mare del Nord. L’Occidente, separato da Bisanzio, dovette provvedere a se stesso. L’incoronazione di Carlo Magno fu simbolicamente la risposta dell’Occidente alla sfida dei seguaci di Maometto. Di qui il titolo, alquanto sorprendente, della maggiore opera di Pirenne: Mahomet et Charlemagne.
È forse giusto dire che Rostovcev era sostanzialmente d’accordo con Pirenne, contro Dopsch. Naturalmente egli trovava la causa della decadenza delle città non nel sopravvento degli Arabi, ma nella rivoluzione dei contadini contro gli abitanti delle città. Rostovcev, però, era, come Pirenne, un classico bourgeois, e identificava la civiltà con la vita cittadina, scorgendo la fine del mondo antico nel declino delle città.
È chiaro che tutti questi studi recenti hanno in comune l’interesse per i cambiamenti strutturali dell’organizzazione sociale dell’Impero romano. È anche innegabile che gli studiosi si sentono sempre meno disposti ad affermare che una semplice formula basti a dar conto dell’estrema varietà di situazioni locali nell’Impero romano. Stiamo ora imparando a rispettare le differenze regionali, tanto quanto le sequenze cronologiche. Cominciamo infine a vedere che ciò che è vero per la Francia del secolo IV non lo è necessariamente per la Spagna, per l’Africa, per l’Italia, a non parlare poi della Siria o dell’Egitto.
Anche gli studi regionali, però, non possono sottrarsi a quella che mi sembra l’obiezione più seria rivolta sia a Pirenne, sia a Dopsch, e del resto anche a Rostovcev, e cioè che tutti questi storici hanno parlato di cambiamenti sociali senza nemmeno discutere il più importante di tutti questi cambiamenti, il sorgere del cristianesimo. Più in generale si può dire che nessuna interpretazione della decadenza dell’Impero romano può essere considerata soddisfacente, se non tiene conto anche del trionfo del cristianesimo. Può sembrare ridicolo dover insistere su questa affermazione tanti anni dopo Harnack e Troeltsch, ma un attento studio delle loro opere può forse spiegare perché esse non siano state accolte con favore dagli altri storici. Benché sia Harnack che Troeltsch fossero perfettamente consapevoli del fatto che la Chiesa era una società in concorrenza con quella dell’Impero romano, pure essi rimasero teologi sino in fondo e si interessarono più all’idea del cristianesimo che ai cristiani.
Se Rostovcev e Pirenne, che amavano le città degli uomini, non si lasciarono influenzare da teologi che parlavano o sembravano parlare dell’idea della città di Dio, non possono essere biasimati.
Il modesto fine di questo saggio è riaffermare ancora una volta l’idea che vi è un diretto rapporto tra il trionfo del cristianesimo e la decadenza dell’Impero romano. Naturalmente non si tratta di un semplice ritorno a Gibbon. Quello che Gibbon indicò come una potenza puramente distruttrice, va ora inteso nel suo valore intrinseco di Civitas Dei, una nuova comunità di uomini per gli uomini. Il cristianesimo originò un nuovo modo di vita, creò nuovi legami, suggerì nuove ambizioni e nuove soddisfazioni. Sino ad oggi nessuno ha compiuto una stima realistica dell’effetto del cristianesimo sulla struttura della società pagana, né noi ci proponiamo di tentare tale impresa in questa sede. Ci limiteremo a poche osservazioni elementari sull’influsso del cristianesimo sulla vita politica tra il IV ed il VI secolo. I fatti fondamentali sono noti a tutti.

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Note:
1. In AA.VV. Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel secolo IV, a cura di A. Momigliano, Einaudi, Torino 1968, pp. 3-19.
2. A Study of History, IV, pp. 61-63. C. Welskopf, Die Produktionsverhältnisse im alten Orient und in der griechisch-römischen Antike, Berliner Akademie, 1957, dà un’idea della storiografia marxista sul mondo antico.
3. M. Eliade, Cosmos and History, ristampa, New York 1959, p. 76.
4. Cfr. H. Werner, Der Untergang Roms, Stuttgart 1939; S. Mazzarino, La fine del mondo antico, Milano 1959.
5. Testo in The Oxford Book of Medieval Latin Verse, ed. F.J.E. Raby, 1959, p. 220.
6. N.H. Baynes, Byzantine Studies and Other Essays, London 1955, p. 69 (da un saggio del 1930). Cfr. per esempio F. Dölger, Rom in der Gedankenwelt der Byzantiner, in «Zeitschrift für Kirchen­geschichte», LVI (1937), pp. 1-42, ora in Byzanz und die europäische Staatenwelt, Ettal 1953.
7. Una ricca bibliografia si trova in W.C. Bark, Origins of the Medieval World, Stanford Cal. 1953.

 

 

 

 

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