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STORIA
> Mark
Twain, Gli innocenti all’estero: Crimea,
1869
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[...] Odessa è a circa venti ore da Sebastopoli, ed è
il porto più settentrionale del Mar Nero. Siamo venuti qui
per caricare il carbone, principalmente. La città ha una popolazione
di centotrentatremila persone, e sta crescendo più rapidamente
di qualunque altra piccola città fuori d’America. È
un porto franco, ed è il maggiore mercato di grano di questa
particolare parte del mondo. La sua rada è piena di barche.
Gli ingegneri sono ora al lavoro per trasformare la rada aperta in
un ampio porto artificiale. Essa sta quasi per essere rinchiusa da
pontili di pietra massiccia, uno dei quali si estenderà in
mare per più di tremila piedi in linea retta.
Da lungo tempo non mi sono sentito tanto a casa come quando ho “scalato
la collina” e mi sono fermato a Odessa per la prima volta.
Sembrava
proprio una città americana: elegante, strade larghe, e anche
diritte, case basse (due o tre ambienti), estesa, pulita ed esente
da qualunque originalità negli ornamenti architettonici, alberi
di locuste che incorniciano i marciapiedi (loro li chiamano acacie),
attività e faccende per le strade e nei negozi, passanti veloci,
un nuovo aspetto familiare nelle case e in ogni cosa; sì,
e una avanzante e soffocante nuvola di polvere che sembrava un messaggio
della nostra cara terra natia e noi abbiamo potuto a mala pena astenerci
dallo spargere qualche lacrima riconoscente e da imprecazioni in vecchio
stile americano.
Guardando
su o giù una strada, questa o quella via, abbiamo visto solo
America! Non vi è stata una cosa a ricordarci che eravamo in
Russia. Abbiamo camminato per un po’, rallegrandoci di questa visione
domestica, poi siamo arrivati a una chiesa e un sussulto: ecco! l’illusione
è svanita!
La chiesa aveva una slanciata cupola a punta, la cui base era arrotondata
verso l’interno, così che assomigliava a un rapa capovolta,
e i vetturini sembravano vestiti con una lunga sottana a cerchio.
Queste cose ci erano sostanzialmente estranee, e così lo erano
le carrozze - ma ognuno sa queste cose, e non vi è alcuna occasione
per una mia descrizione.
Siamo
rimasti qui soltanto un giorno e una notte per rifornirci di carbone;
abbiamo consultato le guide e siamo stati contenti di sapere che non
c’era niente da vedere a Odessa, e dunque avevamo una buona, tranquilla
vacanza tra le nostre mani, con niente da fare, se non girare lentamente
per la città e goderci la vita. Abbiamo gironzolato nei mercati,
criticato i terribili e sorprendenti costumi dell’interno della regione,
esaminato la popolazione per quanto possano fare gli occhi, e chiuso
il divertimento gozzovigliando con un gelato. Non troviamo gelato
ovunque, e così, quando c’è, ne consumiamo quantità
esagerate. A casa non abbiamo mai badato all’aspetto dei gelati, ma
ora li guardiamo con una sorta di idolatria, perché sono così
rari in questi climi roventi d’Oriente.
Abbiamo trovato solo due statue, e ciò è stata un’altra
benedizione. Una era l’effigie di bronzo del Duca di Richelieu, pronipote
dello pomposo Cardinale. Si trova lungo un’ampia passeggiata, bella,
a picco sul mare, e dal suo basamento una vasta scalinata di pietra
porta verso il porto – duecento gradini, cinquanta piedi di lunghezza,
e un vasto pianerottolo in fondo a ogni venti scalini. È una
nobile scala, e da lontano le persone che vi lavorano in cima assomigliano
a insetti. Menziono questa statua e questa scala perché hanno
una loro storia. Richelieu ha fondato Odessa, ha vegliato su di essa
con paterna cura, vi ha lavorato sodo con fertile cervello e saggia
comprensione per i suoi migliori interessi, ha liberamente speso la
propria fortuna per questi fini, l’ha dotata di una solida prosperità,
l’ha resa una delle più grandi città del Vecchio Mondo
e ha costruito questa nobile scalinata con il denaro della sua personale
borsa e... Ebbene, le persone per le quali aveva fatto tanto, lo lasciarono
scendere quegli stessi gradini, un giorno, senza sorveglianza, anziano,
povero, senza un secondo mantello sulle spalle, e quando, anni dopo,
morì a Sebastopoli in condizioni di povertà e abbandonato,
essi hanno fatto una riunione, liberamente sottoscritto, e immediatamente
eretto questo monumento di buon gusto alla sua memoria, e gli hanno
intestato una ampia via dopo la sua morte. Mi ricorda quello che la
madre di Robert Burns ha detto quando hanno alzato un monumento maestoso
alla sua memoria: «Ah, Robbie, avete chiesto loro del pane ed
essi vi hanno dato una pietra» (3).
La
gente di Odessa ci ha caldamente consigliato di andare a trovare l’imperatore,
come lo avevano fatto gli abitanti di Sebastopoli.
Hanno telegrafato a Sua Maestà, ed egli ha manifestato la sua
disponibilità a concederci un’udienza. Dunque abbiamo tolto
le ancore e ci siamo apprestati a navigare nel suo abbeveratoio.
Che via vai ci sarà intorno, ora! Si terranno importanti riunioni
e si nomineranno solenni commissioni e si tireranno a lucido i bottoni
dei mantelli!
Su questo pauroso supplizio che stiamo per passare si è impegnata
la mia immaginazione in tutta la sua formidabile sublimità,
comincio a sentire il mio ardente desiderio di dialogare con un vero
e proprio imperatore raffreddarsi e passare. Che cosa posso fare io
con le mie mani? Che cosa posso fare io con i miei piedi? Cosa nel
mondo sono fare con io stesso?

Siamo qui ancorati a Jalta, in Russia, da due o tre giorni. Per me
il luogo è stata una visione delle Sierra (4). Le alte, grigie
montagne che le stanno alle spalle, i loro pendii coperti di pini
– e interrotti da burroni –, qua e là una pietra biancastra
che domina la vista –, lunghe, diritte strisce che scendono dalla
vetta al mare, marcando il passaggio di qualche valanga dei tempi
addietro – era tutto ciò che si vede nelle Sierra, come se
uno fosse il ritratto dell’altro.
Il piccolo villaggio di Jalta è situato ai piedi di un anfiteatro
che si inclina all’indietro e verso l’alto del pendio delle colline,
e che sembra essere pian piano scivolato nella sua attuale posizione
da una maggiore altezza sul livello del mare. Questa depressione è
coperta da grandi parchi e dai giardini dei nobili, e attraverso la
massa del verde fogliame i colori chiari dei loro palazzi germogliano
qua e là come fiori. È una bella macchia.
Note:
3. Robert Burns (1759-1796) è il poeta nazionale scozzese celebrato
ogni anno il 25 gennaio, anniversario della nascita. Nato in Ayrshire
da una famiglia di contadini, cominciò a scrivere poesie a
quindici anni per evadere dal lavoro dei campi. Alla morte del padre,
si dedicò alle sue passioni: la poesia e le donne (ebbe numerosi
figli illegittimi). Nonostante il successo tra l’élite inglese
e scozzese, non risolse i problemi finanziari e si impiegò
come esattore delle tasse, pur continuando a scrivere poemi e poesie
(se ne conservano circa 400). Morì a 37 anni per una malattia
cardiaca. (N.d.T.)
4.
La Sierra Nevada: catena montuosa che si estende dallo stato della
California a quello del Nevada. È anche conosciuta come “La
Sierra” “L’alta Sierra” e “Le Sierra”. (N.d.T.).
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