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STORIA > Mark Twain, Gli innocenti all’estero: Crimea, 1869 (1)



Nella prefazione de Gli innocenti all’estero, l’americano Mark Twain (1835-1910) avverte: «Questo libro è il resoconto di un viaggio di piacere. Se invece fosse la relazione di una solenne spedizione scientifica, avrebbe quella gravità, profondità e che impressionante astrusità che sono proprie delle opere di questo genere e perciò riescono così attraenti. Si tratta soltanto della relazione di una scampagnata, ma ha uno scopo, cioè quello di suggerire al lettore il modo in cui egli vedrebbe l’Europa e l’Oriente se li guardasse con i propri occhi, anziché con gli occhi di coloro che hanno viaggiato in quei paesi prima di lui. Io non ho la pretesa di indicargli come dovrebbe guardare ciò che vi è di interessante oltre oceano: vi sono altri libri che lo fanno, e quindi, anche se io fossi competente, non ve n’è alcun bisogno». Il libro, infatti, è un collage di sensazioni, avventure e incontri avuti dall’Autore in un lungo viaggio che da New York lo portò sul piroscafo “Quaker City” in Europa e in Terra Santa.

Qui si propone la parte in cui i naviganti, provenienti da Costantinopoli (città che lasciò Mark Twain deluso), attraversarono il Mar Nero e giunsero in Crimea, dove visitarono i luoghi della guerra 1854-56 – in particolare Sebastopoli espugnata da Inglesi e Francesi, alleati dei Turchi, l’8 settembre 1855 – e la città di Odessa, e furono ricevuti a Jalta da Alessandro II, zar di Russia dal 1855 al 1881.

Questo fu il suo primo incontro con Alessandro II, il secondo fu sei anni dopo a Londra, nel giugno 1873, dove lo zar era in compagnia del figlio, il futuro Alessandro III. Se del primo Mark Twain apprezzò l’inizio di un periodo di riforme radicali, tra cui l’abolizione dei servi della gleba (1861), anche se poi non vennero attuate, di Alessandro III (salito al trono nel 1881, dopo l’assassinio del padre) fu acceso avversario della politica oppressiva dello zar e dello strapotere dell’aristocrazia russa. E continuò ad esserlo anche sotto Nicola II, di cui condannò in più occasioni le guerre espansionistiche (2) fino a scrivere, nel 1904-1905, il feroce racconto Le mosche e i russi, pubblicato molti anni dopo la scomparsa di Mark Twain per comprensibilissimi motivi.

 

Probabilmente Sebastopoli è la città maggiormente in rovina in Russia e in qualunque altro posto. Ma dovremmo esserne soddisfatti, tuttavia, perché finora in nessun’altra nazione siamo stati ricevuti tanto gentilmente e abbiamo pensato che essere americani fosse un visto sufficiente per i nostri passaporti. Nel momento stesso che l’àncora fu calata, il governatore della città ha mandato a bordo un ufficiale per chiedere se potesse esserci di aiuto e per invitarci a disporre di Sebastopoli come di casa nostra!
[...] Le rovine di Pompei sono in buone condizioni se paragonate a Sebastopoli. Qui, potete guardare in ogni direzione, dove vi pare, e i vostri occhi abbracceranno ogni cosa, ma rovina, rovina, rovina! – ruderi di case, muri diroccati, colline lacerate e incolte, devastazione in ogni dove. È come se un potente terremoto avesse scaricato tutta la sua terribile forza in questo posto.
Per diciotto lunghi mesi le tempeste di guerra si abbatterono sulla città inerme, e alla fine lasciarono il relitto più triste che mai il sole abbia visto. Non una sola casa è sfuggita incolume – niente è rimasto abitabile. Una tale completa rovina difficilmente si potrebbe concepire. Le case erano tutte solide, costruite con strutture di pietra; la maggior parte di esse è stata arata da parte a parte dalle palle di cannone – scoperchiate e tranciate dalla grondaia alle fondazioni - e ora una loro fila, lunga mezzo miglio, assomiglia soltanto a un corteo senza fine di martoriati camini. Non rimane la parvenza di una casa. Alcuni degli edifici più grandi hanno gli angoli abbattuti, i pilastri tranciati in due, le cornici crollate; dei buchi forano le pareti.
Molti di questi buchi sono rotondi, tagliati in modo netto come fatti con una trivella. Altri muri le palle di cannone hanno sfondato la superficie del muro Altre palle sono per metà incastrate nel muro e la netta impressione è che nella pietra, così lisce e proporzionate siano state fatte con lo stucco. Qua e là una palla è ancora in un sostegno e sotto di essa fuoriescono lacrime di ferro che scolorano la pietra.
I campi di battaglia erano piuttosto ravvicinati. La torre Malakov si trova su una collina alla periferia della città, la Redan era a colpo di fucile dalla Malakov, Inkerman a un miglio di distanza e Balaclava era spostata a un’ora di viaggio. I Francesi, che si sono avvicinati e hanno colpito la Malakov, hanno scavato trincee così vicine ai pendii della collina che erano a tiro dei fucili russi e potevano lanciare un sasso tra loro. A varie riprese, nel corso di tre terribili giorni, sono sciamati sulla piccola collina Malakov, e sono stati costretti a ritirarsi con una strage orribile. Alla fine, hanno conquistato la torre e hanno costretto a uscire i Russi, i quali hanno provato a ritirarsi in città, ma gli Inglesi avevano preso la Redan, e li hanno tagliati fuori con un muro di fiamme. I Russi potevano soltanto tornare indietro a riprendere la Malakov o morire sotto i suoi colpi di cannone. Sono tornati indietro; hanno preso la Malakov e l’hanno ripresa due o tre volte, ma il loro gesto disperato non poteva servire e hanno dovuto rinunciare a continuare.
Questi campi spaventosi, dove si scatenarono tali tempeste di morte, sono ora abbastanza tranquilli, nessun rumore vi si sente, qualche essere vivente vi si muove, solitario e silenzioso – la loro desolazione è completa.



 

Note:
1. Mark Twain, The innocents abroad, 1869, capp. XXXV, XXXVI, XXXVII. Traduzione e note a cura dell’associazione culturale Larici, 2008. L’opera completa, in lingua inglese, è reperibile sul sito http://twain.thefreelibrary.com

2. Per un approfondimento, si veda: http://www.twainquotes.com/Revolution/revolution.html (in lingua inglese). (N.d.T.).

 

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