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Carlo Borromeo 1538-1584
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Nel frattempo, il giorno del Natale 1559 fu eletto papa, con il nome
di Pio IV, Gianangelo de Medici, zio materno di Carlo, che chiamò
a Roma i nipoti Federico, che verrà nominato Capitano Generale
della Chiesa, e Carlo, cui saranno affidati diversi incarichi prima
ancora di essere consacrato sacerdote (tra cui la carica di Protonotario
Apostolico e Referendario della Segnatura) fino all'elezione a cardinale
avvenuta alla fine del gennaio 1560. Il 7 febbraio 1560, Carlo fu nominato
arcivescovo della diocesi di Milano, ma, come era usanza all'epoca,
rimase a Roma presso la corte dello zio, dove ottenne ricche commende
abbaziali, diventò legato pontificio per la Romagna, protettore
del regno del Portogallo e dei Paesi Bassi, protettore di alcuni fra
i maggiori ordini religiosi, arciprete di S. Maria Maggiore, gran penitenziere.
Soprattutto occupò una posizione di primo piano allinterno
della curia pontificia e, in qualità di cardinale-nipote (un
ruolo paragonabile a quello attuale di segretario di stato della Santa
Sede) si affermò come il più stretto collaboratore del
papa.
Per volere di Pio IV, ma su suggerimento di Carlo, il Concilio di Trento
fu riaperto il 18 gennaio 1562. Interrotto e ripreso in più fasi,
il concilio era stato convocato in seguito alla diffusione della riforma
protestante con il compito di avviare una Controriforma per riconquistare
i fedeli e tentare la riconciliazione fra cattolici e protestanti, e
per avviare una Riforma interna alla Chiesa e così porre fine
agli scandali e agli abusi del clero.
Il concilio prese in esame le modifiche di Lutero, Calvino e Zwingli
alla dottrina cattolica, rifiutandole tutte. La riconciliazione non
fu quindi possibile, tanto meno quando i protestanti si presentarono,
per un breve arco di tempo nel 1551, per nulla disposti a ritrattare
quanto sostenevano.
Per quanto riguardava la Riforma, furono introdotte importanti innovazioni,
come il divieto di cumulo delle cariche ecclesiastiche, lobbligo
per i vescovi di risiedere ed esercitare lattività pastorale
nelle loro diocesi, l'istituzione di seminari diocesani per curare la
formazione culturale del clero.
Durante il concilio di Trento, Carlo Borromeo si distinse per il proprio
rigore morale e, dopo la sua chiusura, ne seguì diligentemente
i dettami, lasciando gli sprechi e i divertimenti di cui aveva abbondato
in passato. Si sa, infatti, che usufruiva di un flusso di entrate ammontanti
a circa quarantottomila scudi, aveva al proprio servizio numerosi servitori,
amava la caccia, il gioco degli scacchi, i ricevimenti fastosi, le arti
della musica e del canto (era un buon suonatore di liuto e violoncello),
collezionava libri e manoscritti preziosi. La morte del fratello, avvenuta
improvvisamente il 19 novembre 1562 lasciando la moglie e nessun erede,
assieme agli incontri, le letture e le relazioni che ebbe in quel periodo,
determinò un cambiamento radicale del suo comportamento: si diede
a mortificazioni e digiuni, volle approfondire la propria formazione
teologica e allenarsi alla predicazione, si interessò degli antichi
costumi cristiani, impiegò il proprio denaro in elemosine, costruzione
di chiese e opere pie. Persino lo zio Pio IV criticò fortemente
l'estrema austerità di Carlo, ma poi finì per subirne
l'influenza, al punto di nominare solo ecclesiastici che godessero della
stima del nipote. Come ha scritto Danilo Zardin: Le simpatie di
Borromeo si orientarono verso le personalità ed i circoli religiosi
impegnati con slancio più vigoroso sul fronte di una restaurazione
della vita cristiana e nella reazione contro la minaccia protestante.
Egli rimase affascinato dal metodo educativo messo a punto dai gesuiti,
culminante nella pratica di quegli esercizi a cui si manterrà
fedele fino al termine dei suoi giorni. la meditazione e lo studio della
Bibbia, della tradizione patristica, dei commentatori e dei teologi
medievali, attraverso canali che allo stato attuale delle conoscenze
è difficile precisare, dilatarono gli orizzonti della sua cultura,
accendendo il fervore spirituale che cominciava ad animarla come forza
segreta. La familiarità con gli autori della scuola iberica del
500, destinata ad intensificarsi negli anni futuri, le fornì
un risvolto di attualità e la aprì al dialogo con le forze
più creative della Chiesa del tempo.
Circa sei mesi prima della chiusura del concilio, contravvenendo alle
regole del tempo, Carlo rinunciò a sposare la vedova del fratello
per garantire la discendenza della famiglia e ottenne dal papa di essere
ordinato sacerdote: era il 17 luglio 1563. Impegnatosi a mettere in
atto nella sua diocesi i decreti tridentini, Borromeo decise di lasciare
Roma e trasferirsi nella sua diocesi a Milano. A questo scopo inviò
a Milano come vicario Niccolò Ormaneto - un insigne prelato cresciuto
alla scuola del vescovo riformatore di Verona Gian Matteo Giberti -
con il preciso compito di aprire nella diocesi la strada alle riforme:
la fondazione di seminari (abolendo la formazione tradizionale del clero),
la soppressione del clero decumano (cioè di quella parte del
clero diocesano proveniente dalle campagne che si opponeva a quello
urbano) e la conseguente unificazione del clero, la revisione dei monasteri
femminili nei quali fu ripristinato lordine claustrale.
Con il permesso papale e più come ambasciatore del papa che come
arcivescovo, il primo settembre 1565 Carlo partì per Milano per
presidiare il Concilio dei Vescovi della Provincia ecclesiastica di
Milano. Entrò trionfalmente in città il 23 settembre.
Tornò a Roma per assistere la morte dello zio, avvenuta il 9
dicembre dello stesso anno. A Pio IV successe, dopo tre settimane di
conclave, il cardinale domenicano Michele Ghislieri, che assunse il
nome di Pio V. L'elezione papale permise a Carlo di raggiungere definitivamente
la sua diocesi, che, nel Cinquecento, si estendeva fino al Lago Maggiore
e in Svizzera, comprendendo il Canton Ticino e la diocesi di Lugano,
posseduti grazie alle donazioni dei fedeli. Le parrocchie erano oltre
settecentocinquanta, i conventi numerosissimi, i sacerdoti cinquemila.
La
sua attività si mostrò subito intensa: divise la diocesi
in dodici circoscrizioni, sei in città e sei in campagna, i cui
poteri furono affidati a vicari e rinvigorì le parrocchie, considerate
il fondamento della struttura ecclesiastica e le suddivise secondo la
struttura urbanistica della città, mettendo al loro comando sacerdoti
scelti personalmente. Favorì sodalizi e confraternite di laici,
ovvero associazioni di più donne o uomini appartenenti a determinate
categorie, per formarli religiosamente e moralmente con le preghiere,
la meditazione, listruzione religiosa e lesercizio della
carità. Dando fondo ai propri averi, fece costruire chiese e
collegi seminariali a Milano (Seminario nel 1564; chiesa di san Fedele
dal 1577; chiesa di san Sebastiano nel 1577; chiesa del Lazzaretto nel
1585) e a Pavia (Almo Collegio Borromeo nel 1561) e il Santuario di
Rho (1584). Fedele collaboratore del vescovo fu in campo architettonico
Pellegrino Tibaldi, noto anche col nome di Pellegrino Pellegrini.
Oltre che allimpulso ideale, queste opere furono realizzate ispirandosi
alle precise indicazioni architettoniche del cardinale. Infatti, nel
1577, scrisse le Instructionum fabricae et supellectilis ecclesiasticae
libri duo, un testo in cui dettava al clero della diocesi le linee
pratiche della pastorale che voleva fosse messa in atto e in cui si
affermava che, tra le molte cose da fare per riformare la Chiesa, era
necessario ridare allarchitettura sacra il decoro e la funzione
simbolica che nel tempo era andata perduta.
Inoltre, a Milano Carlo fondò e affidò ai Gesuiti nel
1573 lUniversità di Brera, comprendente le facoltà
di Lettere, Filosofia e Teologia, aprì alberghi notturni per
i mendicanti (chiamati allora ospedali), case di soccorso per
le donne maltrattate, istituzioni per le orfane e altre opere in favore
di poveri e malati. Ispirò composizioni musicali e corali, riformò
l'iconografia sacra, promosse numerose leggi diocesane, ratificate in
sei Concili provinciali e in undici Sinodi diocesani. Creò nuovi
ordini religiosi (Teatini, Barnabiti, Gesuiti, Oblati di San Carlo).
Anche in Svizzera lopera di Borromeo fu molto intensa, soprattutto
perché nel 1555 la pace di Augusta (guerra di religione) aveva
sancito il principio detto del cuius regio cuius religio in
forza del quale in ogni Stato si aveva diritto di praticare soltanto
la confessione religiosa cui aderiva il sovrano. Sebbene la maggior
parte della diocesi milanese, dipendendo dal cattolico re di Spagna,
fosse comunque chiusa ai Riformati, diverso era il caso delle pievi
delle valli svizzere, che dipendevano da Cantoni di lingua tedesca spesso
in tutto o in gran parte di protestanti. Borromeo compì perciò
diverse visite pastorali nella Confederazione elvetica per predicare
di persona il contenuto della dottrina cattolica, chiese a Roma una
nunziatura in Svizzera e, per i chierici delle valli ticinesi, istituì
un seminario minore a Pollegio, mentre per la preparazione teologica
fondò nel 1579 a Milano il Collegio elvetico.

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