FRAMMENTI > I.B.L., Il dizionario dello scolaro


BABBO – Una sciocca domanda che qualche adulto rivolge ai bambini è questa: “Vuoi più bene al babbo o alla mamma!” I bambini non sanno cosa rispondere ed hanno ragione quando se la cavano salomonicamente così: “Voglio bene a tutt’e due alla stessa maniera.”
Nino Salvaneschi, il delicato scrittore, mette sulle labbra di un figlio queste commoventi parole: “Tu sei il babbo mio: solo chiamarti per nome mi rinfranca. Solo vedere che mi sorridi mi dà allegrezza. Solo saperti in casa con noi allontana ogni paura dalla vita. La tua mano forte mi guida e mi sorregge, la tua voce sicura mi dà fiducia nel domani. Tu sei il babbo mio e sono fiero di avere il nome tuo e di continuare a portarlo nel mondo. So tutto quello che devo a te; so che pensi a vari bisogni della mia giornata; so quello che fai per preparare il mio avvenire. E soprattutto so quanto mi ami. Domani, più avanti negli anni, io ti dirò ancora “papà” e tu sentirai la mia infanzia venirti incontro per ringraziarti ancora, con tutta la mia riconoscenza.”
Imparate a memoria queste stupende parole e ditele piano, con tanto amore, al vostro caro papà: deve sapere che gli volete tanto tanto bene.

BALBUZIE – È un piccolo difetto di cui qualche fanciullo soffre nell’infanzia. Si guarisce, ed è dovuto quasi sempre a un po’ di timidezza, d’impaccio. Chi ne è affetto cerchi di parlare adagio, sillabando bene le parole e ripetendole fino a ottenerne la retta pronuncia. Demostene, il più grande oratore greco, divenne tale proprio per la sua grande volontà, e pronunciò appassionanti discorsi per difendere la libertà dei greci contro i Macedoni. Balbuziente, si esercitò con tenacia: leggeva ad alta voce, parlava e parlava, tenendo un sassolino in bocca. Ancora oggi si chiama “filippica” un lungo vibrante discorso. Le Filippiche sono appunto le orazioni pronunciate da Demostene contro Filippo il Macedone. (Inutile raccomandare che non si sorride ai tentennamenti di un compagno balbuziente, che non lo si canzona, ma lo si ascolta pazientemente e che, anzi, si cerca, come si può, di aiutarlo, anche semplicemente ignorando il suo difetto.)

BANCO – Poggiate l’orecchio sul suo lucido piano: vi racconterà storie meravigliose di verdi pinete, di scoiattoli scherzosi, di insetti laboriosi. Vi narrerà dell’opera dura del taglialegna, del falegname. Vi dirà che ha subito gli attacchi dell’accetta, che la sega l’ha rosicchiato, la pialla gli ha fatto sul corpo il pizzicorino. Non s’è lagnato, tutt’altro; sapeva che sarebbe diventato un mobile utile. Ciò che invece non può sopportare, che gli dà un insopportabile dolore lungo il ligneo corpo sono i graffi, le scalfitture, le incisioni che gli scolari di poco giudizio tracciano col temperino o con la punta del pennino. Che dire poi delle scritte sciocche e insulse? Il buon banco se ne vergogna...

BANDIERA – Il garrente simbolo della Patria, l’insegna dello Stato. La bandiera italiana ha tre smaglianti colori: il bianco delle nevi delle sue vette, il rosso dei suoi accesi tramonti, il verde de’ suoi prati smeraldini. Guardala fisso coi tuoi begli occhi innocenti, fanciullo, prometti che sarai sempre degno di toccare con mani pure i lembi del suo drappo!

BARATTARE – “Tu me da’ ’na cosa a me, io te do ’na cosa a te...” dice la canzoncina, ma il baratto lasciamolo a quei popoli primitivi che non conoscono altre forme di commercio e di scambio. Non si dà un pennino per avere una matita, non si dà un quaderno per avere un quinterno di fogli. Siate gentili e compiacenti, prestate volentieri il foglio e la matita, aiutate il compagno che si trova in difficoltà, non siate avari, ma... attenti! è facile esser generosi col denaro del babbo e della mamma!

BATTICUORE – Ecco: l’insegnante sfoglia il registro, punta lo sguardo e il dito su un nome, sta per pronunciarlo: forse è il nostro, buon Dio come batte il cuore! Il tonfo affrettato sembra riempire l’aula, pare impossibile che nessuno lo oda... ma no, non tocca a noi... Pericolo scongiurato, per il momento: il cuore si rimette tranquillo, torna a battere piano, lento, come si conviene a un cuore per bene... Là, stàttene buono, per oggi. Domani studierò la lezione per benino e tu, cuor mio, non avrai più nulla da temere.

BENEFICENZA – Perché fingi di non vedere il povero cieco all’angolo della via? Eppure hai una monetina, giù in fondo alla tasca della giacchetta. Non lo sai che chi dona ai poveri presta a Dio? Non indugiare, su. Dà due volte chi dà subito.

BICICLETTA – Il lucente cavallo di acciaio che tutti i ragazzi sognano di possedere magari col cambio di velocità, lo scatto libero per allenarsi in gare su strada e su pista. ma... i futuri Girardengo, Bartali, Leoni, Coppi, Baldini, Gimondi stiano attenti alle norme di circolazione: non facciano i ciclisti-teppisti-cerca guai. O... l’avranno a che fare con i vigili, i pedoni, gli automobilisti!

BIDELLO – L’inserviente addetto alla pulizia della scuola: ha diritto al rispetto degli scolari; non pretendete dargli ordini, li riceve soltanto dai suoi superiori. Voi potete chiedergli un servizio, proprio con le due magiche parolette che schiudono tutte le porte: “Per favore...”

BONTÀ – Un cuore buono vale... più di tutti i cervelli del mondo.

BOTANICA – Una scienza appassionante che comprende tante parolone difficili. La botanica studia e classifica le piante: le guarda dal di fuori e le fruga nell’interno, osserva la forma e le funzioni delle radici, del fusto, delle foglie, dei fiori, dei frutti. È la scienza che vi dice che una pianta si chiama dicotiledone quando ha il seme diviso in due parti come il fagiolo, che è monocotiledone quando – come nel caso del banano – il seme non è divisibile.

BUGIA – Pinocchio si sentiva allungare il naso ogni volta che diceva una bugia; i ragazzi conoscono un vecchio proverbio: “Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi”. Bah, quello di dir bugie è proprio un difetto che avvilisce; è il difetto dei vili. Se se ne dice una... pare che ce ne vogliano altre sette per coprirla...

BURATTINO – Qui occorre una chiarificazione. Questi bravi pupi di cenci, questi onorevoli fantocci coi quali il burattinaio svolge le sue rappresentazioni per i ragazzi (e anche per gli adulti che si divertono moltissimo, anche se non vogliono darlo a vedere) vengono azionati con le mani di sotto la scena. Non vogliono assolutamente venir confusi con le marionette che si fanno reggere dai fili. È vero che queste compiono movenze sofisticate, danzano, suonano strumenti musicali, ma per... picchiarsele di santa ragione, per darsi zuccate e legnate, per far ridere di cuore con le loro buffe trovate, non ci son che i burattini...

BUSILLIS – Qui sta il “busillis” diciamo quando ci troviamo di fronte a una difficoltà grave, a un imbroglio. Come nacque questa strana parola che, in realtà, non ha alcun significato? Un giorno un chierichetto si trovò a tradurre dal latino l’espressione: “in diebus illis” che significa “in quei giorni” . Poiché aveva scritto in modo illeggibile tradusse “in die” (che vuol dire “nel giorno”), poi lesse tutt’insieme quel che restava da tradurre “bus illis” e dopo essersi scervellato per un bel pezzo disse che si trattava di una parola che proprio non riusciva a capire: “In die lo capisco – disse – ma il busillis che cosa significa?” Così tra le matte risate dei compagni nacque il “busillis”.


A – B – CDEFGHILMNOPQRSTUVZ

 

 

 

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