FRAMMENTI > I.B.L., Il dizionario dello scolaro


CALAMAIO – Si usa ancora il calamaio? Forse in qualche remota scoletta. È (o era?) lo scodellino che dovrebbe contenere l’inchiostro: in realtà contiene anche dei pezzetti di carta (magari masticata), un pennino vecchio che non si riesce a tirar fuori (ogni volta che si tenta ci si imbratta le dita), briciole di pane, fanghiglia... Bisognerebbe proprio fare una bella pulizia. Ci si riesce lasciando a bagno per una intera notte il calamaio sudicio nell’acqua. Si evita che nell’inchiostro nuovo si formino dei depositi, aggiungendo qualche goccia di benzina. L’inchiostro troppo denso si diluisce con un poco di thè.

CALDARROSTE – La poesia dell’inverno. Si chiamano anche “bruciate” e sono le squisite castagne che la vecchietta, sull’angolo della via, arrostisce per i bambini. Essi ne comprano un pugnetto e si scaldano le mani, mentre la vecchietta, rimestando la padellona forata, sorride. Sa che i bambini le vogliono bene, sa che non la scorderanno mai anche quando saranno diventati grandi e si vergogneranno di comprare le castagne arrosto e di sgranocchiarle per la strada. (I nostri babbi, i nostri nonni ricordano con nostalgia anche un’altra figura di venditore; il “peracottaro”. Scendeva di solito dalle montagne del Veneto con una specie di pentola di rame tutta bucherellata che recava a tracolla: la bragia accesa stava sulla base, sopra un graticcio le perette rotonde e piccole, color foglia secca, infilate quattro per quattro su lunghi stecchi stavano al caldo, coperte da uno spesso panno di flanella. “Pericotti! Pericotti!” gridava l’omino presso la cantonata della scuola. E i fanciulli accorrevano, addentavano le pere bollenti e ridevano... Ma ora questa cara figura di ambulante è scomparsa.)

CALEIDOSCOPIO – Ecco un bel giochetto che non costa molto, che ci si può procurare facilmente, che tien quieti e zitti, che schiude mondi irreali e fantasiosi: altro che il cinerama! In fondo al lungo tubo terminante in un sistema di specchietti e contenente frammenti di vetro e di carta colorata si compongono magiche figurazioni sempre diverse. E che galoppate sul cavallo della fantasia!

CALLIGRAFIA – Qualcuno la chiama “la scienza degli asini”. Ha torto. Prima di tutto gli asini non sanno scrivere e poi una bella scrittura è un buon biglietto di visita: ispira fiducia, denota una persona equilibrata e ordinata. Uno scarabocchione resta uno scarabocchione anche se è intelligente. Carlo Magno dette molta importanza alla scrittura: certe pagine scritte in gotico e miniate dalla pazienza dei monaci certosini si conservano come preziosi tesori nei musei: a guardarli si resta senza fiato per l’ammirazione...

CAMPANARO – Colui che dà la sveglia a tutta la città e diffonde allegri concerti nei giorni di festa: partecipa a tutti gli avvenimenti della nostra vita: la nascita, il battesimo d’un bimbo, le nozze di due sposi, la morte di una persona cara. Ci dà il buongiorno e la buona notte e ringrazia per noi il Signore del dono del sonno e del dono d’un altro nuovo giorno.

CAMPANELLA – Quella che allegramente suona per indicare la fine delle lezioni. Un momento: occorre tener presente una piccola eppur importante regola di buona educazione. Ricordarsi che la campanella suona per l’insegnante, non per lo scolaro. Quindi non si affastellano libri e quaderni, non si toglie la parola di bocca a chi sta leggendo o recitando la lezione, o, peggio, al maestro che sta spiegando. Non si fanno risolini di soddisfazione o ipocrite smorfie di rammarico. Si sta educatamente quieti e fermi e si aspetta che l’insegnante termini di parlare e dica: “Basta, ragazzi; la lezione è finita.” E non si scappa a gambe levate come se la scuola avesse preso fuoco: si esce dall’aula in ordine, adagio, senza spingersi, senza urtarsi, senza vociare, ci si ricorda di salutare, a voce o con un rispettoso chinar del capo, l’insegnante, che vi ha dedicato la giornata e tutta la sua pazienza.

CAMPEGGIO – Si chiama anche “tendopoli” ossia città di tende, È molto di moda ora tra i giovani recarsi in gruppi (una tenda e un sacco sulle spalle) a trascorrere qualche giorno in alta montagna dormendo sotto una tenda. È bello, è salutare: si sta a contatto con la natura del buon Dio, si hanno intimi colloqui con le acque scroscianti e le frange dei pini, i picchi coperti di neve, il cielo azzurro... (Ma si rispetti la proprietà altrui e ci si comporti da persone civili, evitando gli schiamazzi e l’invadenza. Esser liberi non vuol dire essere ineducati e... ingombranti.)

CAMPOSANTO o CIMITERO – Nei piccoli paesi, i morti riposano di solito accanto alla chiesa, magari nel centro del villaggio. È bello andare a salutarli prima di recarsi al lavoro o a scuola, è consolante sapere che essi stanno lì ed è come se non ci avessero mai lasciati. La vita è simile a un ponte: da un lato è il gran miracolo della nascita, all’estremità opposta il gran mistero della morte. Anche i fanciulli che stanno compiendo i primi passi sul grande ponte della vita devono sapere che un giorno dovranno arrivare all’estremità opposta.
Non dimentichiamo i nostri morti: essi rivivono nel nostro ricordo e per le nostre preghiere. Sono sacri perché hanno vissuto, amato, sofferto come noi amiamo, soffriamo e viviamo. Onorare i morti vuol dire imparare a servire la vita. Pochi sanno che la parola “cimitero” deriva da una parola greca che significa “dormitorio”. I nostri cari morti dormono, infatti, un lungo sonno: dormiranno in pace se noi saremo buoni.

CANCELLARE – Ecco un verbo che i fanciulli coniugano con vero diletto. Piace loro cancellare (o scancellare) macchie e pasticci dalle pagine del quaderno con una grossa gomma da inchiostro (E grattano grattano, finché scompare la macchia e, al suo posto, si forma un buco...). Piace loro correre alla lavagna e – col cencio o la cimasa arrotolata – cancellare le scritte in gesso (e che gioia sentirsi avvolti in un fitto polverone bianco!). Via, su, fate a modino: si maneggia la gomma con leggerezza, raschiando delicatamente. Pulendo la lavagna si tiene il cencio raccolto, si procede adagio in senso contrario al posto dell’insegnante, per evitare incipriature poco gradite. Lo strofinaccio si va a scuotere lontano, meglio se si può farlo all’aria aperta. Ogni tanto una bella lavata alla lavagna, se è di ardesia...

CANTARE – “Canta che ti passa!” È il motto coniato dagli alpini e infatti, cantando, l’animo si rasserena, si vuota d’ogni malinconia, d’ogni tristezza. Cantare è un po’ come pregare; una Messa cantata piace di più di una Messa letta: è come se le preghiere prendessero dritta dritta la via del cielo per salire al Signore. (Attenti, nella foga e nella gioia del canto, non ripetete canzonacce di cui nemmeno conoscete il significato; non siate mai sguaiati; cantare a squarciagola non è cantare: è berciare, urlare. Chi canta in modo da disturbare le occupazioni e il riposo delle persone può anche venir arrestato e punito con una grossa multa o addirittura con la prigione perché “disturbatore della quiete pubblica”.)

CARIE – La malattia senza rimedio che minaccia i denti dei bambini che non se li lavano almeno tre volte al giorno. Vi presentereste a scuola con le manine sulle quali aveste appiccicata un po’ di minestra, un filo di pastasciutta, del burro, del prosciutto, dell’olio, dove aveste spruzzato un po’ di latte, magari un sorso di vinello e mille altri gastronomici ingredienti? No davvero, vien da ridere al solo pensarci. Eppure sui vostri dentini accade la stessa cosa: vi si appicca un po’ di cibo, mescolato con le caramelle e la cioccolata mangiata di nascosto, lo zucchero prelevato dal barattolo, il sudiciume di tutti gli oggetti che i bimbi portano alla bocca... Malgrado ciò ci si dimentica di lavarsi i denti (e magari si brontola quando la mamma ci spedisce dritti dritti ad usar spazzolino e dentifricio). Per colpa del sudiciume raccolto presso le gengive, e che imputridisce e fermenta, pian piano si scavano buchetti dolorosissimi nei denti. E allora bisogna procedere a cure dolorose e costose, o addirittura strappare il dente colpito dalla carie. E tutto per un po’ di pigrizia! Acqua calda, sapone (se non si ha disponibile il dentifricio) e spazzolino strofinato sui dentini in su e in giù, in qua e in là, senza eccessiva energia, ma anche senza mollezza: ecco il segreto di una bella dentatura, di un sano sorriso.

CARITÀ – Non negare il tuo pane al povero che picchia alla porta di casa tua; egli ti mostra la via, che tu, domani, potresti prendere...

CARTELLA – L’amica fedelissima della nostra vita scolastica. Contiene libri e quaderni ben ricoperti, l’astuccio con penne e matite, nettapenne e gomme. NON contiene invece figurine, fionde, fiammiferi, cartaccia, altri oggetti non del tutto identificabili. Si porta a zainetto sulle spalle (e così non indolenzisce il braccio) oppure, se non è molto pesante, si regge per la maniglia. NON si dimentica all’angolo della strada per correre a giocare una partita di pallone. NON si sbatacchia senza riguardo alcuno. NON si fa scivolare sui muriccioli o lungo lo scorrimano delle scale. NON serve come arma da guerra nelle zuffe tra compagni. Esige rispetto, desidera un poco d’affetto e di amicizia. Anche le cose sentono, traverso misteriose vie, i nostri sentimenti e li ricambiano, a modo loro.

CASA – Quel punto della terra supremamente benedetto, il luogo più caro e più dolce al nostro cuore. Non occorre che sia grande o fastosa, basta che sia calda d’amore. Un gentile poeta immagina così una deliziosa casetta: “Una stanza, una cucina, tre gerani alla finestra, una mamma, una bambina... è laggiù la via maestra”. La via maestra dell’armonia, della pace, della concordia, quindi... della felicità.

CATTEDRA – Il grosso parallelepipedo (bruttino, in verità) che serve da scrivania all’insegnante. Dà molta soggezione. Quando la maestra o il maestro siedono dietro la cattedra, ci sembrano giudici in procinto di pronunciare la sentenza; quando invece siedono tra i banchi si trasformano in una buona mamma, in un sollecito padre. Non abbiamo simpatia per la cattedra, la vorremmo relegata in solaio tra le cose vecchie e inutili, insieme alla bacchetta che una volta serviva per punire – con dieci colpi sulle dita – gli scolari indisciplinati. Un tavolino, o una graziosa scrivania dovrebbero sostituire il cassone senza garbo.

CATTIVO – Un bel pensiero di Luigi Settembrini: “Nel mondo si raccoglie quel che si semina: chi semina lagrime, raccoglie lagrime; chi ha tradito, sarà tradito.” Ognuno, insomma, ha quel che si merita. E i cattivi si puniscono da sé.

COMPONIMENTO – O comporre, o composizione o tema: la... bestia nera di troppi scolari. “Non ho idee” così dicono. Può darsi: ma non hanno nemmeno occhi per vedere, orecchie per sentire, o cuore per amare? In un componimento occorre proprio tutto questo: osservazioni, sentimenti, considerazioni, dubbi, certezze, speranze, attese... il tutto espresso semplicemente come se parlassimo alla nostra mamma. Un bravissimo romanziere (Luciano Zuccoli) così rispose a una signora che gli chiedeva come facesse a scrivere tanti bei libri: “Facilissimo. Siedo alla scrivania, mi metto davanti tanti fogli numerati, prendo la penna e.... scrivo. Quando ho riempito trecento fogli o anche di più ho finito il mio romanzo.” Sembra una buffonata, e invece è proprio così... basta ricordare ciò che gli occhi hanno veduto, gli orecchi udito, basta far parlare il cuore... la fantasia? Si può anche lasciare fuori dell’uscio.

CONDOTTA – Non vi domando qual voto avete meritato sulla pagella in condotta. Tutti hanno meritato “lodevole”, oppure “dieci”. Se per caso avessero un “nove” o. il cielo non voglia, un “otto” sono fermamente decisi a comportarsi come angioletti per tutto il resto dell’anno scolastico. Per la condotta da ottenere a scuola e nella vita, un filosofo tedesco ci suggerisce una precisa regola: “Osserva, ascolta, taci.” E ancora: “Giudica poco, domanda molto...”

CONSIGLIO – I cocciuti, i presuntuosi fanno di testa loro; i saggi chiedono volentieri consiglio a chi ne sa più di loro. Arturo Graf, un delicato scrittore, ammonisce piccoli e grandi: “Date ascolto al consiglio di chi molto sa, ma soprattutto date ascolto al consiglio di chi molto vi ama”. (Se la mamma, il babbo, l’insegnante ci dicono: “Fa’ così” sì è perché essi più innanzi con gli anni, più avveduti, più esperti della vita vedono dove è il nostro bene... Sembra una cosa facile da capire, e invece...)

CONTADINO – Abbiamo mai pensato che se possiamo sederci a tavola e gustare i saporiti piatti che la mamma ha preparato, un gran merito va a questo umile, forte e rude lavoratore della terra?
Con la zappa dissoda il terreno, con l’aratro e il vomere muove il solco profondo, lo apre alla semente del granoturco o del biondo frumento; con la falce sega l’erba fiorita per le sue mucche, miete il grano che diverrà farina per il nostro pane; con coltelli e forbici pota le piante che daranno frutti; col rastrello dai forti denti raduna il fieno per l’inverno, sì che le sue bestie abbiano foraggio, anche quando la terra dorme, e noi si abbia latte e carne, burro, formaggio e lana per i nostri abiti... Quello del contadino fu il primo mestiere dell’uomo, quello che Dio benedisse, quello che vivrà fino a che il mondo girerà intorno al suo asse!

CORAGGIO – Un pensierino da meditare: “Occorre più coraggio nelle piccole cose che nelle grandi”. È più coraggioso infatti un bambino che soffre senza lagnarsi, che compie tanti piccoli sacrifici ogni giorno (una lunga strada da percorrere con ogni tempo per recarsi a scuola, un lavoro pesante che eseguisce per risparmiare la fatica alla sua mamma, tanti servizietti prestati con gioia, una lunga assistenza a un vecchio malato o invalido, uno studio costante fatto in condizioni difficili (so di un bimbo che eseguisce i suoi compiti in ginocchio per terra, tenendo il quaderno sull’unica seggiola, perché nella misera capanna dove vive non c’è nemmeno una tavola...). C’è più coraggio in tutto questo che nel gesto di chi si butta nel fiume per salvare una persona in procinto di annegare. C’è più eroismo nelle piccole cose che nessuno vede e sa, che nel grande gesto che tutti ammirano.

CORTESIA – È una fata lieve che fa di tutto: insegna ai fanciulli a salutare, a cedere il passo per la via, il posto in tram a una persona anziana, a prestare un ombrello se piove, a indicare la via a chi l’ha smarrita, a portare un fiore a un malato, a frenare una risposta sgarbata, a celare uno sbadiglio dietro la mano, a trattenere un moto d’impazienza, una spallucciata irrequieta, che insegna ad ascoltare il cuore che parla...

COSTANZA – È la virtù della perseveranza: purtroppo ne difettano troppi scolari. Tutti facciamo degli errori, tutti fatichiamo a imparare cose difficili, tutti abbiamo meritato a scuola cattivi voti: l’errore più grande, però, che si possa fare, è quello di scoraggiarsi, di abbandonare l’impresa, sia essa una pagina da studiare o un difficile lavoro da eseguire. Bisogna essere costanti e perseverare. Che cosa c’è di più molle dell’acqua e di più duro della pietra? Eppure la molle acqua riesce – goccia dopo goccia – a scavare la dura pietra. Edison fu un grande inventore: la lampadina che dà luce nelle nostre case è opera sua. Dentro la lampadina c’è un sottilissimo filo; prima di scoprire il materiale adatto con cui fabbricare il filo (del cotone carbonizzato) provò fili di carta, fibre di bambù, peli della barba dei suoi amici: non meno di seimila tipi di fili.... la vittoria è sempre frutto di perseveranza e di pazienza.

CUORE – Ha la forma di un’urna: sia davvero un vaso sacro colmo di bontà. Il cuore – ha detto un poeta – è una ricchezza che non si vende, non si compra, ma.... si regala.

CURIOSO – È chiamato anche ficcanaso. Ma chi ficca il naso dappertutto non si lamenti poi se... sentirà cattivo odore.

CUSTODE (angelo) – È la nostra amorosa guida, vede le nostre buone intenzioni e le porta al Signore, nota le nostre manchevolezze, prega il Signore di perdonarle, ci protegge, veglia il nostro riposo e il nostro lavoro. La protezione delle sue ali d’oro è dolce e sicura.


AB – C – DEFGHILMNOPQRSTUVZ

 

 

 

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