FRAMMENTI > Ines Belski Lagazzi, Ricordi di scuola


Nel 1973, la rivista semestrale di vita scolastica, letteratura infantile e varia cultura
Meridiana decise di dedicare, a Ines Belski Lagazzi (1908-2003) un ampio omaggio – il primo dei tanti che sono poi seguiti – con decine di interventi di autorevoli critici e scrittori per l’infanzia. Alla scrittrice fu chiesto un ricordo o un aneddoto su trent’anni e più di insegnamento. Eccolo.


“Mi mandi un suo ricordo di scuola” mi telefona ex abrupto l’amico Luzzagni. “Sì. certo, subito...” rispondo incautamente, pensando che non uno, ma cento, mille ricordi potrò sgomitolare da quello scrigno misterioso che ha nome subconscio.
Quanti allievi ho avuto in tanti anni d’insegnamento prima alla scuola media, poi, per libera scelta, alle elementari? Migliaia, forse... I volti s’affollano, sorridenti, sbarazzini, timidi, stupiti. “Signora, parli di me, di me...” e mi solleticano le garrule vocette...

Ed ecco... vedo il ciuffo scomposto di Walter Annicchiarico – sì, lui, il simpatico Walter Chiari. Figlio di una collega, finiva talvolta in classe mia, in castigo, reo di “far ridere” i compagni. E così finiva per far ridere anche me con le sue smorfie; lo mandavo dietro la lavagna e lui comicamente ammiccava. Allora gli strapazzavo la gran chioma scomposta...

Un altro volto si protende dalla massa, mi guarda intensamente. Oh, se lo ricordo!
Giovanissima, venni mandata in una quarta maschile (via Ruffini, scuola milanese d’élite) a supplire il maestro Brenna. Stavo spiegando geometria, quando – alle dieci e più – si apre la porta e compare un bel bambino dal viso intelligente, mi saluta romanamente e, senza pronunciar verbo sgattaiola al suo posto nel primo quartiere.
- Ehi, tu! - lo apostrofo - È questa l’ora di arrivare a scuola?
La classe mormora, qualche scolaretto mi fa gran gesti, spiega: “Ma signorina, lui è Bruno!”
Non capisco, mi inquieto:
- E che vuol dire? Bruno o biondo, a scuola si viene in orario!
Solo più tardi, sfogliando il registro, scopro che “lui” è Bruno Mussolini: veniva a scuola in auto accompagnato da un poliziotto.
(“Come minimo mi prenderò una lavata di testa dal direttore, dal federale, da chissà chi” pensai in un lampo).
E invece, nulla. L’indomani Bruno era già al suo posto, in perfetto orario, quando io entrai in classe. E così per tutti i quindici giorni della mia supplenza.
Povero, caro Bruno, rivedo la tua ordinata tonda scrittura, i tuoi occhioni intenti, riodo le tue risposte riflessive..: ahimè, che morte ingiusta, la tua!

...Ricordi, ricordi... ma anche tanti dubbi, pungenti come spine.

Tenevo un corso medio maschile, festivo, in un suburbio rurale milanese: lo frequentavano alunni che avevano finito le elementari e aspiravano a una licenza media. C’erano padri di famiglia, giovanotti volonterosi, ma anche monelli di strada, contestatori ante litteram.
“Un incarico difficile...” mi aveva prevenuto l’ispettore.

Cominciai le lezioni, ma non riuscivo mai a ottenere una totale attenzione, i risultati erano scarsi per colpa, appunto, di quegli elementi di disturbo che sabotavano la lezione. Il più turbolento era Zambarbieri: fingevo di non vedere i suoi atteggiamenti scomposti, di non sentire le battute irriverenti. Fino a quel giorno in cui a una mia domanda cortese, rispose con un fischio da trapassare le orecchie.
Prima fatto che pensato: mi resi conto dopo, quando gli vidi la guancia rossa e gli occhi colmi di stupore e di rabbia, che dalla cattedra ero balzata fino a lui e gli avevo dato uno schiaffo. Ripresi la lezione, pentita del mio gesto, e insieme tremavo di autentica paura: ero certa che avrei avuto guai grossi, che forse mi avrebbero aggredita fuori dalla scuola, che... che...
Non accadde nulla. La domenica successiva, Zambarbieri era al suo posto; guardandomi di sottecchi seguì le lezioni; la classe era in religioso silenzio. E finalmente potei far scuola a modo mio, intavolare il dialogo desiderato, discutere i loro problemi, conoscerci, volerci bene. Fu un anno felice.
Il giorno della distribuzione degli attestati, trovai sulla cattedra un enorme fascio di rose:
- Bellissime, grazie, di chi sono? - domando, commossa.
Silenzio, E poi dal fondo, una voce:
- Sono di Zambarbieri, le ha rubate per lei a Villa Reina...

Quello schiaffo – l’unico della mia carriera – non l’ho più dimenticato. Oggi mi chiedo: “Forse c’era un altro mezzo?”

Alcuni giorni fa stavo percorrendo la stretta trafficosa via Torino. Una Mercedes targata ROMA mi affianca, frena; s’apre una portiera che invade mezzo marciapiede, e scende un omaccione che somiglia a Bud Spencer: “Ma lei non è la signorina Lagazzi?” mi chiede.
Sto per spiegare che sì, un tempo... quell’energumeno mi abbraccia, mi bacia:
- Non si ricorda di me? Sono Cardellini. Sono stato suo scolaro in terza, lei mi rimproverava sempre per la mia scritturaccia. Una volta fece volare per aria un mio quaderno, e poi me lo fece ricopiare da cima a fondo.
Arrossisco, vorrei sprofondare, tento di scusarmi. Quello ride come un matto:
- Lo sa che sono l’unico medico d’Italia, forse del mondo, che scrive in bella calligrafia le sue ricette? Merito suo... Una maestra come lei ci vorrebbe per i miei figli...

Beh, mi sento più leggera, è come se mi fossi confessata, e capisco anche perché tra i tantissimi ricordi di scuola proprio questi sono affiorati dal mio subconscio. Giorni fa avevo spedito un articolo alla rivista MADRE intitolato: “Schiaffi sì, schiaffi no...” e che avevo concluso così, romanescamente: “Quando ce vo’, ce vo’...”
Ma ora non posso fare a meno di ripensare a ciò che disse Albert Schweitzer, il medico alsaziano che dedicò la sua vita agli indigeni dell’Africa: “Tutti noi dobbiamo molto agli altri e gli altri debbono qualcosa a noi: quel che è certo è che la nostra vita influenza moltissimo quella di chi ci è vicino. Non possiamo prevedere quali effetti abbiano le nostre azioni...”

 

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