FRAMMENTI > Il larice, 2011 (1)

 

1) ciuffetti di aghi; 2) infiorescenza maschile, rossastra; 3) infiorescenza femminile, solitaria, eretta, bruno giallastro; 4) pigna

I Nency, allevatori di renne che abitano l’estremo nord della Russia europea, ritenevano il larice un albero sacro, simbolo della luce e della bontà; in particolari giorni gli donavano pelli di animali e corna di cervo e gli sciamani scolpivano nel suo legno delle statuette raffiguranti orsi, lupi, pesci per propiziarsi la caccia e la pesca. Anche gli Jakuti, nella Siberia nord-orientale, appendevano ai rami dei larici della taiga i loro doni per ingraziare gli spiriti della foresta o le anime dei morti perché le sue profonde radici nascevano nel mondo dei defunti. Gli Ostiachi, nella Siberia centrale, possedevano un bosco sacro composto da sette larici siberiani: chiunque lo attraversasse doveva deporvi una freccia. Non solo, a Berëzovo vi era un larice secolare altissimo che a due metri dal suolo si separava in due tronchi che si riunivano poco più in alto e in questa fessura gli Ostiachi depositavano in offerta le pelli più preziose. Inoltre, prima di un viaggio, essi legavano a un giovane larice e a una betulla dei nastri bianchi affinché l’esito fosse positivo. Tra i Mansi, piccolo popolo vicino agli Ostiachi, si tramanda una leggenda: dopo aver creato gli oceani, i mari, le piante e gli animali, Dio pensò di creare l’uomo e, per farlo, scelse un solido larice, simbolo di forza, longevità e rinnovamento. Dio scolpì le figure umane, ma gli spiriti del Male gliele rubarono sostituendole con figure di creta. Dio le animò lo stesso ed è perché l’argilla è un materiale molto fragile che l’uomo e la donna sono esseri deboli. Una variante di questa leggenda univa Ostiachi e Mansi, ritenendo che i sette larici del bosco sacro ostiaco altro non fossero che sette statuette create dagli dèi e sostituite dagli spiriti maligni.
Per tutti questi popoli il larice rappresentava l’Albero cosmico che unisce cielo, terra e inferi e lungo il quale scendono il Sole e la Luna nelle sembianze di uccelli d’oro e d’argento. Sull’isola di Sachalin era addirittura chiamato “albero Sole”. Nelle traduzioni russe dell’Edda maggiore (raccolta di poemi norreni di origine medioevale), lo Yggdrasill – l’albero del mondo da cui scaturiscono le fonti della vita, del sapere e del destino – è un larice e non un frassino come si legge nelle nostre versioni.
Oggi credenze e offerte sono scomparse, ma certi riti permangono nel quotidiano e non solo in quelle regioni estreme: parlare a un larice toglie ogni preoccupazione donando pace e serenità, abbracciarlo per qualche minuto abbassa la pressione sanguigna e normalizza il metabolismo, respirarne il profumo mitiga il raffreddore, bruciarne un ramo (tipico rituale sciamanico per invocare le visioni ed entrare in trance) tiene lontano la sventura e il malocchio, indossare un amuleto del suo legno porta fortuna (e ricorda lo speciale bastone realizzato dallo sciamano per la divinazione), infiocchettare i suoi rami esaudisce un desiderio, bere un infuso di aghi guarisce da molti malanni…
Perché tanta attenzione al larice? È tra gli alberi più belli e utili della foresta e in autunno incanta. Infatti, è in questa stagione che le sue foglie aghiformi si vestono a festa, prima di verde, poi di giallo, di marrone con sfumature di rosso e infine del colore dell’oro che brilla al sole. Ma anche quando si spoglia – è una delle pochissime resinose a farlo: una leggenda siberiana racconta che i larici perdono gli aghi per la vergogna di essersi troppo vantati con gli altri alberi della taiga – resta diritto, altero ed elegante, ma non rigido: pur avendo forma piramidale, i suoi rami hanno una disposizione più libera dei suoi vicini di foresta (il pino, l’abete e, in Occidente, il peccio) e lasciano filtrare la luce solare, cosicché ai suoi piedi cresce sempre l’erba, tanto apprezzata dagli orsi e altri animali. Il tronco è slanciato e verticale, ma sui nostri pendii più ripidi succede di vedere alcuni esemplari isolati o cresciuti ai margini del bosco che presentano alla base una incurvatura a valle: essa non testimonia una crescita difficoltosa in seguito al forte pendio o ai venti o alle valanghe, ma è la conseguenza del soliflusso – ossia il lento movimento del terreno imbibito d’acqua, che scivola lungo i pendii soprattutto durante il disgelo – al quale la vegetazione reagisce incurvando il tronco verso l’alto.
La nascita delle foglie avviene a tappe. All’inizio della primavera, sui vecchi rami corti e nodosi si schiudono fascetti di 20-40 piccoli aghi aguzzi ma teneri (non pungono) di colore verde chiaro (2); più tardi, sui minuti germogli in cima o in fondo ai rami, questi aghi crescono isolatamente. In maggio-giugno si accendono, come minuscole lampadine, i fiori gemelli di un vivido rosso violaceo che, una volta fecondati, diventano piccole pigne globose, di colore fulvo chiaro, le quali rimangono sui rami per parecchi anni.
Il larice – di cui si conoscono tre varietà della specie nord-americana e dieci della specie eurasiatica – cresce dove gli altri alberi non arrivano (anche oltre i 2500 metri, sui Carpazi), non sopravvivendo al clima rigido o per la terra povera, e può vivere fino a un millennio anche se il maltempo o i massi gli spezzano i rami o gli feriscono il tronco. La sua altezza raggiunge i 40-50 metri, ma non il larice siberiano che difficilmente supera i 30 metri dovendo resistere ai forti venti settentrionali e a temperature anche di -60°C. Il tronco è rivestito di una corteccia fessurata in senso longitudinale di un bel rosso-bruno (che, secondo l’età, può arrivare fino a 25 centimetri di spessore) e può raggiungere una circonferenza di oltre cinque metri se molto antico. Ma ci sono le eccezioni: presso Santa Geltrude di Val d’Ultimo, in Alto Adige, vivono a 1430 metri di quota tre larici che ufficialmente sono gli alberi più vecchi d’Italia e tra le conifere più antiche d’Europa. Hanno circa 2300 anni e il più grosso ha una circonferenza di 8,34 metri e un’altezza di 35 metri (è però senza cima, forse spezzata da un fulmine). Facevano parte di un gruppo di quattro larici, ma nel 1930 uno di essi, di 7,80 metri di circonferenza, fu sradicato da un temporale e fu possibile contarne gli anelli: aveva 2150 anni.
Il legno, duro e color rosso salmone al centro, è impregnato di resina, cosa che lo rende molto resistente e inattaccabile da insetti e roditori, perciò era usato fin dall’antichità per costruire case di abitazione: tronchi interi sovrapposti per i muri verticali e scàndole (assicelle rettangolari disposte in file orizzontali e parzialmente sovrapposte) per il tetto. La resina che stilla dal materiale messo in opera chiude tutte le giunture e si stende come una vernice lucida e levigata rendendo l’edificio impermeabile sia all’aria che all’acqua. A lungo si è creduto che fosse un legno non infiammabile (in realtà brucia molto più lentamente di altri), come descritto nel capitolo VII del Libro II de I quattro primi libri di architettura di Pietro Cataneo Senese, pubblicato nel 1567, del quale si riporta l’intero brano dedicato a questa pianta:
«Passando hor noi da parte il legno santo, & gli altri arbori medicinali, & aromatici, & quelli che producono specierie, per non essere cosa da questo luogo; & parlando delli arbori, che all’opere di lavoro per le fabriche sono in cognitione, & più in uso; ci pare molto conveniente disporre quelli à diversi lavori, secondo che la qualità di loro nature ricerca. […] Plinio, confermando quanto si è detto [sulla quercia], vuole di più che il rovero duri sotterra, ma che marcisca nell’acqua marina: & che il larice & l’ontano nero durino assai nell’humido, & che il faggio, il noce, & il ginepro sieno da laudare & mettere tra i principali, che nell’acqua o sotterra si mettono in opera per le fabriche, soggiugne di più, che il pino, la picea, & l’alno si cavano o votiano per docci, o canali per condurre acque; & sotterra durano molti anni: ma se tosto non si coprano, marciscano; vogliono ancora, che il faggio nell’acqua non si corrompa, ma che duri gran tempo.
«Il larice è stato tenuto di molta maggior virtù & perfettione, & il più approvato di tutti i legnami, & di meravigliosa natura: quando quello per l’amaritudine del suo liquore non solo non può essere offeso da tarli, o tigni, ma ancora dal fuoco si difende: il quale, per non partecipare quasi niente dell’aria, & del fuoco, ma di molto humore e terreno, è di spessa materia indurito: onde non havendo pori, per i quali possa penetrare il fuoco, si difende da quello, dice Vetruvio (3), che il larice non brucia, ne fa carbone: & il medesimo afferma Plinio: soggiugnendo Vetruvio, che di questo hebbe cognitione Giulio Cesare: il quale essendo intorno alle alpi con l’esercito, & havendo commandato alli municipii, cioè alle città o populi verso il mare Adriano, che godevano delle esentioni & magistrati di Roma, che lo sovvenissero di vettovaglie, dove à una terra tra l’altre, per non volere ubbidire, fu costretto andare à campo: & havendo quella dinanzi la porta un’altissima torre, à guisa di pira, di travi di larice in traverso radoppiate, dalla quale quei della terra, per non havere altro che legni, & con quelli non potendo offendere l’esercito; fu commandato da Cesare à i soldati, che ciascuno portasse un fascio di legna intorno alla torre: & così havendovene fatta gran massa, vi fece appiccare il fuoco: & alzando all’aria grandissima fiamma, si pensò che tutta bruciare dovesse, ma per non la vedere doppo il mancar del fuoco con grande meraviglia maculata in parte alcuna, vi fece accostare l’esercito: per timore del quale quei del castello s’arresero: & essendo da Cesare domandati, dove facessero tali arbori, gli mostrorono che ivi & intorno à quei luoghi n’era grandissima quantità; & che larice si chiamava: per il nome del quale era chiamata tal terra, il castello di Larigno. Conducevasi di questo legname assai per il Po à Fano, Pesaro, Ancona, & altri luoghi di tale regione: & se si fusse potuto con facilità condurre à Roma, sarebbe stato di grandissima utilità: quando per quello sarebbono stati gli edificii da gl’incendi sicuri; essendo che tale legname per se stesso ne fiamma ne carboni può ricevere: & il suo arboro è trattabile & facile à lavorarlo; & è di foglie simile al Pino, ma di maggiore altezza & di quello, & di ogni altra forte arboro; come si può considerare per quella trave di larice, che Tiberio Cesare condusse à Roma, longa centovinti piedi, & grossa due piedi egualmente per tutto: che, considerato quello che poteva esser il resto fino alla cima, fu tenuto miracolo di tale altezza, ne che à quella potesse altro arboro arrivare, & durò fino all’amphitheatro di Nerone (4), & di tale legname solevano fare i pittori antichi tavole per dipignere, giudicandole eterne, & massime perche non fende. Parlando Leon Battista di questo larice, dice haverlo visto bruciare, ma difficilmente, & che pareva che discacciasse da se il fuoco: & essere in lui questo solo difetto, che bagnato di acqua marina vien roso da tarli, ma il nostro Mattiolo nel suo Dioscoride dice essere una sciocchezza à credere à Vetruvio, à Plinio, & altri moderni, che il larice non bruci ne faccia carbone; soggiugnendo, che il Forno del ferro, che è nella valle del Sole, iuridittione di Trento, & molti che ne sono in val Camonica & val Tropia, dominio di Brescia, non si servono di altro carbone, che di questo di larice: il quale trovano far la miglior fattione, che qual si vogli’altro carbone à far colare la vena del ferro, & oltre à questo, il suo legname, quando è secco, per essere molto grasso, arde con grandissimo impeto: & molto si adopera nelle montagne di Trentino à scaldare i forni, & le stufe; noi, che di tal cosa non habbiamo fatto esperienza, lassaremo il tutto in cospetto del vero».
Le proprietà del legno di larice – molto duro, compatto e resistente agli agenti atmosferici – erano conosciute e sfruttate dappertutto e in tutte le epoche: nell’VIII-VII secolo a.C. gli Sciti vi costruivano gli attrezzi da lavoro, compresa la ruota che era realizzata intrecciando le lunghe radici di larice (come testimonia il contenuto di alcuni tumuli funerari sui monti Altai); nei primi secoli dopo Cristo il larice fu usato per le palificazioni sott’acqua di Venezia e per le palafitte di Ravenna. In Russia era impiegato per costruire le chiese, prima interamente e poi, con l’estendersi dell’uso della pietra (dall’XI-XII secolo) solo all’interno come si può ammirare ancora oggi nelle cattedrali del Cremlino di Mosca. Ma fu soprattutto sotto il regno di Pietro il Grande che se ne sfruttò ogni potenzialità: si realizzarono, su un terreno paludoso, le fondamenta di San Pietroburgo (1703); si costruirono i vascelli, da guerra e mercantili, e le relative alberature (in sostituzione della quercia allora si uso nei mari occidentali); si fabbricarono, per la resistenza al fuoco, le fortificazioni ai confini dell’impero; usando tronchi cavi o pieni si crearono canali, ponti e mulini sfruttando la capacità del larice di non decomporsi se immerso a lungo nell’acqua. Intere foreste furono distrutte, ma allora la Russia era un paese pochissimo abitato e gli alberi abbondavano. Tuttavia, affinché non si sbagliasse albero, si racconta che Pietro il Grande in persona piantò, nel giardino di erbe officinali realizzato vicino al suo palazzo di Izmailovo a Mosca, tre conifere: un abete rosso, un abete bianco e un larice, quest’ultimo è l’unico sopravvissuto nonostante sia stato danneggiato da un fulmine. In Russia il larice era talmente prezioso che soltanto dal 1917 ne fu permesso il libero uso ai privati.
Tra la primavera e l’autunno si incide la spessa corteccia dal larice e si raccoglie la resina che masticata (ha un sapore dolce) era usata per l’igiene orale e per rinforzare le gengive, mentre scaldata e filtrata veniva stesa sulle superfici per garantirne l’impermeabilizzazione ed era chiamata, a seconda della preparazione, “trementina di Venezia” (perché in passato il commercio del prodotto, raccolto sulle Alpi, veniva accentrato nella città lagunare) oppure “pece”. Dalla resina si ricava tuttora un olio medicinale, considerato disinfettante e sfiammante, che applicato esternamente lenisce i dolori provocati da reumatismi, gotta e nevralgie, mentre diluito in acqua bollente e inalato (suffumigio) libera e disinfetta le vie respiratorie superiori. Restando nei medicamenti, un infuso di aghi – raccolti durante la bella stagione quando aumenta il contenuto di acido ascorbico (vitamina C) – previene lo sviluppo dello scorbuto, oltre a dissetare nella stagione estiva e a dare sapore alle insalate. Dalle radici, poi, si estrae un monosaccaride utilizzato come rimedio naturale per combattere alcune cistiti. Dai rametti e dalle foglie trasuda in estate la cosiddetta «manna di Briançon», che contiene melecitosio, con la quale le api producono un ottimo miele. La corteccia ha innumerevoli usi: allo stato naturale è il sughero che i pescatori usano come galleggiante per le reti, bollita in acqua giova al mal di pancia e libera dalla ritenzione urinaria, polverizzata cicatrizza ferite e ulcere. Dalla lavorazione della corteccia, inoltre, si estrae un olio particolare che serve per tingere di rosso-bruno i tessuti. Negli esemplari più vecchi, sulla corteccia cresce un fungo parassita della famiglia dei basidiomiceti, non commestibile, che ha una consistenza spugnosa e che i contadini russi usavano come sapone da bucato con risultati eccellenti. Sulle nostre Alpi sono invece più noti il laricino e il boleto dal piede cavo, funghi commestibili che crescono soltanto in simbiosi con il larice. E, come sull’abete, sul larice nasce il lichene il cui decotto è considerato buono contro il mal di stomaco.
Non è un caso, dunque, che attorno al larice siano sorte numerose credenze e altrettante leggende, anche in Italia. I contadini delle valli dolomitiche, per esempio, dicevano che la neve non sarebbe scesa finché gli aghi non fossero caduti dal larice perché essi devono stare a contatto della terra, sotto la neve e non sopra. E quando “piovevano” gli aghi, questi si raccoglievano per farne la lettiera delle mucche nelle stalle, grazie al fatto che non pungono.
In Val Costeana, presso Cortina d’Ampezzo, si racconta che ci fosse un torrente d’argento in cui abitavano le aguane, creature acquatiche, la cui regina si chiamava Marugiana ed era una bellissima fanciulla che, essendo figlia di un’aguana e del signore del castello, conosceva le tragedie e le sventure che colpivano gli uomini. Un giorno un principe vide la bella Marugiana e se ne innamorò all’istante, ricambiato. I due progettarono le nozze, ma la fanciulla desiderava che quel giorno il dolore e il male fossero per un attimo cancellati dal mondo. Tra i tanti saggi del luogo, solo una vecchia aguana ricordò: «C’è un istante in cui tutto pare fermarsi in una pace irreale: accade ogni secolo, e si ripeterà proprio quest’anno a mezzogiorno in punto nel giorno di San Giovanni il Battista», ossia il 24 giugno. Così fu e le nozze si celebrarono in un’atmosfera incantata. Due ingegnosi nani legarono tutti i fiori della festa in un gigantesco mazzo grande come un albero, che piantarono in una radura e chiamarono Lares, termine che in latino designava i Lari, cioè i geni protettori del focolare. Per proteggerlo dalla intemperie che lo avrebbero fatto morire, Marugiana vi gettò sopra il velo nuziale e come per incanto il mazzo emise verdi germogli e poi fiorì con coni rossi e profumati. Tutti si stupirono per la bellezza del larice, che da quel giorno diventò l’emblema del matrimonio; infatti, come il matrimonio, il larice è verde e fiorito in primavera; rosso e oro in maturità, ma d’inverno se Maurigiana non lo copre con il velo dell’amore, diventa secco e spoglio.
Tuttavia, il nome “larice” non proviene dai Lares (Lari) ma da Larix, che non è un termine latino: forse deriva dal celtico lar-, che significa “grasso”, con allusione alla resina dell’albero. Un piccolo mistero che ben si accompagna a uno dei soprannomi dati al larice: “albero strega”.

 

Note:
1. Testo: © associazione culturale Larici.
2. Se il larice ha gli aghi in mazzette a gruppi di 20-40, i pini hanno mazzette formate da 2-5 aghi, mentre gli abeti hanno gli aghi attaccati direttamente ai rametti.
3. Vitruvio (I secolo a.C.) si sofferma sulla descrizione del larice, ritenuto inattaccabile dalla fauna e dal fuoco, nel libro II, capitolo 9 del suo libro De Architectura.
4. Tiberio fece arrivare una trave di larice per ricostruire il ponte della Naumachia, sorta di anfiteatro con un bacino d’acqua dove si simulavano le battaglie navali. Le dimensioni della trave, proveniente dalla Rezia, lasciarono stupefatti i romani: Plinio il Vecchio scrisse che era «il più grande albero che sia mai esistito» (Naturalis historia, lib XVI, cap. 39).

 

 

 

 

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