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ITINERARI > Italo Calvino, La città deve trovare i suoi dei (1)
II paragone della città con la macchina è nello stesso tempo pertinente e fuorviante. Pertinente perché una città vive in quanto funziona, cioè serve a viverci e a far vivere. Fuorviante perché a differenza delle macchine che sono create in vista d'una determinata funzione, le città sono tutte o quasi il risultato d'adattamenti successivi a funzioni diverse, non previste dal loro impianto precedente. (Penso alle città italiane, con la loro storia di secoli o di millenni). Più
che quello con la macchina, è il paragone con l'organismo vivente
nell'evoluzione della specie, che può dirci qualcosa d'importante
sulla città: come nel passare da un'era all'altra le specie viventi
adattano i loro organi a nuove funzioni o scompaiono, così le
città. E non bisogna dimenticare che nella storia dell'evoluzione
ogni specie si porta dietro caratteri che sembrano relitti di altre
ere in quanto non corrispondono più a necessità vitali,
ma che magari un giorno, in mutate condizioni ambientali, saranno quelli
che salveranno la specie dall'estinzione. Così la forza della
continuità d'una città può consistere in caratteri
ed elementi che oggi sembrano prescindibili perché dimenticati
o contraddetti dal suo funzionamento odierno. Le
trasformazioni degli agglomerati urbani a seguito della rivoluzione
industriale, nell'Inghilterra della prima metà deU'Ottocento,
furono incontrollate e catastrofiche, e condizionarono la vita di milioni
e milioni di persone; ma dovevano passare decenni prima che gli inglesi
si rendessero conto esattamente di cosa stava succedendo. Dickens, che
fu forse il primo a sentire il clima di quest'epoca negli aspetti spettrali
di Londra e nei contraccolpi sui destini individuali, non registra mai
immagini che si riferiscono direttamente alla condizione operaia. Neanche
quando deve descrivere una sua visita a Manchester, dove i quartieri
operai e il lavoro nelle fabbriche tessili offrono il quadro più
drammatico, riesce a dire quello che ha visto, come se una censura interna
l'avesse cancellato dalla sua mente. Sto riassumendo il libro recente di uno studioso americano (Steven Marcus, Engels, Manchester and the Working Class, Random House, 1974) che ricostruisce come il giovane Engels riesca nel suo primo libro a vedere e a descrivere quello che gli altri avevano sotto gli occhi, ma cancellavano dalle loro menti. L'intento di Steven Marcus - un critico letterario che applica con intelligenza la sua indagine a testi extraletterari - è quello di rintracciare la genesi d'un'immagine insieme visuale e concettuale, che appena viene espressa appare subito evidente e incontrovertibile, ma che è il risultato d'un processo conoscitivo non così ovvio e "naturale" come sembra. L'esempio di Manchester studiato da Marcus mi serve come illustrazione retrospettiva dell'idea che stavo cercando di mettere a fuoco riferendomi all'oggi. Penso alle tante città italiane che in questi mesi mi sembra stiano tornando a guardarsi in faccia, dopo anni attraversati come alla cieca. Nuove amministrazioni succedono al malgoverno durato decenni interi: un lungo periodo che ha visto l'urbanizzazione di masse enormi, senza alcun piano che prevedesse il loro inserimento, un'epoca in cui la forza degli interessi particolari palesi o nascosti ha corroso ogni progetto di sviluppo sensato. È con occhi nuovi che oggi ci si pone a guardare la città, e ci si trova davanti agli occhi una città diversa, dove composizione sociale, densità d'abitanti per metro quadrato costruito, dialetti, morale pubblica e familiare, divertimenti, stratificazioni del mercato, modi di ingegnarsi a sopperire alle deficienze dei servizi, di morire o sopravvivere negli ospedali, di imparare nelle scuole o per la strada, sono elementi che si compongono in una mappa intricata e fluida, difficile a ricondurre all'essenzialità d'uno schema. Ma è di qui che bisogna partire per capire - primo - come la città è fatta, e - secondo - come la si può rifare. Infatti, la chiaroveggenza critica della negatività d'un processo ormai avanzato non può oggi bastarci: questo tessuto con le sue parti vitali (anche se solo d'una vitalità biologica e non razionale) e con le sue parti disgregate o cancerose è il materiale da cui la città di domani prenderà forma, in bene o in male, secondo il nostro intento se avremo saputo vedere e intervenire oggi, o contro di esso nel caso contrario. Tanto più l'immagine che trarremo dall'oggi sarà negativa, tanto più occorrerà proiettarci una possibile immagine positiva verso la quale tendere. Detto questo, sottolineata cioè la necessità di tener conto di come città diverse si succedono e si sovrappongono sotto uno stesso nome di città, occorre non perdere di vista quale è stato l'elemento di continuità che la città ha perpetuato lungo tutta la Sua storia, quello che l'ha distinta dalle altre città e le ha dato un senso. Ogni città ha un suo "programma" implicito che deve saper ritrovare ogni volta che lo perde di vista, pena l'estinzione. Gli antichi rappresentavano lo spirito della città, Con quel tanto di vaghezza e quel tanto di precisione che l'operazione comporta evocando i nomi degli dei che avevano presieduto alla sua fondazione: nomi che equivalevano a personificazioni d'elementi ambientali, un corso d'acqua, una struttura del suolo, un tipo di vegetazione, che dovevano garantire della sua persistenza come immagine attraverso tutte le trasformazioni successive, come forma estetica ma anche come emblema di società ideale. Una città può passare attraverso catastrofi e medioevi, vedere stirpi diverse succedersi nelle sue case, vedere cambiare le sue case pietra per pietra, ma deve, al momento giusto, sotto forme diverse, ritrovare i suoi dèi.
Nota:
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