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> Luigi
Barzini, La Pechino - Parigi. L’arrivo e le accoglienze a Mosca,
1907 (*)
Inno
alla strada - Wladimir, 26 luglio [1907], ore 18,5
– La strada!… Eccola, finalmente, dopo più di 9000 chilometri
di viaggio, dopo 46 lunghi giorni di fatiche, di pene, di sofferenze,
di sconfitte. La cercavamo, la sospiravamo, fin da quando uscimmo dal
deserto mongolo: credevamo di raggiungerla a Riachia, ad Irkuisk: ad
ogni tappa eravamo sorretti dalla speranza di trovarla.
Telegrafandovi raccontavo sempre di strade buone o cattive, ma adoperavo
impropriamente la parola strada per indicare gli indefinibili luoghi
sui quali passavamo. In realtà camminammo finora quasi sempre
sulla terra naturale, sulla sabbia, sul fango, su sassi, su sterpi;
la strada, la vera strada, è cominciata soltanto ora, preceduta
dalla piccola, lontana avanguardia di Kasan; è cominciata a Nijni-Novgorod,
una città indimenticabile, che ha segnato per noi l’inizio di
una nuova fase del viaggio, aggiungerei l’inizio di una nuova civiltà.
L’Europa non ha i suoi confini come vogliono i geografi tra le foreste
degli Urali; no: essa comincia a Nijni-Novgorod, con questa striscia
bianca sulla quale corriamo, larga, incitante, che è quasi un
nastro infinito che partendo di qui ravvolge tutte le nostre nazioni.
Ci sembra adesso di aver trionfato di ogni difficoltà: non dovremo
più scalare rocce, scendere precipizi, sobbalzare sopra tronchi
di alberi; non affonderemo in paludi insidiose, non cercheremo la direzione
tra le erbe degli acquitrini e gli alberi delle foreste: la strada ci
conduce, essa è la nostra amica, la nostra guida, ci sorregge,
ci accompagna alla meta.
Abbiamo mandato un’esclamazione di gioia quando, dall’alto della collina,
l’abbiamo veduta svolgersi fino all’orizzonte.
Resta solo in noi un po’ di dubbio: siamo stati troppe volte ingannati
e temiamo sempre che essa ci sparisca, ci abbandoni; non possiamo ancora
abituarci a un cambiamento così completo e repentino.
Dolce
riposo - Stamane siamo partiti ben tardi da Nijni-Novgorod.
La sera eletti cittadini, tra i quali il governatore, avevano voluto
festeggiarci con un banchetto all’aperto, in un giardino. L’aria era
mite, il cielo sereno: vedevamo il Volga ampio, pallido, scorrere nella
vallata costellato da miriadi di lumi di battelli ancorati, simile a
una via lattea distesasi sulla terra: una musica suonava tra gli alberi.
Ci attardammo tanto sedotti dalla dolcezza della notte calma, che soltanto
alle dieci di stamattina potemmo prendere il cammino. L’automobile così
grigia, così sporca, ce l’avevano, con gentile pensiero, ornata
di mazzi di fiori. La gente per via ci salutava con lieta cordialità.
Passammo il Volga sul magnifico ponte di legno lungo una versta. Il
grandioso fiume era solcato da innumerevoli vapori e battelli variopinti,
era pieno di frastuono, di moto, di luci, di canti.
Si prepara la famosissima fiera che si aprirà dopo domani. Montagne
di mercanzie si accatastano sulla riva, dominate da uno sfarfallamento
di bandiere. Enormi barche sostengono edifici provvisori, caffè,
trattorie galleggianti, multicolori, festonati.
Attraversiamo lungo la riva il vasto territorio della fiera, dove è
tutta un’altra città, morta per dieci mesi dell’anno, della quale
vediamo ora il rumoroso risveglio. La sua popolazione cosmopolita lascia
il lavoro per stringersi al nostro passaggio tra la grave e pensosa
moltitudine slava.
Vediamo strane genti intorno a noi: persiani che risalirono il Volga
da Astrakan; armeni dal volto severo; circassi coperti di armi; georgiani
venuti dalle loro steppe, conducendo per migliaia di chilometri mandrie
di cavalli legati con corde di paglia alle toleghe; mercanti buriati
giunti per la via di Tobolsk con carichi di pellicce preziose.
Passa tra la folla la voce che noi giungiamo da Pechino: ci guardano
sorpresi, ci domandano mille cose che non sempre comprendiamo. Improvvisamente
udiamo interpellarci in inglese; è un commerciante britannico
venuto per la fiera. Ci segue per qualche tempo in bicicletta, tutto
contento di conversare con noi nella sua lingua.
Imbocchiamo la strada di Mosca ingombra di carri, fiancheggiata da edifici,
bella, ampia, massicciata, piana, diritta. Riprendiamo la velocità.
La città si allontana a poco a poco, la strada si spopola: restiamo
soli, aspettandoci di entrare in uno dei soliti miseri sentieri campestri:
questa volta però non arriva; la massicciata continua uguale.
Prendiamo coraggio, aumentiamo la velocità. Ma ecco che un vecchio
ponticello di legno cede sotto il peso dell’automobile; una trave si
spezza. Borghese grida al meccanico che conduce: “Forza! A tutta forza!”
La macchina che stava per arrestarsi balza in avanti in salvo, mentre
dietro di noi udiamo tavole e travi cadere.
In
volata - Dopo qualche versta passiamo il confine del governatorato
di Nijni-Novgorod. Troviamo strade eccellenti, ponti nuovi, solidi.
L’automobile si slancia a tutta velocità; noi curvi in avanti
per vincere la resistenza dell’aria, superiamo lunghi tratti in volata,
assaporando la nuova voluttà della corsa ininterrotta.
Attraversiamo pittoreschi boschi di faggi, di pini, di betulle appartenenti
alla Corona, sui quali da alte torri di legno che sembrano antiche macchine
da guerra vigilano i guardiani.
Attraverso la campagna coltivata i villaggi fuggono confusamente ai
nostri occhi tra ninfee fiorite, messi dorate e isbe.
Respiriamo a pieni polmoni il profumo di fieno, di resina, di fiori
odoranti nell’aria calda. La strada forma rettilinei superbi, lunghi
fino a 60 verste. Se non ci trattenessero i lavori di certi ponti in
ricostruzione, potremmo giungere a Wladimir, la nostra prossima tappa
lontana da Njini-Novgorod 250 chilometri, in cinque ore; ne impieghiamo
invece otto.
Eccoci adesso in questa deliziosa cittadina, tutta bianca, mezzo nascosta
fra gli alberi, nella quale si sente la vicinanza della vecchia capitale
sacra dell’Impero per la frequenza delle chiese, dei sepolcri, dei tabernacoli,
questi ultimi sparsi anche per la campagna, dove alla sera fanno tremolare
luci solitarie che il passante saluta col ginocchio a terra.
Domattina partiremo per Mosca, dove contiamo giungere verso le ore 8.
Nella
città santa della Russia - Mosca, 27 luglio, ore 17,30.
– Stamane, alle 7, varcammo la bianca porta turrita di Wladimir, lanciandoci
verso Mosca per una strada inondata di sole, splendida, diritta, come
fosse stata tracciata a colpi di cannone attraverso le steppe, le boscaglie,
i campi, i fiumi, gli stagni. Vi è in essa qualche cosa di grandioso
di jeratico. Tale strada meravigliosa non può finire che davanti
al supremo spettacolo del santuario dell’Impero. Siamo spronati dal
desiderio di giungere presto. Voliamo. La macchina pare ci senta, ci
comprenda. Regolare, silenziosa, obbedisce alla minima mossa dell’acceleratore,
molleggiando leggermente sui pneumatici, con oscillazioni dolci che
ci cullano.
Borghese tiene il volante con quella fredda e sicura fiducia che è
proprio del suo carattere.
Una
panna volontaria - Alle 8 attraversiamo una cittadina. La gente
esce dalle botteghe, accorre dalle vie laterali, ci saluta festosamente.
Domandiamo il nome del luogo. Ci rispondono che è Pokrov. Rimaniamo
sorpresi: abbiamo percorso quasi 90 verste. Continuando di questo passo
saremo a Mosca alle 9.30. Invece dobbiamo giungervi alle 9 pomeridiane.
Ieri ci telegrafarono di la chiedendoci l’ora del nostro arrivo. Borghese,
abituato alle sorprese del passato, fece un calcolo molto largo, e rispose
alle ore due.
Eccoci dunque costretti a una “panna” volontaria. Decidiamo di alleviarla
con una colazione. Mezz’ora dopo ci fermiamo a Bogorodski, all’albergo
principale. Ci sediamo alla mensa con la solennità che conviene
alla nostra prima colazione civile.
Infatti, da Pecchino in qua non abbiamo fatto colazione che sull’automobile,
correndo, e spesso anche ce ne siamo dimenticati.
In un momento la notizia del nostro arrivo si sparge in città.
Il pubblico si affolla. Riceviamo la visita di ufficiali, di funzionari,
di ricchi proprietari; siamo invitati da ogni parte. Borghese deve schernirsi
per non correre il rischio di arrivare a Mosca alle 2 del giorno dopo.
Alle 12 risaliamo in macchina, dopo aver accettata una coppa di champagne,
procedendo lestamente per guadagnare tempo. Siamo a trenta verste da
Mosca, quando ci imbattiamo in due superbi cosacchi del Kuban, pittoreschi
nella loro tradizionale uniforme alla circassa. Essi ci seguono al galoppo.
Di cento in cento metri altri cosacchi che guardano la strada si uniscono
alla cavalcata, che noi distanziamo.
Non tardiamo ad accorgerci che questo servizio di vigilanza è
per noi, per farci trovare la via sgombra dai carri che le sentinelle
fanno scostare dal centro della strada. E, caso strano, i carrettieri
non sono furibondi, anzi ci salutano con effusione.
Il
saluto di Mosca - Ma le sorprese non sono ancora finite. Alle
1.15, giungendo al confine della circoscrizione di Mosca, in una località
chiamata Cordenki, scorgiamo una moltitudine intorno a carri luccicanti
nei quali avvicinandoci, riconosciamo tante automobili in fila. Altre
arrivano velocemente. Sono le prime grandi automobili che rivediamo.
Sono venute ad incontrarci. Da esse si leva un grido di saluto: “Urrah!”
Siamo circondati, stringiamo cento mani tese. E’ un momento ineffabile.
Sul viso diplomatico di Borghese, che io ho imparato a conoscere, veggo
passare un’ombra di commozione. Mancano ancora 4000 chilometri per raggiungere
Parigi, ma ci pare di essere arrivati. Ci ricongiungiamo al nostro mondo
e alla nostra vita.
Chiudiamo veramente adesso la grande parentesi di desolazione e di solitudine
che questa dura prova rappresenterà nella vostra esistenza. Col
cuore un po’ gonfio, con gli occhi arrossati non soltanto dalla polvere
della strada, scendiamo dall’automobile in mezzo alla fraterna adunanza.
Il presidente dell’Automobile-Club di Mosca, Giraud, alla cui iniziativa
dobbiamo questo affettuoso saluto, ci comunica che siamo nominati membri
onorari del Club, e ci consegna un prezioso distintivo, che subito fissiamo
ai nostri berretti. Seguono le presentazioni. Scambiamo i saluti col
console generale di Francia, Lebrun, col console belga, Zenker, col
console d’Italia, Duffoi, con l’agente commerciale d’Italia Fumasoni,
con i membri dell’Automobile-Club, della Società ciclistica e
della colonia italiana.
Trovo numerosi colleghi: il Beaucrin, corrispondente del Matin, il quale
comunica a Borghese le congratulazioni del suo giornale, a cui si deve
la geniale idea di questo concorso; molti giornalisti esteri, moltissimi
russi, quattro signore. Una di esse, con pensiero squisito, depone sulla
nostra macchina un ciuffo di rose, quasi per fare un po’ di festa anche
a lei, che ha tanto merito se siamo arrivati.
Un rinfresco ci viene offerto dal presidente dell’Automobil Club in
un’isba vicina. E’ un rozzo casotto di legno i cui abitatori guardano
con stordimento tanta invasione di ospiti.
L’ingresso
in città - Verso le ore 2 riprendiamo il cammino, seguiti
da tutte le automobili. Lo spettacolo fantastico di questo veloce corteo
mi richiama alla mente un altro corteo, quello che ci seguiva per la
strada di Urga, giù nella lontana Mongolia; e ripensiamo a quella
furibonda cavalcata di cavalieri mongoli, vestiti di seta e armati di
pugnali, che ci diede l’idea di essere inseguiti da tutta la barbarie
asiatica.
Ma qui, adesso, sembriamo noi i barbari, sporchi come siamo di polvere,
di fango, sopra un carro rozzo, opaco, del colore della terra, bruttato
di mota, carico di cordami vecchi, di catene, di pale rugginose; mentre
dietro a noi brillano i metalli forbiti, le lucide vernici delle automobili
aristocratiche, sulle quali fremono al vento le eleganti toilettes estive
con la loro freschezza di piume, di fiori, di veli, di nastri.
Improvvisamente si apre all’orizzonte la visione di Mosca. E’ uno scintillio
di cupole d’oro sopra una bianca, diafana distesa di edifici; è
un’imponente apparizione, un sogno. Arriviamo ai sobborghi pieni di
opifici, irti di ciminiere alte, fumanti; sobborghi nuovi, rumorosi
di lavoro, che vincono la solenne quiete antica dei santuari.
Cosa avviene? Una folla immensa invade le strade: sono tutti operai
che accorrono dalle fabbriche, a centinaia, a migliaia, donne, uomini;
le finestre sono gremite; dalla ferrovia suburbana che attraversiamo
vengono pure squadre di lavoratori, correndo.
Che cosa avviene? Ci chiediamo. Ma quando siamo vicini comprendiamo.
Un urlo formidabile ci accoglie; è il saluto del popolo gridato
con la sua voce terribile, saluto che si rinnova e si propaga. Noi non
abbiamo coscienza di meritarlo, ma nel nostro animo penetra impetuosa
l’onda di questa simpatia. Udiamo gridare in italiano: “Viva l’Italia!”
Scrosciano battimani dalle imperiali delle tramvie. I passeggeri in
piedi alzano i berretti. Borghese non può esimersi dal rispondere
col gesto della mano, mentre mormora tutto meravigliato: “Ma che abbiamo
fatto, dopo tutto?”
Entriamo per la porta Rgowsky; uno speciale servizio di polizia mantiene
la strada sgombra alle vetture.
Velocemente ci immergiamo nel cuore della città trovandovi la
calma. I saluti si fanno silenziosi, la folla si dirada.
Per grandiosi boulevards arriviamo finalmente presso le mura vetuste
del Kremlino, dove la gente non ci conosce a guarda con aria interrogativa
al nostro corteo, certamente meravigliandosi che tante belle automobili
siano precedute da una così sporca, montata da gente ancor più
sporca.
Resteremo a Mosca forse due giorni; ripartiremmo prima se fossimo capaci
di resistere alle gentili pressioni del Comitato della corsa, al quale
con i consoli di Francia, del Belgio, dell’Italia, appartengono anche
il Governatore generale, il prefetto di polizia, il Governatore della
città.
Siamo in una dolce prigionia. La nostra stanzetta non ci rende ribelli.
Cercheremo in compenso di non cedere alle seduzioni di futuri riposi,
per giungere possibilmente a Parigi il 10 agosto.
Nota:
*. Luigi Barzini, La Pechino - Parigi. L’arrivo e le accoglienze
a Mosca, in “Corriere della Sera, domenica 28 luglio 1907.
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