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EURASIA > Vissarion Belinskij, Pietroburgo e Mosca

 

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Solenne fu il momento in cui, nell’esplorazione delle rive selvagge del Golfo Finnico, nacque nel Grande l’idea di fondare qui la capitale del futuro impero. In quel momento si concludeva tutto un poema, vasto e grandioso; e soltanto un grande poeta pote indovinare e compendiare tutto il suo ricco contenuto in questi pochi versi:

Di onde deserte sulla riva
e nella mente con pensieri grandi stava
e lontano mirava, egli. Maestoso
si snodava il fiume ed un povero scafo
solitario vi si avventurava.
Sulle sponde irsute e paludose
qua e là nereggiavano le isbe
asilo al gramo finlandese
e intorno, sconosciuto ai raggi
del sole nascosto nella nebbia,
mormorava il bosco.

Ed ei pensava:
di qui minacceremo lo svedese.
Qui la città da noi sarà fondata
ad onta del vicino superbioso.
Dalla natura qui a noi è dato
sull’ Europa una finestra aprire
e fermo porre il piede qui sul mare.
Qui per onde a loro sconosciute
le bandiere tutte a noi verranno
ospiti e qui banchetteremo
spaziosamente.

Passarono cent’anni e la città
prodigio splendido di paesi nordici
da buio di boschi, da fango di paludi
sontuosa e superba s’è inalzata;
e dove prima il pescatore finnico,
alla natura figliastro melanconico,
solitario dalle basse sponde 6/7
gettava nelle acque sconosciute
l’antica rete, là oggi
sulle rive fervide di vita,
agili profili di castelli e di torri
si elevano ed i vascelli,
in folla, da tutti i confini della terra
accorrono verso i ricchi moli.
Di granito si rivestì la Neva
e ponti sovrastano le acque;
di giardini verdicupi
l’isole si ammantarono.
Alla giovane capitale costruita
la vecchia Mosca s’inchina
come dinnanzi alla nuova zarina
la vedova porporata.
(3)

La costruzione di Pietroburgo fu improvvisata: in un mese si fece quello per cui sarebbe occorso un anno. La volontà di un solo uomo vinse la stessa natura. Pareva che il destino medesimo, ad onta di tutti i calcoli di probabilità, volesse gettare la capitale dell’impero russo in questo angolo ingrato ed ostile per natura e per clima, dove il cielo è di un verde pallido, l’erba grassa si mescola all’erica rampicante, al muschio, alla vegetazione di palude e a poggetti grigi; dove regnano il pino selvatico e il triste abete e non sempre rompe la loro opprimente monotonia la gracile betulla, questa pianta del nord; dove le esalazioni umide delle paludi penetrano nella pietra delle case e nelle ossa dell’uomo; dove non esiste né primavera, né estate, né inverno, ma per tutto l’anno infierisce un autunno fradicio di umidità, che si diverte a parodiare ora la primavera, ora l’estate, ora l’inverno....

Pareva che il destino volesse che l’uomo russo, fino allora immerso in un sonno profondo, si fabbricasse sudando sangue in una lotta disperata il proprio avvenire, poiché solide sono soltanto le vittorie riportate a prezzo di dure fatiche, solo le conquiste ottenute a costo di patimenti e di sangue. Forse, con un clima più benigno, in una natura meno ostile, con l’assenza di ostacoli insormontabili, l’uomo russo si sarebbe presto inorgoglito dei suoi facili successi e la sua energia si sarebbe di nuovo assopita, senza essere neanche riuscita a svegliarsi completamente. Anche per questo, colui che gli venne inviato dal destino non fu soltanto un sovrano e un condottiero, si servì non tanto della propria autorità quanto del suo stesso esempio per scuotere l’ignoranza inveterata e l’infingardaggine nutrita di secoli:

Eroe oppure accademico,
carpentiere o navigatore,
universale nell’animo,
fu eterno lavoratore.
(4)

Malgrado tutta la sua attività senza precedenti nella storia, la Pietroburgo che Pietro il Grande lasciò era ancora una cittadina troppo povera e insignificante perché si potesse darle importanza. Pareva che questa cittadina, nata per forza dalla volontà di un uomo grande, non dovesse sopravvivere al suo costruttore. Il volere di uno dei suoi successori poteva condannarla all’oblio eterno o ad un’esistenza grama e meschina.... Ma è appunto qui che emerge in tutto il suo fulgore il genio creativo di Pietro il Grande: i suoi piani, i suoi progetti dovevano durare eternamente. Qui sta il diritto e la forza del genio: egli pone una pietra a base di un nuovo edificio e ne lascia il disegno; i suoi successori vorrebbero magari spostare l’edificio altrove, ma non riusciranno mai a trovare una pietra basilare così solida, mentre la pietra collocata dal genio è così grande che non si può neanche sognare di spostarla con le forze umane. Pietroburgo non poteva non sopravvivere, perché alla sua esistenza era strettamente legata l’esistenza dell’impero russo, subentrato al regno di Mosca. E Pietroburgo crebbe non di giorno in giorno, ma di ora in ora.

Così la Russia si trovò ad un tratto con due capitali, la vecchia e la nuova, Mosca e Pietroburgo. Questa circostanza eccezionale non rimase senza conseguenze più o meno importanti. Mentre Pietroburgo cresceva e si abbelliva, anche Mosca si trasformava a modo suo. Per effetto della inevitabile invasione dell’europeismo, da una parte, e della permanenza degli antichi elementi di immobilità, dall’altra, ne venne fuori una città bizzarra, nella quale si mescolano in un quadro variopinto i tratti più spiccati della cultura europea e asiatica. Adagiata sopra una enorme superficie, pare chissà che città immensa. Ma se ti avvicini e la percorri vedi che alla sua vastità contribuiscono non poco i lunghi interminabili recinti. Edifici imponenti non ve ne sono; le case più grandi è difficile dire se siano grandi o piccole; esse non pretendono a dignità architettonica. Nella loro architettura è intervenuto chiaramente il genio dell’antico regno di Mosca, fedele alla sua aspirazione verso gli agi domestici. Basta girare un’ora per le vie tortuose ed oblique di Mosca per accorgersi subito che è la città dell’intimità patriarcale: le case sorgono isolate l’una dall’altra, provviste quasi tutte di uno spazioso cortile rivestito di erba e circondato dai servizi. Il più povero moscovita, se è sposato, non può fare a meno della cantina, e quando prende a pigione un appartamento si preoccupa più della cantina per le provviste alimentari che non delle stanze nelle quali dovrà vivere. Non di rado, anche per il più povero moscovita, il sogno più caro di tutta la sua vita è di metter fine al suo vagabondare di appartamento in appartamento e di avere una casetta propria. Ed ecco che, tanto per lenire l’affanno, chiamando in soccorso il tradizionale «chissà», egli acquista o prende in affitto per un certo numero di anni un pezzo di terreno libero in un posto abbandonato e in cinque e talvolta dieci anni si costruisce una casetta a tre finestre, comprando il materiale ora a credito, ora d’occasione, destreggiandosi come meglio può. Ed alla fine arriva il giorno agognato del passaggio alla propria casa; la casetta è meschina, ma in compenso è sua, e poi ha il cortile – ci si possono anche allevare i polli e il vitellino; ma l’essenziale è che la casetta ha la cantina, che si vuole di più? Le casette di questo tipo a Mosca non si contano e a ciò si deve in parte la sua estensione, se non la sua magnificenza. Se ne trovano persino nelle vie migliori, tra le case più belle, allo stesso modo che palazzine di pietra a due o tre piani s’incontrano nelle vie più brutte e più remote, in mezzo alle casupole.

 


Note:
3. Da Il cavaliere di bronzo di Puskin (N.d.C.).
4. Dai versi dal titolo Stanze di Puskin (N.d.C.).

 

 

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