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| EURASIA > Vissarion Belinskij, Pietroburgo e Mosca
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onde deserte sulla riva Ed
ei pensava:
Passarono centanni e la città La costruzione di Pietroburgo fu improvvisata: in un mese si fece quello per cui sarebbe occorso un anno. La volontà di un solo uomo vinse la stessa natura. Pareva che il destino medesimo, ad onta di tutti i calcoli di probabilità, volesse gettare la capitale dellimpero russo in questo angolo ingrato ed ostile per natura e per clima, dove il cielo è di un verde pallido, lerba grassa si mescola allerica rampicante, al muschio, alla vegetazione di palude e a poggetti grigi; dove regnano il pino selvatico e il triste abete e non sempre rompe la loro opprimente monotonia la gracile betulla, questa pianta del nord; dove le esalazioni umide delle paludi penetrano nella pietra delle case e nelle ossa delluomo; dove non esiste né primavera, né estate, né inverno, ma per tutto lanno infierisce un autunno fradicio di umidità, che si diverte a parodiare ora la primavera, ora lestate, ora linverno.... Pareva che il destino volesse che luomo russo, fino allora immerso in un sonno profondo, si fabbricasse sudando sangue in una lotta disperata il proprio avvenire, poiché solide sono soltanto le vittorie riportate a prezzo di dure fatiche, solo le conquiste ottenute a costo di patimenti e di sangue. Forse, con un clima più benigno, in una natura meno ostile, con lassenza di ostacoli insormontabili, luomo russo si sarebbe presto inorgoglito dei suoi facili successi e la sua energia si sarebbe di nuovo assopita, senza essere neanche riuscita a svegliarsi completamente. Anche per questo, colui che gli venne inviato dal destino non fu soltanto un sovrano e un condottiero, si servì non tanto della propria autorità quanto del suo stesso esempio per scuotere lignoranza inveterata e linfingardaggine nutrita di secoli:
Eroe oppure accademico, Malgrado tutta la sua attività senza precedenti nella storia, la Pietroburgo che Pietro il Grande lasciò era ancora una cittadina troppo povera e insignificante perché si potesse darle importanza. Pareva che questa cittadina, nata per forza dalla volontà di un uomo grande, non dovesse sopravvivere al suo costruttore. Il volere di uno dei suoi successori poteva condannarla alloblio eterno o ad unesistenza grama e meschina.... Ma è appunto qui che emerge in tutto il suo fulgore il genio creativo di Pietro il Grande: i suoi piani, i suoi progetti dovevano durare eternamente. Qui sta il diritto e la forza del genio: egli pone una pietra a base di un nuovo edificio e ne lascia il disegno; i suoi successori vorrebbero magari spostare ledificio altrove, ma non riusciranno mai a trovare una pietra basilare così solida, mentre la pietra collocata dal genio è così grande che non si può neanche sognare di spostarla con le forze umane. Pietroburgo non poteva non sopravvivere, perché alla sua esistenza era strettamente legata lesistenza dellimpero russo, subentrato al regno di Mosca. E Pietroburgo crebbe non di giorno in giorno, ma di ora in ora. Così la Russia si trovò ad un tratto con due capitali, la vecchia e la nuova, Mosca e Pietroburgo. Questa circostanza eccezionale non rimase senza conseguenze più o meno importanti. Mentre Pietroburgo cresceva e si abbelliva, anche Mosca si trasformava a modo suo. Per effetto della inevitabile invasione delleuropeismo, da una parte, e della permanenza degli antichi elementi di immobilità, dallaltra, ne venne fuori una città bizzarra, nella quale si mescolano in un quadro variopinto i tratti più spiccati della cultura europea e asiatica. Adagiata sopra una enorme superficie, pare chissà che città immensa. Ma se ti avvicini e la percorri vedi che alla sua vastità contribuiscono non poco i lunghi interminabili recinti. Edifici imponenti non ve ne sono; le case più grandi è difficile dire se siano grandi o piccole; esse non pretendono a dignità architettonica. Nella loro architettura è intervenuto chiaramente il genio dellantico regno di Mosca, fedele alla sua aspirazione verso gli agi domestici. Basta girare unora per le vie tortuose ed oblique di Mosca per accorgersi subito che è la città dellintimità patriarcale: le case sorgono isolate luna dallaltra, provviste quasi tutte di uno spazioso cortile rivestito di erba e circondato dai servizi. Il più povero moscovita, se è sposato, non può fare a meno della cantina, e quando prende a pigione un appartamento si preoccupa più della cantina per le provviste alimentari che non delle stanze nelle quali dovrà vivere. Non di rado, anche per il più povero moscovita, il sogno più caro di tutta la sua vita è di metter fine al suo vagabondare di appartamento in appartamento e di avere una casetta propria. Ed ecco che, tanto per lenire laffanno, chiamando in soccorso il tradizionale «chissà», egli acquista o prende in affitto per un certo numero di anni un pezzo di terreno libero in un posto abbandonato e in cinque e talvolta dieci anni si costruisce una casetta a tre finestre, comprando il materiale ora a credito, ora doccasione, destreggiandosi come meglio può. Ed alla fine arriva il giorno agognato del passaggio alla propria casa; la casetta è meschina, ma in compenso è sua, e poi ha il cortile ci si possono anche allevare i polli e il vitellino; ma lessenziale è che la casetta ha la cantina, che si vuole di più? Le casette di questo tipo a Mosca non si contano e a ciò si deve in parte la sua estensione, se non la sua magnificenza. Se ne trovano persino nelle vie migliori, tra le case più belle, allo stesso modo che palazzine di pietra a due o tre piani sincontrano nelle vie più brutte e più remote, in mezzo alle casupole.
Note:
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