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> Vissarion
Belinskij, Pietroburgo e Mosca (1)
Vissarion
Grigorevic Belinskij (o Bielinski, secondo la vecchia trascrizione)
fu uno tra i più importanti critici darte della prima metà
dellOttocento, animatore dei circoli socialisti e progressisti
e perciò considerato il padre dellintelligentija radicale
russa. Belinskij (1811-1848) sosteneva che larte e la letteratura
dovessero avere contenuti morali e sociali, cioè essere vicine
al popolo per unificarlo ed elevarlo culturalmente, non certo per recuperarne
le tradizioni e il folclore che egli detestava.
Il presente testo su (San) Pietroburgo e Mosca descrive in modo arguto
la vita che vi si svolgeva ai suoi tempi e, come scrivono Giuseppe Berti
e Maria Bianca Gallinaro, costituisce «il nucleo essenziale di
uno scritto del 1843-44. Esso si ricollega, in parte, a tutta una serie
di articoli, di scritti concernenti lopera di Pietro il Grande,
il sovrano illuminato per il quale Bielinski, apprezzando la profonda
e decisiva impronta della sua azione rinnovatrice sulla cultura e sulla
vita russa, nutriva una profonda ammirazione. Queste pagine sono qualcosa
di più che un articolo di varietà o di impressioni, esse
testimoniano la concezione unitaria che Bielinski ebbe dello sviluppo
storico e la sua eccezionale facoltà di penetrazione della realtà
circostante. Pietroburgo è considerata quasi lincarnazione
della genialità di Pietro il Grande e la sua funzione è
di essere tesa verso il nuovo, verso lavvenire, mentre Mosca è
vista come preservatrice dei vecchi usi popolari, del sano carattere
nazionale e quindi non meno necessaria e vitale. Questo scritto non
è soltanto un gustoso viaggio nel passato. Esso ci presenta dal
vero lo sfondo su cui si svolse ogni vicenda della grande letteratura
russa. Di Pietroburgo e di Mosca rivivono qui le intrinseche particolarità
dambiente che influirono sulla letteratura stessa e sui letterati,
che dettero a questa letteratura un carattere inconfondibile. Inutile
dire che queste pagine hanno un valore storico tutto retrospettivo.
Oggi Mosca è il contrario di quella che era. Negli ultimi trentanni
è divenuta la città più industriale, più
moderna, più nuova della Russia».
Come tutti i grandi uomini Pietro il Grande apparve in tempo per la
Russia, benché per molte cose non somigliasse agli altri grandi
uomini. Le sue virtù, la sua statura gigantesca e il suo aspetto
fiero e maestoso, insieme al forte ingegno creativo e alla volontà
titanica, tutto ciò somigliava al paese nel quale era nato, al
popolo che egli doveva far rinascere, al paese sconfinato ma non ancora
unito in una coesione organica, al suo popolo grande, ma ancora oscuramente
presago del suo grande destino. Perciò Pietro doveva anzitutto
creare se stesso e trovare i mezzi di questa autoeducazione non negli
elementi della vita sociale della sua patria, ma fuori di essa, e la
sua prima guida fu la negazione. Perfetti ignoranti e fanatici
lo accusarono di disprezzo verso il proprio paese, ma essi singannavano:
Pietro era legato alla Russia dallinnato e irriducibile sentimento
della propria grande missione nel futuro. Pietro amava appassionatamente
questa Russia, della quale egli stesso era rappresentante; ma nella
Russia vedeva due paesi, quello che egli aveva trovato e quello che
doveva creare: a questultimo appartenevano il suo pensiero, il
suo sangue, i suoi sforzi, le sue fatiche, tutta la vita, tutta la gioia
e la felicità della sua vita. Discepolo dellEuropa, egli
rimase russo nellanima, ad onta di quegli stolti, ancor oggi numerosi,
i quali credono che leuropeismo debba trasformare luomo
russo in non russo e che quindi tutto ciò che è russo
non possa poggiare se non sulle forme incolte della vita asiatica. Mosca,
la capitale del regno di Mosca, che pure per la sua stessa situazione
si trovava già al centro della Russia, non poteva corrispondere
alla visuale di Pietro circa una riforma radicale e generale: a lui
occorreva una capitale sul mare. Ma questo mare non esisteva, perché
le rive degli oceani settentrionali e orientali e il Mar Caspio non
potevano servire allavvicinamento della Russia con lEuropa.
Bisognava conquistare senza indugio un nuovo mare. Due mari gli si offrivano
a tale scopo: il Mar Nero e il Baltico. Ma per dominare il primo egli
doveva tenere lUcraina in saldo possesso e non semplicemente sotto
la sua alta protezione, cosa che si avverò solo dopo il tradimento
di Mazepa. Inoltre, egli doveva togliere ai turchi la Crimea e impadronirsi
delle vaste steppe desertiche adiacenti al Mar Nero, ma per conservare
il possesso di queste zone bisognava popolarle: una fatica impari ai
tempi e forse inutile. La capitale sulle rive del Mar Nero, infatti,
avrebbe avvicinato la Russia non allEuropa ma, se mai, alla Turchia
ed avrebbe polarizzato le forze della Russia verso un punto tanto lontano
che essa si sarebbe trovata per così dire ad avere la propria
capitale in territorio straniero. Non così il Mar Baltico. I
suoi paesi costieri erano noti fin dallantichità alla spada
russa; molto sangue russo era stato sparso su di essi e lasciarli sotto
lo straniero, non fare del Baltico il confine della Russia, significava
tenere aperte per sempre le porte di questo paese alle invasioni nemiche
e chiuderle per sempre ai rapporti con lEuropa. Pietro comprese
perfettamente tutto ciò e la guerra con la Svezia divenne pertanto
di necessità il compito principale di tutta la sua vita, la molla
essenziale di tutta la sua attività. Revel (2) e specialmente
Riga parevano chiedere di diventare la nuova capitale della Russia,
il punto in cui lelemento russo si sarebbe scontrato faccia a
faccia con leuropeo, non per dissolversi in esso, ma per assimilarlo.
Ma Revel e Riga vennero a Pietro solo in un secondo tempo, poiché
dapprima egli non chiedeva molto, solo un cantuccio sulle coste del
Baltico, e non aveva tempo di indugiare in attesa di conquiste; egli
doveva affrettarsi, vivere, cioè creare e operare, e perciò,
quando Revel e Riga divennero russe, la città di S. Pietroburgo
esisteva già da sette anni, era costata tanto denaro e tante
fatiche e, grazie allIsola di Kotlin e alla Neva col suo estuario,
presentava una situazione così propizia e seducente per il genio
del trasformatore che era già tardi e gli sarebbe stato penoso
pensare ad un altro posto per la nuova capitale. Già da tempo
egli guardava a Pietroburgo come alla propria creatura, lamava
come figlia del suo pensiero creatore; forse lui stesso più di
una volta aveva sentito quanto difficile e disperata fosse questa lotta
con la natura selvaggia, ostile, col terreno paludoso, col clima umido
e malsano, in una regione desolata e lontana da centri abitati dai quali
si potessero ottenere viveri; ma la forza incrollabile della volontà
trionfò di tutto; il genio è ostinato appunto perché
genio e quanto più dura è la lotta, che intiepidisce i
deboli, tanto maggiore per esso è il godimento di sviluppare
dinanzi al mondo e a se stesso tutta la ricchezza delle sue inesauribili
energie.

Note:
1. In: Il pensiero democratico russo del XIX secolo. Scritti di
Bielinski, Herzen, Cerniscevski, Dobroliubov, a cura di Giuseppe
Berti e Maria Bianca Gallinaro, Leonardo Sansoni, Firenze,
1950, pp. 3-27.
2. Revel è lantico nome della città di Tallinn
(N.d.R.).
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