ITINERARI > EURASIA > Giovanni Battista Casti, Relazione di un viaggio a Costantinopoli, 1788

 

L’abate viterbese Giovanni Battista Casti (1724-1803) fu un uomo di vasta cultura, fecondo scrittore di buona qualità ed eccellente librettista.
Dopo gli studi in seminario, fu nominato canonico della cattedrale di Montefiascone e, dal 1752 al 1759, titolare della cattedra di Retorica nel seminario della stessa città. Ebbe quindi molte occasioni per recarsi a Roma, dove nell’Accademia dell’Arcadia era conosciuto come il poeta Niceste Abideno (tutti gli arcadi usavano uno pseudonimo). Trasferitosi a Roma, pubblicò la sua prima opera
I tre giulii (1762), una raccolta 216 sonetti in endecasillabi tronchi, che gli dette molta popolarità.
Diventato poeta di corte a Firenze nel 1768, Casti ebbe modo di conoscere sovrani e personalità influenti, nonché di intraprendere una serie di viaggi – reali o solo epistolari – presso le corti europee ed extraeuropee: Austria, Prussia, Svezia, Russia (dove conobbe il musicista Giovanni Paisiello con cui cominciò a collaborare) Polonia, Spagna, Portogallo, Francia e poi anche la corte arciducale di Milano dove il poeta Giuseppe Parini ebbe modo di ascoltare
Il Poema tartaro (una satira in versi sui politici russi) giudicandolo «un poema sporco e impertinente». Tuttavia, nei salotti piaceva quell’abate che tracciava in versi satirici e licenziosi i comportamenti tipici della sua epoca, dagli intrighi dei politici all’ipocrisia degli ecclesiastici.
Nel 1783-1784 tornò a Vienna sperando di essere nominato dal nuovo imperatore Leopoldo II “poeta cesareo” – carica vacante per la morte di Metastasio avvenuta nel 1782 e molto prestigiosa anche dal punto di vista economico – ma le sue opere potevano compromettere i rapporti diplomatici, per esempio con Caterina di Russia (per
Il Poema tartaro) e con Gustavo III di Svezia (per Re Teodoro in Venezia, musicato da Paisiello).
Deluso della mancata nomina, viaggiò su e giù per l’Italia, poi si imbarcò per Costantinopoli, dove restò per venti giorni tra l’ottobre e il novembre 1788 raccontati nella sua unica opera in prosa:
La relazione di un viaggio a Costantinopoli – qui riproposta arricchita di note esplicative – la quale, come dice il titolo, è una sorta di diario di viaggio con poche impressioni personali perché poche, se non nulle, dovettero essere le occasioni di incontro.
E poi ancora in giro per l’Italia fino al 1791, quando il nuovo imperatore Francesco II d’Austria lo nominò finalmente poeta cesareo e Casti si stabilì a Vienna ma lasciò la carica nel 1796 perché contrario alla politica reazionaria della corte asburgica, la quale non mancò di accusarlo di “giacobinismo” e di sequestrargli parte degli scritti. Casti, all’epoca al culmine della fama e della fortuna, era diventato un personaggio troppo scomodo per la sua insolenza, benché solo in versi, verso le case regnanti e il clero, papa compreso, dei quali avversava tenacemente ogni forma di autoritarismo e di corruzione. Nel 1798 Casti si stabilì a Parigi e pubblicò gli
Animali parlanti – in cui attaccava la falsa demagogia della Francia rivoluzionaria e consolare, suscitando l’ira di Napoleone Bonaparte – e numerose altre novelle. Nella notte tra il 6 ed il 7 febbraio 1803 morì per una colica.

 

 

 

 

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