Italia

Eurasia

Resto del mondo

EURASIA > Edmondo De Amicis, Costantinopoli: Santa Sofia, 1875 (1)

 

Non solo Cuore rappresenta Edmondo De Amicis (1846-1908), che fu giornalista e scrittore di vita militare, di viaggi, emigrazione, problemi sociali... e considerato dalla critica un maestro della prosa didascalica, pedagogica, in cui emerge quell’ideale moralistico tipico del suo tempo.
Come sottotenente di fanteria – grado conseguito alla Scuola militare di Modena – De Amicis partecipò alla battaglia di Custoza (terza guerra di indipendenza: 1866) e ad altre operazioni militari; poco dopo assunse la direzione della rivista “L’Italia Militare”, su cui pubblicò alcuni scritti sulla vita di caserma – poi raccolti nel volume
La vita militare (1868) – per fornire un’immagine positiva dell’esercito visto come una scuola di educazione nazionale. Quegli scritti ebbero successo e De Amicis si dimise dall’esercito per dedicarsi alla letteratura e al giornalismo per autorevoli testate, quali la “Nazione” di Firenze e “L’Illustrazione Italiana” di Milano. In seguito integrò e raccolse in volume gli articoli di viaggio: Spagna (1873), Olanda e Ricordi di Londra (1874), Marocco (1876), Costantinopoli (1877), Ricordi di Parigi (1879).
Dopo essere divenuto lo scrittore più letto in Italia, in seguito al successo del libro
Cuore (1886; in dieci anni il libro ebbe centonovantasette edizioni italiane e una quarantina di traduzioni), De Amicis aderì con convinzione al nascente Partito socialista (1891) e cominciò a scrivere opere meno nazionalistiche e più attente alle condizioni dei ceti più umili e alle contraddizioni sociali: Sull’oceano (1889), Questione sociale (1894) e altri. I suoi ultimi anni furono segnati da tristi vicende familiari: la morte della madre cui era molto legato, i dissidi con la moglie Teresa Boassi e il suicidio del figlio ventiduenne Furio.
A Costantinopoli – allora chiamata anche Stambùl – De Amicis si recò nel 1875 per “L’Illustrazione Italiana” per raccontare monumenti e persone, immaginando di seguire gli itinerari descritti da Mary Wortley Montagu (
Tra le donne turche: lettere 1716-1718), Gérard de Nerval (Viaggio in Oriente, 1851), Gustave Flaubert (Lettere, 1850), Théophile Gautier (Costantinopoli, 1853), ma accorgendosi presto che «A ogni cento passi tutto muta» e non solo nelle architetture: «In un quarto d’ora bisogna cangiar dieci volte d’andatura: scendere, arrampicarsi, saltellar giù per una china, salire per una scalinata di macigni, affondar nella mota e scansar mille ostacoli, aprendosi la via ora tra la folla, ora tra gli arbusti, ora tra i cenci appesi, ora turandosi il naso, ora aspirando ondate d’aria odorosa». Il lungo resoconto sulla capitale ottomana è denso di impressioni e descrizioni di monumenti, persone, ambienti e usanze, che forniscono un ritratto molto interessante della città alla fine dell’Ottocento. Tra tutti si è scelto di riproporre il brano sulla cattedrale di Santa Sofia, in cui alle nozioni si mescola il sincero stupore dell’Autore.

 

Ed ora, se anche un povero scrittore di viaggi può invocare una musa, io la invoco a mani giunte perchè la mia mente si smarrisce «in faccia al nobile subbietto» e le grandi linee della basilica bizantina mi tremano dinanzi come un’immagine riflessa da un’acqua agitata. La musa m’ispiri, Santa Sofia m’illumini e l’imperatore Giustiniano mi perdoni.

Una bella mattina d’ottobre, accompagnati da un cavas turco del Consolato d’Italia e da un dracomanno greco, andammo finalmente a visitare il «paradiso terrestre, il secondo firmamento, il carro dei cherubini, il trono della gloria di Dio, la meraviglia della terra, il maggior tempio del mondo dopo San Pietro». La quale ultima sentenza, – lo sappiano i miei amici di Burgos, di Colonia, di Milano, di Firenze, – non è mia, e non oserei farla mia; ma l’ho citata, colle altre, perchè è una delle molte espressioni consacrate dall’entusiasmo dei Greci, che il nostro dracomanno ci andava ripetendo per via. E avevamo scelto pensatamente, insieme a un vecchio cavas turco, un vecchio dracomanno greco, colla speranza, che non fu delusa, di sentire nelle loro spiegazioni e nelle loro leggende cozzare le due religioni, le due storie, i due popoli; e che l’uno ci avrebbe esaltato la chiesa l’altro magnificato la moschea, in modo da farci vedere Santa Sofia come dev’esser veduta: con un occhio di cristiano e un occhio di turco.

La mia aspettazione era grande e la curiosità vivissima; eppure, strada facendo, pensavo come penso ancora, che non c’è monumento famoso, e sia pure degno della sua fama, dal quale venga all’anima una commozione così vivamente e schiettamente piacevole com’è quella che si prova nell’andarlo a vedere. Se dovessi rivivere un’ora di tutti i giorni in cui vidi qualche grande cosa, sceglierei quella che passò fra il momento in cui dissi: – Andiamo –; e il momento in cui intesi dire: – Siamo giunti. Le più belle ore dei viaggi son quelle. Andando, par di sentirsi ingrandir l’anima come per contenere il sentimento di ammirazione che vi sorgerà tra poco; si rammentano i desiderii della prima giovinezza, che parevan sogni; si rivede un vecchio professore di geografia che, dopo aver segnato Costantinopoli sulla carta d’Europa, traccia per aria, con una presa di tabacco tra le dita, le linee della grande basilica; si vede quella stanza, quel caminetto, dinanzi al quale, nel prossimo inverno, si descriverà il monumento in mezzo a un cerchio di visi meravigliati ed immobili; si sente sonar quel nome di Santa Sofia nella testa, nel cuore, nelle orecchie, come il nome d’un essere vivo che ci aspetti e ci chiami per rivelarci qualche grande segreto; si vedono apparire sul nostro capo archi e pilastri prodigiosi d’edifizii che si perdono nel cielo; e quando si è a pochi passi dalla meta, si prova ancora un piacere inesprimibile a soffermarsi per guardare un ciottolo, per veder fuggire una lucertola, per raccontare una barzelletta, per perdere un po’ di tempo, per ritardare di qualche minuto quel momento che s’è desiderato per vent’anni e che si ricorderà per tutta la vita. Per modo che rimane assai poca cosa di questi celebrati piaceri dell’ammirazione, se si toglie il sentimento che li precede e quello che li segue. È quasi sempre un’illusione, seguita da un leggiero disinganno, dal quale noi, ostinati, facciamo pullulare altre illusioni.

.

 

.

Nota:
*. In E. De Amicis, Costantinopoli, F.lli Treves, Milano 1877.

 

.

 

webmasterwww.larici.it - info@larici.it