ITINERARI > EURASIA > Alphonse de Lamartine, Viaggio in Oriente (Costantinopoli), 1835

 

Alphonse Marie Louis de Prat de Lamartine (1790-1869) è dai più conosciuto soltanto come poeta e narratore, ma fu anche storico e uomo politico. Nel 1832 – dopo anni vissuti intensamente ma non sempre felici – decise di partire per la Palestina con la moglie Mary Ann Elisa Birch e la secondogenita Julia di dieci anni (il primogenito visse meno di due anni). S’imbarcò sul veliero “Alceste”, che lo scrittore corredò di cannoni e di cinquecento libri, il 10 luglio, e dopo Malta, Nauplia, Atene, Cipro, Beirut, Baalbek, arrivò a Gerusalemme il 20 ottobre dove pregò davanti al Santo Sepolcro. Tornato a Beirut, il 7 dicembre morì l’adorata figlia, e dopo quattro mesi di dolore e isolamento proseguì il viaggio: Rodi, Smirne, Costantinopoli, Sofia, Belgrado. Tornato in Francia corresse e pubblicò, in due tomi, nel 1835, le sue impressioni (Souvenirs, impressions, pensées et paysages pendant un voyage en Orient, 1832-1833 ou Notes d’un voyageur, titolo che nel 1841 fu accorciato in Voyage en Orient) e si dedicò completamente alla politica: fu sindaco, deputato, consigliere e ministro degli Esteri nelle file dei repubblicani. Nel 1850, sentendosi isolato, abbandonò la politica, fece un secondo viaggio nel Mediterraneo e in Turchia, sul quale pubblicò lo stesso anno Nouveau Voyage en Orient.
Il primo libro è il più interessante e coinvolgente e qui se ne propone la traduzione integrale della parte riguardante Costantinopoli (o Stambul, come si diceva allora). Sono pagine variegate in quanto spaziano dalla ricostruzione storica dell’impero ottomano alla disquisizione sulla politica del momento fino all’emozione di scoprire una città viva e sfavillante, così ricca di scorci di vita umana e di paesaggi sorprendenti, ma al tempo stesso contraddittoria e decadente. In Italia il
Voyage en Orient fu subito tradotto da Cesare Cantù che ne pubblicò una «libera versione» col titolo Rimembranze di un viaggio in Oriente di Alfonso Lamartine nello stesso 1835. Forse per l’eccessiva lunghezza, forse per il poco tempo a disposizione (i quattro tomi furono predisposti a distanza di un mese uno dall’altro), forse per avvicinarlo al pubblico d’allora, Cantù ci mise mano e avvertì nella presentazione: «Come traduttore mi presi moltissime libertà, ommisi, trasposi, compendiai, ma sempre mirando a conservare, quant’era da me, non solo le bellezze tutte, ma il carattere intero del libro». Le parti «ommise», tagliate, furono, nel capitolo su Costantinopoli, quelle importanti per capire l’uomo e lo scrittore più che la città: quotidianità, descrizioni, intime impressioni furono sforbiciate, cosicché il Viaggio diventò un racconto un po’ piatto e con poco sentimento anziché il diario di «ricordi, impressioni, pensieri e paesaggi» come recita il titolo originale. Lo stile di Lamartine ne risulta quindi toccato: mancano i lunghi periodi senza verbi (che somigliano, per usare un paragone dell’Autore, alle pennellate di un pittore), il continuo passaggio dei verbi dal passato al presente e viceversa (che suggeriscono i tempi diversi di scrittura o la maggiore o minore impressione o il ricordo più o meno sfumato), il contesto di alcuni giudizi lapidari («Santa Sofia è una collina informe di pietre accumulate e sormontate da una cupola che brilla al sole come un mare di piombo») e altre particolarità che Lamartine, pur rivedendo a fondo lo scritto, lasciò alle stampe. Di conseguenza, non stupisce più di tanto constatare che alcuni autori successivi abbiano spesso sottolineato la loro diversa, entusiastica visione: «Chi osa descrivere Costantinopoli? Chateaubriand, Lamartine, Gautier, che cosa avete balbettato?» (Edmondo De Amicis).
Rileggendolo nella sua interezza, si percepisce, invece, quanto Lamartine fosse rimasto colpito dalla magnificenza di Costantinopoli, ma, non volendo soffermarsi all’estetica e alle impressioni da turista, ricercasse origini ed essenza, per capire a fondo il passato e il presente, e anche qualche risposta a se stesso dopo la morte della figlia. Va precisato, però, che lo scopo di Lamartine non era solo turistico o per soddisfare un sogno giovanile o per rafforzare la fede, come spesso indicato dai critici moderni, ma anche e soprattutto politico. Nel 1833, la Grecia aveva da poco conquistato l’indipendenza, l’impero ottomano era molto indebolito e Lamartine era già avviato alla carriera politica (tanto che nello stesso 1833 fu eletto deputato alla Camera). Non esitò quindi, al momento della pubblicazione (1835) del
Voyage en Orient, a inserire un capitolo intitolato Résumé politique (Riassunto politico), dove per l’impero ottomano immaginò la sua caduta, la costituzione di un sistema di protettorati e un accordo tra le grandi potenze europee sulla divisione o condivisione della loro influenza sul Mediterraneo. Nelle edizioni successive, essendo mutato il quadro politico, Lamartine modificò la propria teoria, finché il Résumé politique fu eliminato dalle ristampe del Voyage en Orient avendo l’Autore dedicato altri scritti alla questione turca.
La traduzione che qui si presenta è limitata alla Costantinopoli vista nel 1833, senza tagli e annotata per chiarire personaggi, situazioni, riferimenti e parole. Non comprende quindi l’aggiunta prettamente politica scritta nel 1835.

 

 

 

 

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