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| EURASIA > Concetto Pettinato, Mosca, o l'illusione
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precedente Mosca si raccomandava insomma soprattutto al sensualismo del popolo. Senza dubbio essa aveva anche una funzione storica, la quale non si riduceva all'essere una città di pietra. Ma per averla non era necessario che il popolo la comprendesse, al contrario. Il primato moscovita, per il popolo, è stato innanzi tutto estetico, scenografico. Quando Pietro il Grande trasferì il Governo a Pietroburgo, quando il Sinodo tolse alla vecchia capitale persino l'autorità religiosa, per il popolo Mosca rimase esattamente ciò che era sempre stata: la Città per antonomasia. Le avevano tolto le idee, ma le avevano lasciato le forme e i nomi: nessuno chiedeva di più. Anche noi stranieri abbiamo sempre veduto la metropoli del mondo slavo un po' a questo modo, soprattutto prendendo alla lettera le esagerazioni della fantasia locale. Non c'è, ch'io sappia, se non il famoso Chancellor un inglese il quale abbia osato, di un edificio intitolato dai moscoviti «Palazzo d'Oro», dire che gli era parso «una catapecchia». Ma per gli altri, da Giovanni Tetaldi, uno dei tanti italiani del Rinascimento che condussero in Moscovia l'antico nostro demone commerciale o l'arte o le ambascerie papali per la chimerica lega contro il turco, a Giovanni Richter, precettore tedesco del principio dello scorso secolo, di cui una «Descrizione della città di Mosca» venne nel 1812 tradotta in francese per edificazione dei parigini, la parola d'ordine è stata: ammirare e meravigliare. Per uomini che venivano da Venezia o da Genova non c'era in verità di che. Ma quando si è fatto tanta strada si rinunzia malvolentieri alla soddisfazione di dire che la si è fatta per qualche cosa. «Un mare di torri e di cupole che sembrano sostenere le nubi», scrive quindi il Richter, il quale se era stato a Norimberga o a Colonia doveva pur averne viste di più alte. E Napoleone e il marchese di Ségur, che venivano da Parigi, vanno in estasi come dei provinciali probabilmente per suggestionarsi penetrando nelle sale del Terem, la Domus aurea dei Cesari moscoviti: cinque piccole stanze su corte, costruite alla metà del Seicento dal primo dei Romanoff, e adorne nient'altro che di fiorami dipinti a fresco sui muri in uno stile che già risente del barocco occidentale. Il pio inganno, o l'innocente mistificazione, non sarebbero stati d'altronde gran male, se a furia di vedere Mosca con gli occhi dei russi non ci fossimo lasciati sfuggire quello che potevamo vedere solo coi nostri e che ne è proprio per noi il granum salis: la sua natura posticcia, semifinta, teatrale. Figurarsi Mosca di marmo e d'oro è figurarsi un'altra cosa, un'altra città. Il sapore di Mosca è di essere di falso marmo e di falso oro. Mosca è una capitale di stucco la quale per quattro o cinque secoli ha recitato la capitale di pietra. La lezione ch'essa ha dato al mondo preziosa è proprio questa: che anche nella storia, come nella vita spicciola, sono le apparenze che contano di più. Le apparenze. Quali? Quelle della sontuosità, in primo luogo. Tutti i colori, tutte le vernici: il verde, poi il bianco, il rosso cupo, il giallo, il rosa, il turchino. Un lusso a buon mercato, quello degli intonachi, che le città di Occidente hanno sempre affettato di disprezzare, e non sempre con ragione, poiché ha la sua importanza. Sul colore, l'oro il rame o l'argento la latta: grondaie, doccioni, inferriate, cupole. Sulle cupole, le croci, le palle, i pendagli, le catenelle. Come in teatro, bisogna collocarsi a una certa distanza per godere dell'illusione: da vicino, al tatto, si riconosce subito la cartapesta. Ma tant'è. Lo scenario ha servito lo stesso. Sotto il cielo chiaro e arioso, liquido, come lavato all'acquerello, tutto ciò brilla, raggia, trema, velandosi dolcemente negli sfondi vaporosi di una mezzaluce tra verdolina e argentea. In un gran silenzio si dovrebbe udire attorno alle croci un tintinnio come di monili attorno a braccia di donne.
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