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EURASIA > Concetto Pettinato, Lettere dalla Russia. La facciata dell’Impero

 

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Nessun dubbio che la scorza sia più sottile del tronco, che la Russia adulta, disciplinata e dura della superfice giunga a stento ad abbracciare la grande Russia grigia, immatura, caotica e dolce del fondo. Ma appunto per questo, appunto perché dietro la facciata non c'è ancora l'edificio della medesima ma la creta grezza, la nebulosa, è la facciata che sola individua lo sforzo compiuto dalla nazione. Le basiliche ortodosse, i kremlini, i terèmi non parlano se non un linguaggio torbido e rudimentale, quello della fede: i palazzi di Pietroburgo parlano un linguaggio articolato e complesso, quello della ragione. I nostri Rastrelli e Rossi che col francese Leblond affermarono qui, l'uno alla metà del secolo XVIII, l'altro al principio del XIX, la facoltà geniale di spogliarsi di sé medesimi per farsi interpreti e portavoci di stati d'animo altrui ancora per così dire in soluzione, scrissero quasi in annali di pietra nei proprii edifici le idee dell'Impero: e furono idee grandi – gerarchia, accentramento, disciplina. Il barocco del Leblond, l'architetto della prima ora, l'ora dell'invenzione e della fretta appassionante, trova modo nella policromia degli intonachi di improvvisare con poca spesa piccole Versailles nordiche, surrogando alla grazia galante di Francia una pesantezza rubiconda e semirustica che sa di caserma e di scuderia, qual è bene un poco il potere che sorge, quest'aristocrazia democratica formatasi fra la polvere degli archibugi e il terriccio delle impalcature, un piede nella staffa, l'altro nel fango delle dighe, usa a battersi con la cazzuola e la vanga non meno che con la spada, generazione di guerrieri-manovali. Subito dopo, il barocco del Rastrelli, volte le spalle alle origini, legge nell'avvenire, intuisce l'Impero moderno, lo scettro proteso su due continenti; e, d'istinto, ripudia il verbo portato dal paese di Bernini, il capriccio, si fa composto e severo, si getta nel regolare e nel gigantesco, disegnando prospettive interminabili di pilastri e di colonne, quasi voglia nell'esagerazione della linea longitudinale e nella monotonia della decorazione tradurre l'immensità e l'utilità dello Stato, mentre il color rosso bruno dei rivestimenti sembra porpora fra boreale e luttuosa, porpora di trionfo e di martirio. Il Rossi compie infine il concetto, presente lo spirito burocratico che cristallizzerà l'Impero nella forma definitiva, crea accanto ai palazzi imperiali e granducali i palazzi pubblici, i Ministeri, il Senato, il Sinodo, i teatri – dopo il fasto della Corona la maestà del Governo – ritrovando una logica e una funzione a quegli elementi dello stile classico che in Italia si afflosciava fra la retorica e l'artificio di una romanità di provincia, esprimendo in una profusione di quadrighe, di vittorie, di archi, di altorilievi, di statue, castigata dalla uniformità degli intonachi gialli come le carte invecchiate negli archivi, tutta l'anima dell'epoca di Nicola I, divisa fra il destarsi della vita e della coscienza pubbliche e l'inizio della lotta per soffocarle.

Sommati insieme, questi tre momenti architettonici formarono il volto di Pietroburgo, il volto dell'Impero. Conferirono alla capitale una fisionomia che, accomunando la Cattedrale di Sant'Isacco e le colonne rostrate della Strielka e le statue di filosofi greci della Biblioteca e i bassorilievi dell'Ammiragliato raffiguranti Pietro il Grande che riceve il tridente dalle mani di Nettuno e le Veneri dipinte sui soffitti delle piscine del Palazzo d'Inverno, potrebbe anche passare per laica ed eclettica; ma che in realtà non è né l'uno né l'altro: al contrario, non saprebbe avere carattere più specifico, più locale, penetrata qual'è dalla luce di due numi che mai altrove regnarono soli: Milizia e Amministrazione – i Dioscuri del nuovo Stato, le due teste dell'aquila.

E giorno per giorno tale fisionomia affermò, insieme con la propria necessità, un proprio fascino. il quale doveva in capo agli ultimi venti anni ecclissare il rustico e pittoresco fascino di Mosca: non solo nelle forme architettoniche dalla capitale rapidamente estese alla provincia fra il 1800 e il 1850 per il tramite delle costruzioni condotte dalla nobiltà nei propri domini di campagna, ma in tutto l'accessorio della vita, in tutto il corredo ideologico. A disagio nella Russia dei boiari, la cerebralità delle classi colte venne elaborando, trasportata da una vera sete di raffinarsi, il nuovo alimento fornitole da Pietroburgo, ricavandone per sé una specie di formulario estetico-spirituale che va dall'edificio – villa, teatro, scuola, caserma – neoclassico a timpano triangolare e a colonne lisce di finto marmo al crinolino della Restaurazione, al falso Saxe delle Manifatture Imperiali, al mobilio dell'epoca di Nicola I, al frontespizio stampato in corsivo coi fregi rococò: complesso di fogge e di gusti di cui noi non potremmo farci un'idea che figurandoci riuniti in fascio il Thorwaldsen, il Monti, il poemetto pastorale, il Saint-Simon e i romanzi francesi del secolo XVIII. E una parte considerevole del mondo artistico russo lavora oggi di proposito alla legittimazione ufficiale di questi materiali. Il Lanceret, interessante architetto e pittore, ne coglie con felice intuito e ne rende con intelligenza il sapore nelle proprie riproduzioni di monumenti nazionali. Il Benois, che è anche reputatissimo critico d'arte, ne fa insieme ad altri artisti di squisito senso decorativo, il Somoff, il Dobujinsky, larghe applicazioni in pittura. In letteratura lo trasportano il Sadowsky, Alessio Tolstoi il giovine, il Kusmine. Fenomeno molto saliente, per la storia della fortuna di Pietroburgo e per la storia della Russia; in quanto esso implica non solo una questione di gusto e di coltura, ma anche una seria eventualità politica. Ripudiando il genio di Mosca per quello della rivale, sino a poco tempo addietro negletto e disprezzato quale rozzo e spurio, si viene implicitamente ad ammettere il contributo recato dall'assolutismo pietroburghese alla coltura nazionale e a collaudare non solo l'opera sua ma il suo spirito, di cui questa è espressione. Si profila, quindi, sull'orizzonte del possibile una sorta di riconciliazione dell'intelligenza con l'assolutismo, i due mortali nemici. Come tutti i poteri che maturano, Pietroburgo comincia ad avvalersi delle sottili seduzioni della prestanza esteriore per corrompere e conquistare. E se a tale pericolo non è esposto il paese, la nebulosa, i cui destini non dipendono più da un ristretto gruppo di pensatori e di artisti, non potrebbe rimanerne vittima codesto gruppo medesimo, il quale sinora fu rivoluzionario, ma in omaggio al proprio estetismo inclina a farsi conservatore, cosa che finirebbe di comprometterne l'efficienza politica e di escluderlo dalla meccanica del progresso nazionale?

Giacché quella prestanza esteriore, che può essere, se si vuole, prestigio, parla, sì, di armonia, di dovere, di freno, tutte cose le quali formeranno probabilmente le virtù dello stato ideale dell'avvenire e alla cui scuola la Russia d'oggi avrebbe certo più da imparare che non dall'adorazione e dal disordine insegnatile da Mosca: ma parla anche di ceppi e di schiavitù. Pietroburgo non è solo la reggia: è anche la caserma e la prigione. Uno degli edifici che meglio ne rendono lo « stile» e l'anima, è il portico della Fortezza dei Santi Pietro e Paolo, ex-galera di Stato. E tutta la città ha qualcosa di rigido e di schiacciante. Si direbbe una città senza riposi, eternamente sull'attenti, sempre in atto di presentare le armi. Ricorda il motto candido e atroce trovato una volta da Alessandro I nell'ammirare i propri soldati impietriti durante il suo passaggio lungo il fronte di un reggimento:
– Peccato che respirino!

 

 

 

 

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