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| EURASIA > Concetto Pettinato, Lettere dalla Russia. La facciata dellImpero
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precedente Sommati insieme, questi tre momenti architettonici formarono il volto di Pietroburgo, il volto dell'Impero. Conferirono alla capitale una fisionomia che, accomunando la Cattedrale di Sant'Isacco e le colonne rostrate della Strielka e le statue di filosofi greci della Biblioteca e i bassorilievi dell'Ammiragliato raffiguranti Pietro il Grande che riceve il tridente dalle mani di Nettuno e le Veneri dipinte sui soffitti delle piscine del Palazzo d'Inverno, potrebbe anche passare per laica ed eclettica; ma che in realtà non è né l'uno né l'altro: al contrario, non saprebbe avere carattere più specifico, più locale, penetrata qual'è dalla luce di due numi che mai altrove regnarono soli: Milizia e Amministrazione i Dioscuri del nuovo Stato, le due teste dell'aquila. E giorno per giorno tale fisionomia affermò, insieme con la propria necessità, un proprio fascino. il quale doveva in capo agli ultimi venti anni ecclissare il rustico e pittoresco fascino di Mosca: non solo nelle forme architettoniche dalla capitale rapidamente estese alla provincia fra il 1800 e il 1850 per il tramite delle costruzioni condotte dalla nobiltà nei propri domini di campagna, ma in tutto l'accessorio della vita, in tutto il corredo ideologico. A disagio nella Russia dei boiari, la cerebralità delle classi colte venne elaborando, trasportata da una vera sete di raffinarsi, il nuovo alimento fornitole da Pietroburgo, ricavandone per sé una specie di formulario estetico-spirituale che va dall'edificio villa, teatro, scuola, caserma neoclassico a timpano triangolare e a colonne lisce di finto marmo al crinolino della Restaurazione, al falso Saxe delle Manifatture Imperiali, al mobilio dell'epoca di Nicola I, al frontespizio stampato in corsivo coi fregi rococò: complesso di fogge e di gusti di cui noi non potremmo farci un'idea che figurandoci riuniti in fascio il Thorwaldsen, il Monti, il poemetto pastorale, il Saint-Simon e i romanzi francesi del secolo XVIII. E una parte considerevole del mondo artistico russo lavora oggi di proposito alla legittimazione ufficiale di questi materiali. Il Lanceret, interessante architetto e pittore, ne coglie con felice intuito e ne rende con intelligenza il sapore nelle proprie riproduzioni di monumenti nazionali. Il Benois, che è anche reputatissimo critico d'arte, ne fa insieme ad altri artisti di squisito senso decorativo, il Somoff, il Dobujinsky, larghe applicazioni in pittura. In letteratura lo trasportano il Sadowsky, Alessio Tolstoi il giovine, il Kusmine. Fenomeno molto saliente, per la storia della fortuna di Pietroburgo e per la storia della Russia; in quanto esso implica non solo una questione di gusto e di coltura, ma anche una seria eventualità politica. Ripudiando il genio di Mosca per quello della rivale, sino a poco tempo addietro negletto e disprezzato quale rozzo e spurio, si viene implicitamente ad ammettere il contributo recato dall'assolutismo pietroburghese alla coltura nazionale e a collaudare non solo l'opera sua ma il suo spirito, di cui questa è espressione. Si profila, quindi, sull'orizzonte del possibile una sorta di riconciliazione dell'intelligenza con l'assolutismo, i due mortali nemici. Come tutti i poteri che maturano, Pietroburgo comincia ad avvalersi delle sottili seduzioni della prestanza esteriore per corrompere e conquistare. E se a tale pericolo non è esposto il paese, la nebulosa, i cui destini non dipendono più da un ristretto gruppo di pensatori e di artisti, non potrebbe rimanerne vittima codesto gruppo medesimo, il quale sinora fu rivoluzionario, ma in omaggio al proprio estetismo inclina a farsi conservatore, cosa che finirebbe di comprometterne l'efficienza politica e di escluderlo dalla meccanica del progresso nazionale? Giacché
quella prestanza esteriore, che può essere, se si vuole, prestigio,
parla, sì, di armonia, di dovere, di freno, tutte cose le quali
formeranno probabilmente le virtù dello stato ideale dell'avvenire
e alla cui scuola la Russia d'oggi avrebbe certo più da imparare
che non dall'adorazione e dal disordine insegnatile da Mosca: ma parla
anche di ceppi e di schiavitù. Pietroburgo non è solo
la reggia: è anche la caserma e la prigione. Uno degli edifici
che meglio ne rendono lo « stile» e l'anima, è il
portico della Fortezza dei Santi Pietro e Paolo, ex-galera di Stato.
E tutta la città ha qualcosa di rigido e di schiacciante. Si
direbbe una città senza riposi, eternamente sull'attenti, sempre
in atto di presentare le armi. Ricorda il motto candido e atroce trovato
una volta da Alessandro I nell'ammirare i propri soldati impietriti
durante il suo passaggio lungo il fronte di un reggimento:
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