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> Concetto
Pettinato, Lettere dalla Russia. La facciata dellImpero
(1)
Prima
di diventare inviato de La Stampa e, dopo la Seconda guerra
mondiale, collaboratore de Il Tempo e di numerosi periodici
dellarea di estrema destra (di cui per un decennio fu esponente
di spicco nel Movimento sociale italiano), il giornalista Concetto Pettinato
(1886-1975) intraprese nel 1912-1913 un lungo viaggio per l'Europa,
soggiornando in Russia, Francia, Polonia e Turchia. Sullesperienza
russa pubblicò una lunga serie di articoli su La Stampa
(Torino), La Perseveranza (Milano) e Il Secolo
(Milano), raccolti nel 1914 nel volume intitolato La Russia e i
Russi osservati da un italiano. Gli scritti di politica, critica
letteraria e costume offrono una lettura della Russia in termini ben
poco convenzionali per lepoca, in particolar modo quelli su Mosca
e su Pietroburgo.
Massiccia, impassibile, trionfale; militarmente schierata lungo un'enorme
costa di granito morsa da un fiume semi-marino, in una teoria sontuosa
di frontoni, di atri, di scalinate, di colonne, di trofei, di statue;
con le sue guglie simili a lance d'oro in resta; con le sue sentinelle
impalate, estatiche innanzi alle garitte nere e bianche, Pietroburgo
è la facciata dell'Impero, la città frontespizio. Chi
viene dall'Europa, impaziente di arrivare a Mosca, accorda di solito
poca attenzione alla capitale. Ma non è forse questo il minore
dei motivi per cui tanti che tornano dalla Russia non ne riportano che
impressioni antiquate e convenzionali. Apparentemente poco caratteristica,
certamente punto esotica, Pietroburgo è la città che esprime
meglio il carattere dello Stato. A Mosca c'è la Russia, vale
a dire il disordine, l'abbandono, l'adorazione: a Pietroburgo c'è
l'Impero, vale a dire l'ordine, la costrizione, l'autorità. A
rigore, non si dovrebbe nemmeno dire di Mosca che «c'è
la Russia»; in quanto gli elementi i quali più vi fermano
l'occhio del viaggiatore sono russi solo per modo di dire, ma risultano
da principi nient'affatto russi: il cristianesimo e il bizantinesimo.
Quel che c'è di propriamente nazionale sfugge, poiché
non vi trovò mai un profilo netto, una consistenza e una funzione,
tranne che negative. A Pietroburgo, al contrario, risiede l'attività
pensante; comincia la critica, la selezione, l'organamento di quegli
sparsi nuclei di originalità nazionale; nasce, in una parola,
l'individualità dello Stato; si leva il sipario su quel dramma
storico di cui Mosca non fu che il Prologo. Tutta l'anima della vecchia
capitale e della Russia primitiva si riassume nella chiesa di San Basilio,
sulla piazza Rossa: meravigliosa fungosità architettonica; anonima
come l'opera di un popolo, senza stile né senso comune, fatta
di una pazza sovrapposizione di cappelle e di cupole simili a un grappolo
di bulbi di vetro soffiati dall'alito di una turba inneggiante; monumento
dell'aspirazione confusa e anarchica a un'espansione illimitata dell'essere,
lavoro unico, che non trovò imitatori e non fece scuola, quasi
per simboleggiare la sterilità di quell'aspirazione e la sua
impotenza a creare un grande organismo politico. Tutto lo spirito di
Pietroburgo e dell'Impero irradia invece dal palazzo dell'Ammiragliato,
simmetrico, solenne, calmo, preciso, che creò uno stile e fece
scuola, modellò l'intera Russia monumentale moderna, quasi materiale
allegoria dello Stato nuovo intorno al quale si venivano con ordine
rigoroso a disporre le classi, i poteri pubblici e privati e le regioni
della conquista: la Siberia, la Livonia, la Finlandia, la Polonia, la
Crimea, il Caucaso, il Turkestan.

Nota:
1. C. Pettinato, Lettere dalla Russia. La facciata dellImpero,
in La Stampa 11 dicembre 1913, ristampato in La Russia
e i Russi osservati da un italiano (Treves, Milano 1914) e in
Nella Russia degli zar (Reporter, Roma 1968, pp. 9-17).
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