ITINERARI > Hermann Hesse, La città, 1910 (*)


«Arriva» gridò l’ingegnere quando lungo le rotaie posate il giorno prima arrivò il secondo convoglio pieno di persone, carbone, attrezzi e viveri. La prateria rosseggiava pallida nella luce dorata del sole e all’orizzonte si levavano alte montagne blu nella caligine. Cani selvatici e bisonti sbalorditi stavano a guardare come nella solitudine cresceva il lavoro e il trambusto, e come nella terra verde si formavano chiazze di carbone e di cenere, di carta e di latta. La prima pialla riecheggiò attraverso la terra spaventata, il primo colpo di fucile tuonò e il rumore si diffuse fino alle montagne, la prima incudine risuonò chiara sotto rapidi colpi di martello. Sorse una capanna di latta e il giorno dopo una di legno, e altre e ogni giorno nuove e poi altre in muratura. I cani selvatici e i bisonti si tenevano lontani, la zona si fece coltivata e fertile. Già all’inizio della primavera ondeggiavano distese di campi verdeggianti tra i quali spiccavano fattorie e stalle e tettoie, e strade tagliavano la solitudine. In poco più di un mese la ferrovia fu terminata e inaugurata e l’edificio del Governo e la banca e molte altre giovani città sorelle nacquero nelle vicinanze. Vennero lavoratori da tutto il mondo, contadini e cittadini, vennero commercianti e avvocati, predicatori e maestri, fu fondata una scuola, tre comunità religiose e due giornali. Ad ovest vennero scoperti giacimenti di petrolio, nella giovane città ci fu benessere. Ancora un anno e già c’erano borsaioli, ruffiani, scassinatori, un grande magazzino e una lega antialcolica, un sarto parigino, una birreria bavarese. La concorrenza delle città vicine aumentava il ritmo. Più nulla mancava, dai discorsi elettorali agli scioperi, dal cinema-teatro alle società degli spiritisti. In città si poteva trovare vino francese, aringhe norvegesi, salumi italiani, stoffe inglesi e caviale russo. Di già cantanti, ballerini, musicisti di seconda categoria portavano in città i loro spettacoli.

E, lentamente, arrivò anche la cultura. La città, che al principio era solo un cantiere, cominciò a diventare una patria. Vi si sviluppò un certo modo di salutare, un certo modo di farsi cenno nell’incontrarsi, che differiva, anche se solo di poco, da quello delle altre città.

Uomini che avevano partecipato alla fondazione della città godevano di rispetto e di benevolenza, una certa nobiltà emanava da loro. Crebbe una generazione, agli occhi della quale la città pareva già una patria esistente da sempre. L’epoca nella quale era risuonato il primo colpo di martello, era stato commesso il primo omicidio, tenuto il primo servizio religioso, stampato il primo giornale, si perdeva nella notte dei tempi, era già storia.

La città si era elevata a dominatrice di quelle vicine e a capoluogo della nuova provincia.

Lungo le strade ampie e belle, dove un tempo c’erano mucchi di cenere e pozzanghere e dove erano sorte le prime abitazioni di assi e lamiera, si elevavano ora, seri e dignitosi uffici e banche, teatri e chiese, e gli studenti sciamavano verso l’università e le biblioteche, le ambulanze portavano con cautela i pazienti alle cliniche, l’automobile di un deputato veniva notata e salutata, in possenti edifici scolastici di pietre e ferro ogni anno veniva celebrato con canti e feste l’anniversario della gloriosa città.

Quella che era stata la prateria era coperta di campi, fabbriche e villaggi, percorsa da una ventina di linee ferroviarie, la montagna si era avvicinata, grazie ad una funivia che la rendeva accessibile fino al cuore delle sue gole. Lassù o lontano, sul mare, i ricchi avevano le loro case estive.

Un terremoto, cent’anni dopo la sua fondazione, rase al suolo la città fino all’ultimo sasso. Essa risorse e tutto quello che era di legno divenne di pietra, tutto il piccolo grande, l’angusto divenne ampio. La stazione era la maggiore del paese, la borsa la più importante del continente, architetti e artisti ornavano la città rinnovata con edifici, parchi, fontane e monumenti. Nel corso di questo nuovo secolo la città acquistò fama di essere la più bella e ricca del paese e un’attrazione turistica. Politici, architetti, tecnici e sindaci di città straniere si recavano in massa a studiare gli edifici, gli acquedotti e il tipo di amministrazione e altre caratteristiche della celebre città. A quel tempo iniziò la costruzione della nuova sede municipale, uno dei più grandi e sontuosi edifici del mondo e la nascente ricchezza di quell’epoca e l’orgoglio cittadino si incontrarono felicemente con una fioritura del gusto generale, principalmente dell’architettura e della cultura, e la città in rapida crescita, divenne capolavoro, fonte di orgoglio e soddisfazione. Il centro, i cui edifici, senza eccezione, erano tutti di una pietra nobile color grigio chiaro, era circondato da una larga cintura verde di parchi e, al di là di questo anello, si perdevano strade e case verso l’aperta campagna. Visitato e ammirato fu un enorme museo in cui in cento sale e cortili e atri, era rappresentata la storia della città dal suo sorgere ai più recenti sviluppi. Nel primo, immenso cortile di questo complesso era raffigurata l’antica prateria con piante ben curate e animali e modelli precisi dei primissimi miserabili tuguri, delle viuzze e delle strutture di allora. Qui passeggiava la gioventù della città e contemplava il corso della sua storia, dalle tende alle baracche, dalle prime rotaie sbilenche fino allo splendore delle grandi strade di città. E da questo i giovani imparavano, guidati ed illuminati dai loro insegnanti e apprendevano le nobili leggi dello sviluppo e del progresso, di come dal rozzo nasca il raffinato, dall’animale l’uomo, dal selvaggio il coltivato, dal necessario il superfluo, dalla natura la cultura.

Nel secolo seguente la città raggiunse l’apice del proprio splendore che si dispiegò in ricca opulenza e crebbe rapidamente fino a che una sanguinosa rivoluzione dei ceti più bassi non vi pose fine. La plebe cominciò ad incendiare molti dei grandi impianti petroliferi, distanti alcune miglia della città, così che una gran parte della campagna, con fabbriche e fattorie e villaggi, fu o bruciata o devastata. La stessa città visse tumulti e massacri di ogni tipo, ma sopravvisse e si riprese lentamente in decenni meno violenti, senza però più potersi permettere lo stesso tenore e quelle costruzioni. Durante questo periodo cattivo all’improvviso era fiorito un paese lontano, al di là del mare, che produceva grano e ferro e argento e altri tesori ancora con l’abbondanza di un terreno vergine che è disposto a produrre. Il nuovo paese attirava potentemente a sé le forze e le aspirazioni e i desideri del vecchio mondo; lì nel corso di una notte dal terreno sorgevano città, sparivano boschi e cascate venivano imbrigliate.

La bella città cominciò ad impoverirsi. Non era più il cuore e il cervello del mondo, non più mercato e borsa di molti paesi. Doveva accontentarsi di sopravvivere e di non essere zittita per sempre nel fragore di nuovi tempi. Le energie costrette all’ozio, non potendo più espandersi verso il mondo nuovo e lontano, non avevano più nulla da costruire o conquistare, e ancora meno da commerciare o da guadagnare. Al loro posto, dal terreno culturale ormai invecchiato, germogliò una vita spirituale: dalla città sempre più silenziosa uscivano artisti e scienziati, pittori e poeti. Gli eredi di coloro che un tempo dal suolo giovane avevano edificato le prime case, ora trascorrevano le loro giornate sorridenti in una specie di silente tarda fioritura di piaceri e aspirazioni spirituali; dipingevano lo splendore malinconico di vecchi giardini muscosi con statue in rovina e verdi acque e in dolci versi cantavano l’antico tumulto dei tempi eroici o i sogni silenziosi di uomini stanchi in vecchi palazzi. Così ancora una volta il nome e la fama della città risuonarono nel mondo. Fuori di essa, guerre potevano pure travagliare i popoli o grandi opere potevano occuparli – qui in silenzioso distacco si sapeva godere la pace e sommessamente rimembrare lo splendore di epoche scomparse: strade silenti ombreggiate da rami fioriti, facciate scolorite dalle intemperie di possenti edifici sognanti su piazze senza rumori, fontane invase dai muschi percorse dalla musica di acque che giocano.

Per alcuni secoli la vecchia città sognante fu luogo d’amore e di rispetto per il giovane mondo, cantato dai poeti, visitato dagli innamorati. Tuttavia la vita dell’umanità fluiva con sempre maggior forza verso altre parti della terra. E nella città stessa i discendenti delle antiche famiglie originarie cominciavano ad estinguersi e a trascurarla. Anche l’ultima fioritura spirituale era da un pezzo giunta alla sua meta e ormai non restava che un tessuto in disfacimento. Le città minori che sorgevano nei dintorni erano da un pezzo scomparse, ridotte a cumuli di rovine senza più parola, visitate alle volte da zingari o da criminali in fuga.

Dopo un terremoto, che risparmiò la città, il corso del fiume fu deviato e una parte della terra vuota divenne una palude, un’altra divenne un deserto. E dai monti dove andavano sgretolandosi resti di antiche cave e di casolari, il bosco, l’antico bosco, calava a valle. Si vide davanti la vasta piana deserta, e, un pezzo alla volta, le chiuse nel suo cerchio verde, ricoprendo qui un acquitrino di verde sussurrante, lì una pietraia di giovani, dense conifere.

Nella città non c’era più un cittadino degno di questo nome, ma ormai solo marmaglia, un popolo perfido e selvatico che cercava rifugio nei vecchi palazzi sghembi e cadenti, e faceva pascolare le sue capre magre dove un tempo c’erano prati e giardini. Anche quest’ultima popolazione si estinse un po’ alla volta per malattie e follia, perché l’intera regione, da quando il fiume era diventato palude, fu devastata dalle febbri e cadde in abbandono.

I resti dell’antico municipio, orgoglio di un tempo, si ergevano ancora alti e potenti, cantati nelle canzoni di tutte le lingue, continuavano a costituire una fonte di innumerevoli leggende per i popoli vicini di cui le città da lungo tempo erano andate in rovina e le cui culture degradate.

Nelle storie di magia dei bambini e nelle malinconiche canzoni dei posteri ricomparivano i nomi della città e il suo antico splendore, però deformati e corrotti come vecchi fantasmi; i sapienti dei popoli lontani, in piena fioritura, a volte compivano pericolose esplorazioni nelle rovine, e di questi segreti i ragazzi di scuole lontane si dilettavano curiosi. Là dovevano esserci porte d’oro massiccio e tombe ricoperte di pietre preziose, e le selvagge tribù nomadi della zona certo conservavano ancora da tempo i favolosi resti preziosi di una millenaria arte magica.

Il bosco invece continuava ad avanzare dalle montagne alla pianura.

Fiumi e laghi si formavano e scomparivano e il bosco avanzava e ricopriva lentamente il territorio, i resti degli antichi muri lungo le strade, i palazzi, i templi, i musei: la volpe e la martora, il lupo e l’orso abitavano i deserti.

Su uno dei palazzi crollati dove non si vedeva più nemmeno un sasso, sorgeva un giovane pino che un anno prima era stato il messaggero e il precursore del bosco che stava avanzando, Ora invece aveva ai suoi piedi un’ampia distesa di nuove piante.

«Avanza», gridò un picchio che col becco percuoteva il tronco e guardava tutto contento il bosco che cresceva e il magnifico progresso verde della terra.

 

Nota:
*. In H. Hesse, Die Stadt. Skizze, in Fabulierbuch (Libro di fiabe), Berlino 1935, trad. it. in Leggende e fiabe, Roma 1988, pp. 164-169.

 

 

 

 

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