ITINERARI > ITALIA > Guido Guidano, Architettura rurale ligure : analisi e recupero di una tradizione, 1995 (1)

 

Spesso l’architettura delle vecchie costruzioni contadine viene sbrigativamente denominata “spontanea”. In realtà di spontaneo c’è ben poco, in quanto ogni realizzazione è il risultato di cognizioni duramente conquistate in secoli di esperienza e tramandate alle generazioni successive in forma esclusivamente orale. Le maestranze che operano non sono, infatti, specializzate: sono gli abitanti, contadini o pastori, che costruiscono la casa per loro stessi mettendo in gioco originali soluzioni tecniche, ottenute con mezzi e materiali poveri, propri di una cultura fortemente condizionata da una attività di pura sopravvivenza.
Queste esperienze, maturate da popolazioni diverse per origine, per cultura e per tradizioni, ha reso possibile l’esistenza, sul territorio ligure, di tipologie differenziate tra loro, pur essendo le caratteristiche ambientali generalmente poco dissimili.
Il recente interesse per questa architettura significa, ad esempio, recuperare la cultura materiale attraverso lo studio e la documentazione di attività agricole e pastorali, che in molti casi condizionano l’edilizia e delle quali si rischia di perdere la memoria.
Qui l’esatta conoscenza e documentazione del modo di edificare è ancora più necessaria, perché la tutela e la conservazione del singolo edificio significano la tutela e la conservazione dell’ambiente e del paesaggio. Di un simile problema la Liguria offre esempi significativi: i terrazzamenti che piegano un impervio assetto naturale alle esigenze delle coltivazioni, i borghi costituiti da case con muri a secco, dove le “terrazze-aia” sopra i porticati voltati ed i collegamenti aerei con le fasce contribuiscono, con spinte e controspinte, alla reciproca stabilità e dove abbattere un muro può voler dire compromettere definitivamente l’equilibrio che l’uomo ha stabilizzato con un plurisecolare, continuo lavoro di manutenzione.
Le case sparse, le stalle e le costruzioni rurali esprimono, forse più di ogni altra opera dell’uomo, i modi di vivere, la cultura e le tradizioni delle popolazioni locali e contribuiscono, in modo determinante, a formare quello che viene definito il paesaggio umano.
Si tratta di case sempre umili e spesso in rovina, inserite con discrezione in quell’ambiente naturale che deve garantire la sopravvivenza, che rispondono alle tradizioni della cultura propria cui appartenevano.
I luoghi su cui esse sono costruite, oltre a rispondere alle esigenze più generali della scelta degli insediamenti stabili, devono consentire il minor spreco di terreno coltivabile o pascolabile. Le case devono proteggere gli abitanti -uomini e animali- dalle intemperie e, soddisfacendo a criteri di funzionalità e di razionalità, sono prive di elementi superflui. Le decorazioni, quando esistono, sono ridotte a ben poca cosa. L’esposizione delle abitazioni si manifesta in rapporto al clima. L’asse maggiore è prevalentemente orientato da ovest ad est in modo tale che almeno una delle facciate maggiori è esposta a sud e gode di una prolungata insolazione, le facciate minori si concludono in alto con un timpano che può essere in muratura o talvolta completato da una chiusura con semplici tavole di legno.
La casa di solito è di due piani: al pianterreno, che abitualmente è un poco interrato, si trovano la stalla e la cantina; al primo piano anche l’abitazione è distinta in locali separati: cucina-soggiorno e camere da letto.
I materiali usati nelle costruzioni tradizionali sono essenzialmente tre e tutti strettamente locali: la pietra, il legno e la paglia. La pietra è utilizzata per la costruzione delle murature. Queste sono generalmente realizzate a secco o più frequentemente legate da una malta a base di terra (2), la cui funzione, più che statica, data la sua scarsa resistenza meccanica, pare piuttosto quella di rendere il muro più isolato termicamente, chiudendo gli interstizi tra pietra e pietra. Non è raro l’utilizzo delle pietre, non lavorate e talvolta grossolanamente cementate, per la realizzazione, al piano inferiore, di semplici volte a botte. Nei punti d’incontro fra le diverse murature si ha un ammorsamento sottolineato da pietre di maggior volume e solitamente lavorate con maggior accuratezza nella faccia a vista. Anche le spalline di porte e finestre, costituite da elementi lapidei diversi, disposti sia in verticale sia in orizzontale, presentano una lavorazione più raffinata. Le aperture sono ridotte generalmente al minimo indispensabile per evitare al massimo la dispersione del calore ed hanno dimensioni sempre strettamente legate alla propria funzione.
Ne derivano, dal punto di vista estetico, prospetti con una netta prevalenza dei pieni sui vuoti. All’interno tutte le finestre hanno degli scuretti; non diffusissime, ma ad ogni modo comuni, sono le imposte esterne spesso sostituite da più recenti persiane a stecche.
Il legno, generalmente castagno selvatico, è impiegato: negli edifici principali unicamente nella realizzazione dei solai, della struttura portante del tetto, dei serramenti e dei balconi (3); nelle costruzioni minori, quali i fienili, per le strutture portanti e di tamponamento. Il solaio è costituito da una trave rompitratta in mezzeria, su cui appoggiano i travetti che, sommariamente sbozzati, reggono il tavolato del pavimento.
L’elemento più caratteristico dell’abitazione è il tetto; le case più antiche e piccole hanno un solo spiovente, ma generalmente le falde sono due. La trave di colmo, parallela all’asse maggiore della costruzione, viene posata sul culmine delle facciate minori, ed è unita alle travi dette “dormienti”, cioè poggianti sui muri delle facciate maggiori, e a travi parallele di rinforzo “costane” spesso poggianti su puntoni. La struttura lignea è completata da un manto di copertura in lastre di pietra (ardesia, scisto, arenaria od altro) dette “ciappe”. Per fissare meglio le lastre e per impedire che si mettano a scivolare, si sogliono mettere delle pietre pesanti sopra alle lastre stesse.
La paglia di segale è usata principalmente come copertura di edifici minori o temporanei ma, sovente, la si può trovare impiegata per la formazione di setti di tamponamento dei fienili.

 

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Note:
1. In: Dipartimento di Progettazione dell’Architettura dell’Università di Firenze, A.E.D. Associazione europea per il Disegno, Il disegno luogo della memoria, Atti del convegno 21/22/23 settembre 1995, Firenze, Italia, Pre-print dei contributi, Alinea editrice, Firenze, 1995, pp. 249-255. Guidano è professore ordinario alla Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Genova.

2. “In ogni caso esse sono costituite da muri eseguiti prevalentemente a secco che raggiungono a volte spessori vicini al metro. Il materiale lapideo veniva ricavato dallo sfaldamento naturale della roccia locale. I litotipi più regolari, con superfici il più possibile lisce venivano posti all’esterno del paramento murario, mentre i residui di lavorazione venivano stipati all’interno. La tecnica descritta ricorda quella tipica dei muri a sacco romani, ma se ne differenzia per almeno due qualità salienti: a) l’irregolarità del paramento esterno, b) la mancanza di malta all’interno”. C. Montagni, Costruire in Liguria, materiali e tecniche degli antichi maestri muratori, Sagep, Genova, 1990.

3. Negli insediamenti permanenti con prevalenti caratteristiche agricole residenziali, le case hanno i balconi costituiti normalmente da modiglioni in legno incastrati nel muro, su cui poggia un assito continuo. Le ringhiere, sempre in legno, sono formate nella maggior parte dei casi da due correnti orizzontali, collegati da barre verticali a sezione quadrata e disposte a interasse di circa venti centimetri. È possibile scoprire ringhiere formate da elementi sagomati di notevole effetto decorativo. C.A.I. Mondovì, Pietre di ieri, civiltà contadina nelle Alpi liguri, L’arciere, Cuneo, 1981.

 

 

 

 

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