ITINERARI > ITALIA > Claudio Montagni, Architettura e civiltà contadina in Liguria. Le valli del Levante, 1978 (*)

 

La storia del territorio, inteso come analisi delle sue caratteristiche, è soprattutto collegata alla storia dell’uomo: uomo che in questo ambito ha operato delle trasformazioni relative alle sue esigenze esistenziali.
Gli oggetti, le testimonianze di questo biunivoco rapporto tra uomo e natura si ritrovano disseminate sul territorio in modo apparentemente casuale, ma da come si è già visto nella prima parte dedicata al Ponente della Liguria. Sono invece perfettamente coerenti e adattati al modo di vivere di chi questo territorio lo ha da secoli abitato.
Il rapporto logico che si è instaurato tra ambiente e uomo è determinante per analizzare il conseguente evolversi degli insediamenti umani, delle comunità, dei villaggi storici; una logica fatta di sottigliezze, di piccoli e grandi problemi che hanno portato ad una specifica tipizzazione dei nuclei abitati, delle case sparse, delle cascine e delle strutture minori.
In alcune valli del Levante quali Graveglia, Sturla e Aveto la presenza umana appare impostata secondo schemi ben definiti attraverso una organizzazione di carattere medievale in cui i tipi di distribuzione e di accentramento dei villaggi dimostrano una corrispondenza totale alla vita agricola e zootecnica che vi si conduceva; soprattutto appare chiaro che l’equilibrio di vita instaurato era fatto a misura d’uomo, ed è questa la principale ragione per cui tale maglia di funzioni reciproche era perfettamente bilanciata.
Nuclei abitati, case sparse, cascine, casoni, barchi, essiccatoi sono solo alcuni degli archetipi che dimostrano questa civiltà contadina nella Riviera del Levante.

Bottasi, Val Graveglia, scala di accesso all’abitazione
Bottasi. Spazio di “vicinato” ricavato dal solarium

Tra i nuclei abitati più conservati o per lo meno poco compromessi da interventi decisamente inopportuni voglio citare: Cassagna, Salino, Osti, Statale, Botasi, Reppia; sono solo alcuni dei villaggi della Val Graveglia dei 45 in cui essa e frazionata (la Val Sturla ne ha 44 e la Val d’Aveto oltre 57).
Villaggi che, pur essendo tutti quelli citati di mezzo crinale, hanno un loro nucleo primario riferibile ad un castello o ad una rocca: di conseguenza una organizzazione gentilizia le cui costruzioni sono innalzate in modo da costituire un perimetro chiuso ed invalicabile ad eventuali assalitori.
Cunicoli sotterranei e passaggi obbligati contribuiscono ad isolare e proteggere lo spazio comune racchiuso a fortificazione. Le case sparse, che costituiscono il modulo primario dell’aggregazione prima descritta, hanno una organizzazione planivolumetrica quasi sempre consistente nel piano terreno adibito ad usi agricoli ed il primo piano ad uso abitazione.
Il piano terra, spesso preceduto da un criptoportico, ha la funzione di ricovero degli attrezzi agricoli, a volte ricovero del bestiame, spesso locale di trasformazione e lavorazione del latte. Lo spazio funzionale interno era così diviso un locale adibito a stalla o cantina e un secondo utilizzato per attrezzi e sementi; è in quest’ultimo che frequentemente venivano distese la patate per una più lunga conservazione assieme agli insaccati prodotti dalla lavorazione delle carni suine.
Il criptoportico spesso ospitava la scala interna che serviva la zona abitazione oppure era usato come spazio coperto per le molteplici funzioni agricole.
Il primo piano è talvolta caratterizzato e preceduto da un ampio ballatoio con funzioni diverse tra cui quella di farvi essiccare al sole alcuni prodotti della terra.
Una caratteristica simile quindi al “solarium” romano appartenuto alla casa pseudourbana romana: uno spazio quadrangolare ricavato sopra il porticato e cinto da un parapetto che nella parte interna dà origine ad un sedile sempre in pietra.

Cassagna. Esempio di piccolo solarium
Statale. Criptoportico

La porta d’ingresso all’abitazione, sita sul ballatoio, al quale si accede attraverso una scala esterna o, come già descritto, interna al portico, esalta la struttura architravata in tutta la sua potenza: sei elementi litici costituiscono gli stipiti: in corrispondenza dei due centrali disposti orizzontalmente, si inseriva dall’interno una spranga di legno per bloccare la porta.
L’architrave a forma semilunata ricalca gli antichi schemi della struttura trilitica: la parte centrale, che è anche quella più sollecitata dal carico, risulta di spessore più poderoso; in alcuni casi, o sull’architrave o sugli stipiti, sono incisi segni di origine solare o riferibili al simbolo del corno (simbolo di protezione della casa sin dalla preistoria, Vedasi ad esempio i graffiti rupestri di M. Bego e della Val Camonica). Altrove si trovano incisi dei numeri forse la data di costruzione dell’edificio.
Nella tipologia aggregativa di questi nuclei va osservato che spesso il “solarium” veniva ad essere l’area in comune tra due o più famiglie assumendo così valore di vicinato che oltre a funzioni di aia è spazio organizzato per vivere comunemente all’aperto e svolgervi alcune attività concernenti la conduzione delle piccole aziende agricole.
Dall’ingresso si accede alla cucina che rappresenta il perno della costruzione: ambiente dove la famiglia, di tipo patriarcale si riuniva attorno al focolare spesso ubicato in posizione centrale, di forma quadrata e sopraelevata dal pavimento.
Sopra il focolare si trovava agganciata alla catena (caen-a), il “testo” da pane in ghisa oppure il tipo più arcaico in terracotta.
Sopra il focolare il soffitto è risolto con grate di piccoli rami intrecciati ad uso essiccatoio.
Non sempre però l’essiccatoio (sechaezo o grè) era così concepito: per la maggior parte dei casi costituisce una costruzione indipendente addossata all’edificio principale e alla quale si accedeva dall’esterno. Sono facilmente riconoscibili per le loro dimensioni ridotte e non abitabili, ma soprattutto per i muri completamente anneriti dal fumo.
La loro funzione principale era quella di far seccare prodotti atti ad essere conservati come le castagne e i funghi.
È da queste piccole infrastrutture che riemerge spesso il significato d’uso dell’architettura rurale come testimonianza del tipo di vita che in essa si conduceva: questi essiccatoi, a volte veri e propri forni, in molte occasioni erano siti nel “vicinato”: cioè nello spazio comune a più famiglie che lo utilizzavano a turno o che a turno preparavano il pane per le altre famiglie.
Le coperture di queste case sono prevalentemente a due spioventi e sono risolte con lastre di argilloscisto calcareo a spacco pesantemente ancorate all’orditura lignea.
Una maglia di percorsi di crinale e di mezzo crinale unisce questi centri abitati siti generalmente in punti nodali dai quali si dipartivano più direttrici; è una serie di sentieri e mulattiere perfettamente adattate al tipo di morfologia del suolo e spesso sono affiancati da “beudi” ed acquedotti per la distribuzione dell’acqua.
Vere opere d’ingegneria idraulica, spesso si sviluppano per diversi chilometri scavati nella roccia viva o costruiti in elementi modulari di calcare maiolica incavato.
Su questi tracciati si trovano a distanze costanti dei punti di sosta chiamati “pose” dove su un muro ad altezza di spalla si depositava il carico per una pausa durante il trasporto.
La viabilità di queste valli aveva delle direttrici principali di cui alcune ancora adesso percorribili, altre di cui si è persa traccia o che affiorano solo parzialmente; tra le più suggestive la Nascio-Cassagna-Statale oppure la Reppia-Arzeno che conducono al valico del “Biscia” collegandosi con l’alta Val di Vara.
Nelle Valli Sturla e Aveto, disposte una adiacente all’altra, superato il passo della Forcella si collegano tutte alla direttrice padana oltre il valico appenninico.
Una variante rispetto alla casa d’abitazione tipo che ho illustrato precedentemente è la cascina nelle sue due versioni in pietra e in paglia o fronde d’albero.

Frisolino. Abitazione con solarium e criptoportico

La cascina in muratura è poco usata nella zona descritta e in questi rari casi costituisce un edificio aggiuntivo all’abitazione primaria e quasi sempre edificato in un secondo tempo utilizzandolo per il fieno, ricovero animali quando non trovano alloggio nel piano terreno della casa.
In alcuni casi trova la sua sistemazione in questa costruzione il locale per i suini chiamato “staggi-u”: locale di minime dimensioni interessante per una nota quasi decorativa costituita da due piccole bucature fatte ad arco attraverso le quali gli animali potevano nutrirsi del cibo riposto in una vasca di pietra scavata. Tale sistemazione si trova raramente anche alloggiata nel criptoportico.
Un’ultima particolarità costruttiva di tali edifici sono le bucature triangolate in pietra generalmente site sui due lati minori della costruzione, che permettono l’areazione del fieno.
La cascina in paglia costituisce in genere una soluzione economica per queste vallate e ha la semplice funzione di capanna per depositare il fieno e gli attrezzi agricoli; spesso eretta fuori dai centri abitati: nei campi oppure in mezzo ai boschi, essa si presenta a uno, due o tre pioventi in paglia variamente inclinati secondo l’altitudine alla quale è edificata.
Nella costruzione della cascina si sfruttava, a volte, il dislivello di due terrazzamenti addossandovi la struttura e ricavando così due ingressi a piani diversi, divisi soltanto da un solaio in assi di legno. La sua configurazione economica ne permetteva la costruzione in tutte quelle zone dove vi era abbondanza di foraggio, quindi anche nei boschi dai quali si raccoglieva fogliame, che essiccato, serviva per le stalle. Occasionalmente o stagionalmente la cascina serviva per il ricovero di animali.

Frisolino. Antico nucleo composto da aggregazioni lineari
Copertura in argilloscisto calcareo

Se tale edificio era un modo economico per formare un riparo dalle intemperie, altrettanto lo erano i “barchi”, costruzioni ancora più semplici della cascina e legate esclusivamente al ripostiglio del fieno.
Conficcate 4 pertiche nella terra vi veniva inserito un cappello di paglia precedentemente costruito con quattro fori nella struttura perimetrale, questa, scorrendo su quattro “guide” si poteva alzare o abbassare secondo il volume di foraggio da immagazzinare.
La sua distribuzione geografica era un tempo abbastanza uniforme attualmente trova la sua maggior densità nella bassa Val d’Aveto dove i barchi sorgono isolati o a gruppi in mezzo ai campi, vere e proprie riserve di foraggio per il periodo invernale.
L’archetipo che invece può essere interpretato in maniera più ampia e che per certi aspetti ricalca la destinazione d’uso di due esempi della Liguria del Ponente e cioè il “tecio” e la “morghe” è il “casone”.
Queste costruzioni erette generalmente in muratura a secco si presentano col tetto a due pioventi ricoperto con lastre di pietra quasi sempre argilloscisto calcareo o arenaria.
Le dimensioni sono minime sia in superficie che in alzato: la sezione verticale presenta due versioni: il solo piano terreno o anche il primo piano.
È interessante questa testimonianza nel Levante perché permette di ricostruire una parte della vita di queste Valli, una tradizione ormai dimenticata dall’era della macchina dove tutto sembra essere programmato alla perfezione, ma dove spesso gli imprevisti sono sempre in agguato.
Il casone è invece la testimonianza di una “programmazione” secolare che necessariamente doveva eseguirsi: era una delle fonti di vita dei contadini, in una sola parola: il pascolo.
Parlando di pascolo è evidente che tali edifici si sviluppano alle quote altimetriche più alte, dove stagionalmente si portavano i piccoli greggi di pecore e capre o alcune unità di bovini a pascolare.
Queste costruzioni dovevano ospitare sia il gregge sia i pastori, in quanto decisamente lontani dal nucleo abitato, servivano da alloggio per il periodo del pascolo estivo.
Tuttavia, come dicevo precedentemente, il termine casone nel Levante comprende anche altre destinazioni d’uso tra cui quella di essiccatoio per le castagne nel periodo autunnale.
Frequentemente avevano un utilizzo uguale o simile alla cascina anche se sussisteva la funzione abitativa di tale entità volumetrica da parte dell’uomo, Infine i casoni sono intesi anche come ad uso promiscuo delle funzioni sopra citate nei casi in cui questi edifici sorgevano a poca distanza dai centri abitati.
Il recupero di questa architettura contadina può assumere un significato nuovo se viene riproposta in termini attuali per un diverso tipo di sfruttamento della terra e viene vista nell’ottica dell’abbandono del territorio montano.
Oltre al danno economico che ciò comporta per la comunità, il recupero di questo patrimonio edilizio può e deve essere riproposto relativamente al settore primario come branca fondamentale della nostra economia attuale.
Ciò che non può essere recuperato a questo tipo di utilizzazione perché anacronistico anche se “pittoresco” o “romantico” deve essere visto come un preciso obiettivo da inserire in quelle attività di tipo turistico così poco e male sfruttate nell’entroterra del Levante.

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Nota:
*. In “La Casana”, n. 2,aprile-giugno 1978, pp. 10-17.

 

 

 

 

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