ITINERARI > ITALIA > Carlo Berio, Architettura e civiltà contadina in Liguria. Le valli del Ponente, 1978 (1)

 

La ricerca dell’ambito, definibile non solo come area naturale ma come sistema funzionale, entro cui affrontare i problemi che sono all’origine di questo studio ha portato ad individuare nel sistema delle Alpi Marittime, attraverso l’analisi del patrimonio di sentieri, mulattiere, nuclei minori, centri stagionali tipici degli alpeggi, una loquace testimonianza della cultura delle popolazioni liguri montane.
L’utilizzo sociale di questo territorio conduce ad una serie di esperienze capaci di far emergere in modo nuovo il significato e il valore d’uso dell’architettura in funzione della vita quotidiana, che non si limita a puro godimento estetico ma che evidenzia la correlazione delle mutevoli esigenze umane.
Per architettura rurale intendo quell’insieme di elementi compositivi che traggono significato e quindi valore dalla disposizione funzionale, dai materiali usati, dalla natura circostante (colture storiche), La logica con cui un certo bisogno viene tradotto in legno, mattoni, pietre, aggregati nella natura secondo modi razionali e semplici vuol dire fare architettura. Tutto quello che si costruisce in montagna dunque è degno di essere citato, valorizzato e in modo giusto salvaguardato e protetto.

Singolari strutture architettoniche ad Armo
Bosco di Rezzo: “teci”

Una serie di nuclei minori (“téci”, “morghé”, “margherie”) (2) sulle testate delle Valli Roia, Nervia, Argentina e Arroscia, testimonia una presenza capillare dell’uomo legata ad una organizzazione sociale di schema medioevale che dal punto di vista del territorio aveva un rapporto società-natura più omogeneo ed equilibrato. Esso garantiva un controllo sociale sul territorio ed implicava una sostanziale ristrutturazione a livello conservativo e culturale delle esperienze passate. Esempi sono i recinti per le mandrie oggi abbandonati, i terrazzamenti e i campi incolti, le costruzioni rimaste che tramandano la presenza di una cultura arcaica ampliamente documentata sul Monte Bego da oltre cinquantamila graffiti risalenti ad una civiltà pastorale di oltre tremila anni fa, che rappresentano disegni schematici di recinti per le mandrie, campi, capanne su cui invocare protezione.
Parallelamente esiste un sistema di percorsi di crinale che si innestano nella via Marenca. già nota ai Romani, che partendo dalle vallate di Oneglia raggiunge il Piemonte con un itinerario considerato il più breve, passante per Monte Grande – Passo della Mezzaluna – Andagna – Collardente – Briga – Colle di Tenda. Questa direttrice nel Medio Evo era chiamata “via del sale” prendendo il nome dal tipo di merce che vi transitava. Una maglia di percorsi (piste e mulattiere) che esaltano il porto umano (cesto da foglia, cesto da semina, cavagno, sacco ecc.) e di animali da soma.

Casa in località Borniga
(Comune di Triora)
Insediamenti rurali nella zona di Triora (Tavola del Vinzoni - 1736, dal vol. Il Ponente Ligustico. Incrocio di civiltà di T. Ossian De Negri, Stringa ed.)

Il primo è stato praticato da sempre, tramandando tutta una serie di attitudini che differiscono secondo il modo di portare la natura dei pesi. Il carico che si riusciva a trasportare per una percorrenza di circa 25 chilometri non superava in media i 30 chilogrammi. L’utilizzo di animali da soma aumentò la capacità dei carichi: per gli asini sino a 100 Kg. per i muli oltre 150 Kg. I basti da soma che servono per portare il carico con gli animali risalgono alla cultura asiatica e molto più tardi furono usati in Europa.
A dimostrazione dell’importanza raggiunta da questi percorsi, va rammentato il movimentato transito di carovane di muli interessanti le valli Roia, Nervia, Argentina, Arroscia ecc. e l’esistenza della corporazione dei mulattieri denominati “muliones” con tanto di disciplinare e di Santo protettore (S. Eligio). Si può dire che questo sistema di trasporto che ci ha contraddistinto per oltre duemila anni di civiltà e che sopravvive in modo sempre più esiguo sia ormai destinato definitivamente a perdersi.
La tipologia del patrimonio edilizio degli aggregati minori presenta una serie di elementi costruttivi e funzionali tipici dell’architettura alpina.
La struttura degli edifici assume una forma primordiale semplificata al punto da apparire come un disegno da sempre esistito, mettendo in evidenza intuizioni costruttive frutto di una cultura spontanea senza progetti accurati e canoni finalizzati. È organica e funzionale nella sua povertà.
Questi edifici costruiti con le pietre e la stessa terra che si trova intorno trasmettono valori umani essenziali e socialmente vivi.
Orientati generalmente a mezzogiorno, aggregati a villaggio o sparsi sui terrazzamenti, sui dossi o sulle pendici degli orridi, si mimetizzano con la natura circostante; solo gli intonaci di qualche ristrutturazione poco felice ne evidenziano la presenza.
La composizione e l’organizzazione funzionale del locali è suggerita dalle caratteristiche del terreno, a pendio o terrazzato e dai fabbisogni dei risiedenti. Troviamo di conseguenza il rustico per gli animali incorporato nella parte inferiore, mentre l’organizzazione della vita domestica si svolgeva ai piani superiori, i quali seguono l’andamento della trasformazione a fasce del terreno fortemente inclinato.
Nella struttura sono incluse una o più scale di pietra addossate al muro delle fasce (talvolta presentano il criptoportico sottostante), i locali del fondo oltre al rustico comprendono la cantina e il deposito attrezzi, in certi casi troviamo un vano utilizzato come deposito per il foraggio delle bestie, necessario per un periodo limitato.
La disposizione dei vani così concepita assume peraltro funzione strategica perché permette di controllare il bestiame allevato che rappresenta uno dei cespiti fondamentali della economia di queste popolazioni.
L’edificio comprende un locale adibito a cucina che viene utilizzato anche come essiccatoio per le castagne (per questo motivo le case non hanno camino) e i locali per il riposo.
La disposizione delle stanze è tale da permettere contemporaneamente lo svolgimento di più funzioni, dall’abitare, al lavorare e al commerciare, rispondendo in questo modo a quel fare sociale che ha caratterizzato da sempre la cultura contadina.

Pietra, legno ed erbe odorose
Mendatica: strutture in legno per una rustica loggia

I muri sono molto compatti: infatti le aperture sono di dimensioni ridotte per una maggiore protezione dal freddo.
Il tetto è a uno o a due spioventi, coperto con “ciappe” di ardesia, materiale proveniente dai vicini filoni ardesiaci della testata della Valle Argentina.
Le strutture in legno rappresentano una delle componenti fondamentali nella formazione dei ballatoi esterni. Essi appaiono esili, con parapetti che nella loro semplicità non mancano di fantasia e senso creativo nel modo in cui sono incrociati i listelli dei pannelli di protezione, e sovente chiusi sui lati dall’avanzamento di tavolati di tamponamento e dal tetto che li copre completamente. In questo caso sostituiscono le logge e hanno la funzione di essiccatoio.
Le abitazioni sono strutturate in modo da formare un tutt’uno, articolate come sono le une sulle altre, trattenute da archi e contrafforti che le cementano formando così un centro compatto entro cui si svolgono funzioni comuni (lavatoi, forni da pane, slarghi, posti a sedere ecc.).
Questa tipologia di aggregazione oltre a risparmiare aree a favore dell’agricoltura, rendeva più solide le strutture e le difendeva all’interno dagli agenti atmosferici.
Intorno all’abitato si trovavano gli orti e i campi che venivano dissodati con l’aggiogamento all’aratro di più paia di buoi come testimoniano i graffiti di Monte Bego.
A questo proposito appaiono molto interessanti i modi di coltivare la terra per capire la trasformazione del territorio sia sotto il profilo architettonico-paesaggistico che sotto quello produttivo ed ecologico.
Un esempio è rappresentato dalla zappa e dalla vanga, le quali, avendo una capacità di lavorazione profonda, portavano in superficie quella terra frigida che mineralizzandosi all’aria diventava fertile o rendendo possibile il rovesciamento delle zolle portando alla luce le radici delle erbe infestanti che poi seccavano.
Le zappatrici, pur frantumando la terra, hanno una minore capacità di affondare nel terreno; le lame lavorandolo uniformemente creano un piano che compromette la sua permeabilità, permettendo, di conseguenza, all’acqua piovana di scendere a valle più velocemente con i relativi dissesti idro-geologici. Nelle zone degli ex pascoli, in prossimità dei crinali vi sono le “margherie” che rappresentano le sedi stagionali agricolo-pastorali (poste più in alto delle residenze stabili).

“Margheria” a Triora. È ancora visibile il recinto per il ricovero del bestiame

Queste zone un tempo erano teatro di controversie, sfociate in lotte furibonde che hanno coinvolto il Regno di Sardegna e la Serenissima Repubblica di Genova. Il motivo era lo sconfinamento delle popolazioni, appartenenti all’uno o all’altro stato, per il possesso di alcuni coltivi e pascoli. A testimonianza di ciò esiste una nutrita serie di documenti e cartografia relativamente alla loro regolamentazione.
Le “margherie”, realizzate in forma più rudimentale, costruite in pietra, hanno dimensioni modeste e sono composte da un unico locale adibito al ricovero dei pastori, alle attrezzature per la lavorazione dei prodotti e all’immagazzinaggio. I muri sono in pietra a secco e il pavimento consiste in un semplice battuto di terra. Il locale è privo di finestre e prende aria e luce solo dalla porta.
All’esterno si trovano ancora i resti dei muri in pietra alti circa un metro che servivano da recinto all’aperto per il pernottamento del bestiame.
Questo patrimonio culturale versa in una situazione di rovina disarmante, corrispondente all’abbandono e al disfacimento; nello stesso tempo rappresenta una notevole ricchezza di valori che per il loro grado di inventiva, pur nella massima semplicità, rivelano un’armonia sociale, un senso di solidarietà e di creatività collettiva oggi completamente dimenticati. Emergono dalla povertà dei materiali, carichi di fatica e dalla incisività delle elaborazioni, dall’unità delle zone di tipo pubblico e dalla personalizzazione di quelle private.
Non bisogna considerare queste architetture e il loro territorio in modo “pittoresco”, solo in funzione della forma, ma occorre analizzare i motivi sostanziali che le hanno generate, motivi irriproponibili in termini storici.
Il recupero dell’architettura comunitaria può avere significato se diventa la ricerca di una nuova partecipazione e socializzazione nella trasformazione in attrezzature di servizio per le zone a parco. In questo caso la creazione del parco diventa un momento importante, soprattutto nella organizzazione e nel censimento del patrimonio esistente e nella capacità di intervenire con adeguati finanziamenti per la rivitalizzazione e il coinvolgimento di funzioni legate al tempo libero e al turismo sociale. Una soluzione alternativa e propositiva atta a recuperare le economie legate all’agricoltura e ad inserirne appunto di nuove sotto il controllo di un piano ben programmato e capace di trasformare in modo corretto il patrimonio edilizio in rifugi, case in affitto e per la residenza, locali per la vendita dei prodotti agricoli e artigianali gestiti dall’Ente Parco.

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Note:
1. In “La Casana”, n. 1, gennaio-marzo 1978, pp. 50-57.
2. “Téci”: tipiche costruzioni isolate, utilizzate soltanto stagionalmente dall’uomo all’epoca della coltivazione ad alta quota. “Morghé”: nuclei abitati stagionalmente. “Margherie”: edifici con recinti per il ricovero del bestiame durante l’alpeggio.

 

 

 

 

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