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> L'isola di Camogli
CAMOGLI
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La
breve descrizione dell’Isola non può concludersi senza annotare molto
brevemente tre altre caratteristiche di Camogli: la prima riguarda la
formazione della passeggiata a mare, la seconda, comune nella Riviera
di Levante, evidenzia i trompe-l’oeil, la terza invita a visitare la
vicina abbazia di San Fruttuoso.
Fino
al secolo scorso la passeggiata a mare di Camogli non esisteva. Al suo
posto c’era una fila di case, simili a quelle attuali, che dava direttamente
sul mare, senza spiaggia. Le due file di case erano separate da uno
stretto e buio vicolo, di cui è rimasta una piccola parte all’inizio
ed alla fine della passeggiata, osservando il quale si può avere un’idea
di come fosse Camogli alla fine dell’Ottocento.
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Le
due foto mostrano il centro agli inizi del ‘900, prima dei lavori
di rimozione della fila a mare,
e com’è ora, con la passeggiata e l’ampia spiaggia |
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L’antica
cultura genovese, iniziata verso la fine del Quattrocento dalle famiglie
più ricche e in vista di Genova, dedicava grande attenzione agli artifici
pittorici (trompe l’oeil): sulle facciate delle case venivano dipinti
capitelli, finestre, porte, marmi, statue poste in nicchie altrettanto
finte, tende, rosoni, persino persone affacciate... si mostrava quello
che non c’era, per divertimento, per impreziosire facciate un po’ anonime,
per simulare materiali che la salsedine impediva di usare.
L’abbazia
di San Fruttuoso di Capodimonte (raggiungibile in battello o a piedi)
ha notevole valore storico. In questa baia, i discepoli del martire
Fruttuoso sarebbero approdati dopo aver traslato dalla Spagna la salma
del santo e avrebbero fondando il monastero, ma l’epoca è molto incerta:
III, IV, VII o X secolo. Di certo si sa che a metà del X secolo alcuni
monaci greci costruirono un tempio: lo conferma la cupola interna della
chiesa attuale, che deriva da schemi bizantini. Gran parte della costruzione
odierna risale ai rifacimenti del secolo XI, poi ulteriormente modificati
nel XII e nel XIII secolo, epoca in cui vi si stabilirono i monaci benedettini.
I Doria, proprietari dell’abbazia, adibirono una parte del tempio a
sepolcreto di famiglia e, a metà del Cinquecento, Andrea Doria apportò
altre modifiche. Una lunga fase di decadenza culminò nel 1915, quando
un’alluvione provocò il crollo di parte della chiesa. Lo Stato italiano
restaurò il complesso nel 1933 e cinquant’anni dopo la famiglia Doria
Pamphili lo donò al FAI che da allora lo gestisce.

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