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| ITALIA > Bernardo Moretti, Camogli 1855: una marina velica a livello europeo
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velico, soprattutto nei borghi costieri, aveva una composizione prevalentemente
familiare, essendo il risultato della unione delle forze del parentado,
sia di capitale che di lavoro. Spessissimo anche i Capitani e gli Scrivani
erano caratisti del bastimento. L'attività delle famiglie armatoriali
veliche di Camogll come ricorda G. Annovazzi, si basava su forze concomitanti:
"... In ogni bastimento erano concentrati i risparmi, le fatiche,
le ansie e le speranze di fratelli, cugini, cognati e amici dell'armatore"
(1). Nel periodo qui considerato, 1855 circa, gli alti noli lucrati
nella guerra di Crimea, avevano già notevolmente irrobustito
l'industria armatoriale camogliese, che prese slancio e vigore proprio
dagli utili derivatigli da due guerre: prima dalla spedizione di Algeri
e poi da quella di Crimea. I traffici degli armatori di Camogli comprendevano
tutte le rotte, dal Mar Nero al Golfo di Guinea, dal Nord Europa al
Baltico. Passando da Capo Horn trasportavano emigrati per Valparaiso
e per Lima, rltornandone con carichi per il Mediterraneo e per il Nord
Europa. Neppure le rotte del guano furono trascurate, anche se implicavano
una risalita fino alle isole del litorale peruviano.
Dall'elenco della Mutua del 1855, emerge chiaramente l'assenza di una industria cantieristica camogliese, anche se non è esatto affermare che Camogli non poté mai costruire navi. A questo riguardo è forse opportuno ricordare che, sino al Seicento, sull'arenile sito di fronte all'odierna piazza Colombo, le costruzioni navali rappresentavano una delle attività più importanti della popolazione. Anna Manzini (2) ricorda, in un suo recente studio, la lettera in data 30 gennaio 1614 in cui il Capitano di Recco notificava al Senato che circa 100 maestri d'ascia e calafati camogliesi si erano recati senza licenza a costruire dei galeoni per il Granduca di Firenze. E già nel 1418 il Bracelli, nella sue "Descriptio orae ligusticae", riferendosi a Camogli scriveva: "habitatores sunt ultra centum quinquaginta et plurimum arte vulgariter dicta calafacti navium". Nell'istmo sabbioso tra l'isola e la terraferrna, vi era dunque lo spazio necessario per le costruzioni navali, anche se probabilmente di modeste dimensioni, considerata la precarietà della diga (formata da massi sugli scogli) che lasciava le imbarcazioni in balla del libeccio. D'altra parte a quei tempi Camogli si dedicava prevalentemente al cabotaggio. In seguito la piazza si allargò progressivamente a discapito della spiaggia, sino a far completamente scomparire l'arenile e le costruzioni navali che da questo dipendevano. Ritornando all'esame dell'elenco dei soci della Mutua, possiamo agevolmente rilevare la dislocazlone dei cantieri in cui si rifornivano gli armatori camogliesi: su 143 bastimenti ben 93 sono costruiti a Varazze, il maggior cantiere navale del momento; seguono poi Prà, Recco, Savona, Chiavari, VoItri, Sestri Ponente. Anche Prà fu un cantiere molto importante: ricorda Il Gropallo che dal 1860 al 1890 ebbe sempre sullo scalo circa sei bastimenti l'anno fra grossi e piccoli. Nell'elenco compare anche un brigantino a palo costruito ad Amburgo. Come tipi di navi contiamo 128 brigantini, 9 bombarde, 2 brigantini a palo, 2 navicelli, 1 scuna, 1 polacca. Essendo nel 1855 circa, probabilmente parecchi dei 128 bastimenti classificati come brigantini erano in realta brick, bastimento che, per esigenze di maggior tonnellaggio, fra il 1830 ed il 1840 sostituì gradatamente il brigantino (e fu poi a sua volta sostituito dal brigantlno a palo), anche se, come osserva il De Negri, "Il termine brigantino venne correntemente, ma impropriamente, usato ad indicare anche il brick" (3). Dopo il brigantino Il bastimento più numeroso è la bombarda, certamente un residuo delle numerose bombarde che Camogli noleggiò al governo francese per la spedizione di Algeri del 1830.
Dall'elenco si evidenzia chiaramente Il decentramento della cantieristica nel borghi costieri, molti dei quali avevano nelle costruzioni navali le loro principali attività. I cantieri del tempo, che pur costruirono centinaia di velieri, non abbondavano certamente in attrezzature: le chiglie si allungavano direttamente sulla sabbia, mentre nel vicino capannone si eseguivano i disegni e i calcoli. Per avere un'idea, anche visiva, di questi veri e propri nidi di velieri, significativa a questo riguardo è la Iitografia di Lorenzo Centurione, conservata nella collezione tipografica di Palazzo Rosso, raffigurante Varazze nel 1863: le case sono quasi nascoste dal cinque grossi scafi che si ergono sull'arenlle. Litografia che va abbinata a quanto Henry Alford, decano di Canterbury che visitò la Riviera di Ponente nel 1869, annotò sul suo taccuino passando da Varazze: "... dietro una curva, si apre la splendida baia di Varazze. Tutta la popolazione, da questa località fin quasi a Genova, pare trovare la sua occupazione nei cantieri navali; e le forme dei grandi scafi, a dlversi stadi di lavorazione, giacciono a dozzine allineate lungo ogni spiaggia... Forse Varazze è la città più caratteristica di questa parte della Riviera. Le sue strade, a malapena larghe per una carrozza, sono piene di vita ligure. Le sue spiagge risuonano dei martelli dei maestri d'ascia" (4). Oggi, a guardare le nostre cittadine rivierasche totalmente sfigurate dalla speculazione edilizia, non si potrebbe pensare a niente di più lontano di questa descrizione dei nostri borghi costieri. In questo disastro ambientate a salvarsi parzialmente è forse solo Camogli che, limitatamente alla zona del porto, ha conservato una struttura sostanzialmente non difforme da quella che aveva quando era una della capitali della marina velica europea.
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