ITINERARI > ITALIA > Giuseppe Pontiggia, Quel ramo un po’ scettico del lago, 1990 (1)

 

Si tratta di una pennellata sulla città di Como, un ricordo dello scrittore Giuseppe Pontiggia (1934-2003), che qui nacque e visse la prima infanzia.
Con lo stile asciutto e ironico tipico della sua prosa, Pontiggia non traccia la storia, né elenca i monumenti a uso turistico, ma coglie di Como la sua essenza, che, come tale, è ancora tangibile.

 

Il luogo della mia nascita non esiste. Ho creduto fino a pochi anni fa che fosse Rebbio, seguito da una parentesi che racchiudeva Como. Questa successione grafica bastava a trasformare la frazione dove ero nato (per poi crescere a Erba) nel centro del mondo e Como in una sua appendice: che sarebbe come considerare Firenze la periferia di Fiesole o, più tetramente, Milano un sobborgo di Lambrate (2). Per decenni ho usato tale formula su tutti i documenti, da quelli scolastici a quelli fiscali, fidandomi delle precise indicazioni di mia madre. È sempre rischioso fidarsi delle affermazioni dei genitori – come ognuno constata inoltrandosi negli anni – soprattutto di quelle che appaiono indiscutibili.
Ho scoperto che anche quella certezza era illusoria conversando con Alberto Longatti, critico la cui finezza intellettuale è pari all’orgoglio della propria indipendenza. «Rebbio? – mi ha detto. – Non c’è più. Fa parte della città».
Non so se ho provato un senso di accrescimento o di perdita, né ho chiesto quando ero stato accolto dentro le mura (3). Ma complessivamente ne ero lieto, anche se il mio passaggio dal borgo alla città era avvenuto senza che me ne accorgessi.


Una città che si abbassa con il suo lago, mentre io salgo con la funicolare a Brunate, il viso premuto contro i vetri: ecco la mia prima immagine di Como. I prati scivolano ai lati, l’erba è verdissima, la luce all’interno è colorata di giallo. Sembra un tram che si sia impennato contro una parete, sollevandosi in gradini ripidi e sfidando ciò che in quel momento diventa il nostro nemico più temibile: la forza di gravità. Poi, mentre la catastrofe non avviene, ci si riconcilia silenziosamente con il cosmo e con la tecnologia.
Como è anche piazza Cavour, sulla riva del lago, con i suoi caffè e i suoi tavolini all’aperto, immensa distesa ai miei occhi di bambino, davanti alle tende che si gonfiavano come vele. Il selciato è stato costruito sopra il porto, di cui si avverte anche la presenza invisibile. Da una parte infatti si allarga la piazza, bellissima e ariosa, ma dall’altra i gradini scendono fino all’acqua e i battelli, pronti a salpare, contribuiscono a creare una vivificante atmosfera, di leggerezza e di euforia.
Ogni tanto la piazza si allagava. Uso l’imperfetto non perché oggi il fenomeno non si ripeta, ma perché ha preso la denominazione di «acqua alta», che è così diventata, nei mezzi di informazione, quasi tributaria di quella di Venezia, la regina dell’acqua alta, per di più con cicli periodici; mentre bisogna restituire al lago non solo l’origine del verbo ad-lagare, ma anche la sua straripante, imprevedibile esuberanza: come attesta la rana, scolpita nel Quattrocento sulla Cattedrale, a ricordo, secondo alcuni, di un innalzamento memorabile del lago, quasi una sollevazione.
Questa rana è l’unico particolare che l’infanzia mi ha trasmesso della Cattedrale, gioiello dei maestri comacini, che ho avuto modo di ammirare, e anche letteralmente di vedere, nella sua interezza, solo molti anni più tardi. Allora, rapito, non avevo visto che l’animale, cui del resto mi avevano guidato le mani provvide degli adulti. Non c’è poi da stupirsi che i bambini abbiano un senso estetico poco sviluppato; gli adulti infatti li forzano a continue rese («Guarda come è bello il papa!», «Di’ che è bella la zia!»), che esprimono un radicale pervertimento della scala estetica.

Il Duomo di Como visto attraverso la vetrata della Casa del Fascio
Como, Piazza Cavour prima del 1955, quando furono eliminati i tram
Giuseppe Terragni, Casa del Fascio a Como, 1932-1936 (foto depoca)

Più tardi ho conosciuto altre bellezze di Como: non parlo solo della parte medioevale, con un San Fedele e un Sant’Abbondio, che, prodigi di semplicità romanica, meriterebbero lunghe ricognizioni, ma di quella moderna, con le opere di Terragni, uno dei più geniali architetti del nostro Novecento. La sua Casa del Fascio è stata ribattezzata Caserma della Guardia di Finanza. Ma potrebbero chiamarla con qualsiasi nome, tanto non cambierebbe nulla: la purezza aerea delle sue linee si impone con una evidenza misteriosa, che va al di là di definizioni, scopi, impieghi. La si continua a chiamare architettura «razionale», con quella penuria di aggettivi tipica della disciplina che sembrerebbe farne spreco, la critica d’arte: per me quella «razionalità» ha la enigmaticità di un oggetto insondabile e insieme perfetto. Come un altro palazzo di Terragni in corso Sempione a Milano, che ti dà l’idea non solo di un modo nuovo di percepire la bellezza, ma di viverla e, direi letteralmente, di abitarla: anche se le facce degli inquilini, la sera in cui li ho visti scendere e salire la breve rampa di scale dell’ingresso, non sembravano comunicare questa sensazione.
Terragni ha raccolto idealmente, non stilisticamente, l’eredità di Sant’Elia, forse il più straordinario interprete di una architettura nuova. Ci si ostina a considerarlo un precursore: ma solo una idea, tra malinconica e suicida, dell’arte come progresso può trasformare in qualità chi lo precorre. Basta comunque osservare i suoi progetti, per accorgersi della mirabile concentrazione di energia, di libertà e anche di felicità drammatica che essi esprimono.
Accanto a questa Como di piazze, di monumenti, di uomini come i due Plinii e Giovio e Volta (stavo per scrivere illustri, ma è termine ormai inusabile, lo si può riservare a una lapide, non a uomini ancora vivi), c’è una Como che conosco poco, ma che mi attira di meno: quella quotidiana, quella che Carlo Porta ha chiamato in una sua poesia «la regia cittaa di missoltitt». I missoltitt sono piccoli agoni di lago, che vengono affumicati, salati e seccati al vento. A questa Como umile e saporita lo scrittore Aldo Buzzi vorrebbe intitolare nuove strade: Via Missoltitt, via del Pane, un tempo specialità di Como, via resta (la resta è il rametto di ulivo all’interno del particolare panettone di Como), via Cipolle, vicolo Cipolline (Como veniva denominata «el paes di scigull», il paese delle cipolle). Il volume di Buzzi, Andata e ritorno, pubblicato da Scheiwiller, ha come sottotitolo Viaggi a Giacarta Gorgonzola Lambrate Londra Como Baggio Vienna Leighlgen Springs Brunate; e bisogna riconoscere che raramente un cosmopolitismo così svagato e disponibile si è accompagnato a una tendenza tanto sobriamente ironica.
In essa probabilmente si riflette anche il volto degli abitanti di Como: non solo quello che mostrano agli altri, ma quello in cui si riconoscono. Qualcosa che da un lato si apparenta allo spirito lombardo, cordiale in superficie, guardingo in profondità, quando non attraversato da una comicità tetra («l’è el dì de mort, alegher!»); dall’altro lascia trasparire una sorte di scetticismo verso i miti stessi in cui crede: il lavoro, ad esempio, che ha trasformato una città in riva a un lago alpino in capitale della seta, già dalla metà del Cinquecento. Io ho l’impressione che esso sia vissuto come una benedizione da accogliere a braccia aperte, ma con occhi non meno aperti. Siamo vicini alla Ginevra di Calvino, con la sua religione del lavoro come segno della benevolenza divina, ma ne siamo al tempo stesso lontani. Si lavora come se il lavoro fosse la cosa più importante, ma temendo e insieme sperando che non sia vero: e proprio questo come se lo rende umano.

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Note:
1. In “Corriere della Sera”, 18 aprile 1990 (inserto Città, p. 2).
2. C’è un cimitero a Lambrate. (N.d.R.)
3. Rebbio fu aggregato a Como con Regio decreto n. 634 pubblicato nella “Gazzetta ufficiale” N.114 del 18 maggio 1937. (N.d.R.)

 

 

 

 

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