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ITALIA > Davide Bertolotti, Viaggio al lago di Lugano, 1825

 

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Un viaggiatore nella Lombardia visitando il lago di Lugano

M’inebriai questa sera della voluttà di una bella gita notturna. Sorgea la luna quand’io lasciai Varese. Il suo raggio, dapprima smorto e indistinto, pigliò forza a poco a poco col cessar de’ crepuscoli, e tutto il paese si tinse di quel bel colore d’argento che in ogni uomo desta una sì dolce e simpatica sensazione. Una bella notte è l’immagine di quanto v’ha di più gentile e fortunato quaggiù: la tranquillità dell’uomo virtuoso, che, dopo gl’inevitabili turbamenti della gioventù, si riposa nell’età matura sotto il tetto paterno, vi gode in una beata oscurità le delizie ineffabili della vita domestica, e vede senza rimorsi e senza affanno la limpida successione de’ giorni imbiancargli il capo; l’amor reciproco di due sposi, a’ quali e la Natura e la Religione s’accordano a fare quel dolce comando ch’essi sono così lieti d’adempiere, il di cui cuore, pieno non d’un’ardente ed inquieta ma di una tranquilla ed uniforme affezione, non fa che un solo voto unanime, sempre così; la santa ed inalterabile intimità di due veri amici, che vivono uniti nella solitudine traendo dalla reminiscenza de’ pericoli che insieme corsero nella procella della società, argomento d’istruzione e conforto; la nobile e modesta compiacenza d’uno scrittore filantropo, d’un Fenelon, d’un Gessner, d’un Bernardino di Saint-Pierre, il quale nel render migliori i suoi simili, nell’educarli alla virtù, nel confortarli nell’avversità, riceve la meritata e dolcissima ricompensa di sue fatiche, e di questa si pasce nella filosofica quiete del suo ritiro... Ma a che vado io cercando i più cari e sublimi godimenti che siensi concessi quaggiù? Dirò in una sola parola, la notte è l’immagine della felicità. Questa distende sulla Natura, quella sulla nostra esistenza, una tinta candida ed uniforme; l’una perde il suo incanto se le nubi ingombrano l’orizzonte; l’altra perdesi e svanisce ella stessa se una passione violenta turba la pace dell’animo. Ad entrambi è necessaria la calma. Io amo con entusiasmo una bella e chiara luna d’estate.

Oh quante volte il Giorno
Insultai col desir del tuo ritorno!
L’Ore in oscuro ammanto,
E con viole ai crini,
T’imbrigliavano intanto
I destrier divini.
E sull’apparecchiata argentea biga
Il Silenzio salia, tuo fido auriga.

Perché sola ti vede,
Sola l’ignaro volgo in ciel ti crede.
Ma il riposo, la calma,
Del meditar vaghezza,
Ogni piacer dell’alma
La gioconda Tristezza,
E la Pietà con dolce stilla all’occhio
Ti stanno taciturne intorno al cocchio. (4)

Scorreano i cavalli rapidamente la via. Io tenea loro rilasciata la briglia inavvedutamente mentre errava la fantasia all’avventura: un fresco zeffiro spiravami in volto; e i prati vicini, in cui eransi quel giorno stesso tagliati i fieni, mandavano intorno una soave fragranza. Durò la piacevole distrazione fino al luogo dove al solito scendesi di carrozza. Era troppo deliziosa la mia situazione perché io non avessi a cercare di prolungarla; sicché spinsi oltre i cavalli. La strada era bellissima benché assai disuguale: eranvi frequenti discese e salite. Folti boschi, graziose colline, monti scoscesi venivan ad ora ad ora a protendere sulla via le loro ombre, e ad immergerci nelle tenebre. Giunsi dopo mezz’ora sulle rive del Lago di Lugano.
Qui vi vorrebbe il pittor delle Grazie, l’Albano (5), per farti comprendere colla magia de’ suoi colori quanta fosse l’incantevol bellezza di quel quadro. Figurati quella superficie tranquillissima e rilucente come uno specchio forbito, quelle montagne qui nude, là fiancheggiate da boschi che le adombrano; i fuochi che ardon sulle alture; i villaggi che stanno sulle rive; e singolarmente Morcò (6) con quel suo gruppo di case sull’estrema punta della lingua di terra, e quel suo campanile sulla cima del promontorio. Aggiungi quella trasparenza, quell’armonia di luce, quel non so che, che i pittori di paesi sanno copiare dalla Natura e che non è facile ad esprimersi con parole, benché vivamente si senta.
Abbandonai le rive del lago, e ritornato a Biscecchio, lasciai la carrozza, e mi avviai al Deserto solo e a piedi (7). Dopo un’ora di cammino m’apparvero il Convento, la cosi detta casa de’ morti, i castagni e le rovine. La malinconia che ispirano, simpatizza più col modesto lume della luna che col vivace raggio solare. Diana ha le sue particolari attrattive, di cui Venere stessa è invidiosa.

Oh come è bello
Quel di viola
Tuo manto, e quello
Sparso tuo crin!

Più dell’attorta
Chioma e del manto,
Che roseo porta
La Dea d’Amor,

E del vivace
Suo sguardo, oh quanto
Il tuo mi piace
Contemplator! (8)

***

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Note:
4. Ippolito Pindemonte, Alla Luna, in Poesie campestri, 1785-1817. (N.d.C.)

5. Francesco Albani (1578-1660), pittore bolognese. (N.d.C.)

6. Morcote. (N.d.C.)

7. Bisuschio, ov’era la villa padronale dei conti Cicogna Mozzoni che possedevano beni anche a Cuasso al Piano, Cuasso al Monte, Borgnana, Cavagnano, Porto, Besano, Arcisate, Brenno, Clivio, Ligurno con Cazzone (ora Cantello), Malnate. L’eremo del Deserto (o Santo Deserto) è una proprietà vicino a Cuasso al Monte donata ai Carmelitani Scalzi durante la peste scoppiata nel Seicento in Lombardia. (N.d.C.)

8. Ippolito Pindemonte, La melanconia, in Poesie Campestri, 1785-1817. (N.d.C.)

 

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