ITINERARI > ITALIA > Memoria storica in Val Serina (*)

 

Prealpi lombarde, Alpi Orobie: monti e valli che meritano una gita, perché nascondono angoli suggestivi e tradizioni antiche. Già per ricordare i monti principali ci si rifà all’acronimo MAGA che indica il Menna, l’Arera, il Grem, l’Alben, cime che superano i duemila metri di altezza, nomi un po’ duri rispetto ad altri vicini, come il Monte Gioco e il Monte Castello. Li separano valli note: la Val Seriana (attraversata dal fiume Serio), la Val Brembana (dal Brembo), la Val Serina (dal Serina) e la Val di Riso, che, bagnata dal Riso, ricorda nel nome un passato di povertà: i minatori della zona venivano ricompensati con sacchi di riso.

 

Siamo in provincia di Bergamo, in un punto panoramico della Val Serina che sovrasta il comune di Oltre il Colle, posto a circa mille metri di altezza, in una conca soleggiata cinta da boschi, del quale fanno parte tre frazioni: Zambla alta, Zambla bassa e Zorzone.
Le guide spiegano così l’etimologia di Oltre il Colle: “rispett alla Val Brembana, Oltre il Colle è di qua del colle di Zambla che dovrebbe essere il naturale punto di riferimento cui allude il nome. La denominazione “oltre” si giustifica invece pensando che il primitivo senso di ingresso in valle, frutto dello sfruttamento minerario, proveniva dal versante seriano, rispetto al quale il territorio resta appunto oltre la linea di demarcazione dello spartiacque. Del resto il traffico che veniva da quella zona era molto intenso, giacché nel Cinquecento, ma anche prima, gli abitanti di Oltre il Colle erano apprezzati forgiatori di armi e di chiodi ricavati dal ferro che proveniva dalla Val di Scalve e da Valbondione”.
In questi luoghi, ora rivolti al turismo, le originarie attività non sono state però del tutto dimenticate.

Miniera
Del passato minerario, il paesaggio conserva tre elementi evidenti: gli ingressi alle miniere, le laverie (piccoli edifici in cui si trattavano i minerali estratti) e le teleferiche che servivano per il trasporto delle merci. Il funzionamento della teleferica era molto semplice: quando il carrello era riempito, un operaio batteva con un oggetto pesante di ferro il cavo su cui era agganciato il carrello e le vibrazioni provocate arrivavano fino all’altra estremità del cavo, dove un altro operaio tirava a sé il carrello.
Le miniere sono state chiuse nel 1982, ma non sono state completamente sfruttate. Con i materiali estratti dalle miniere, tra cui la marrone blenda, l’argentea galena e la calamina, si formavano lo zinco, il piombo e l’acido solforico.
La visita a una miniera è interessante per grandi e piccoli, che, muniti di elmetti protettivi e lampade, possono immaginare pericoli e difficoltà di un lavoro molto duro, spesso causa di malattie gravi, come la silicosi e la vibrite.
L’ambiente è buio, molto freddo, silenzioso, percorso da lunghi tunnel coperti da travi di legno dette centine: alcuni tunnel portano alla zona estrattiva vera e propria, altri servivano da magazzino per dinamite e detonatori (riconoscibili perché sul pavimento di cemento si vedono ancora i segni delle tavole di legno usate per riparare la dinamite dall’umidità del terreno), altri ancora, ciechi, erano usati dai minatori come rifugio in caso di esplosioni.

Ma come avveniva il lavoro in miniera? Ecco un breve schema:
- si prelevava un campione di roccia (detto carota) dalla parete della miniera e si valutava se in quel punto c’era del minerale;
- se c’era, si facevano dei fori nelle pareti e vi si inseriva la dinamite;
- una volta fatta esplodere, dei ragazzini di 13-14 anni portavano all’aperto i materiali caduti sistemandoli nelle gerle. Se erano formati da minerale erano ricompensati e il minerale estratto veniva trasportato con le teleferiche alla laveria. Se i ragazzi portavano fuori sassi o minerali di poco conto, non erano ricompensati.
Tra i minerali poco pregiati è nota la pirite, chiamata “oro degli sciocchi” perché assomiglia all’oro ma ha pochissimo valore sul mercato.

Museo della miniera e dei minerali
A Zorzone, è possibile vedere una ricostruzione della vita in miniera e un’ampia selezione dei minerali estratti in tutto il mondo.

Già all’ingresso del museo che le raccoglie troneggiano i carrelli usati in miniera per trasportare i materiali, ma è all’interno, nella sala inferiore, che sono raccolti oggetti e documenti usati quando la miniera funzionava: il registro degli infortuni, delle tessere dei minatori, le perforatrici e le lampade ad acetilene. Per far funzionare queste lampade si prendeva un granello di carburo di calcio e si apriva una valvola per far uscir dell’acqua, che, a contatto con il carburo di calcio, emanava un gas infiammabile. Il gas usciva da un apposito foro e poteva essere infiammato con un semplice accendino.
Inoltre, la vita in miniera è illustrata da numerose fotografie e da apposite ricostruzioni.
Al piano terreno del museo, quindici vetrine contengono oltre mille minerali provenienti da tutto il mondo, tra cui alcuni fosforescenti.  Microscopi aiutano a identificare particelle preziose in materiali all’apparenza inutili.

Alpeggio
Chi non lavorava in miniera, si dedicava all’allevamento del bestiame, specialmente bovini, e alla trasformazione dei latticini. Gli alpeggi che costellano i pendii dei monti erano un tempo intensamente utilizzati nei mesi da giugno a settembre per far liberamente (o quasi) pascolare le mucche. Infatti, a differenza del prato, che viene curato e concimato dall’uomo, l’alpeggio aveva (ha) attenzioni diverse: per non esaurirlo, l’allevatore obbligava il bestiame a pascolare entro zone idealmente definite. Quando la prima area rimaneva spoglia, i bovini venivano mandati in una seconda area e così via, in modo che l’erba avesse il tempo di ricrescere. Non solo, il contadino, prima di far pascolare le mucche, spargeva sul terreno del sale, in modo che le mucche lo mangiassero assieme all’erba e potenziassero così le loro difese.
Quando più mandrie si incontrano, le mucche più potenti lottano tra loro per avere la supremazia. La vincitrice è chiamata “battidura” ed è rispettata e seguita dalle altre mucche, tanto che i contadini ne approfittano: per esempio, durante i temporali, gli allevatori cercano di tranquillizzare la battidura, perché, calmando lei, calmano anche le altre.

Bosco
La zona è boschiva. Tra le molte varietà di piante, spiccano alcune essenze:
- gli aceri, caratterizzati da una foglia formata da 5 lobbi con nervatura palminervia;
- i faggi, che raggiungono dimensioni considerevoli, caratterizzati dalla foglia a forma ovata;
- i maggiociondoli, caratterizzati da una foglia composta, cioè formata da cinque “foglioline”. Ogni parte di questa pianta è velenosa;
- gli abeti, che non hanno foglie ma aghi, ognuno staccato dall’altro. Si dividono in due categorie: abeti bianchi (con le pigne rivolte verso l’ alto) e rossi (con le pigne verso il terreno);
- i pini, alberi solo all’ apparenza simili agli abeti, perché in realtà hanno gli aghi raggruppati in ciuffetti.
Di ognuno di questi i valligiani ne sfruttavano le proprietà, come la resistenza o la flessibilità per fare utensili.

Casera
Una visita alla “casa del formaggio” (cioè la casera) riporta a tradizioni e sapori antichi e illustra ai giovanissimi un’attività dimenticata.
La produzione del formaggio seguiva regole precise:
- il latte appena munto si mette in contenitori – detti “ramine” – della capacità di quattro litri ciascuno;
- la mattina seguente si screma il latte – cioè si toglie lo strato di panna (la parte grassa del latte) che sale in superficie – con una schiumarola;
- il latte scremato si mescola con il latte intero contenuto in un pentolone della capacità di duecento litri e si mescola con una rondella;
- si fa quindi una prima cottura: quando il latte ha raggiunto la temperatura di 36-37 gradi d’inverno e di 38-40 gradi d’estate, si aggiunge il caglio (un liquido che si ricava dallo stomaco di alcuni animali, come la mucca) che viene lasciato agire;
- si fa poi una seconda cottura a 45 gradi in inverno e a 48-50 gradi in estate. Per sapere quando il latte ha raggiunto la temperatura adatta, basta immergere la mano. Se ritirandola, la mano resta pulita, significa che il latte deve ancora cuocere; se alla mano rimane attaccato del latte, è il momento di spegnere la fiamma;
- a questo punto, si taglia l’impasto con una spada di legno;
- infine, si trita con lo spino;
- si lascia cuocere ancora il tempo necessario perché sul fondo si formi il formaggio;
- il formaggio così ottenuto si mette entro delle sagome circolari, dette “fascere”, e lo si sala;
- il formaggio non è ancora buono da mangiare: bisogna farlo stagionare almeno 40-50 giorni;
- durante la stagionatura, bisogna girare la forma ogni due giorni e levare la muffa che si forma in superficie ogni settimana.
Per fabbricare il burro, il procedimento è più semplice: la parte grassa del latte tolta con la scrematura si mette in una zangola, nella quale un dispositivo a motore (ma nei tempi antichi era una frusta maneggiata da una donna) la mescola in continuazione, fino a quando il burro si è formato, ossia un paio d’ore dopo.

Contrada Grimoldo
Più conosciuta come “contrada delle pere” per la presenza di peri che crescono attaccati alle case, la contrada risale al 1400. Sulla sua fondazione, si racconta che nel 642 il re longobardo Grimaldo avesse regalato la Val Serina ai vescovi bergamaschi e che questa donazione fosse stata successivamente confermata da Carlo Magno. In seguito, due vescovi si divisero il territorio e fondarono due paesi.
I contadini si costruirono la casa usando i materiali del luogo e attaccando su un fianco la stalla. Come in tutti i paesi di montagna, i contadini, costruendo casa e stalla attigue, ottenevano altri vantaggi oltre a quello di tenere le bestie riunite: risparmiavano denaro costruendo un’unica parete tra casa e stalla e sfruttavano il calore degli animali per riscaldarsi. Inoltre, il primo piano delle case era costruito in pietra per isolare le case dall’umidità della terra e dalla neve; il secondo era invece realizzato in legno, un materiale più leggero e caldo, bucato da finestrelle piccole per non far entrare il freddo invernale.
Sulle porte di ingresso compare un motivo tipico delle popolazioni povere e ancora sporadicamente visibile in alcuni paesi di alta montagna e di mare: una decorazione interamente fatta di chiodi.

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Nota:
1. Testo e immagini: © associazione culturale Larici, 2001.

 

 

 

 

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