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ITALIA > Nino Carboneri, Il Parco di Viboccone (1)


E’ un parco che non c’è più da tre secoli, da quando l’assedio di Torino (1706) distrusse il regio palazzo ivi contenuto. Lo storico Nino Carboneri (scomparso nel 1980) ha ripercorso le vicende legate alla sua progettazione e alla sua attribuzione ad Ascanio Vitozzi (1539-1615). Vitozzi, nato nell'orvietano e formatosi a Roma, fu l’ultimo tra gli architetti che nel Cinquecento emigrarono nell’Italia settentrionale. L'urbanistica di Torino e l'architettura piemontese si svilupparono per almeno due secoli su presupposti vitozziani. Sue opere sono Santa Maria al Monte dei Cappuccini a Torino che supera la tipologia bramantesca della croce greca e si coordina con suggestiva efficacia al paesaggio naturale circostante; il santuario di Mondovì-Vicoforte che porta alle più impegnative conseguenze le ricerche cinquecentesche sulla pianta ellittica; la chiesa della Trinità a Torino che prefigura, mediante lo schema triangolare e la tensione espressionistica della cupola, i noti esiti barocchi, in particolare borrominiani. Molte altre opere di Vitozzzi sono rimaste incompiute o inattuate, oppure rese itriconoscibili dalle trasformazioni successive o irrimediabilmente perdute. Come è avvenuto per il palazzo di Viboccone (un tempo detto "delle Delizie"), sulle cui rovine fu costruita la Manifattura dei Tabacchi. Come è successo per il parco che lo circondava, nella cui area crebbero una chiesa, il cimitero, dei quartieri operai... solo una piccola area verde ricorda ancora che quello è il luogo dove dominarono la fantasia e il divertimento.


Poco lungi dal “palazzo novo grande” oltre il bastione verde, un ponte sulla Dora Riparia introduceva al parco di Viboccone (detto più tardi Regio Parco), compreso tra la Dora, il Po e la Stura.

Federico Zuccaro, che fu a Torino, come è noto, tra il 1605 e il 1607 a dipingere la galleria grande (2), descrive “il Parco, quasi aggionto alle fosse della città, con nobilissimo bosco, con alberi alti, con stradoni delitiosi coperti, che per il fresco nell'estate non si può desiderare luogo più gustoso et è lo spasso di tutta la città. E questa parte di Parco gira più miglia e gran spatio di paese et è peninsola per esser circondato da tre fiumi: il primo fiume, che fa gratiosissima vista a noi a mano manca, è detto la Dora, un tiro di mano dall'angolo e fossa della città, sopra le quali vi è la Galeria con le mie stanze; questa Dora gira serpeggiando, con vista gratiosissima, una buona parte del Parco a mezzo giorno et un buon miglio a vista nostra dove si congionge poi co’l Po, che anco esso si scorge di lontano a’piedi della pianura e va girando buona parte anch’esso del Parco riserrato de gli animali verso levante; l'altro fiume, che gira anco lui buona parte a mano sinistra a tramontana verso Milano, è nomato la Stura" (3).

Il ponte, "ligneus" secondo il Coppino che visitò il parco nel 1609 (4), era per lo Zuccaro "ornato con statue e pitture (....) in forma d'arco trionfale", così come sarebbeto stati gli altri, quando il duca fosse riuscito nell'intento di trasformare il parco, già per tre parti circondato dalle acque, in una meravigliosa isola, mediante l'apertura di un naviglio tra la Dora e la Stura. Vi si sarebbe penetrati per cinque ponti, nei quali dovevano essere rappresentate "istorie e figure particolari di pianeti e favolosi numi de gli antichi, nobilmente ornati, con colonne, nicchie, statue et altri ornamenti vivamente disposti, con istoria intorno di soggetti più famosi".

Attraversato il ponte, ecco il grande parco, nel quale si incarna "il più alto et il più nobile e degno pensiero che forse Prencipe alcuno habbia mai havuto nell'ornamento di luoghi di spasso e piacere", perché tutto è disposto "a vista di vita attiva e contemplativa per formare uno specchio alla vita humana (.....) è un luogo, in somma, che scuopre tutta l'Etica di Aristotele che è la vera strada di reggere e governare se stesso et altri ancora: pensieri che trascendano gli humani intelletti, essendo congionto il gusto corporale co'l piacere dello spirito".

All'inizio del parco, subito dopo il ponte, un "teatro d'alberi nel quale hanno principio cinque stradoni". Delle due vie a sinistra "la prima a mano manca, all'entrare, conduce ad un bellissimo giardino adorno di fontane, e questa è dedicata al senso, ove sono laberinti, fossi e precipitii grandissimi che, chi non va accortamente caminando, per esso luogo facilmente precipita, havendo però a luogo a luogo alcuni motti et avisi di sentenze gratiose per fare che l'huomo accorto del luogo possa senza suo danno in esso passeggiare". La seconda, vicina alla precedente, "ha per fine di vista un bellissimo tempio rotondo dedicato alle arti liberali: nel suo principio dimostra horridezza d'alberi e sterpi che per mezzo di essa restano, e quanto più avanti si va, tanto più bella e gratiosa riesce per le spalliere di rose e fiori che gli fanno ornamento, et a luogo a luogo vi sono riposi di nicchie e statue di huomini di singolar virtù e fama in professioni nobili, con alcuni motti a quelle aspettanti".


 

Note:
1. Nino Carboneri, "Il Parco di Viboccone", in Ascanio Vitozzi un architetto tra Manierismo e Barocco, Officina, Roma 1966, pp. 159-169.
2. Tra il palazzo del duca e il castello.
3. I passi dello Zuccaro sono tratti, come quelli precedenti sul casino del bastione verde, dalla ristampa de Il passaggio per Italia (Bologna 1608), curata da D. Heikamp in “Paragone”, 1958, n. 105, pp. 47-52.
4. Aquilini Coppini in Ticinensi Gymnasio Artis Oratorie Regii Interpretis Epistolarum libri sex, Mediolani 1613, II, Iosepho Ripamontio, Mediolanum, Septum, pp. 47 sgg.

 

 

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