ITINERARI > Paolo Portoghesi, Due o tre cose che so di lei (*)


Limiti e pregiudizi di una cultura analitica, abituata a smembrare le cose, a smontarle come si smonta una macchina, ci hanno abituati a considerare la città come musei e gallerie, come tante «opere d’arte» allineate lungo le pareti, ognuna provvista di un cartellino che ci consente di immagazzinare nella memoria nozioni ed emozioni secondo un ordine prestabilito.

Le guide, libri o persone che siano, ci insegnano di solito a praticare questo jeu de massacre indicandosi i monumenti da visitare, i palazzi e le chiese le piazze in cui soffermarci, prescrivendoci anche il grado di attenzione e il tempo di permanenza opportuno. In questo modo, alla fine del gioco sapremo della città quello che studiosi ed esperti hanno deciso che è indispensabile per «dire» di conoscerla, ma non sapremo quasi nulla della sua vera natura.
Perché la città non è sommatoria, accostamento, prossimità di monumenti, case, uomini, spazi chiusi ed aperti, ma inestricabile mescolanza e quindi «prodotto» di tutte queste cose messe insieme che hanno interagito e continuano a interagire tra loro riproducendo quotidianamente quella cosa difficile da definire, ma calda e spessa come un fiato animale, che è la vita urbana.

Uomini e cose che si influenzano, promiscuità di quotidiano e di erotico, di banale e di sublime, di permanente e di variabile; per cogliere la verità di un ambiente, che i pezzi incollati dalla conoscenza analitica non potranno mai darci, bisogna avere il coraggio di buttarsi nell’acqua senza salvagente (senza guida). Iniziare la lettura di una città proprio come si inizia la lettura di un libro, senza saperne la trama in anticipo, aggirandosi per strade e piazze qualunque senza una meta precisa che non sia la presa di contatto con il mistero che è di fronte a noi. Buon metodo di approccio è seguire la gente ed ascoltarla, immedesimarsi in essa, cercare nel dialetto, nel modo di pronunciare, nella calata, ma anche nel modo di usare la città, nel cibo, una chiave che ci consenta di cogliere la relazione tra uomini e cose che si perpetua nella vita urbana.

Visitare un mercato, un mercato qualsiasi, aperto o chiuso, centrale o periferico che sia è un buon inizio; più fertile in certi casi della ascesa di una acropoli. Anzitutto si coglierà la specificità dei prodotti agricoli, che nelle città italiane sono sempre diversi, perché rispecchiano la specificità ambientale e le tradizioni del territorio suburbano e poi si avrà modo di constatare che nelle ore di massima attività un mercato è un centro a partire dal quale si forma un tessuto di relazioni che sono anzitutto spostamenti di persone ma che, dove la città ha una storia, si è tradotto anche in un tessuto edilizio, in un insieme indivisibile cioè di strade, slarghi, piazze, ciascuna delle quali è un «luogo», ha un nome, è parte di un «vissuto» collettivo.

In questi vagabondaggi che non è affatto necessario siano solitari, che anzi la compagnia e il dialogo arricchiscono nello scambio di osservazioni e di commenti, è importante non stare sempre con gli occhi puntati in avanti a cogliere le immagini prospettiche più convenzionali dello spazio urbano; bisogna imparare a guardare anche in alto e in basso: in alto verso quella variabile fettina di cielo (a volte sottile come una lama, nei vicoli di Napoli o di Genova) che conclude lo spazio delle strade; e in basso verso le pavimentazioni stradali, sempre diverse nei nostri centri storici e così importanti per definire il valore di un ambiente attraverso un insieme di sensazioni tattili visive e sonore. A volte vale più la tessitura di un selciato che l’immagine di un monumento famoso a rievocarci intensamente fisicamente il senso segreto di una città e certe pagine di Proust su Venezia lo hanno dimostrato con straordinario rigore.

«Una città è come una foresta» ha scritto Francesco Milizia, «...un quadro variato da infiniti accidenti; un grande ordine nei dettagli; confusione fracasso e tumulto nell’insieme». L’ordine nei dettagli non è che la ripetizione di forme e tipi che definiscono la identità inconfondibile di una città.
È questa identità che bisogna cercare di afferrare, educando l’occhio a fissare soprattutto ciò che si ripete, ciò che riemerge costantemente in contesti diversi. Le guide e i luoghi comuni cominciano a diventare utili quando, giocando senza difese ci si è orientati a scoprire questa identità.

Oppure per chi ha tempo e pazienza è consigliabile leggere guide, libri di viaggi a casa propria, prima di cimentarsi nell’incontro. Niente di più stimolante che contrapporre una città vera a una città sognata, cercando di dare corpo a un nome. «Il nome di Parma, – ha scritto Marcel Proust nella “Strada di Swann” – una delle città dove più desideravo andare dopo che avevo letto la “Chartreuse”, m’appariva compatto, liscio, dolce e color malva; se mai parlavano d’una qualsiasi casa di Parma dove sarei stato accolto, mi davano il godimento di pensare che avrei abitato una dimora liscia, compatta, dolce e color malva, senz’alcun rapporto con le dimore d’ogni altra città d’Italia, perché la immaginavo soltanto in virtù di quella sillaba pesante del nome di Parma, dove non circola brezza alcuna, e di tutto quel che le avevo fatto assorbire di dolcezza stendhaliana e del riflesso delle violette».

 

Nota:
*. In “La Repubblica” giovedì 8 maggio 1980, pag. 1 dell’inserto “Weekend”.

 

 

 

 

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